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19.02.06

Aldo Nove: Milano non è Milano (2004)

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Nove.jpgAldo Nove è un altro autore impegnato nella ricerca di strade nuove per la nostra letteratura. Nato nel 1967, ha pubblicato a trent’anni Puerto Plata Market e l’anno successivo Superwoobinda; è del 2000 Amore mio infinito e del 2004 La più grande balena morta della Lombardia. Sempre nel 2004, esce questo Milano non è Milano, che è un viaggio dentro la effervescente, gigantesca metropoli, “principale centro economico e finanziario d’Italia", che l’autore osserva nella sua incessante trasformazione.

Leggendo la storia di Axolotl, il Dio che non voleva sacrificarsi al sole e perciò mutava continuamente, con la quale viene introdotto il viaggio, si è colpiti subito dallo stile affabulatorio di Nove, accattivante nella sua intelligente semplicità. Come il Dio Axolotl, “Milano non ne vuole sapere di essere se stessa. Sta diventando sempre qualcos’altro."; “La troverai sempre diversa." Sarà il tema del viaggio. Nove, attraverso il suo personaggio che altri non è che lui stesso con due anni di meno, ci descrive le sue prime impressioni sui milanesi allorché capitavano al suo paese, Viggiù, per una breve vacanza, quando lui era ancora un ragazzo. Gli parevano sempre pervasi dalla nostalgia della vita in città a contatto con il cemento, e andavano sempre di fretta. La prima volta che il protagonista entra a Milano, nel 1974, ha cinque anni (l’autore, nato nel 1967, ne ha sette) e si domanda perché a Milano ci sono così tante persone: “Perché a Milano ci sono tante cose."; “per un bambino che arriva dalla provincia, Milano è un sogno, strano."
L’occhio del visitatore è incantato e stordito. La modernità è lussureggiante, ma si accompagna sempre ai resti di un passato che ancora fa capolino, e al quale la memoria non può fare a meno di riconnettersi. Ciò che è moderno, tuttavia, è quasi impalpabile a confronto di ciò che era moderno qualche anno fa. Quello restava impresso nella mente, questo di oggi fugge via, ad una velocità che si accresce sempre di più: non solo le vetrine, le insegne, ma anche gli spazi: “Piazzale Loreto è uno dei luoghi più incomprensibili d’Italia. [...] Sembra progettato da Joyce o da Ionesco. All’inizio era uno spiazzo erboso di svincolo sullo stradone che portava a Monza, si chiamava Rondò di Loreto e nel 1815 venne tutto addobbato per l’ingresso solenne dell’imperatore Francesco I." Indubbiamente, non si può essere immuni dalla nostalgia. Il passato ha una sua vigoria che la vince su qualsiasi altra forza dell’universo. Esso agisce dentro l’uomo e ne modifica e trasforma la sensibilità e l’attitudine alla conoscenza. Una delle strade che da corso Buenos Aires porta alla Stazione Centrale, via Castaldi, brulica di vivacità intorno ai tre call-center presso cui si radunano gli immigrati per comunicare con i loro familiari; lungo la strada si aprono negozi gestiti da stranieri “che non capisci cosa vendono. Supermercati cinesi, macellerie arabe, negozi di videocassette egiziani, take-away turchi, bar indiani. Credo sia una delle zone più belle di Milano." Che cosa credete che la renda bella agli occhi del protagonista? il suo mescolare il passato con il presente e il suo moderno cosmopolitismo: “Il contrasto è stridente e, allo stesso tempo, paradossalmente armonico. Che tende a una necessaria, nuovissima armonia." Ma quanto potrà durare?: “Finché la doppia anima resiste prima di essere travolta dall’omologazione, resta qualcosa di magico che è la percezione della varietà del mondo." Non siamo, dunque, di fronte ad una normale e scontata guida di Milano, ma ci troviamo coinvolti dallo sguardo di un visitatore che cerca di identificare gli strati del tempo che si sono sovrapposti l’uno sull’altro e di verificarne il contributo che ha reso possibile l’origine di una specificità tutta milanese, come avviene quando si entra in un ristorante, “Asmara", che mostra di rappresentare una “perfetta integrazione tra Africa e Italia, l’impressione di essere in una zona franca in cui l’Europa e il continente nero si siano fusi armonicamente." Non è il contrasto, bensì l’armonia che ne scaturisce, ossia questo accordo tra popoli, che va cercando e scoprendo via via il protagonista/autore: “La fretta, nella zona equatoriale di Milano, non esiste." Anche la Stazione Centrale di Milano, con il suo lato sinistro, con le sue “successioni di cancelli arrugginiti", pieno di ferraglie “abbandonate da anni", è una mescolanza di passato e di futuro, vi si muovono vite sotterranee e misteriose, come quella dei barboni, dei senza casa, dei pazzi, e delle loro storie, che paiono quasi immobilizzare il tempo, in contrapposizione agli altri che vanno di fretta, corrono, prendono il treno all’ultimo istante. Vi è qualcosa di sublime: “Gli storici, un giorno, a distanza di anni, lo studieranno."

