« Intervista a Helen Barolini | Main | "La città difficile. Venti racconti da e per Napoli" »
08.02.06
Giuseppe Berto: Il Brigante (1951) /1
Parte prima. Parte seconda.
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Questo romanzo, avversato dalla critica (tra i più aspri Emilio Cecchi e Alberto Moravia), esce nel 1951 e viene dopo Il cielo è rosso del 1943 e prima di due romanzi che insieme con quello hanno dato notorietà all’autore: Il male oscuro, del 1964, vincitore dei premi Viareggio e Campiello, e La cosa buffa, del 1966. Nel 1971, rielaborandolo da un lavoro di sceneggiatura per il film omonimo diretto nel 1970 da Enrico Maria Salerno, uscirà un altro suo successo Anonimo veneziano. Anche Il brigante fu tradotto in film, con il titolo omonimo, da Renato Castellani, nel 1961.
Siamo intorno a Cosenza, in un paesino situato sul pendio della montagna; di lassù si domina la valle, si osservano le stagioni mutare colori e paesaggi. Il protagonista, Nino Savaglio, ricorda un periodo lontano, quand’era ancora un ragazzo. C’è una fontana intorno alla quale il paese si raduna per scambiarsi chiacchiere e novità: “Era bello andare alla fontana sulla strada. Era una fontana con una grande vasca per abbeverare i quadrupedi e altre vasche più piccole che servivano da pubblico lavatoio. Tutte le donne di Santo Stefano e di Guarna, che erano le frazioni più vicine, scendevano lì ad attingere acqua o a lavare i panni, ed era lì soprattutto che si potevano conoscere le novità del paese." Questa descrizione, insieme con il bell’inizio, ci dà già il tono della scrittura di questo autore, matura, solida, ricca di quel gusto del narrare che distingue gli scrittori di razza. Quel giorno dalla “automotrice", che fa la spola in su e giù per quei paesi di montagna, scende la solita gente: “Apparvero poco dopo dalla svolta della strada. Era, come ogni giorno, gente che tornava dal mercato. Uomini col cappello nero e il vestito della festa, e donne che tenevano in mano le scarpe con cui avevano camminato in città. La roba comprata la portavano in bilico sulla testa, dentro ceste o fagotti. [...] Miliella si preparò la corona di stoffa sui capelli per caricarsi l’orcio. Poi improvvisamente ristette, ed io seguendo il senso del suo sguardo lo vidi che era già apparso dalla svolta." Nino e la sorella Miliella (diminutivo di Emilia), quattordicenne, che si trovano anch’essi alla fontana, vedono arrivare, ossia, un uomo sconosciuto: “Veniva avanti un po’ curvo sotto lo zaino, solo in mezzo alla grande strada, col sole che gli batteva sulle spalle. Aveva la divisa del soldato coloniale, coi pantaloni chiusi alla caviglia e le scarpe gialle a gambaletto." Nel 2005, Vincenzo Pardini, con il romanzo Lettera a Dio, ambientato negli “Anni di piombo", ci ricorderà un po’ questo inizio.
Qui, siamo, invece, negli anni della Seconda guerra mondiale: “Ma non era uno di quei soldati di cui noi si potesse essere in attesa. Nessuno lo aveva mai visto prima di quel giorno. Tuttavia stavamo a guardarlo incuriositi e in silenzio, anche le donne che si trovavano a lavare.", “Quel giorno egli non era che un soldato che veniva dalla guerra." Ma c’era in lui “qualcosa di straordinario." L’atmosfera di stupore, di curiosità ed anche di paura è resa con una qualità alta del ritmo e della scrittura.
