« La stagista in casa editrice [18] | Main | Out of control - Racconto »
16.02.06
Antonio Moresco: La cipolla (1995)
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Il protagonista, senza nome, e una lei, anch'essa senza nome, prendono alloggio in una modesta camera d'albergo di una città della quale ci viene taciuto il nome. Quella stanza disadorna era stata una volta una cucina e, sui quattro lati delle pareti, sono restate, alte fino a metà, le mattonelle di un tempo, su alcune delle quali si scorgono ancora i resti di talune decalcomanie. Una di queste raffigura una cipolla. Lei trova un lavoro, lui bighellona per la città. Fanno sesso continuamente. Ma ci incuriosiscono subito due annotazioni: l'incontro con un motociclista che sfreccia davanti a lui, ed entrambi hanno la sensazione di conoscersi, però il motociclista non si ferma e scompare. L'altra riguarda la ragazza, di cui, una sera che lui le dormiva accanto, dopo aver fatto l'amore, e lei gli voltava la schiena, si accorge che piange.
La scrittura, qui, è pulita e tradizionale. Figuriamoci che, dopo che lo avevamo dimenticato leggendo molti scrittori di oggi, Moresco scrive ancora, riferendosi ad un nastro magnetico: “mi stupivo che nessun suono uscisse più da esso." Qualsiasi altro autore avrebbe cercato di evitare quel "da esso", ritenuto, a torto, antiquato, scrivendo, magari, "mi stupivo che non ne uscisse più alcun suono". Questo uso, che si era perso, ricorre sovente lungo la storia.
Alcune cacofonie, certamente volute, balzano agli occhi del lettore: “c'è un forno del pane a pianterreno, in quest'ala della casa, e una canna fumaria corre evidentemente dentro uno dei muri della scala" (ala - scala). O: “continuando a contare i soldi dell'incasso con le mani seminascoste nel cassetto" (incasso - cassetto). E: “Il frigorifero dormiva della grossa, ma cadeva una goccia dalla rosa arrugginita della doccia" (goccia - doccia). Nel corso della lettura ne troveremo altre.
Ma torniamo alla storia. Qualcosa deve essere scattato nella mente del protagonista, giacché nel suo peregrinare, ad ogni cosa o persona che incontra, gli pare di ricordare di averla già vista o conosciuta. I suoi gesti cominciano a denotare un'attenzione per i particolari, per le minute cose: “Con un rapido gesto della mano ho radunato alcune pelli di salame rimaste sul tavolo." Oppure: “mi sono accorto che un filo di pasta corta mi era rimasta appiccicata sotto la suola di una scarpa."
Al ristorante vede un vecchio che “aveva cominciato a rigirarsi uno stuzzicadenti nella bocca." Dirà: “mi sono ricordato di quell'uomo."
Un processo di agnizione che assorbe tutto e tutti pare essersi innestato nel protagonista. Bussano alla porta della sua camera. È una coppia (ce ne saranno delle altre) che è venuta a vedere la stanza, che l'affittacamere ha messo in vendita. Lui osserva minutamente entrambi, cerca perfino di intuire i loro pensieri. Quando se ne vanno, ci accorgiamo di quest'altra caratteristica del romanzo: ossia, che, all'infuori del protagonista, tutti gli altri personaggi sono delle comparse, che entrano in scena poche volte, o una sola addirittura, e scompaiono come inghiottite dentro la vita del protagonista. Anche la sua compagna, che prende forma soltanto quando fanno sesso, ha un ruolo passivo, al servizio delle sue voglie.
Allorché la riconosciamo, perché ci viene descritta, è con la parte del suo corpo destinata all'amore (in realtà ad una specie di estenuanti esercizi sessuali) che prendiamo dimestichezza. La decalcomania della cipolla, che sta proprio su una delle mattonelle vicine alla testiera del letto, diventa, per scelta dell'autore, il nostro occhio e il nostro orecchio voyeuristici - non solo quindi del protagonista - ai quali è stato assegnato un posto d'onore per osservare ed apprendere il meccanismo di questo rabbioso, e forse voluto e cercato, annientamento. Tutto e tutti, insomma, paiono ruotare intorno al protagonista svuotati dell'anima, quale risultato di un allucinante processo fagocitario. La tartarughina d'acqua, il maschietto Romeo, che vuol mangiare lui tutto il cibo senza dare niente alla compagna Giulietta può essere una esemplificazione efficace della personalità del protagonista, al punto che le loro storie parallele sono assimilabili.
Quando una coppia prende alloggio nella camera accanto, lui si accorge che l'uomo ha problemi di impotenza e allora mette il suo orecchio sulla cipolla dipinta sulla mattonella, e da lì trae spunto per mortificarlo, facendo sesso sfrenato con la compagna. Ancora una divorante volontà di fagocitare, di distruggere: un'ossessione forte, violenta, al limite della follia. Anche perché quell'impotente che lui sfotte con rabbia, in realtà, è l'altra faccia del suo “io", una specie di futuro che sta lì, in attesa di realizzarsi. È qui, a mio avviso, che tutto il processo onnivoro e di agnizione (rappresentato in modo efficace da quella sensazione perenne di incontrare persone, volti e cose conosciuti) trova il punto più difficile e dolente. Che è lento a concludersi.