Il contrasto di stili sulla stessa piazza Duca D’Aosta tra la Stazione Centrale e il grattacielo conosciuto in tutto il mondo come “il Pirellone", intorno al quale i giapponesi fanno la ola, e sulla cui cima il cardinale Montini volle che i milanesi ponessero un’altra Madonnina come quella che si trova sul Duomo della città, ha “anche il suo fascino.", sebbene confuso. Il Pirellone è stato oggetto di un fatto clamoroso, accaduto nel “pomeriggio del 18 aprile 2002", quando, simile all’attacco subito a New York dalle Torri gemelle, “un aereo da turismo" è andato a schiantarsi contro la sua mole. Milano è presa dalla paura. Ci sono quattro morti, poi finalmente si viene a sapere che non si tratta di un attentato terroristico ma di un brutto incidente.
Non finisce qui il parallelismo con gli States. Non è un caso che “Milano è la città con più McDonald’s d’Italia". Ce ne sono una quarantina e “Visitarli tutti può essere una bellissima esperienza e un modo per cogliere un certo aspetto della milanesità per nulla secondario [...] Da McDonald’s si mangia alla milanese, non nel senso della cucina ma della modalità dell’assunzione del cibo. Di corsa." Lo sosteneva anche, ci fa notare il protagonista, fra Bonvesin de la Riva, “maestro di grammatica nato verso la metà del Duecento e morto nel 1313.": “Nessuno sta mai fermo. C’è tanto da fare. Gli uomini corrono di qua e di là. Le donne sposate corrono di qua e di là. Le donne vergini corrono di qua e di là. I fanciulli corrono di qua e di là." È uno sguardo caustico ed amorevole a un tempo, quello che Nove getta su Milano, e proprio il lungo spazio dedicato alla celeberrima catena di fast-food ne è un esempio: molti anziani vi passano il loro tempo “prendendosi un caffè e rimanendo poi lì seduti a guardare gli altri che mangiano."
Dalla lettura della cronaca milanese redatta intorno al 1288 da fra Bonvesin de la Riva, Nove trae lo spunto per disegnare un’immagine della città che viene da lontano, allorché sopportò gli assedi e le distruzioni ad opera dei barbari, trovando ogni volta la forza per rinascere. Contro gli attuali oltre quattro milioni di abitanti, nel medioevo Milano ne contava circa duecentocinquantamila ed aveva “duecento chiese e quattrocentottanta altari."; era “la città più cattolica del mondo, molto più di Roma, e ha infatti patito fame, sete, freddo, caldo, fatiche disumane, veglie, morti, ferite, lacrime, pianti, distruzioni, catture, prigionie, torture, spese, miseria, fughe, incendi e devastazioni per la propria fede."; era visitata da pochi turisti “perché a Milano si lavora e prega, e non si sta a naso all’aria a vedere i palazzi."
Questa pagina di storia medioevale è stata preceduta da una passeggiata moderna dentro i fast-food della McDonald’s e viene seguita immediatamente dalle accattivanti luci di un centro commerciale, che è “il paradiso dove spendere"; “il vero paradiso della contemporaneità." Esso sostituisce “Quella che i Greci chiamavano l’agorà, la piazza in cui loro, i Greci, filosofavano." La successione così come è organizzata dall’autore dà l’idea del movimento nel tempo, delle trasformazioni che sono avvenute all’insegna del sogno raggiungibile, dell’avveramento, passo dopo passo, di un mito, in cui è possibile trovare ogni cosa a portata di mano. Milano, dunque, come una specie di città del sole che si è realizzata. La storia di piazza Duomo, oggi una specie di “piazza Marrakech", che fa subito seguito alla parte dedicata ai centri commerciali, e la storia del Duomo stesso, “monumento della fede e del turismo", tornano a ricordare, ancora una volta, il passato della città. Anche la Torre Velasca è stata costruita “nel punto in cui un tempo passavano i buoi che trasportavano i morti della peste."
C’è anche una chiesa, San Bernardino alle Ossa (“già, con poca fantasia, Chiesa di San Bernardino dei morti") che conserva in una cappella “parecchi teschi e ossa umani disposti sulle pareti e intorno all’altare a mo’ di decorazioni inquietanti." Queste ossa “provengono da cimiteri milanesi del Seicento soppressi."; “Altri teschi si trovano nelle cassette sopra la porta esterna originale (oggi murata), e appartengono tutte a condannati a morte del secolo che precedette quello dei «lumi»."