Anche lo sconosciuto, come accadrà nel romanzo di Pardini, rivolge una domanda, che riguarda una frazione del posto: “Dov’è Grupa?", e poi una famiglia: “Tu sai dov’è la casa della vedova Accursi?" Pure lui ha con sé un cane, Said: “Infine si voltò e prima di partire fece un richiamo al cane.", e anche in lui le donne credono di intravedere il volto di una persona conosciuta: “Scommetto che quello è il figlio di Francesco Rende". È lui, infatti, Michele Rende, che ritorna in licenza dalla guerra d’Africa e si reca da sua zia (sorella del padre defunto), rimasta vedova, e da sua sorella Lucia. È scontroso, non saluta nessuno, non alza gli occhi da terra. La gente che si era radunata intorno alla casa per accoglierlo, ci resta male, si sente offesa. Non alza gli occhi nemmeno sulla sorella Lucia che lo attende sulla soglia di casa. Sulla vedova Accursi e sulla ragazza, minorenne, tutti sanno che sono rimasti praticamente in miseria e ci si domanda dove trovino i soldi per tirare avanti. Tra il ragazzo e l’uomo nasce presto un’amicizia. L’uomo è ancora spavaldo, tuttavia, e approfitta del ragazzo per chiedergli di portare un messaggio ad una donna, Giulia Ricadi: “Dirai solo che Michele Rende è tornato e che stasera alle undici farà il richiamo del gufo, ripetuto tre volte." Viene in mente Messaggero d’amore, il bel film di Joseph Losey, del 1971 (tratto dal romanzo del 1953 dell’inglese Leslie Poles Hartley L’età incerta), in cui è la donna, l’attrice Julie Christie, a servirsi di un ragazzo per comunicare con il suo amante. Berto descrive la montagna come un universo mitico, in cui si può essere felici. Il ragazzo sale lungo i sentieri verso la località di Acquamelo, dove vive Giulia, beandosi della bellezza di quei luoghi: “Più su la salita si faceva meno ripida, e faggi e querce cominciavano a mescolarsi ai castagni, ma il bosco era molto diradato, con ampie radure dove crescevano i cespugli dell’erica e del rosmarino. A tratti la grande montagna appariva in tutta la sua vastità."
Il ragazzo si è fatta già un’idea di Michele e lo crede una persona destinata a fare grandi cose: “Era come se già sapessi che soltanto da uomini come lui potevano venire le grandi cose del mondo." Egli immagina che in quelle sperdute zone di montagna, dove la terra è arida e si vive soprattutto di pastorizia, allevando capre, sia capitato un uomo singolare, destinato ad illuminarle. La fantasia del ragazzo si esalta, dunque, e dentro di sé ha già trasformato la realtà nel sogno e nel mito: “Perché non c’era dubbio che egli fosse l’uomo più perfettamente corrispondente ai miei ideali che io avessi mai incontrato, quello simile al quale io avrei voluto essere."
La scrittura di Berto si aureola, anche quando si limita a narrare gli avvenimenti della storia o i paesaggi del suo ambiente, di un arricchimento interiore che promana direttamente dall’io narrante, il quale proprio da quelli ha maturato i suoi sentimenti e la sua crescita: “E fuori non c’è niente. L’aria è fresca e limpida nell’ora che precede il sorgere del sole, e le cime degli ulivi nel podere sono immobili e sembrano rivestite di luce. Più lontano la grande montagna si sta liberando dai vapori della notte." Descrizione che non si limita, come si vede, al solo sguardo, ma vi partecipano la parte più segreta e il cuore e la mente del ragazzo. Un altro esempio, ancora più esplicito: “Come possono le cose darci la pace se il nostro animo è incapace di riceverla? E se sono belle per se stesse, e se noi abbiamo affidato loro una memoria, non fanno altro che farci sentire più acuta la mancanza di ciò che ci manca, e ci si accorge di essere sperduti. Allora uno può girare come disperato pei campi ad aspettare che arrivi la sera, e poi tornare alla tavola di ogni giorno, e intorno c’è il padre e la madre e una sorella, e sempre si sente sperduto."
