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09.02.06

Giuseppe Berto: Il Brigante (1951) /2

di Bartolomeo Di Monaco

Parte prima. Parte seconda.
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Giuseppe_Berto.jpgNino sorprende, una sera, Michele e Miliella mentre si baciano. Prova gelosia, si arrabbia con Michele e gli grida di andarsene e di non mettere più piede a casa sua. Si accorge di essere ad una svolta della sua vita: “Non avevo mai pensato che lei potesse essere di un uomo, lei che tante volte mi aveva detto che saremmo stati insieme, sempre, e che aveva la bocca e gli occhi puri di una bambina. Faceva male al cuore accorgersi così all’improvviso che la nostra fanciullezza era finita, che eravamo cresciuti fino a diventare uomo e donna, e ognuno di noi aveva il diritto di scegliersi una sua strada nella vita.” Berto traccia le linee di una divisione tra esperienze personali e esperienze collettive uscite immiserite dalla guerra. Se Michele e Nino provano sentimenti individuali loro propri da non spartire con altri, questi, ora che c’è da ricostruire una società distrutta e rassegnata, devono far posto a quei sentimenti capaci di far resuscitare la speranza con un’opera di ricostruzione grazie alla quale la giustizia assicuri anche ai poveri una vita dignitosa, non più condizionata dalla mancanza di lavoro e dalla fame. Michele, se pensa al suo amore per Miliella, pensa ancora di più a questa umanità che ha bisogno di qualcuno che la scuota e la liberi dalla rassegnazione.

Va in giro a predicare la giustizia e ad accusare i latifondisti di affamare il popolo. A poco a poco riesce a fare un varco nelle coscienze: “Accadde che due o tre volte i poveri si riunirono e si lasciarono guidare fin nella piazza di Santo Stefano, dove sorgeva il palazzo del comune. E là si misero a gridare che avevano fame e volevano lavoro. E tutte le volte qualcuno si affacciò e disse loro parole qualsiasi, che bisognava avere pazienza, che la guerra era appena finita, che tra non molto le cose si sarebbero messe a posto da sole.” Berto riprende, dunque, con una scelta di continuità, i motivi che prima della guerra avevano ispirato scrittori come Riccardo Bacchelli (Il mulino del Po, 1938-40) e Ignazio Silone (Fontamara, 1933). Quando la gente si accorge che gridare non serve a nulla, perché i signori sanno solo promettere a parole, ecco che si fa avanti l’idea di agire: “si cominciò a parlare dell’occupazione delle terre incolte.” Viene in mente, a questo proposito e in tutta questa vicenda, il film di Bernardo Bertolucci, Novecento, del 1976. Berto fa della rivolta dei contadini per il possesso della terra, storicamente avvenuto tra gli ultimi mesi del 1949 e i primi del 1950, il punto centrale del suo romanzo; ci dice che essa si è propagata in tutta Italia e che “Per la prima volta gli uomini sentivano pesare come una vergogna l’inerzia delle braccia senza lavoro.” Dimentichiamo, così, l’amore di Michele per Miliella, o quell’interrogativo che ci eravamo posti sulle sorti della ricca e algida Giulia Ricadi, poiché Berto, attraversate le esperienze dei singoli, ci mette a confronto con una esperienza ancora più grande che sta maturando nella società uscita massacrata dalla guerra. La coralità che sorge nel popolo minuto dalla constatazione della propria miseria e dalla impossibilità di credere alle promesse dei ricchi, prende vigore lentamente e Berto evidenzia questa sotterranea maturazione, che è osservata con scetticismo ed anche con diffidenza da quei coloni che possono sfamarsi, pure se a malapena, con il proprio lavoro. Berto ci dà la misura della eroicità dello scontro e della consapevolezza presente nei rivoltosi: “Era un passo definitivo, quello che stavano per fare. Sapevano che poi, se mai avessero voluto tornare indietro, non avrebbero più trovato posto. C’erano già tanti altri che aspettavano per prendere il posto vuoto. E i padroni di quei tuguri erano pur sempre i signori, non li avrebbero accettati indietro.” Scrive ancora l’autore, a sottolineare la forza e la drammaticità di quegli avvenimenti: “Non erano tutti. Molti mancavano, anche di quelli che avevano più animatamente discusso e preso decisioni nelle riunioni dei giorni prima.”