Perfino con la natura cerca di imporre la propria mania fisica: la notte sarà “sfinterica"; la luce “intestinale", le mammelle “crateriche", le formiche alate, con “un'autopsia, particolarmente accurata e minuziosa", avrebbero rivelato “un identico e vistoso taglio fra le cosce, esattamente come quelle della scorsa primavera." E anche: “A chiudere gli occhi e ad inspirare forte col naso, si coglieva ovunque un odore di orifizi inequivocabilmente innamorati." Quando quel processo infine sarà concluso, ci si renderà conto che quel percorso terribile è a tal punto degenerativo che il protagonista, nel tentativo di fagocitare e di distruggere gli altri, distrugge anche se stesso, creando nientemeno che il vuoto dentro di sé (“Quanti fili insospettati si devono ancora spezzare?"). E, vedrete, sarà attraverso la cipolla, uscita dalla decalcomania per materializzarsi, che il protagonista riuscirà a salvare, se non il se stesso ormai incamminato verso il nulla, almeno il valore e il significato della vita.
La lei senza nome, la donna oggetto remissiva e silenziosa, che piange di nascosto o spesso è sul punto di farlo, si prende così (“Piangeva perché io mi spezzassi") la sua rivincita.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 16.02.06 21:21
Interventi
La prima molla che Moresco ha fatto scattare in me è stata proprio la bellezza della scrittura, e la bellezza la trovavo anche in quella "cacofonia", che continuo a sentire perfettamente espressiva, come una musica di Ives o di Webern. Trovo che Moresco sia lo scrittore che getta più ponti verso altri mezzi espressivi. Lo fa istintivamente, per un bisogno totale di esprimersi attraverso le parole. Pensa per esempio cosa sarebbe la nostra vita se tutti i pensieri più cari dovessero passare attraverso la pagina scritta: verrebbero a mancare i gesti per accompagnare le parole, il tono della voce, la velocità del parlato, la possibilità del dialogo. Non voglio dire che la bellezza della scrittura di Moresco nasce da una specie di mutismo, piuttosto ho l'impressione che nasca da un sentimento del sacro di fronte alla pagina. Un sacro semplice, popolare, pieno di illusioni che sembrano cose piccole e invece sono enormi. Il senso del sacro che inseguiva in seminario, poi nell'attività politica, che stava invece in un oggetto: la pagina con i segni neri, "tatuata" come dice lui, in uno sforzo continuo di attribuire materialità, quindi peso, esistenza piena, anche ai sogni.
Spero di non essere stato incomprensibile.
Pubblicato da: andrea barbieri - 16.02.06 22:18
Molto bello quello che hai scritto, andrea, e che ho trovato nel libro. Si ha proprio la sensazione di una qualche religiosità che viene celebrata attraverso la scrittura.
Seguimi in questi quattro o cinque giorni, andrea, e ti farò un paio di sorprese. :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 16.02.06 22:39
Si, a volte scrive pagine intense e perfette. E come lettrice gliene sono grata. Quello che non mi convince è che spesso per trovarle bisogna fare delle scammellate in un viluppo inestricabile.
Naturalmente è possibile che sia solo colpa mia e che nelle parole di Barbieri parli davvero il lettore ideale (sei stato molto chiaro e acuto, tra l'altro, e Di Monaco estremamente amorevole) o il lettore portato da un onda di affinità che gli fa superare di slancio quella che a me sembra una fatica inutile. Non so.
Pubblicato da: temperanza - 17.02.06 10:50
"scammellate" me la sono segnata.
io nella creaturalità di moresco trovo questo incanto assolutamente originale, per cui ciò che di solito suona letterariamente "impuro", sia come motivo che fonicamente (cipolla, salame, e tutto il basso corporeo laicamente celebrato da Rabelais) viene investito nelle sue pagine migliori (e non in tutte, come dice temperanza) dalla purezza del "sentimento del sacro" di cui parla barbieri. ho cioè l'impressione che questo san francesco risentito che è moresco abbia le mani costantemente protese, come disse e seppe fare il grande paolo volponi, verso "la fonte della grazia", e che questa grazia riesca davvero, in certi momenti, a posarsi sulle cose attraverso la lingua e lo sguardo del narratore.
però certe volte preferisco il moresco critico e "saggista".
Pubblicato da: stefano - 17.02.06 14:13
Bart, mi ha meravigliato trovare una tua recensione a Moresco. Letta, apprezzata, ma non credo che comprerò i suoi libri. Non chiedermi il perché, non è razionale, ma ho sempre rifuggito gli autori che si ammantano o sono ammantati da un'aura di *santità*: che hanno una missione.
Mi spaventano, così come mi spaventano tutte le persone che devo compiere una missione e vivono per la loro missione :-)
Buona giornata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 17.02.06 14:56
Caro Vincenzo, perché meravigliarti? E' uno scrittore di cui si parla qui sul web, e ho voluto conoscerlo attraverso almeno uno dei suoi libri. Come ho accennato a andrea barbieri, in questi 4 o 5 giorni avrete un altro paio di sorprese. Forse una già da stasera...