La sera di Pasqua Michele Rende, alquanto ubriaco, litiga all’osteria con un uomo ricco, temuto e rispettato del paese, e il mattino dopo i carabinieri si recano a casa sua, a Grupa, per arrestarlo. La gente segue i carabinieri fino alla frazione di Guarda, dove si trova la caserma, sentono il maresciallo Boffa fargli la ramanzina, parlare adirato con lui ma, contrariamente a quanto tutti pensavano, Michele esce subito dopo libero. La folla si apre al suo passaggio e il piccolo Nino, tredicenne, osserva: “Lo odiavano e lo disprezzavano, ma gli fecero largo perché passasse." E aggiunge: “Ed io ebbi il coraggio di mettermi al suo fianco. Le gambe mi tremavano, tuttavia mi misi accanto a lui senza pensiero di ciò che i miei amici e tutto il paese avrebbe potuto dire." Il ragazzo maturerà per Michele un “desiderio di dedizione che poi durò sempre, fino alla fine. Perché vi era bontà e semplice commozione in fondo ai suoi occhi, soltanto questo, non durezza né disprezzo." Questa che segue è la frase che dà senso al romanzo, pensata dal ragazzo allorché sente in paese che tutti parlano male di Michele e gli pronosticano un cattivo avvenire: “prima di condannare un uomo bisogna conoscerlo, e nessuno di loro aveva tentato di far questo".
Quando Natale Aprici, il ricco e despota signore del paese con cui aveva litigato la sera di Pasqua, viene assassinato, è di lui che si sospetta e lo si mette in carcere, tra gli insulti della folla che lo giudica colpevole. Morto colui di cui avevano soggezione, le lingue cominciano a sciogliersi e Nino apprende, così, che la sorella quattordicenne di Michele era stata l’amante di Natale Aprici, che la mandava a chiamare di notte due volte per settimana, e quando il padre di Michele, Francesco Rende, era morto, “Natale Aprici si era preoccupato di mandare soldi e regali alle due donne." Nino si spiega, ora, perché Michele, nell’arrivare in paese, non abbia degnato di un solo sguardo la sorella. Qualcuno doveva aver fatto la spia. Dunque: “Era nel suo diritto uccidere." Pensano tutti così, in paese. Invece Michele si proclama innocente e sostiene che la notte del delitto si trovava con la sua fidanzata Giulia Ricadi, la quale, interrogata, smentisce, precisando che non era più fidanzata con Michele da quando era partito soldato. Il maresciallo Boffa dice di lui: “Michele Rende è un delinquente nato." Facile, quindi, pervenire alla condanna: tredici anni di carcere.
Berto ha fatto di tutto per lasciarci nel dubbio circa la colpevolezza di Michele Rende. Ha creato intorno a lui coincidenze, ipotesi e sospetti tali da indurci a concordare con la sentenza del giudice, ma nello stesso tempo ci ha fatto sapere che Nino non crede che egli abbia potuto commettere il delitto ed è convinto che Giulia Ricadi sia una mentitrice.
