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04.02.06
Antonella Cilento: Neronapoletano (2004)
di Bartolomeo Di Monaco
Guanda Editore
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
La Cilento è una giovane scrittrice, classe 1970, che ha al suo attivo tre opere di narrativa, prima di questo romanzo: Il cielo capovolto del 2000, Una lunga notte del 2002, Non è il Paradiso del 2003. Del 2004 è Neronapoletano.
Elide Sorano, la protagonista, così si descrive a sei anni: “ero un piccolo mostro occhialuto, frangetta nera e corta, codini con l’elastico colorato. Mi raccontavo favole anche da sola, quando ero malata." La sua passione è sempre stata la lettura, qualunque cosa: romanzi, fumetti, riviste.
La sua fantasia, ora che è adulta, è ancora impregnata di quelle letture, e specialmente delle fiabe, di cui è sempre stata ghiotta. Leggeva quelle che Giambattista Basile ha immortalato nel suo Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille (postumo, 1634-36) e restava impressionata dalle illustrazioni cupe, paurose, che ne faceva il disegnatore Adelchi Galloni. In particolare le piaceva la fiaba intitolata Pinto Smalto (narrata da Meneca nel Trattenimento terzo della giornata quinta), in cui la protagonista Betta decide di fabbricarsi da sé il marito, impastandolo con le proprie mani. Oggi che è adulta, passando per le strade più popolari di Napoli, molte volte le tornano alla mente quelle storie e quelle tetre figure, e ancora la spaventano.
La scrittura della Cilento, limpida, porta dentro di sé, in questo avvio, il canto di quelle fiabe. Il loro ricordo aiuta la protagonista a superare il panico che la prende ogni volta che cammina “per le strade sporche e tristi della mia città." Sceglie, così, di percorrere una sua via di fuga: “Continuavo, per reazione, a comprare albi a fumetti e a leggere libri". La fantasia e il sogno diventano l’altrove in cui riesce a ritrovarsi e a dimenticare: “Portavo qualcosa da leggere con me ovunque andassi, come se i libri fossero porte d’accesso a realtà più gradite di quella in cui vivevo, da aprirsi all’occorrenza, in qualsiasi momento." Ma si può fuggire, chiudere gli occhi, per tutta la vita? La Cilento affronta questo difficile tema e non vi è dubbio che come la Betta della fiaba si era costruita Pinto Smalto, il “bamboccio fatto di dolci e preziosi", anche lei vorrebbe costruirsela da sé, impastandola con le proprie mani, la sua Napoli, la sua realtà. Ma è possibile? Vediamo. Tutto ha inizio quando, nel corso di un ingorgo del traffico, lei in auto presa dal panico, scorge tra i passanti Domenico Serao, un artista sui quarant’anni, “Un attore di giro, che aveva avuto fortuna nei teatri d’avanguardia", che mette in scena “adattamenti dai poeti dialettali del Seicento, come Giulio Cesare Cortese, e dalla commedia dell’arte meridionale". Le sembra di averlo già visto, e una tale sensazione le suggerisce che “A passeggio per Napoli si ha spesso l’impressione di veder camminare dei quadri." Già da bambina era una attenta osservatrice ed ora è più che certa che talune figure, taluni scenari che si osservano in Napoli sono rimasti gli stessi che s’incontrano nelle pitture composte “dal Sammartino o da Luca Giordano." E ancora: “Sotto il fard, il make-up, i piercing, si nascondono facce livide, occhi disperati per antica fame, gesti popolari che l’educazione non cancella, oppure, delicatezze nobiliari che la rapidità dei nuovi tempi non modifica, anche se un po’ avvilisce."
Così può accadere che “in visita ai musei, amici e conoscenti mi sorridessero dalle cornici".
