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10.02.06
Del diritto di celare la propria identità e/o di inventarsene un'altra; nonché delle conseguenze dell'esercizio di questo diritto (appunti)
di giuliomozzi
L'altro giorno, in treno, apro il manifesto e trovo, nelle pagine della cultura, un articolo di Maria Teresa Carbone intitolato: "J. T. Leroy si chiama Laura Albert" [*]. La notizia non mi suona nuova, ma non ho un ricordo preciso. Leggo:
Che un ex coniuge si possa rivelare estremamente pericoloso al momento della separazione, non è una novità: se ne è resa conto in questi giorni la scrittrice statunitense Laura Albert, del tutto ignota negli ambienti letterari con il suo nome, ma invece fin troppo celebre (in incognito, finora) per i libri che ha firmato - Sarah e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, editi entrambi in Italia da Fazi - adottando lo pseudonimo e soprattutto la personalità di J. T. Leroy, giovanissimo ex prostituto tossicodipendente. In una intervista telefonica al New York Times Geoffrey Knoop, per sedici anni compagno della scrittrice, ha infatti svelato quello che in molti sospettavano da tempo: J. T. Leroy è un'invenzione, come sono (naturalmente) una invenzione la sua infanzia disastrata, la madre drogata e prostituta, e tutta quella congerie di figure lacrimevoli che hanno costellato i suoi romanzi, suscitando il commosso coinvolgimento di innumerevoli lettori.
Già il mese scorso, in realtà, l'ipotesi di una montatura era emersa, quando ancora il New York Times [**] aveva scritto che la bionda figura efebica acclamata nel corso di manifestazioni letterarie e di pubbliche letture (fra l'altro anche in Italia, al festival di Massenzio a Roma) non corrispondeva all'infelice giovanotto, ma alla sorellastra di Knoop, la venticinquenne Savannah. In quell'occasione erano piovute smentite e professioni di oltraggio - fra gli altri, l'editor di Fazi, Simone Caltabellota, si era dichiarato sicuro dell'identità maschile di «Leroy» («ho visto le sue gambe nude, ha i polpacci di un ragazzo») -, smentite che dovranno adesso confrontarsi con la versione di Knoop. A quanto pare, la nascita del personaggio risale al 1996, quando Laura Albert decise di entrare in contatto con lo scrittore Dennis Cooper, e per attirare la sua attenzione si spacciò per Terminator, un adolescente dal passato difficile. Da Terminator a Jeremy Terminator Leroy a J. T. Leroy, il percorso (con la benedizione di Cooper) era tracciato, e con il passare del tempo la scrittrice si è immedesimata nel suo personaggio, rilasciando interviste telefoniche con la voce in falsetto e l'accento della West Virginia, proprio all'inesistente autore. Ora Knoop, che rivendica anche un ruolo nella creazione di «Leroy» si dichiara pentito. Ma la vicenda non è finita, incombe una causa sui diritti d'autore e già si minaccia la stesura di un libro che ricapitoli tutta la storia.
Nel quotidiano La Repubblica, prestatomi da un compagno di viaggio, c'era un lungo articolo (prima pagina della cultura) che parlava esplicitamente di "truffa". Nel Corriere della sera, consultato poi in casa editrice, c'era una notizia breve. Il sito ufficiale di J. T. Leroy ignora la faccenda.
Questa storia mi ha fatto pensare alcune cose, che metto giù qui in ordine approssimativo.
1. Quando Daniel Defoe pubblicò il libro ora a noi noto come Robinson Crusoe (e che è considerato il capostipite, se non del romanzo moderno, quantomeno del romanzo fondato sulla verosimiglianza), non lo firmò col proprio nome. Il libro s'intitolava The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an uninhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver'd by Pyrates (scheda) e appariva in tutto e per tutto come un libro scritto dallo stesso signor Crusoe: una storia vera, in somma. Ciò non fu ininfluente per il successo del libro.
