« Di mestruazioni e di dentiere | Main | Come si fa un riassunto fatto bene »

22.02.06

Gustave Flaubert: Bouvard e Pécuchet (1881)

(Trad. Bruno Schacherl)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Flaubert.jpgIl celibe Pécuchet e il vedovo Bouvard s'incontrano per caso sedendosi contemporaneamente sulla stessa panchina. Ciò che facilita l'avvio della conversazione è il fatto che, posando i loro cappelli a lato, si accorgono che hanno avuto entrambi la stessa idea di scrivere all'interno della "calotta" i propri nomi. Se ne deduce, quindi, la loro diffidenza nei confronti del mondo. La divertente circostanza mi ha fatto ricordare che anche a me capitò d'incontrare nella mia vita lavorativa un collega che legava alla scrivania con una cordicella la propria penna a sfera, nel timore che gliela rubassero. Non siamo fuori della realtà, dunque, e l'osservazione di Flaubert è assai perspicace e accusatoria. Il feeling tra i due è immediato. Entrambi sono impiegati: "Ognuno, ascoltando l'altro, ritrovava un aspetto di sé dimenticato" e la conversazione spazia subito su molti campi. Difficile trovare una fulminea e simpatica intesa come questa: "Per venti volte si erano alzati, si erano riseduti e avevano percorso il boulevard dalla chiusa a monte fino alla chiusa a valle col proposito di separarsi, ogni volta privi della forza necessaria, trattenuti da un incantesimo."

Bouvard, più alto di Pécuchet, "camminava col cappello all'indietro, il panciotto sbottonato e la cravatta in mano", Pécuchet, più piccolo, "spariva dentro a una finanziera marrone, procedeva a testa bassa sotto un berretto dalla visiera appuntita." Li accomuna anche il fatto di essere copisti, Bouvard in una ditta commerciale e Pécuchet presso il Ministero della Marina, e di amare lo studio. Mai combinazione più propizia pare essersi incontrata sotto il nostro cielo: simili e complementari, perfino nella risata: "Anche le loro piccole debolezze si compensavano a vicenda." E tre nomi di battesimo ciascuno, addirittura: François, Denys, Bartholomée per Bouvard, e Juste, Romain, Cyrille per Pécuchet, e entrambi di anni quarantasette! E in possesso di una bella scrittura alla quale dovevano il lavoro.
Tutto questo non è un miracolo? Dotati di grande curiosità, trovavano nella loro fantasia il modo di appropriarsi di conoscenze immaginarie, ma per loro esatte e reali. Sciocchi, perciò? Non direi, piuttosto conquistati da quell'entusiasmo primitivo della vita e, se si vuole, infantile, tale tuttavia da consentire - privilegio non da poco - di sopportare e forse anche ignorare le asperità dell'esistenza.
E così credevano, infatti, fino a che non scoprono a loro spese che la curiosità, e soprattutto il desiderio della conoscenza, non sono affatto neutri e "con l'accrescere delle nozioni, si acuirono le sofferenze." Grazie ad una cospicua eredità, acquistano una bella tenuta a Chavignolles e vi si trasferiscono immediatamente, licenziandosi dal proprio lavoro, pieni di entusiasmo e di progetti. Il viaggio in diligenza dei nostri due protagonisti alla volta della proprietà acquistata mi ha fatto ricordare un altro grande autore e mi sono domandato se Flaubert conoscesse (e suppongo di sì, siamo intorno al 1880) quel capolavoro di Charles Dickens Il circolo Pickwick uscito a puntate già nel 1836 e in volume nel 1837. Quel viaggio richiama alla memoria, non v'è dubbio, il capolavoro del narratore inglese. Mentre più avanti, nell'episodio dello scavo geologico sulla costa delle Hachettes, ispirato da un suggerimento sciagurato dell'abate don Jeufroy, non pare a voi di rinvenirvi quell'inizio di Tess dei d'Urberville, quando è il parroco Tringham a insinuare allo stesso modo le origini nobili del contadino John Durbeyfield, insinuazioni che furono causa di tristi conseguenze? Qui però siamo nel 1891 ed è, semmai, Thomas Hardy che ha letto Flaubert. E il pranzo di M. de Faverges offerto ai notabili del paese non ha qualche punto in comune con il pranzo che si tiene nel palazzotto di don Rodrigo nel capitolo V de I promessi sposi? Mi piace ricordare queste felici coincidenze per sottolineare quanto un filo invisibile colleghi sempre tra loro i grandi artisti e le loro opere.