La protagonista è impiegata presso i Beni Culturali di Napoli e sono quotidiani, quindi, i suoi contatti con le opere di pittori che hanno fermato via via nel tempo i tratti della sua città: “non ero più padrona di guardare Gherardo delle Notti, Simone Vouet, l’Orbetto, il De Matteis, il Tomer o il Beinaschi, perché era tutto un ritrovare gente nota: mi salutavano dalle cornici, chi nudo, chi torturato o in preghiera, vergognosamente ammiccanti, annoiati, sfacciati." Ed ecco quindi, una prima risposta a quella sua ansia di fuggire dalla realtà presente: “Ma fino a quel pomeriggio, fino alla comparsa di Domenico Serao, mai mi era capitato di pensare che queste figure potessero avere davvero a che fare con la mia vita, che, insomma, anch’io rientrassi nel disegno del Tempo." Dunque, non si può fuggire: siamo parte integrante della realtà, poiché siamo dentro “il disegno del Tempo."
Le accade di entrare in una chiesa e di notare un quadro che aveva cercato da molto tempo. Il prete che la sta accompagnando all’uscita è evasivo. Le dice solo che quella chiesa si chiama Santa Maria di Medinaceli. La curiosità e il sospetto la inchiodano ancora di più alla realtà, dalla quale ad ogni modo riesce ad estrarre solo visioni e forme terrificanti: “Una buca delle lettere nuova e gialla, di quelle alte non più di un metro da terra, somigliava allora a un bambino, faccia al muro, le braccia conserte, coperto da un impermeabile giallo e scosso dal pianto. Un’ombra di pianta nella tromba delle scale nascondeva artigli di gatto. Una macchia nell’occhio racchiudeva mostri di pelosa natura."
Il quadro intravisto nella chiesa è “il Cristo del Solimena", trafugato a Maria Attias, proprietaria di un “importantissimo Fondo Vichiano", che era stato saccheggiato di altri tesori.
La Cilento attraverso questo ritrovamento comincia a dare alla tessitura del suo romanzo una fitta rete di trame di una Napoli percorsa in lungo e in largo non tanto nei colori di una modernità frenetica e assillante, quanto in quelli più suggestivi e fermi di un mondo radicato nel passato dal quale provengono suoni e richiami quando cupi e tenebrosi quando barocchi (perfino la sua amica Veneranda, chiamata Venny, ha la passione per la musica barocca). La professione di Elide, tutta tesa al mondo dell’arte e soprattutto della pittura, aiuta a costruire una Napoli fascinosa avvolta nella sua storia secolare. Il Seicento e il Settecento percorrono le sue strade come non fossero mai trascorsi gli anni e tutto si fosse mescolato con l’oggi, al punto che uno sguardo attento e perspicace, sensibile, può ancora riuscire – secondo la visione dell’autrice - a decifrarli. La Napoli spagnoleggiante si appropria, così, a poco a poco della scena e avvolge con il suo affascinante mantello i personaggi di questa storia, i cui nomi la richiamano intensamente.
La protagonista riceve misteriosi messaggi in e-mail che la invitano a ricordare Luis Francisco de La Cerda duca di Medinaceli, vissuto a cavallo tra Seicento e Settecento e “Viceré di Napoli dal 1695 al 1702" (si deve ricordare che la chiesa dove il quadro è stato ritrovato si chiama Santa Maria di Medinaceli). I messaggi sono inviati da Arturo Perez de Roca, uno scultore napoletano con “ben trent’anni di attività alle spalle" che inaugura in quei giorni una sua personale “al Castel dell’Ovo". Elide vi si reca e quando vede il suo ritratto, ancora una volta, come era già accaduto con Domenico Serao, ha la sensazione di averlo già conosciuto. Riesce ad avere il suo indirizzo e scopre che egli abita “proprio nello stesso palazzo del mio vecchio zio.", ora defunto. Dunque, quello sguardo trasognato che rinveniva nei volti dei passanti le tracce di un’età trascorsa, ora è assillato da misteriosi fantasmi che sembrano provenire da lontano, come se restassero non solo i monumenti di una Napoli di altri tempi, ma anche, mescolate tra la gente, le stesse persone del passato, pronte a manifestarsi e a interagire come fossero vive. È una Napoli esoterica, anche, perciò, in cui non si ha mai la sensazione di toccare un corpo vero, pure se esso sta lì davanti a noi in carne e ossa.