2. Io non ho letti (per nessuna ragione particolare: semplicemente perché non si può legger tutto) i libri scritti dall' "artista finora noto come J. T. Leroy". Diverse persone me ne hanno parlato assai bene. Tutte queste persone, stando a quello che mi dicevano, credevano fermamente alla verità della biografia di J. T. Leroy; e credevano altrettanto fermamente che quanto raccontato nei libri di J. T. Leroy fosse, se non strettamente autobiografico, quantomeno attinto dall'esperienza di vita di J. T. Leroy.
3. Non avendoli letti, non metto in discussione la qualità letteraria dei libri di J. T. Leroy. Ma dico: qui si parrà la tua virtute. Ci sono due possibilità:
[a] Svelata l'inesistenza di una persona reale identificata dal nome "J. T. Leroy" e dotata di una determinata e sostanzialmente nota biografia, i lettori decideranno che quei libri, in quanto non dicono la verità, diventano di colpo privi d'interesse.
[b] Svelata l'inesistenza ecc., i lettori decidono che: "Chi se ne frega, quei libri sono belli e che vengano pubblicati con un nome o con un altro non m'interessa".
I giornali sembrano sposare la possibilità [a]. Ci sarebbe anche la
[c] Un certo numero di lettori non crede all'inesistenza di J. T. Leroy: certo, non si fa vedere nel mondo, ma ora vive in un'isola del Pacifico in compagnia di Jim Morrison, Elvis Presley e lo Zar Nicola II.
4. In Wikipedia, nella scheda relativa al Robinson Crusoe, leggo: "Robinson Crusoe si legge come una cronaca, un diario personale (quasi un blog ante litteram) e così facendo quel mondo che esiste solo all'interno delle pagine sembra saltare fuori dalle pagine" [***]. Paragonare un capolavoro riconosciuto della letteratura mondiale a esperimenti d'invenzione come, ad esempio, il mai troppo compianto blog Massaia, può sembrare buffo. Eppure è molto pertinente.
5. Io mi sono incuriosito dei libri di J. T. Leroy e credo che ora li leggerò. Li leggerò, naturalmente, con atteggiamento completamente diverso da chi li ha letti finora: li leggerò come opere letterarie.
6. Fino a qualche settimana fa i libri di J. T. Leroy potevano essere letti come testimonianze di una condizione umana. Ora non più. Potranno essere letti - come ogni opera letteraria - come testimonianza di stati psichici o culturali: non come testimonianza di degrado umano o sociale, eccetera eccetera. Allo stesso modo il Robinson Crusoe non può (più) essere letto come un "racconto dell'esperienza", ma può benissimo essere letto come documento dell'immaginario inglese del Settecento.
7. Da un libro di J. T. Leroy ha tratto un film Asia Argento. Non so se qualcuno si ricorda i pettegolezzi del momento. "Un'intesa immediata, quella fra l'attrice e lo scrittore. Se ne giovò subito il gossip, con la loro complicità. 'Asia Argento aspetta un figlio da J. T. Leroy' titolarono in molti. 'Sì, lui mi ha dato il seme - disse lei al New York Post - ma non voglio parlarne'. 'Quando siamo insieme si rovesciano i ruoli, io sono la donna, lei l'uomo - disse lui -, speriamo in un bebé sano a due teste'. Di quel figlio, s'intende, non si ebbe più notizia" (cito da Repubblica, 10.05.04). Forse Laura Albert, o comunque le persone partecipi del "segreto di J. T. Leroy", hanno tirata un po' troppo la corda. Ma, lette oggi, le battute attribuite ad Asia Argento e a J. T. Leroy contengono dei divertenti doppi, o tripli sensi.