Si noti che non appare nessun protagonista in questo momento, non si fanno nomi, nemmeno quello di Michele Rende, giacché è il movimento corale, collettivo, quello che ha significato. La presa di coscienza, ossia, di una ingiustizia che deve essere sradicata, sebbene ancora molti non abbiano il coraggio di agire: “Gli altri comunque li aspettarono, per molto tempo ancora. [...] Era inutile aspettare dell’altro tempo. I poveri si contarono. Erano più di cinquanta famiglie, forse trecento persone. Raccolsero da terra i loro carichi e cominciarono ad andare, senza grida né canti. Vi era tutto il resto del paese a guardarli, gente ammassata in gruppi all’ombra degli alberi lungo la strada. Avevano aspettato delle ore per vedere i poveri ribellarsi. Li guardarono passare in silenzio, e non si riusciva a indovinare cosa ci fosse in loro, se ansietà o paura o meraviglia.” Le pagine della rivolta, così come si forma e così come è seguita dai più restii, sono, anch’esse, tra le più belle ed emozionanti del romanzo, e resta difficile capire come la critica più accreditata del tempo non abbia saputo coglierne la grandezza. Sono questi, sembra sottolineare l’autore, i piccoli fatti che, non creduti capaci di sortire alcun effetto, in realtà modificano la Storia: “essi furono soli sulla strada che lentamente saliva verso le terre di Cellia.” Giunti che furono, trovano schierati i carabinieri che li invitano a tornare indietro. Essi sfondano la linea ed entrano nelle terre, quando, all’improvviso, si odono provenire degli spari dalla boscaglia: sono “le guardie armate di fucile.” I contadini “Si disposero su di un fronte largo, che occupava tutta la radura. [...] Erano più di cinquanta uomini, e contro di loro le guardie armate erano almeno venti. Sapevano che forse adesso sarebbe stato necessario morire.” Ha inizio la tragedia. Le guardie sparano e un contadino è colpito a morte. Allora sono le donne a difendere gli uomini e a pararsi davanti ai fucili delle guardie, che sono costrette a retrocedere: “Nessuno li avrebbe più cacciati dalla Cellia, né le guardie che si erano ritirate nel bosco, né i carabinieri che erano restati a guardare dalla strada.” Sappiamo solo ora, quando le famiglie si sono accampate sulle nuove terre, che in mezzo a loro c’è Michele Rende. Lo sappiamo giacché quella stessa notte giungono i carabinieri e lo arrestano: “Aveva i polsi chiusi nelle manette, e gli altri erano cinque contro di lui. Non protestò né fece resistenza. Non chiamò in aiuto i compagni addormentati. Se avesse chiamato aiuto sarebbero successi disordini, e forse era appunto questo che i carabinieri andavano cercando. Si lasciò portar via senza parlare.”

Invece gli uomini se ne accorgono e si precipitano incontro ai carabinieri per liberarlo, ma vengono a sapere la verità: che non ha affatto avuto la grazia, ma è evaso dalla prigione e su di lui pende un ordine di arresto. Che fare? È stato Michele Rende a dar loro il coraggio di occupare le terre, possono mai abbandonarlo? Infine, decidono di non intervenire, e i carabinieri restano a sorvegliargli, e così Michele Rende, condotto in caserma dall’appuntato Fimiani e da un carabiniere, riesce di nuovo, sguarnita com’è la prigione, a fuggire “quella notte stessa.” Si pensa che qualcuno lo abbia aiutato. Si incolpa l’appuntato Fimiani di negligenza e lo si sospenderà dal Corpo. I carabinieri mandano a chiamare Miliella. Vogliono sapere “se io sono l’amante di Michele Rende.” La storia riattraversa ora la vita dei singoli. Partita da essi, confluita nella coralità delle lotte sociali, torna a dare voce agli individui, e coloro che già incontrammo prendono di nuovo il loro posto sulla scena. Ritornano ad essere i protagonisti: “senza di lui i poveri che avevano occupato le terre furono dispersi in poco tempo.”; “La terra rimase scalfita qua e là dalla zappa, ma erano segni che non sarebbero durati a lungo. Di quella ribellione era bene che fosse annullato perfino il ricordo. I signori avevano ancora una volta vinto.”