Mentre Michele è in carcere, la guerra passa dal paese, inaspettata perché “Noi eravamo così fuori del mondo, che non avremmo mai immaginato che la guerra sarebbe passata sotto i nostri occhi." Sono i tedeschi che si ritirano verso il Nord, “colonne interminabili di cannoni e macchine e autocarri carichi di soldati bianchi di polvere o sporchi di fango, che passavano indifferenti per il nostro paese e non sembravano nemmeno uomini vivi." Poi è il momento del passaggio dei nostri soldati che, dopo l’8 settembre 1943, fuggono per tornare alle loro case: “il nostro esercito si era sbandato nelle prime giornate di settembre e i soldati potevano comportarsi come volevano, così che avevano abbandonato le armi e ciascuno non pensava che a tornare alla sua casa. Molti passando venivano a bussare alle nostre porte in cerca di cibo, e qualcuno chiedeva anche un vestito borghese, perché aveva paura di essere fatto prigioniero dai tedeschi o dagli altri eserciti che stavano per arrivare." Bastano queste poche descrizioni a Berto per dare l’immagine di quei tragici momenti. La guerra stordisce, umilia, imbarbarisce: “c’erano di quelli che pretendevano più del giusto, che approfittavano del disordine per rubare o minacciare le donne, e noi dovevamo difenderci da soli perché ormai non c’era più alcun controllo da parte dei carabinieri." Quando anche gli Alleati passano dal paese “non ci fecero male. Forse compresero che eravamo perduti in una civiltà troppo antica perché la guerra potesse avere un qualsiasi significato per noi." Ma la guerra, se condanna tutti, ancora di più condanna i poveri: “I nostri poveri non hanno mai avuto altra forza che quella della rassegnazione." Accade in una di quelle sere che Michele Rende bussa alla casa di Nino. È fuggito dal carcere, approfittando della “confusione dei bombardamenti e della guerra"; “Portava in mano uno di quei corti fucili mitragliatori che noi chiamavamo mitra."
La presenza altera di Michele in quella casa e l’atmosfera di confronto tra lui e il padre, da cui pretende il fucile da caccia, dànno vita ad alcune tra le pagine più belle del romanzo. Nino assiste, insieme con la sorella, nascosti, alle poche parole scambiate tra i due, alla presenza della madre. Probabilmente – immagina il ragazzo – Michele vuole il fucile da caccia per uccidere Giulia, che davanti al giudice ha giurato il falso, ma Miliella intuisce qualcosa di più: “Io penso che lui dev’essere così perché è solo. Se qualcuno gli fosse vicino, non avrebbe più voglia di fare del male." Nino decide di andare a trovarlo nella stalla, dove Michele passerà la notte; vuole capire perché ha trattato lui e la sua famiglia con quell’alterigia e quella prepotenza che non meritavano, proprio perché Nino era sempre stato dalla sua parte, e, incontratolo, arriva a conclusioni simili a quelle della sorella: “Aveva paura, ecco quello che aveva. Paura di accettare il bene che andavo ad offrirgli, e paura che qualcuno gli leggesse nell’animo la sua sofferenza e ne provasse compassione."
Al mattino, nessuno vede Michele lasciare la stalla e sparire “sotto gli ulivi.", però qualcosa è successo in lui, giacché il fucile da caccia è rimasto lì: “Se n’era andato senza fucile." Non gli ci vuole molto a scoprire che Miliella di notte è andata da lui a convincerlo di rinunciare alla vendetta. “Non ho commesso male. È stato solo per aiutarlo.", dichiara a Nino.
Trascorre del tempo, Nino lo ha quasi dimenticato, allorché, mentre si trova a pascolare le capre, insieme con il cane Said, ecco che compare davanti a lui Michele, uguale a prima nel fisico, ma “nel modo di fare era cambiato, senza più durezza, e sorrideva sempre, soltanto che non si capiva se ciò fosse sincerità o sforzo per vincere la mia diffidenza." Infatti, Nino, divenuto più grandicello, non ha più, nei confronti di Michele, lo stesso atteggiamento di accondiscendenza: il rapporto tra i due è mutato. Lo ha mutato Nino, soprattutto: “Questa volta non ero disposto a fare per lui cose che non avessi voglia di fare."
Berto sa tessere assai bene la sua trama. Mentre Nino torna a casa con il suo gregge e Michele lo accompagna, c’è una domanda di lui che colpisce il ragazzo e riguarda Giulia: “E com’è, Giulia Ricadi". Nino risponde: “Non è più tanto bella. Sembra diventata vecchia." “Non si è mica sposata, vero?" Berto lascia volutamente irrisolti alcuni interrogativi del lettore: il primo riguarda il tipo di rapporto che si è stabilito fra Michele e Miliella; il secondo se egli ami ancora Giulia Ricadi; e il terzo se intenda vendicarsi di lei.