Naturalmente, quanto vanno facendo nella loro tenuta i nostri protagonisti, pieni di fervore "progressivo" e di speranza, si trasforma in un colossale fallimento. Mentre l'azienda di proprietà del conte M. de Faverges, visitata allo scopo di imparare, lussureggiava davanti ai loro occhi, le stesse colture non riuscivano ad attecchire nella loro terra. Eppure, i due amici non vi risparmiavano passione, tempo ed energie. Non v'era libro che essi non consultassero per apprendere tutto sull'arte della coltivazione. E dei titoli Flaubert, preparatissimo, fa sfoggio con simpatica ironia: non solo sulla agronomia, s'intende, ma anche sulla chimica, la fisica, la medicina, l'astronomia, la zoologia, la geologia, l'antropologia, l'archeologia, la storia, la letteratura (Scott e Dumas passati al setaccio, senza pietà! Per non dire poi del teatro in generale), la politica, lo spiritismo, il magnetismo, la medicina, la filosofia, il cristianesimo, la pedagogia e qualche altra branca della scienza che non rammento, al punto che si stenta a credere che l'autore abbia potuto leggerli tutti. Il lettore potrebbe divertirsi a registrare l'ampio numero di citazioni. Ma l'ottimismo dei due irriducibili non viene meno, nonostante le avversità. E così, abbandonate le colture, andate in malora anche a causa della grandine e del fuoco, non si rassegnano e decidono di trasformare la proprietà in un giardino dove gli alberi, le siepi e quant'altro si sarebbero trasformati in disegni fantastici di cui essi erano gli autori, e tali da deliziare di meraviglia i notabili del paese; e a tal punto vi riuscirono che "emozionati com'erano, si abbracciarono." Ma era anche questa una pia illusione, come dimostrarono gli invitati alla festa data proprio per l'occasione. A nessuno piacque quell'architettura balzana, che di sera aveva un aspetto così diverso e orribile da quello che gli artefici s'erano immaginato di giorno. Ci si deve arrendere, allora? Si debbono uccidere i sogni? No, ci dice Flaubert, divertendosi alla grande a dimostrare la sua tesi. Che, a dispetto degli artifizi di molti studiosi, è estremamente semplice, leggibile e godibilissima: ossia, a niente vale conoscere tutti i libri del mondo, se dentro di noi non c'è l'audacia del sogno e dell'illusione; e che bisogna stare attenti a non esagerare con le proprie curiosità, giacché tutto quanto è stato partorito dall'uomo attraverso i libri - che spesso contengono, ci fa capire l'autore, delle madornali "frottole" e contraddizioni - può provocare in noi un autentico pandemonio!: "Tutte quelle letture avevano scosso però il loro cervello." E a proposito di artifizi, si vuole perfino sostenere (Roland Barthes) che "se si guarda il libro da vicino, ci si accorge che i due personaggi non si rivolgono mai la parola", quando il risultato dell'opera risiede per la gran parte in questa simpatica e comunicativa dualità: si veda la spedizione a Etretat, oppure la declamazione di brani tratti da Fedra e Tartufo dinanzi a Mme Bordin ed altri che se ne stanno nascosti a spiarli, che sono soltanto due dei molti esempi possibili.

Si tratta, dunque, a ben vedere, da parte dei nostri due eroi, di una arrampicata ingenua ed entusiasta su di una scala i cui gradini sono i libri di una scienza tutto sommato risibile ed evanescente. Bouvard e Pécuchet è il libro che parla dei libri e della loro vacuità, insomma, e dello smarrimento che se ne prova, fino a generare addirittura scetticismo e noia, e "giorni tristi." Così che la soluzione migliore, l'esito del loro smarrimento, sarà tornare utilmente al loro vecchio mestiere, mettendosi a "copiare", dopo aver vissuto perfino un periodo di esaltato misticismo, tutte le sciocchezze e le banalità incontrate nel corso della loro incredibile esperienza. Si badi che di questa operazione del "copiare" noi non ne sappiamo un bel nulla, visto che l'opera s'interrompe prima che Flaubert vi metta mano. Egli fa trovare questa sola parola "copiare", quale ottima idea covata dai due, negli appunti lasciati per approntare il seguito della storia, interrotta, com'è noto a causa della morte dell'autore, e uscita postuma, talché le nostre conclusioni restano, di qualsiasi colore e prestigio siano, solo congetture. Ciò che risulta, perciò, intanto, è un ammonimento rivolto a tutti noi di porre un freno alla nostra creatività, spesso - se non sempre addirittura - erronea e approssimativa. E non vi è dubbio che Flaubert si è 'divertito' a scrivere Bouvard e Pécuchet (una delle sue facezie migliori è questa, che si riferisce al curato don Jeufroy: "sapeva che il corpo umano risusciterà con l'aspetto che aveva verso la trentina") ma l'intento alla fine è quello di mostrare tutta la tragicità della nostra supposta conoscenza. Si può ragionevolmente sostenere che non vi sia libro più carico di umorismo e di ironia di questo che ha come epilogo la dissacrazione sciagurata dello scibile umano, dalle cui ceneri emerge la stupidità quale risultato migliore e possibile ottenuto dall'uomo: un uomo che rasenta il nulla, se proprio non lo sia già sin dal principio, e, in sovrappiù, se occorra, si affaccia sul nulla: "il Nulla che ci attende non è più spaventoso del Nulla che abbandoniamo." Ritornando alla dualità dei protagonisti, va osservato che non è un caso che Flaubert, quando disegna qualche loro tratto, lo faccia sempre in parallelo, a suggellare la loro complementarità, la cui efficacia e armonia discendono proprio dall'essere i medesimi le due facce della stessa medaglia: ossia l'uomo, il quale è uno sì, ma ha le sue molte e confuse contraddizioni a distinguere la propria unità. In parallelo scoprono perfino l'amore e le sue delusioni!
Lo stile, sempre preciso e attento, ha la sua resa migliore quando si distende nel raccontare, oltrepassando un po' la lunga serie degli esilaranti esperimenti degli ostinati e fantasiosi protagonisti, esperimenti che finiranno per abbattersi sulle spalle di due poveri monelli in via di rieducazione: Victor e Victorine, irriducibili figli della Natura. Il fallimento anche nei loro confronti non li fermerà: "Avere fallito con i bambini, non significava forzatamente un'analoga sconfitta con gli uomini." Sono entusiasti ancora una volta, indefettibili, e decidono di tenere una conferenza per esporre un loro programma. Ma il romanzo, ecco, si interrompe qui. Dagli appunti di Flaubert, noi veniamo a sapere che il programma di Pécuchet sarà all'insegna del pessimismo, al contrario di quello di Bouvard, e ancora una volta sia l'uno che l'altro non saranno presi sul serio, anzi rischieranno l'arresto e solo Vaucorbeil, il medico di Chavignolles, riuscirà a dissuadere il Prefetto, dicendogli: "bisognerebbe portarli piuttosto in un manicomio."