Comincia la caccia all’uomo e i carabinieri stanno sempre intorno al podere di Lauzara e alla casa di Nino, sperando che vi capiti Michele. Nino ha vergogna delle maldicenze che si diffondono in paese sul conto della sorella: “Non potemmo più liberarci dal sospetto che ci pesava intorno.”; “Mio padre forse aveva saputo di Miliella e di ciò che le avevano chiesto, e non parlava più.”
Non si sa più nulla di Michele, finché non cominciano a prendere fuoco case, magazzini, fienili che appartengono ai signori. Si pensa subito a lui e si comincia “a chiamarlo il brigante.” Nino desidera di vederlo arrivare una notte a casa sua. Lascia sempre la finestra aperta: “Oh, ne passavano di stelle davanti alla mia finestra, prima che potessi addormentarmi! E dopo venivano i sogni. Lo sognavo come uno degli antichi briganti dei racconti intorno al focolare, col lungo mantello di velluto e il fucile damaschinato e il pugnale dall’elsa d’argento.” Michele, che già aveva impressionato il ragazzo la prima volta che si erano incontrati alla fontana, è diventato, dopo l’occupazione delle terre, una figura avvolta nel mito, e per Nino non ha più importanza se egli abbia davvero ucciso Natale Aprici la notte di Pasqua di anni prima, e nemmeno se sia evaso dal carcere. Egli è ora entrato in quel suggestivo universo delle leggende, in cui gli eroi non hanno colpe: “era un brigante buono, uno di quelli che si erano dati alla montagna per farsi vendicatori del popolo oppresso”. Ma una notte sente un rumore, si alza e scopre che nella sua camera Miliella non c’è. Tornano la gelosia e la rabbia, si fa dare una pistola da un compagno e vuole ucciderli entrambi e poi uccidersi. Invece non ha il coraggio e ogni notte sente, ad ore diverse, gli stessi rumori: “Miliella diventava ogni giorno più pallida e magra, gli occhi sembravano enormi sul suo viso, con le palpebre arrossate per tutte le lacrime che piangeva di nascosto.” La capacità di raccontare di Berto è superlativa e si avvale di un linguaggio semplice con il quale riesce ad irretire il lettore. Ci si domanda, non solo come vada a finire la vicenda umana di Michele, ma che cosa possa succedere a Miliella, posseduta da un amore segreto che avrebbe provocato, se scoperto, l’ira e l’umiliazione dei genitori. E di Giulia Ricadi, che con la sua falsa testimonianza aveva dato il via ai guai di Michele, possibile che non se ne sappia più niente? Si rivelano, per questo tramite, non solo l’abilità dell’autore, ma anche la sua naturale inclinazione al racconto. Il romanzo ha tuffato i protagonisti nella grande Storia, ne ha per un attimo cancellato le identità, ed ora torna a segnare la loro vita con i drammi che appartengono a tutti noi, giacché sono i drammi di ogni esistenza: Michele Rende “era diventato un incubo per l’intero paese”. Lo è diventato in particolare per i genitori di Miliella che sono venuti a sapere e non le parlano più: “fuori, tra le gente, non c’era posto per noi.”

In questo dramma sta crescendo la figura di Miliella, che si è posta al centro del racconto, mentre Michele e le sue gesta restano sullo sfondo. Berto vuole mostrarci con Miliella anche la tenacia e il dolore di un amore intenso e sfortunato. È il momento in cui Nino la comprende: “la stringevo e l’accarezzavo, e capivo che tutto – la solitudine e la vergogna e il rancore – tutto non era stato che amore per lei, perché lei era la mia sorella che io amavo.” Nel protagonista l’amore prende il posto dell’odio; se fa soffrire, resta tuttavia, ancora, l’unico tramite per accettare la vita. Lo sa bene anche Miliella che dice a Nino che lei deve andare da Michele, e non tornerà più a casa. Si è messa il vestito più bello, e gli racconta di quella notte nella stalla: “Non abbiamo parlato d’amore, quella notte, ma ci siamo conosciuti, e lui disse che se non fosse morto in guerra sarebbe tornato. Ed è tornato proprio per me, capisci?” Dice anche che Michele le ha rivelato che quando è andato in guerra ha confessato ai superiori di essere evaso dal carcere, dove era stato rinchiuso ingiustamente, e “il suo comandante gli aveva assicurato che non importava, che combattevano appunto perché le cose cambiassero e ci fosse giustizia per tutti.”, e ancora: “lui non immaginava che si sarebbe trovato così.” Berto costruisce anche in questo addio tra Miliella e Nino pagine bellissime, con una scrittura attenta, controllata: “Poi io mi fermai, ed essa continuò ad andare avanti sulla strada dell’altopiano, verso Michele Rende, col suo vestito bello e le scarpe della domenica. E il mio cuore andava con lei, non importava dove. Poi mi sedetti sul margine della strada ad aspettare la sera.”
Si notino la bellezza, la dolcezza e la sobrietà di questo periodo: “Così Miliella se ne andò dalla nostra casa. Pareva tanto poco importante, negli ultimi tempi era diventata come una cosa, e dopo che se ne fu andata ci venne freddo nel cuore, per sempre.” La sua partenza è un duro colpo per il padre, che non vuole più sentirla nominare in casa sua; considera Miliella la vergogna della sua famiglia: “per lui era come se fosse morta.” Si chiude in se stesso, si sfoga con il lavoro nei campi. La madre si siede “sulla panca fuori dalla porta di cucina e stava lì a guardare il sentiero sotto gli ulivi, fissa e senza luce negli occhi, come una statua cieca.”, “si metteva sulla panca a guardare così, per non far morire del tutto la speranza che tornasse.” Il suo pensiero fisso, quando parla con Nino, è: “Lei è lassù, Nino. Deve vivere rintanata nel bosco come i lupi.”