La ricognizione di Milano da parte di Nove non tralascia dunque quegli aspetti che messi uno accanto all’altro disegnano la storia antica e la storia moderna come una lunga successione nella quale il passato non manca mai di ricordare che ogni cosa è caduca, anche quella che oggi appare come la realizzazione di un sogno e di un mito. Essa lascerà prima o poi lo stesso calco nella storia infinita della città. Milano è anche per molti immigrati soprattutto la città della speranza, perché si crede che nella metropoli il lavoro lo si possa trovare dappertutto. Chi arriva a Milano è colmo di fiducia nel progresso e nella civiltà delle macchine e degli affari, poi, deluso, è costretto ad arrangiarsi come può perfino nella città che ha una piazza, piazza Affari, in cui si erge il palazzo della Borsa, il più importante d’Italia e uno dei maggiori d’Europa, dove “Metterci piede è un po’ come entrare in una chiesa". Quando cala il buio, entrano in scena i locali notturni, di ogni specie e per tutte le borse, fino al costosissimo Nephenta di piazza Diaz, “a due passi dal Duomo", frequentato dalle “donne più belle di Milano"; “Specialmente quando non sono ancora abbastanza famose e alla ricerca di un produttore che le possa lanciare..." e si scatena la prostituzione, “Mercato spietato e sull’orlo dell’inflazione."; “Insomma, i bordelli non sono mai stati chiusi, checché se ne dica e dir si possa." Poi Nove, con il capitolo “Secondo intermezzo. Milano tutta d’un fiato" inizia a scrivere tutto d’un fiato pure lui, facendo sparire la punteggiatura, come se fosse arrivato il momento di trasferire, o meglio, versare come da un contenitore, la storia meneghina nella scrittura. Un esempio: “Dopo la conquista della Gallia da parte di Roma la città crebbe ricca sappiamo da Polibio che nel II secolo a.C. a Milano cinquantadue chili e mezzo di grano costavano quattro oboli sappiamo inoltre che un viaggiatore pagava un tanto fisso di rado superiore a un semiasse ci sono un teatro un foro una zecca un circo dei templi e un edificio termale." La punteggiatura ritorna con il cinema che ha rappresentato la Milano “che si beve", con il suo simbolo maggiore, via Montenapoleone, la “strada dello shopping di lusso", che fa parte di quel tratto che attraversa la Stazione Centrale, il Duomo e San Babila, dove è possibile vedere la più alta concentrazione di fotomodelle: “Le fotomodelle si riconoscono subito (per l’altezza, il portamento, i lineamenti, anche se struccate e vestite in modo tutt’altro che appariscente) e attraggono l’attenzione."; “se siete mettiamo alla fermata del metrò di Montenapoleone, guardate in fondo perché da una parte o dall’altra molto probabilmente c’è una fotomodella ma non avvicinatevi perché si allontana." Che è descrizione malinconica e riuscita di un successo mondano già riconosciuto dalle stesse fotomodelle come effimero. Vi è una logica nella successione dei capitoli, e siccome abbiamo toccato la bellezza delle fotomodelle, Nove ci conduce a vedere il capolavoro di Leonardo da Vinci, “Il Cenacolo", accompagnandolo con le parole di un visitatore di eccezione, Mark Twain, che lo vide nel 1867, quando era ridotto in condizioni pietose, il quale Twain, di fronte alle esclamazioni di ammirazione degli altri visitatori, si domanda: “non posso fare a meno di pensare come fanno a vedere quello che non si vede?" Oggi “Il Cenacolo", conosciuto anche come “L’Ultima cena", è tornato al suo antico splendore grazie ad un sapiente restauro. Se “L’Ultima cena" è un momento di aggregazione di Gesù con gli apostoli, momenti di disaggregazione, invece, non mancano nella Milano sotterranea, attraversata da tre linee del metrò: “È lì, alle sette del mattino, che la pressione della forza lavoro, nelle sue molteplici forme, esercita il massimo della sua inquietudine ed implode nella totale assenza di relazione tra «gli utenti». Tutti leggono, o meglio guardano, il giornale." Da una certa ora in poi, passano anche zingari e complessini musicali che chiedono l’elemosina; nelle stazioni di transito manifesti e annunci pubblicitari caricano il cittadino di una overdose di informazioni “finalizzate alla distrazione e all’accumulazione di notizie «usa e getta», per ingannare attese brevissime in cui l’unica cosa, a mancare, sempre, è il silenzio." Non manca, al contrario, l’amore, anche se sembra strano che possa risiedere in una città così frettolosa, ma Nove ne indica i luoghi e ci avverte che il bacio più bello è quello che si dà sulla cupola del Duomo, dove c’è la Madonnina: “E il meglio del meglio è quando c’è la nebbia." Come Nove lo definisce ad un certo punto del suo percorso, il libro non è altro che una “guida d’autore", non tutta Milano vi è rappresentata, ma quella che appare è la città che viene da lontano, destinata a durare pur nella sua continua e vitale mutazione: “Come in un perenne cantiere."