Quando Elide incontra Perez, scorge, tra le sue scartoffie, un altro dei tesori trafugati all’anziana signorina Maria Attias: è un quadernetto del Vico. C’è nascosta una foto dove Serao e Perez, più giovani, sono ritratti insieme davanti alla chiesa di Santa Maria di Medinaceli. Non vi è dubbio che la Cilento sta costruendo una atmosfera simile a quella che si respira ne Il segno del comando, il celebre sceneggiato televisivo che andò in onda nel 1971 per la regia di Daniele D’Anza, e che lanciò gli attori Ugo Pagliai (che interpretava la parte di un professore inglese di origine italiana che aveva lo stesso nome dello scrittore Edward Forster) e Carla Gravina (nella parte di Lucia, la modella del pittore Tagliaferri), ma anche un’atmosfera da Il club Dumas, il romanzo dello scrittore colombiano Arturo Pérez-Reverte, uscito nel 1993, portato magistralmente sullo schermo da Roman Polanski con il titolo La nona porta, del 1999.
La Napoli che ha sottomano è quella in cui il “popolo quasi mai ha il coraggio delle proprie azioni.", così che ne ripercorre gli ultimi due secoli attraverso la lettura della traduzione dal latino di quel quadernetto di Vico, fatta nel 1971 con il titolo: La congiura dei principi napoletani nel 1701. È la congiura che viene ordita per assassinare il Viceré Luis de La Cerda, duca di Medinaceli, nipote nientemeno che di Luigi XIV, il Re Sole, che abbiamo già incontrato, e che fallisce nel sangue. Medinaceli (“il più ricco dei suoi tempi, non solo in Spagna, non solo in Italia.), tuttavia, poiché si era mostrato incapace e tirannico, viene da Filippo V rimosso e designato al governatorato delle Indie, e infine morirà in prigione.
Elide continua ad incontrare persone che crede di avere già conosciuto. È la volta di un ragazzo, Lucio, che sta provando in una commedia diretta da Domenico Serao. Si tratta dell’adattamento della fiaba di Betta e Pinto Smalto che l’aveva deliziata da bambina. La parte di Pinto Smalto è affidata proprio a quel ragazzo, ed è lui la persona che Elide crede di aver già conosciuto. Non è improprio paragonare tutti questi personaggi in certo qual modo a quelli di Pirandello che vanno in cerca di una loro reincarnazione e definizione: “quel ragazzo, come il prete della chiesa di Medinaceli, come Perez e Serao, mi era più che familiare." Quando in Calabria, a Gerace, si trovano le tracce di un altro oggetto trafugato alla Attias, ossia l’ostensorio appartenuto a Tommaso Campanella, di nuovo ci troviamo tuffati nell’atmosfera seicentesca, allorché superstizioni e magie dominavano le azioni degli uomini. Una presunta discendente del filosofo possiede perfino il dito mignolo del suo antenato con il quale prevede il futuro: “Quello che nell’unghia teneva lu demone de casa, ca lu faceva vedere lu futuro, ca lu salvò dalla prigione, e ca lu fece addiventare ricco! Io l’aggio avuto in eredità. Dalla Franza, da Parigi, niente di meno, lo portarono indietro!" Campanella morì a Parigi, infatti, il 21 maggio 1639 nel convento domenicano di Rue Saint-Honoré.
Allorché ad Elide viene consigliato da Perez di leggere gli “Atti di famiglia di Don Luis Francisco de La Cerda", nei quali avrebbe trovato qualche risposta alle cose misteriose che le stanno accadendo, ci viene in mente il romanzo Il quinto evangelio di Mario Pomilio, del 1975, in cui il protagonista si avventura in una ricerca simile e l’autore cerca di rendere nei documenti consultati il linguaggio del tempo.