Comincia una vita difficile per Nino, fatto oggetto di scherni dai compagni e anche di violenze. Perfino un carabiniere gli dà uno schiaffo per vendicare il ferimento di un commilitone da parte di Michele Rende: “Era che avevo tutto il male del mondo contro di me, la perfidia e l’odio e l’ingiustizia, ed io mi trovavo solo a sopportare tutto quel male, e desolato. E non c’era modo di combattere il male, nessuna via, all’infuori della rivolta. Sarei diventato anch’io un ribelle. Sarei andato sulla montagna a fare il brigante insieme a Michele Rende.” Dunque, è un romanzo di dolore, questo. Il dolore ha colpito prima Michele, poi Miliella ed ora Nino. Berto ha spostato ogni volta l’attenzione su questo o quello dei personaggi maggiori, ma al centro è rimasto il dolore, e con il dolore, il desiderio di rivolta. Sono personaggi mossi tutti da un ideale, sia esso l’amore, o la giustizia, o la solidarietà, e si trovano a farne le spese per colpa di una società organizzata sulle differenze sociali e sulla ingiustizia: “C’era sempre posto sulla montagna, per i forti che non tolleravano né oppressioni né angherie.” Nino sceglie di coltivare il campo che era stato affittato da suo padre a Michele, e a poco a poco si sente ritornare il ragazzo che era prima, voglioso di serenità e di pace. Ha sedici anni. Ne sono passati tre dal giorno in cui arrivò in paese Michele.
Una notte bussano alla finestra. È un uomo che lui non conosce, ha portato con sé Miliella. Berto di nuovo fa di questo incontro con Nino e poi con la madre, e poi con il padre, un altro superbo esempio di come la scrittura possa rendere i sentimenti senza fragore, senza ridondanze, ma con il candore e la tenerezza che meritano. Ci sono molte pagine in questo romanzo che rappresentano ottimi esempi di come la scrittura possa mettersi al servizio di un’arte che, oltrepassate le contingenze, fissi per sempre la perfezione di un linguaggio che si è fatto quintessenza del sentimento, e che va ben oltre i personaggi che ne sono in quel momento espressione. Mentre Nino e Miliella stanno parlando, sentono che qualcuno si è fermato sulla porta delle scale. È la madre: “Vide Miliella e si fermò, immobile e come smarrita. Non c’era niente sul suo viso. Forse la sofferenza lo aveva talmente segnato che ora non poteva più prendere altra espressione. Ma Miliella aveva paura, stringeva la mia mano sempre più forte, e non voleva muoversi. Fui io che la spinsi in avanti. Allora essa camminò verso la madre, lenta e incerta, fino a quando non le arrivò vicina. La madre non si era staccata dalla porta. La rigidezza del suo viso si disfece a poco a poco. Dapprima piegò la bocca con dolore, e poi fu tutta una smorfia, e poi finalmente poté piangere.” Non sarà così con il padre, rimasto irremovibile, anche se Miliella è venuta a dire che si sposerà con Michele. Solo Nino e la madre vanno, quella stessa notte, ad assistere alla cerimonia, che si svolge in una vecchia chiesa. Dopo la cerimonia, Nino chiama in disparte Michele e gli chiede di prenderlo con sé, sa che è una vita dura, ma sente di potercela fare. “Un giorno verrai a trovarci. Ti manderò a prendere io.”, gli risponde Michele.