Tutto il paese viene a sapere che Michele Rende è tornato “e che gli avevano fatto la grazia perché aveva combattuto valorosamente contro i tedeschi." Siamo di nuovo vicino a Pasqua, come la prima volta che Michele comparve in paese. Ora va a casa di Nino per chiedere al padre di cedergli un suo pezzo di terra difficile da coltivare, e si accordano sulla parola per una specie di affitto. Pare di leggere Giuseppe Dessì quando racconta di Michele Boschino nel romanzo omonimo, uscito nel 1942. Nino è comandato dal padre di aiutare Michele nel ripulire il terreno e prepararlo per la semina di primavera, così in quei giorni ha modo di rendersi conto che Michele è veramente cambiato. Vuol diventare “un uomo giusto", non solo, ma c’è anche un’altra ragione che non confida ancora: “te la dirò più tardi, quando saremo riusciti." Nino intuisce che, rispetto a suo padre, nel lavorare la terra “Michele Rende aveva qualcosa in più, una fede che andava oltre il raccolto e il guadagno che ne sarebbe venuto."
Non è difficile rinvenire in questa figura un po’ torva, chiusa in se stessa, ed ora accanita nel perseguire un mutamento, il segno di una forza e di una speranza scaturite da una guerra che era stata capace solo di seminare distruzione e morte: “Non parlava mai del carcere né della guerra in Africa. La guerra per lui era quella che aveva fatta alla fine, sulle montagne, dopo che aveva capito lo scopo di combattere. Perché non era giusto combattere senza uno scopo, o semplicemente perché vincesse l’uno o l’altro degli eserciti che facevano la guerra. La guerra in se stessa era un male, per il solo fatto che gli uomini si ammazzavano fra di loro. Ma se vi era uno scopo giusto, allora era giusto anche combattere e ammazzare. E lui e i suoi compagni avevano combattuto per la giustizia che sarebbe venuta dopo, quando ognuno si sarebbe preso il suo pezzo di terra e ogni uomo avrebbe avuto un giusto lavoro e un giusto compenso." È questo il viaggio, quello interiore, che egli ha percorso, dunque, dal giorno della sua fuga dalla stalla, al suo ritorno per chiedere al padre di Nino un pezzo di terra. Non vi è dubbio che Berto parla anche di sé attraverso Michele Rende e vi ricerchi e imprima, con quell’insistenza sui temi della giustizia e della speranza, il sigillo di una sua fede ritrovata. Ricordate il film di Howard Hawks del 1941: Il sergente York? Gary Cooper vi interpreta la parte di Alvin C. York, uno scontroso contadino che si converte alla giustizia e al bene. I registri che Berto utilizza in questa parte del romanzo lo ricordano molto da vicino. Nino ora ha di nuovo fiducia in Michele: “Mi sentivo come allora pronto a fare qualsiasi cosa lui mi avesse richiesto, soltanto che ora ero certo che non mi avrebbe chiesto se non delle cose giuste."; “Diceva che per questo lui aveva voluto che il nostro podere di Lauzara non restasse incolto, per mostrare che su ogni pezzo della nostra terra potevano crescere le messi quando l’uomo gliele domandava con buona volontà."
Discutendo a tavola con il padre di Nino, che incolpava i poveri di indolenza, Michele risponde che “quella indolenza era frutto stesso della miseria, perché quando la miseria dura da secoli, sempre eguale e sempre senza speranza, allora uno arriva a un limite in cui si lascia andare e non ha neanche più la voglia di tirarsene fuori. Ma era forse questo un motivo giusto per lasciare le cose come stavano?" Abbiamo ricordato Dessì, ma nel 1955, ossia quattro anni dopo il romanzo di Berto, uscirà il Metello di Vasco Pratolini, ispirato dagli stessi ideali di riscatto e di giustizia.
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 08.02.06 17:35