Negli Atti di famiglia redatti dal Viceré di Napoli troviamo un po’ la storia della città in quegli anni, ed in particolare risaltano il ricordo di Giovambattista Vico e di Tommaso Campanella. È il Viceré che regala a Vico l’ostensorio d’avorio appartenuto a Campanella, nel quale Vico rinviene la reliquia del dito mignolo ora in mano della donna di Gerace. Il documento parla anche della edificazione della chiesa di Santa Maria di Medinaceli voluta dal Viceré e disegnata da Augusto Molina, il quale è anche l’autore dell’angelo che ha colpito per la sua bellezza Elide e che ha una stretta somiglianza con il giovane attore Lucio (Cìo), di cui la protagonista si è innamorata. Il modello fu, a quel tempo, un ragazzo chiamato Mosca, o anche Muschino (il suo vero nome è Tommaso Rescigno), di cui il Viceré si invaghisce a causa della sua bellezza: “Erano secoli che non incontravo un incarnato così delicato, un viso così dolce, occhi lunghi come di donna, ma barba d’uomo!"
Nel diario il Vicerè fa anche menzione del Basile e della sua fiaba in cui si narra di Betta e di Pinto Smalto. Gli Atti, in cui sembra che sia già stata scritta la storia che sta vivendo la protagonista, contribuiscono a rafforzare quell’atmosfera barocca ed esoterica evocata dalla scrittura della Cilento. La costruzione della chiesa di Santa Maria di Medinaceli e la visita all’altra chiesa dove è conservato il teschio di Santa Lucia - la Chiesa del Purgatorio ad Arco - ricolma di scheletri umani, dànno un riverbero ancora più cupo alla narrazione. Vi entrano con molti dettagli i fatti relativi alla congiura del 1701 che i nobili napoletani tramano contro il Viceré, il quale riuscirà a sventarla grazie alla scoperta che ne fa un popolano, certo Nicola Nicodemo: “Mi sento meglio ora che le navi sparano sulla città: con che tracotanza i rivoltosi hanno cercato di infilare la bandiera asburgica sulla torre di Santa Chiara! La Vicaria è piena di arrestati, da domani non voglio vedere che Forche sulle piazze di Napoli!" Anche il Molina sarà fatto giustiziare, facendo parte della congiura.
La Cilento si avvia, dunque, ora, a collegare il passato con il presente, quei volti di ieri con i volti di oggi. Anche il prete ha qualcosa dell’antico, il cognome. Si chiama infatti Rescigno, come il giovane Muschino, amato dal Viceré, con il quale, già lo sappiamo, ha più di una somiglianza il giovane attore Lucio. Ultimata la tessitura, l’autrice ci fa capire che ora è tempo di dare di essa la lettura conseguente, dopo che abbiamo gustato una città che profuma dei suoi umori più sanguigni e sotterranei, e una parola che ha la coloritura di una tenebra che tutto avvolge nel mistero e nella superstizione, e dove paure e sentimenti vengono tenuti celati finché esplodono al pari delle sommosse e delle rivoluzioni.
Così accade alla protagonista, che mentre tenta di riaffiorare in superficie da una immersione nel vasto universo delle sensazioni e dei misteri, ecco che riceve una rivelazione che pare definitiva. Cìo, addormentato nella sua camera, la chiama con il nome di Mariuccia, la donna che era stata l’amante nientemeno che di Muschino, e anche la donna che aveva salvato il Viceré dalla congiura. Siamo in presenza di una reincarnazione? Che cosa è, dunque, la realtà, se vi si trovano mescolate ed indistricabili cose, vite e azioni del passato? Non solo, quindi, la realtà non la si fugge, ma essa si fa somma di tutte le realtà che l’hanno preceduta.
E mai possibile che Elide sia davvero Mariuccia Capasso, la moglie adultera del cocchiere del Viceré, quel Vincenzo Capasso che ha tanta rassomiglianza con il burbero Domenico Serao, regista e attore nella stessa compagnia di Cìo?