Non c'è scrittore che non meriti di essere letto. Se potessi li leggerei tutti, ma non è umanamente possibile e devo scegliere e limitarmi.
Chi sa quanti scrittori tu conosci che io non ho mai letti e forse nemmeno so che esistono, pur bravissimi.
E' bello scoprire in quanti mai modi si possa scrivere un romanzo; cercare di entrarvi dentro e percorrerlo fino all'approdo finale.
Poi, ovviamente, ci sono gli autori più affini alla nostra sensibilità e per i quali proviamo una specie di idolatria. E non si dovrebbe nemmero arrivare a questo, ma come si fa a non vibrare di delirio quando si pensa a Dickens, a Zola, a Balzac, ad Hardy, ad esempio? :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.02.06 15:51
In questo periodo ho in lettura Perceber di Colombati, cui ho da poco addizionato 'Gli Esordi' di Moresco (per altro acquistato prima). Certo, fossi un lettore corretto, dovrei comportarmi come i Savoia con l'Italia: un carciofo da mangiare una foglia a volta. E so anche che questa furia - che pure esplode in momenti obbligati, causa altri impegni - andrebbe educata, per il mio bene forse annichilita. Ma sarà il tempo che passa, l'ansia di introitare il mistero prima che svenda tutto, forse la presunzione di voler fissare il sole, a indurmi a questa cacofonia mentale. Il silenzio, un piattello in pezzi (può Dio essere attraversato dai suoni?), il ricordo dell'asphyxophilia, e di un accrocco sul tavolo autoptico per l'asportazione dei fumi. Questi i miei suoni attuali. Che saranno anche brutti, però mi tengono compagnia. Che male c'è? :-)
Dimenticavo, oggi pomeriggio ho acquistato Paulu Piulu, di Giorgio Morale.
Pubblicato da: Carlo Capone - 17.02.06 19:07
"il ricordo dell'asphyxophilia, e di un accrocco sul tavolo autoptico per l'asportazione dei fumi. Questi i miei suoni attuali."
Arabo per me, questi suoni. Hanno a che fare con il fatto che sei o sei stato un fumatore?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.02.06 19:33
Moresco, di persona e non attraverso le parole di critici che 1. proiettano su di lui la missione della santità che in lui non esiste per 2. criticare aspramente la missione della santità che lui coverebbe, dicevo, di persona Moresco è una persona amabilissima, divertente (a suo modo perché un po' chiuso) e attentissimo agli altri. Oltre a questo è molto intelligente e ha una cultura da autodidatta (quella che preferisco) sterminata.
@Temperanza, secondo me è affinità, anche se ci sono vent'anni di differenza e vite molto diverse.
Pubblicato da: andrea barbieri - 17.02.06 20:54
Bart, di una cosa sono certo: è IMPOSSIBILE che io conosca qualche autore che tu non conosci. Accetto scommesse :-)) - va bene anche una cena -
Per il resto mi rifaccio al commento di Barbieri e ammetto: può essere che mi sia lasciato influenzare dai critici. Magari un libro lo compero e poi cambierò anche idea. Mi capita a volte e grazie a Barbieri per il chiarimento.
Buona serata. Trespolo.
PS: Bart, però forse uno che non conosci c'è, un certo Vincenzo Trespolo... ahahahahah
Pubblicato da: Trespolo - 17.02.06 23:14
Se vuoi provare a leggere Moresco, "La cipolla" o "Le lettere a nessuno" forse sono i migliori per cominciare (sono anche brevi). "Canti del caos" come primo libro forse può spaventare.
Pubblicato da: andrea barbieri - 18.02.06 10:13
"Lettere a nessuno" non "Le ...". E' di Boringhieri. Tempo fa uscì in italiano un libro in cui alcuni scrittori raccontavano le umiliazioni subite (per Guanda). Noi ce l'avevamo già, è appunto questo. Credo anche che facendo nomi e cognomi sia costato a Moresco un certo trattamento da parte dei critici. Evidentemente non si sono accorti che lo sguardo assolutamente privo di autoindulgenza di Moresco riguardava anche, anzi soprattutto, sé stesso.
Pubblicato da: andrea barbieri - 18.02.06 10:20
Andrea, e su Scarpa non commenti nulla? L'ho postato pensando a te! :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.02.06 10:35
Ho commentato, ma a giudicare dagli anonimi arrivati a prendermi per il culo, credo di aver detto qualcosa che non è considerato in registro.
Peccato.
Pubblicato da: andrea barbieri - 19.02.06 12:35
Ho visto anch'io, e mi dispiace. Non prendertela, però. Successe anche a me, una volta che accennai ad una mia amicizia importante. Sono amicizie che ci rendono felici, eppure, paradossalmente, è proibito parlarne.
Io ti ho letto molto volentieri, e ti confermo la mia stima. A volte ti arrabbi troppo, però: ti infiammi, come dice temperanza :-).
Nove appartiene al trio che volevo presentare per te. Lo hai ancora letto? Che ne pensi?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 12:53