8. La scelta di celare la propria identità, o di inventarsene un'altra, ha quindi delle conseguenze. Penso ora agli infiniti e inesausti dibattiti in rete su nickname sì / nickname no, e via dicendo. Quella di Laura Albert / J. T. Leroy è stata una truffa? No di certo. E' stato messo in atto uno strategemma letterario vecchi di secoli e, tra parentesi, usatissimo, e, ancora tra parentesi, sul quale nessuno ha mai avuto da ridire (mi pare). Il valore delle parole scritte firmate "J. T. Leroy" viene annullato dallo svelamento della faccenda? No. Ne viene però cambiato il senso. Se fino all'altro giorno potevo leggere un libro di J. T. Leroy, trovarlo brutto, e commentare: "Brutto è brutto, ma mi dà una testimonianza di prima mano su questo e quello", oggi i libri di J. T. Leroy, per conservare una leggibilità, devono essere belli. E Laura Albert, alias J. T. Leroy (e magari alias qualcun altro: chi lo sa?), liberata dalla biografia fittizia di J. T. Leroy, potrà tranquillamente scrivere opere letterarie non fondate su tale biografia fittizia. [****]
9. L'invenzione di J. T. Leroy, è arte? (E quella di Massaia?).
[*] Gli articoli del manifesto restano disponibili in rete per una settimana.
[**] Per leggere l'articolo originale dovete registrarvi e poi pagare 3 dollari e 95 centesimi. L'articolo del New York Times, uscito il 9 gennaio 2006, è stato ripreso in Italia almeno dal quotidiano La stampa, il 10 gennaio.
[***] Wikipedia è un'enciclopedia aperta. Questa scheda potrebbe essere modificata in futuro.
[****] Vedi anche un articolo quasi profetico di Giuseppe Culicchia (La Stampa, 26.03.03): "Anche se gli sponsor di J.T. LeRoy sono artisti come Tom Waits («J.T. è uno scrittore fantastico. In questi anni così poveri e privi di grandi uomini i suoi libri sono fra i pochi che resteranno nel tempo») e Shirley Manson, Suzanne Vega e Madonna, e scrittori come il summenzionato Dennis Cooper e Chuck Palahniuk, il rischio è quello di concentrarsi sull'ibrido tra Ziggy Stardust, i Sigue Sigue Sputnik ed ET, sulle parrucche bionde e gli abiti alla Barbie e il lucidalabbra fucsia, e naturalmente sulle scene «forti» cui si accennava sopra, e di perdere di vista la scrittura. Cosa che lo scrittore J.T. LeRoy, al di là delle sue tragedie personali vere, verosimili o presunte e della sua spesso alquanto inquietante tendenza all'esibizione e allo sfruttamento delle stesse, non merita. Perché, sembrerà scontato ma non lo è per niente, quello che conta in fatto di letteratura sono i libri, non la biografia dei loro autori (un esempio su tutti, Céline: di cui, anni fa, vennero pubblicate alcune lettere inedite nelle quali il geniale dottor Destouches si rallegrava con l'editore per via delle polemiche suscitate sui giornali dal suo antisemitismo, ottimo argomento di vendita). E i libri di J.T. LeRoy hanno saputo finora raccontare con una tenerezza inusitata e allo stesso tempo con una spietatezza fuori dal comune l'infanzia e l'adolescenza spezzate del suo alter-ego letterario. Estremo finché si vuole, certo. Ma questi sono tempi estremi, basta non chiudere gli occhi per rendersene conto. E J.T Leroy, vittima sacrificale, ha scelto di tenere i suoi occhi bene aperti, e di raccontarci che cosa passa loro davanti".
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 10.02.06 14:51
Interventi
il punto 5 è sicuramente fallace: io li lessi quando uscirono (mi furono entrambi regalati) e non mi sono mai posto questioni biografiche, solamente di stile e di resa emotiva delle storie narrate: entrambi i libri mi sono da subito sembrati dei gioielli mainstream al cui confronto operazioni come quelle di Melissa P fanno una figura barbina, anche se Melissa c'è e Leroy invece è un autore multiplo.
il punto 9 dovrebbe chiarire se un'abile e riuscita campagna di marketing è da considerarsi 'arte' - dato che i risultati sotto gli occhi di tutto il mondo mostrano come tale campagna sia stata fatta 'a regola d'arte'.