Imbrigliata e stordita dalla realtà, non le resta che prendere atto e credere in ciò che appare così evidente. Scopre, così, che anche lo scultore Perez ha a che fare con quel tempo. Al museo di Capodimonte, inoltre, c’è un quadro dipinto da un anonimo nel 1698 che raffigura quel barone Giuseppe Capece che ebbe parte nella congiura e che fu fatto giustiziare dal Viceré. Elide ne resta colpita perché è il ritratto spiccicato di padre Rescigno. Si rende conto, infine, che non solo lei ha fatto la scoperta di una esistenza che l’ha preceduta, ma anche gli altri: “adesso la situazione mi sembra chiara. Non so come mai voi sappiate chi siete stati, ma è indubbio che lo sappiate. Io, prima di incontrarvi, non avevo idea di chi fossi stata." Li chiama con il nome che ebbero al tempo della congiura. Sospetta che vogliano ucciderla, poiché lei, quand’era Mariuccia, salvando il Viceré, aveva fatto fallire la congiura. Erano occorsi più di due secoli, dunque, perché si ricomponesse la stessa scena di allora. Essa non solo si ricompone, infatti, ma torna a ripetersi, e sarà a questo punto che la protagonista farà una scoperta importante grazie alla quale capirà di non essere né Elide e nemmeno Mariuccia.
La Cilento, così, con una sadica perfidia, compone e ci mette innanzi un aggrovigliato mosaico raccogliendo dal passato le pietruzze che lo avevano colorato dell’intrigo seicentesco, e ricollocandole in una Napoli moderna, gravida dei suoi problemi, nella quale i segni del passato restano racchiusi e confermati negli uomini e nelle cose, affinché l’incontro di alcune tessere di quel mosaico possa bastare e tutto improvvisamente ritorni e si ripeta, secondo il ciclo dei corsi e dei ricorsi vichiano.
Il romanzo ricava, infine, questa lezione dalla storia, e riguarda il popolo napoletano, partendo proprio da quel: “chi gabba non si doglia s’è gabbato" del Vico: ossia “che la colpa dei napoletani è di essere eredi dei propri dominatori, schiavi di un assedio che ormai si è fatto biologia e che spinge ognuno a lamentare chi governa e non chi è governato, che deve a qualsiasi oppressione guerra e a qualsiasi rivoluzione diffidenza. Colpa del sangue francese, spagnolo, austriaco che, ormai mescolato, rende i napoletani nemici di se stessi, allegri in apparenza, rabbiosi in realtà."
È vera questa conclusione? Se ne potrebbe discutere, mi pare, mettendo la Cilento nel novero di quei narratori napoletani che, attraverso le loro storie, cercano anche di darci una radiografia ed una interpretazione della loro amata città.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 04.02.06 19:20
Interventi
Intanto congratulazioni per questa lettura accattivante: agile, puntuale, evocatrice ( chi se li scorda il Pagliai e la Gravina !) , gustosa come uno sciù al caffé disciolto in bocca. Merito della ottima Cilento? senza dubbio, e mi sembra normale, è lei a fornire gli ingredienti di quel dolce. Causato il mio giudizio da personali ascendenze o da coinvolgimenti nel politico e il sociale di Napoli ? ancor di più.
Seguendo quest’ultimo filone di pensieri, credo abbia ben giocato le tue carte nel domandarti subito - lasciando a una lettura del libro, che consiglio vivamente, il compito di stabilire chi sia Elide e che risacca dello spazio tempo la pigli e la rigetti - se sia possibile fabbricarsi una realtà a proprio uso per evitarci l’attuale ( quest’ultima considerazione l’aggiungo io). E dunque può identificarsi il delirio di Elide, il suo specchiarsi in un passato di arte preziosa e intrighi, col sonno della ragione di una ex capitale? E la coazione a posporre una dolorosa analisi che costringa al personale inferno – nel caso di Elide attuata col tornaconto dell’agorafobia - non somiglia al complice lassismo dei napoletani di fronte al montante degrado civile e morale? Ma come svegliarsi, come guarire dall’agorafobia della ragione, intervieni tu in chiusura, se i napoletani continuano a gabbarsi, assumendo il duplice ruolo di oppressori e oppressi , essendo martiri e orgogliosi eredi di una storia nobile ma anche, e specialmente, di umiliazioni ?