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 22.02.06 18:56

Interventi

Mi è capitato di vedere su un sito che parla quasi solo di fumetti, un canone fumettistico, preso sul serio ma non in modo integralista. L'ha fatta un amante del fumetto che si chiama Paolo Interdonato, bravo, competente. E' un'iniziativa che ha permesso almeno a me di scoprire parecchie cose del passato (scoprire non vuol dire leggere perché sul mercato del fumetto non tutto è disponibile). Una bella iniziativa che sfida chi magari in malafede parlerebbe di integralismo. Non so, mi pare di leggere queste recensioni ai classici come una specie di canone di Bartolomeo, utilissimo perché i siti di letteratura parlano quasi solo di libri appena usciti.
Tiziano Scarpa sul Primo amore dice che bisogna levare l'etichetta di letteratura giovane, ma sono sicuro che vorrebbe togliere anche l'etichetta di novità a un libro. Sono ignorante e non ho mai letto Bouvard e Pécuchet, ma bisognerebbe leggerlo, come un libro nuovo, come qualcosa che ci dice qualcosa di quello che sta intorno a noi.
Oggi vado sul filosofico...

Pubblicato da: andrea barbieri - 22.02.06 22:30

Effettivamente questo romanzo, Andrea, è più citato che letto. Flaubert è straconosciuto per "Madame Bovary" e meno per questa opera restata incompiuta.

Sono convinto che ci sia un filo universale che lega tra loro tutti gli scrittori dal più bravo al meno bravo, dal più vecchio al più giovane, da quelli del passato a quelli dei nostri giorni. La tessitura di questo filo costituisce ciò che chiamiamo Letteratura. In questo senso, non ha, anche secondo me, alcun significato reale mettere etichette né agli autori né ai romanzi. Ciò che si muove dentro questo immenso corpo è un continuo rimescolamento di immagini, di suoni, di sentimenti, di sensazioni, e così via, che sono sempre gli stessi che ci accompagnano dall'inizio della storia dell'uomo, e a cui ogni scrittore dà nel suo tempo e nella sua ora la propria voce.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.02.06 23:13

Nemmeno a farlo apposta è arrivato Moresco a togliere l'etichetta di "libro nuovo"
http://www.ilprimoamore.com/testo_61.html
a mio parere lo fa benissimo.

Pubblicato da: andrea barbieri - 25.02.06 11:22

L'avevo letto, Andrea.

E' vero: ci sono critici che hanno la puzza al naso nei confronti dei nuovi scrittori, salvo aiutarne qualcuno che forse è raccomandato.

Anche a me, come a tanti altri, piacciono gli scrittori cosiddetti classici e sono particolarmente legato al romanzo della seconda metà dell'Ottocento, che avverto a me affine. Ma oggi ci son fior di scrittori (Gaetano Cappelli, Carmine Abate, Raffaele Nigro in testa, per non parlare del padre di tutti Carlo Sgorlon) che non ci fanno rimpiangere il passato. Poi ci sono quelli che cercano, con più determinazione di altri, strade nuove, tra cui Scarpa, Moresco, Nove, Nori, De Luca, (e che dire di Mozzi con il suo impegno presso Sironi), e mi fermo qui, che dovrebbero stimolare il lavoro dei critici, che, al contrario, chiudono gli occhi e si rifugiano nel comodissimo "Una volta, altri tempi! Altri scrittori!"

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.02.06 13:52

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?