Pubblicato da: kristian betti - 10.02.06 16:55
Ciao Giulio.
A margine, qui da noi si sta facendo tanto chiasso a proposito di un tizio chiamato James Frey, e del suo libro "A million little pieces". E' stato venduto come un'autobiografia, ha venduto bene - grazie al fatto che e' nella collana curata da Oprah Winfrey (!), forse il miglior strumento di marketing degli stati uniti.
Storia di carcere, tossicodipendenza, dolore, redenzione, yadda yadda yadda.
Poi sono nati un po' di sospetti qua e la', qualcuno e' andato a controllare in qualche registro, insomma dopo un po' l'autore ha ammesso di essersi inventato quasi tutto. Ed e' successo un casino incredibile.
Il libro non l'ho letto, non credo sia un gran che, il fatto che sia tutto vero o meno sembra poco rilevante, per me. Ma qui e' diventato un caso che dopo un mese e' ancora sulle prime pagine, la casa editrice ha aggiunto un commento su amazon, Oprah ha spellato l'autore nel suo talk show, un disastro. (Incidentalmente, il libro vende ancora meglio, adesso).
Mi sembra un paragone interessante con JT Leroy.
Pubblicato da: Luca - 10.02.06 17:28
Oramai Leroy è acqua passata: funzionava e vendeva, perché era un personaggio, come Michael Jackson, ambiguo. Ma adesso che M. Jackson è stato preso da un vortice di scandali, non ignorabili, anche la sua carriera.
Per Leroy, milioni di persone l'hanno amato, ma non la sua scrittura, il personaggio che era nella sua scrittura. Caduta la maschera, non interessa più a nessuno. O meglio, non interesserà più a nessuno: le storie che raccontava facevano effetto e presa perché c'era il personaggio inventato ben più grande delle capacità di Leroy scrittore. Tolto il personaggio, rimane Laura, una quarantenne come tante che invente storielle morbose come tante altre se ne possono leggere in giro e che non sono però corroborate da un personaggio.
Comunque...
Saludos.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.02.06 18:23
La letteratura è un gioco.
Il travestimento è un gioco.
L'unico problema è che c'è un sacco di gente che non sa giocare, e un altro sacco che gioca solo per denaro.
Non ho letto i libri in questione, ma mi sta venendo voglia: ne desumo che il "disvelamento" della reale personalità dell'autore sia l'ennesimo stratagemma di marketing. Forse le vendite stavano calando?
Pubblicato da: VitaDaProf - 10.02.06 19:07
Qui da noi c'è la legge sulla privacy, da loro, mi pare, no.
Da loro c'è in compenso la convinzione che si debba dire sempre la verità, da noi, sono certa, no.
Da loro dicono le bugie come da noi, ma si chiamano menzogne e se ti scoprono sono guai, da noi le bugie sono bugie e non ci scandalizzano più che tanto.
Due culture, anche se ci dicono sempre che ormai siamo uguali.
Pubblicato da: temperanza - 10.02.06 19:51
Diciamo che "Harold", il terzo romanzetto (racconto) a firma Leroy è stato... Diciamo che non è stato secondo le aspettative. Il canto del cigno, svelare l'identità, perché potrebbe esser sì l'atto finale per risollevare le vendite. Poi, dopo, senza più personaggio, senza più mistero né niente da nascondere o da scoprire, fine di Leroy. Ecco, godrà ancora di un po' di vendite ora che la sua identità è stata svelata, poi più niente. Insomma, un fenomeno di marketing.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.02.06 19:54
Non ho letto i libri in questione, ma mi chiedo dov'è il vero problema. Personalmente non credo mai alla verità "biografica" di quanto si racconta. Nemmeno se è l'autobiografia autenticata della regina d'Inghilterra. Si può perfino discutere sull'autentica rappresentazione di un'ambientazione storica. Io credo però alla capacità della storia di essere vissuta come reale da chi la legge. Il fatto di restare delusi dalla verità, vuol dire che la storia aveva funzionato troppo bene. Perchè il vero successo del narrare, tutto sommato, sta in questo: nel darcela a bere fino in fondo.