Quando quel giorno arriva, Berto ci descrive il percorso che Nino fa sulla montagna, accompagnato da un amico di Michele, Giacomo De Luca, e noi riusciamo a godere la bellezza della montagna, attraversata di notte, in mezzo a boschi e a radure: “Il sentiero seguiva la valle del Roniche, passando continuamente da una sponda all’altra del torrente. Non c’era acqua, come avevo immaginato. Tutto il fianco della montagna era intaccato da quei piccoli corsi d’acqua, appena dei ruscelli, che si erano scavata la loro valle nel corso dei secoli.”; “Quando finalmente arrivammo sopra il ciglione, ci fermammo di nuovo per riposare. Là il vento aveva odore di muschio e di pino, ma ancora non si sentiva il vasto rumore della pineta. Guardando indietro si vedeva tutta la grande valle, con sulla costa della montagna i piccoli gruppi di lampadine tremolanti che segnavano i paesi, anche i più lontani perché la notte era serena, e si vedevano San Pietro e Celico e Spezzano, e poi Pedace e Pietrafitta, e infine il nostro, ben distinto nelle sue cinque frazioni.”
Allorché Michele, Miliella e Nino si incontrano nella casa di Immacolata, la fidanzata di De Luca, Michele porta il ragazzo fuori, all’aperto, e gli confida qualcosa del suo carattere, e cioè che egli, condannato ingiustamente, non è stato capace di sopportare l’ingiustizia: “Io sono figlio di questa terra, c’è in me un istinto primitivo di violenza che non posso controllare, e allora agisco come avrebbe agito uno della nostra gente cento o mille anni fa. Mi sembra che non sia mia la colpa. Io volevo essere un uomo come tutti gli altri e loro non mi hanno lasciato. Mi hanno cacciato qui sulla montagna e ancora mi perseguitano, e non avranno pace fino a quando non mi avranno preso.” Perciò vuole andarsene lontano con Miliella, ora che aspetta un figlio: “Mio figlio deve nascere come tutti gli altri bambini.”
Riconosce di aver fallito i suoi ideali e di aver illuso tutti, anche Nino: “La guerra è finita da un pezzo, e i poveri son più poveri di prima e i signori più potenti, e pare che le cose vadano sempre peggio.”, “Sono stato io a farli muovere, e non erano ancora maturi.” Tuttavia, non si considera uno sconfitto: “Ma intanto si sono mossi. Hanno imparato che quando vogliono una cosa la possono prendere, se sono uniti.”, “forse ci sarà da combattere per la giustizia anche nel posto dove mi capiterà di andare.” Anche le speranze non sono perdute: “Quando da loro verrà fuori qualcuno capace di guidarli, si muoveranno ancora. E forse saranno ancora sconfitti, ma non importa. L’umanità non finisce con noi o con la nostra generazione. I loro figli avranno una strada più facile.”
Dobbiamo ricordarci che queste cose vengono dette ad un ragazzo, il quale ha vissuto da vicino gli avvenimenti e conosce tanto l’entusiasmo degli ideali quanto la sofferenza della delusione. Sembra che Berto ci abbia ormai detto tutto sulla figura di Michele; la sua attenzione è rivolta a Nino. Che cosa accadrà di lui dopo una tale esperienza?, sembra volerci domandare. Come si vede, attraverso la pura narrazione di una storia, l’autore riesce a trasmetterci, senza alcuna sua interferenza, una quantità di suggestioni e di motivi tale da farne un romanzo in cui la piacevolezza della scrittura si accompagna ad una rigogliosa abbondanza di significati. Non è facile.

Improvvisamente accade un fatto gravissimo, del tutto inatteso, causato dalla fatalità. Riguarda Miliella, e riguarda subito dopo Giulia Ricadi e tutta la sua famiglia, e poi la famiglia di Immacolata. Che cosa succede a Michele Rende?, si domanda la gente. Si mormora anche che sia impazzito e vada urlando per i boschi della montagna. I carabinieri, che hanno chiamato rinforzi, lo stanno accerchiando e da un momento all’altro sono sicuri che l’ammazzeranno come un cane.
Il lettore leggerà da sé gli ultimi avvenimenti di questa immane tragedia, con la quale il destino si accanisce cinicamente contro un uomo che era stato pieno di speranze e di ideali, per castigarlo per sempre: “Ho fatto del male a tutti, benché non lo volessi.” Qui preme sottolineare, invece, a conclusione, che si tratta di un romanzo molto bello, che merita di essere riscoperto, anche per il doveroso omaggio che si deve ad un autore che recupera e rinnova nel suo modo di raccontare la poesia degli antichi cantastorie.

(fine)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 09.02.06 06:45

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