Le armi della ragione, non le sue fobie, servirebbero. E penso che la bravissima Cilento, grazie anche alla tua lettura, ne dia indiretta e valida testimonianza.
Pubblicato da: Carlo Capone - 05.02.06 12:27
Grazie, Carlo.
Desidero confidarti che, forse per il sangue che scorre nelle mie vene, ho simpatia per i meridionali, e per i napoletani in particolare. I loro difetti si ritrovano un po' anche nelle altre numerose etnie del nostro paese, dove un po' di più, dove un po' di meno: anche nella mia Toscana, anche nella mia Lucchesia.
Insomma, vuoi che ti dica la mia verità? A me i napoletani, piacciono così come sono. I loro difetti, poi, si fanno perdonare dal loro grande cuore.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.02.06 12:44
Bart scrive: "I loro difetti si ritrovano un po' anche nelle altre numerose etnie del nostro paese, dove un po' di più, dove un po' di meno: anche nella mia Toscana, anche nella mia Lucchesia".
Caro Bart, ben prima di un importante titolo oggi nelle liberie ho ritenuto che Napoli siamo noi. Sperando di non recare offesa a nessuno.
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 05.02.06 13:06
Ho letto degli strafalcioni che Piero Sorrentino denuncia a proposito del libro di Giorgio Bocca.
Si tende, in ogni caso, a mettere in risalto, quasi sempre, i difetti di questa città, salvo poi scoprire che oggi - questo è ovviamente il mio punto di vista - una buona parte della letteratura migliore viene da uomini del Sud o originari del Sud, e di Napoli in modo speciale.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.02.06 14:31
Grazie, Bartolomeo, per la segnalazione di questo libro, che non avevo ancora letto e che aggiungo all’elenco delle prossime letture. Colgo l’occasione, visto l’interesse tuo e di Carlo Capone per la letteratura meridionale, per segnalare a te e ai lettori di vibrisse un autore che io ho scoperto, con stupore, da poco. Non so se lo conosci e se sì cosa ne pensi. Si tratta di Antonio Russello (Favara 1921, Castelfranco Veneto 2001). Nel 1960 pubblicò con Mondadori (piacque a Vittorini) il suo primo romanzo, “La luna si mangia i morti”, una storia siciliana dove si mescola il picaresco e la ballata popolare, in pagine che sanno di terra e polvere. Sciascia gli dedicò una bella recensione su “L’Ora”. Con il secondo romanzo, oggi ripubblicato col titolo “L’isola innocente”, un racconto filosofico (protagonisti degli immaginari Vico e Rousseau) sul senso dell’educazione e della storia ambientato nel 700 tra la Svizzera e Napoli (bellissime le pagine che raccontano vicende tra i vicoli di Napoli e gustosissimo l’uso del dialetto napoletano) fu nel 1970 tra i finalisti del premio Campiello, insieme a Moravia, Cassola, Gadda, Soldati. Eppure è pressoché uno sconosciuto anche presso chi frequenta abitualmente la letteratura, anche se a mio parere pochi scrittori, in Italia, hanno oggi tanta concretezza di lingua e di contenuto. Spero che anche questa segnalazione serva alla sua causa.
Pubblicato da: giorgio morale - 05.02.06 14:56
Ho trovato, Giorgio, su ibs questi titoli: "L'isola innocente", 2002; "La luna si mangia i morti", 2003; "Storia di Matteo", 2004; "La danza delle acque a Venezia".
Ho messo nel carrello di ibs quelli da te menzionati: "L'isola innocente" e "La luna si mangia i morti", che è un titolo assai intrigante.
Non so quando li leggerò, ma mi farà piacere avere nella mia biblioteca, in attesa di essere letto, un autore poco o del tutto sconosciuto.
