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27.02.06

Dopo Carosello – Branca branca branca, leon leon leon (fì! BUM!)

carosello_3.jpgdi Mauro Mongarli

"Non credo che oggi la gente di talento sia artisticamente meno dotata di chi li ha preceduti. I tempi sono esauriti: le storie nascono da strutture di idee, di etica, di convinzioni, dall’attualità. I nostri tempi sono esauriti - non i nostri artisti". (Francis Ford Coppola)

Giuseppe Caliceti, in un suo post in vibrisse, questo, dice che non lo convince “l’idea di vedere separati forma e contenuto, lingua e contenuto. E non vederli come un tutt'uno. Come se la lingua non fosse il contenuto numero uno di un testo, ma un semplice mezzo; e come tale, un mezzo "neutro". Come se l'uso - a volte anche programmatico - di una lingua invece di un'altra, non condizionasse, di fatto, lo stesso contenuto di un testo: o è un caso che quando si parla di lavoro, oggi come ieri, tanto per fare un esempio, spesso, per la maggior parte dei fruitori di un libro, sembra quasi abbassarsi il livello letterario di un testo? [...] Come se oggi uno scrittore fosse - o dovesse essere, quasi necessariamente - prima ancora di uno scrittore, un pubblicista, un giornalista, un copywriter, un editore, un libraio, un commerciante di libri."

Per uno scrittore penso la questione sia molto importante, ma per un copywriter come me è questione quasi di vita o di morte.

Scegliere correttamente la lingua da usare nel mio lavoro è tutto. Per un copy è come se esistessero molte più lingue che per uno scrittore, non foss’altro perché le deve mimare o affiancare, mai copiare o citare (pena annuncio sballato proprio perché scimmiotta una lingua e non la parla) – e ogni cliente ha la sua lingua, prima che il suo tono di voce.
Questo però molti clienti non lo sanno.
Se ad un certo tipo di cliente io NON propongo una lingua uguale a quella della concorrenza, questo si sorprende e mi dice: guardi che non stiamo qui a giocare: se parlo così ai miei clienti questi non mi riconoscono. Al che io dico: mi scusi, ma non è che facendo così, invece, rischia di farsi riconoscere proprio come copia del suo concorrente? Scarpate in testa, me tapino.

Se un altro tipo di cliente mi chiede estro e creatività, mi preparo a grandi delusioni perché in genere si arriva a: ma perché non facciamo un bell’annuncio come quelli Nike, che hanno tanto significato? A nulla vale dire: significheranno tutto quello che vuole, ma lei produce rondelle per apparecchiature di sala operatoria. Lei conosce perfettamente i suoi clienti e i loro bisogni, li conosce per nome, spesso ci va a cena insieme. Ha così tanti quattrini da buttare? No, ma io intendevo mettiamo una bella ragazza vestita sportiva, no? Cosa aveva capito, Mongarli?
Questi sono i nostri tempi, i tempi di cui parla Coppola.
Tempi dove il raccontare ormai non è neanche più mercificato. E' un costo tagliabile.

“Lingua della concorrenza" e “estro e creatività" non sono lingue, ovviamente.
Sono alcuni dei termini con cui la complessità, la ricchezza, l’utilità e la duttilità della lingua, che può avere massima dignità anche quando usata per i più beceri scopi commerciali, vengono declassate e umiliate da molti committenti di pubblicità.
Per loro l’ignoranza supposta dei loro clienti, riflesso della loro (reale), regna sovrana su tutto, e il mio lavoro, secondo loro, è scrivere agli ignoranti senza far notare disprezzo e in italiano corretto, che non ci si rida dietro, veh.

armata_brancaleone.JPGLa faccio corta: quando in vibrisse leggo le disavventure della stagista in casa editrice io mi sento a casa: è la stessa ignoranza. Quando leggo recensioni in giro o deliranti commenti di blog che ambiscono diventare un genere a se stante scuoto la testa: è la stessa ignoranza. Quando sento anatemi lanciati contro chi legge solo i libri di Zelig penso a come l’ignoranza, debitamente classificata e distribuita, sia una notevole risorsa economica.

Ma la lingua vive di tutto questo, no? Per un copy lingua e lotta sono pressoché sinonimi, per questo vedo tutto ciò come fatto in fondo positivo. La lingua è più forte di qualunque sua riduzione idiota come: uè, 22 pagine di programma politico contro 281!
Nonostante pensi ciò, mi sento vicino (leggi: con le mani ugualmente sporche) a chi si parla addosso sull’argomento, menando fendenti come Gassman e Volonté in Brancaleone alle Crociate quando duellano con pesantissimi spadoni medioevali. Se ricordate, i due finiscono sfiniti dallo sforzo, nessuno vince ma il campo di grano teatro della loro tenzone alla fine è completamente mietuto: tanta fatica non era stata vana, fatta salva vacuità delle intenzioni. Certo, se si fossero parlati in una lingua non inventata...

Pubblicato da Mauro Mongarli, il giorno e l'ora: 27.02.06 15:33

Interventi

Ne meni di fendenti, eccome se ne meni... :-) Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 27.02.06 18:55

Mr. Mongarli, parole sante. Sa cosa ? M'ha fatto venire in mente una battuta profferita dal Sig. Oliviero Toscani, qualche sabato fa, seduto davanti a Mr.Fazio (Fabio, non l'omonimo ex.inquilino di Via Nazionale). "sa ,cosa ? E' che questi industriali non ne vogliono sapere di diventare ricchi davvero" (alludendo, almeno cosi ho capito io, alla mancanza di coraggio nella comunicazione, come fa intendere lei in questo post). A lui, sicuramente, riesce più facile: con le immagini piuttosto che con le parole. Ma in linea di massima, il bacino di utenza (committenza) è lo stesso. O no ?

Pubblicato da: cletus - 27.02.06 19:09

Mr Cletus, se uno il coraggio non ce l'ha non se lo può dare, disse qualcuno. Più che il coraggio spesso manca la cultura della comunicazione, e non intendo lauree o master ma semplicemente il capire cosa una comunicazione corretta può fare per un'impresa. Qui a Nordest, ad esempio, molto si potrebbe fare cercando semplicemente di fare ordine in azioni pubblicitarie fatte a caso, o senza continuità o quando ci sono spazi gratuiti.
Consigliare questo viene spesso visto come una ingerenza indebita nella gestione dell'azienda, alcune volte come un aggressione personale (non sono uno scemo, sa? Sono architetto) o un tentativo di vendere spazi per spot. Si può intuire come il coraggio c'entri poco, e anche come parlare di ignoranza vada interpretato tutt'altro che come offesa.
La committenza è comunque varia: quella che ho dipinto è una buona fetta di clientela del Nordest, con la quale ho principalmente a che fare. Se poi vogliamo dare alla battuta di Toscani il significato di "una vera cultura di impresa in questo Paese manca, per motivi storici, finanziari e clientelarismi vari anche senza entrare nell'illegale" penso sia estendibile all'intero territorio nazionale. Alle colpe dei pubblicitari dedicherò un Dopo Carosello, magari!

Pubblicato da: copydifiducia - 27.02.06 19:36