Pubblicato da: ramona - 10.02.06 20:10
Cara Ramona,
peccato che chi comprava Leroy, perlopiù, si identificava nel personaggio Leroy e non nella sua scrittura - che è il poco che è.
Adesso le ragazzine che si strappavano i capelli per l'angelo caduto Rimbaud (Leroy), per chi se li dovrebbero strappare? Per una quarantenne obesa?
Tu le hai viste le scene del Finto Leroy, le masse di fan che lo attorniavano? Io sì. Adesso tutto questo non c'è più. Ci sono i libri, ma che valgono senza personaggio? se la scrittura è quella... quella di Melissa P., storie così. Affascinava il personaggio, null'altro.
Saluti
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.02.06 21:16
"Sarah" di J.T. LeRoy è una fesseria, un libro assolutamente incosistente, un libro brutto. Ho buttato via il mio tempo a leggerlo e, dato che non l'ho rubato, anche € 11,50.
Se la vita di LeRoy fosse stata effetivamente quella che racconta, avendo il dono e la volontà di raccontarla, JT avrebbe scritto un libro importante, ci avrebbe portato attraversando il suo dramma e il mistero della sessualità in regioni che non potevamo immaginare. Dell'esperienza nella letteratura si può anche fare a meno, ma quando c'è non credo sia una fesseria dire che costituisce una base straordinaria. La base non c'era, però qualcuno scientemente e qualcun altro demenzialmente ha fatto finta che ci fosse.
I giornalisti delle pagine culturali dei quotidiani, i sedicenti o non sedicenti critici, avendo un briciolo di acume e sincerità non potevano non mettere in guardia il lettore. Invece non solo non lo hanno messo in guardia, ma volentieri hanno fatto parte degli ingranaggi di questa blague commerciale. Tutta questa storia ricorda le teste fasulle di Modigliani e i tantissimi storici dell'arte e critici che si affannavano a ritenerle autentiche. La vicenda di di LeRoy dice molto su come si comportano i giornalisti.
Pubblicato da: andrea barbieri - 10.02.06 22:09
Caro Andrea,
purtroppo la critica è anche - o soprattutto - business, monkey business. L'hanno incensato tutti.
Solo qualcuno ci ha provato a dire che era un falso.
Io lo dissi... ma è già un'altra storia ormai. Il problema è che critici ascoltati, molto ascoltati, l'hanno definito un angelo, un rimbaud caduto... un mare di fesserie. Bastano due pagine da "Sarah", da "Ingannevole è il cuore..." per rendersi conto che è scrittura lavorata a tavolino: forse Laura è pure brava, ma dietro si sente fortemente la mano di editor esperti in scrittura creativo. Un lavoro di marketing. Ma intanto si è portato questo sedicente Leroy alla ribalta, tutelato peraltro da Tom Waits, Bono Vox, Suzanne Vega, Shirley Manson... Per non dire di quanti azzeccagarbugli hanno preso qui in Italia le difese di Leroy, della sua scrittura: critici così, mah, che dovrebbero fare? Non ammetteranno mai d'essersi sbagliati, sbandiereranno ancora la loro innocenza, diranno e inventeranno ancora per salvare la faccia di Laura/Leroy per salvare la loro. Ma in ogni caso, questi critici che hanno incensato intervistato Leroy senza averlo però mai visto in faccia, senza saper realmente niente, non si assumono le loro colpe, quella d'aver spacciato della spazzatura per arte.