Grazie, Giorgio.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.02.06 16:14
“E’ destino delle grandi opere di perdersi, ma il cielo le salva e le fa arrivare in porto”.
Mi ha contagiato, Bartolomeo, il tuo gusto per le citazioni: questa è una bella frase di Russello, che evidentemente era cosciente del suo valore, tratta dal romanzo "L'isola innocente", dove è attribuita a Giambattista Vico.
Sono lieto del tuo interessamento e anch'io sono così: se un libro m'incuriosisce, non riesco a non darci un'occhiata.
Ho l'impressione che Russello potrebbe essere incluso nella lista di quegli autori del Novecento che non hanno l'attenzione che meritano, di cui parlavi qualche tempo fa.
Anche Matteo Collura sul Corriere della Sera recitava il mea culpa e confessava “il rammarico di non aver parlato di questo libro ("La luna si mangia i morti") mentre il suo autore era in vita. Ma così è la letteratura: una serie infinita di riconoscimenti postumi, di ingiuste graduatorie fomentate dai cantori e cultori del nulla di cui siamo tutti vittime e, nel nostro caso, anche involontari complici”.
Pubblicato da: giorgio morale - 05.02.06 21:49
Non so praticamente niente della Cilento.
Una lacuna, che col tempo colmerò.
Recensione sempre puntuale e ben articolata.
Beppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.02.06 22:35
Giorgio, vedrò di leggere almeno uno dei due romanzi quanto prima, forse La luna si mangia i morti, che ha un titolo davvero bello.
Beppe, grazie, sai che ci tengo al tuo giudizio, visto che sei un lettore e un critico esigente e senza peli sulla lingua. E' davvero una cosa meravigliosa poter parlare di un libro, come fai tu (e spero di fare anch'io), senza essere condizionato da alcunché, salvo da scelte e gusti personali.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.02.06 23:23
della stessa scrittrice vi consiglio anche la raccolta di racconti "l'amore, quello vero" (guanda, 2005): una scrittura colta, appassionata, dove ricompare l'amatissima napoli.
antonella cilento è anche una generosa del web:www.lalineascritta.it è una sua creatura.
Pubblicato da: silvana - 06.02.06 10:39
Grazie, Silvana, ho visitato il sito. Una Mozzi in gonnella, direi. Che è un gran bel complimento.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 06.02.06 11:56
Ho comprato Nero Napoletano proprio recentemente, quando Antonella è venuta ad Amsterdam per un ciclo d’incontri con scrittori italiani (non noti all’estero) legati particolarmente alla loro terra. La Cilento ha parlato dei suoi libri, ma soprattutto di letteratura in modo brillante e “leggero”. Dove con il termine leggerezza intendo quella cosa (che spesso manca nelle conferenze di letteratura) che t’impedisce di andare con la testa da un’altra parte. Esponendo con esempi, microstorie, piccole abitudini della sua città, s’è guadagnata l’ascolto e la stima del pubblico presente.
Pubblicato da: alice - 06.02.06 12:47
;o))
bart: ma sotto il tuo nome si cela un collettivo?
che è un complimento, ovviamente...
Pubblicato da: silvana - 06.02.06 12:48
Silvana, faccio tutto da solo, nel bene e nel male. Più nel male che nel bene :-)
Vado un po' OT. Poco fa ho ricevuto una lettera manoscritta di Vincenzo Pardini, lucchese come me, e che ha una calligrafia terribile. Gli avevo fatto le congratulazione per aver vinto il Premio Viareggio - inverno con la raccolta di racconti, uscita a dicembre: "Tra uomini e lupi". Gli confidavo che il titolo mi aveva richiamato alla mente lo stupendo film di Giuseppe De Santis "Uomini e lupi" e lui mi ha risposto che il titolo è stato ricavato da una sua frase presente nel precedente libro: "Lettera a Dio" E' un'informazione che forse può anche interessare.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 06.02.06 14:07