Te ne dico un’altra: già l’ex marito di Laura sta pensando di vendere i diritti di questa presa per i fondelli, per farne un film. Ufficiosamente si dice che abbia già venduta la storia, di questo Leroy inventato: speriamo di non doverci subire anche il film sul Leroy inventato, dopo quel pattume tirato fuori da Asia Argento. Intanto si sta lavorando ancora sul film di “Sarah”. Che bel monkey business! Marketing, solo marketing, nessuna traccia di letteratura, o anche solo di narrativa. Ma intanto si presenta per la Laura/Leroy il reato di truffa aggravata. Sarà vero? In America vendono l’invendibile, a tutto il mondo. Peggio che morire strozzati con un panino MacDonald’s.
Saludos
Giuseppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.02.06 23:47
Caro Kristian Betti, hai ragione. Sono stato impreciso. Avrei dovuto scrivere: li leggerò con un atteggiamento completamente diverso da coloro di cui ho scritto al punto 2.
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.02.06 00:05
Giulio, grazie per la precisazione. Ci tenevo che una mia esperienza di vita non andasse perduta.
Io ho fatto una prova e te la consiglio: ho ricavato tre striscioline di carta, ci ho scritto sopra: Laura Albert, ho proceduto poi a cospargere il retro di ognuna con della colla in stick, quindi le ho appiccicate al loro posto, sulle copertine dei tre libri di Leroy che possiedo. L'effetto è decisamente migliore, credo addirittura limitrofo al territorio dell'arte (pop) da te indicato nel punto 9.
Pubblicato da: kristian betti - 11.02.06 00:30
Caro Kristian, qui non è questione di esperienza di vita. La mia frase era imprecisa, e tu l'hai fatto notare. E' imprecisa sia che tu presenti qui una vera esperienza di vita sia che tu ti sia inventata que e ora un'esperienza di vita.
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.02.06 01:42
Non mi ha meravigliato più di tanto la vicenda di Leroy e mi aspetto, non so perché, altre situazioni simili al seguito. Il motivo è semplice: mi insospettiscono sempre gli "autori strani" e che poi si rivelano, telegenici, fotogenici, con storie "avvincenti" alle spalle. Ma perché 'sta gente, oltre che brava a scrivere e di successo, deve essere sempre bella e presentabilissima televisivamente parlando?
Così, a pelle, mi vengono in mente altri due nomi: Ellroy e Palahniuk. E nessuno dei due si chiama così, e nessuno ha ancora scoperto come si chiamano.
Ve ne vengono in mente altri forse? :-)))
Buon fine settimana. Trespolo.
PS: aggiungerei anche Trevanian, purtroppo poco conosciuto e pubblicato in Italia.
Pubblicato da: Trespolo - 11.02.06 13:14
Caro Giuseppe Iannozzi, come ho detto, io i libri qui nominati non li ho letti e quindi non posso esprimere un'opinione. Melissa P. l'ho sfogliato in libreria, praticamente l'ho guardato in ogni pagina, a scrocco (tanto, quanto ci vuoi mettere?), per cercare di capirne il successo. Che a mio parere è il successo di un personaggio, più che di un libro. E si ritorna al punto. Mi fanno un po'tristezza quelli che comprano i libri solo perchè li ha scritti uno che fa "personaggio". Come dire, compro il libro di Vespa o di Fede, per dire i primi che mi vengono in mente, perchè sono nomi celebri, personaggi "sui generis"... Io non me lo sogno neppure, ma evidentemente per molti funziona così. Io preferisco la quarantenne obesa e un po' sciatta, se la sua fantasia è tale da catturare la mia. Grazie per il tuo gentile appunto.
Pubblicato da: ramona - 11.02.06 15:14
cosa è vero e cosa è falso è un utile perditempo
Pubblicato da: l'hempatique - 05.03.06 04:26
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Pubblicato da: glass shower door - 15.06.06 04:10