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 19.02.06 08:52

Interventi

Nove non l'ho letto, ma definire Milano "effervescente" mi spiazza.

Io ci ho vissuto e mi piace e ancora ci vado spesso, ma è una città multistrato con molte cupezze (e anche Nove, mi par di capire, le mette in evidenza) e qualche punto di sosta anche da paesotto, grazie a dio.

E' generosa, per la mia esperienza, sa accogliere, soprattutto chi ci va per lavoro, ma va di fretta, non con effervescenza e brillantezza, ma perché tempo da perdere non ce n'è ed è meglio finire tutto per venerdì sera e poi magari andarsene per il fine settimana.

Anche piazza del Duomo, non assomiglia certo a quella di Marrakesch, sembra piuttosto un crocevia mescolato a una spiaggia dove si arenano le carcasse. E' un po' brutale come immagine, ma non mi viene in mente niente di meglio, però mi piace e ha il glicine più bello d'Italia.


Pubblicato da: temperanza - 19.02.06 15:16

Non conosco Milano, temperanza. Ci sono stato una volta quando facevo il militare a Legnano e ho un ricordo vago di essere salito sulle guglie per vedere la Madonnina, però non so più se sia stao un sogno o un fatto reale. Con dei commilitoni mi fermai ad un bar a bere qualcosa e ricordo che avevo accanto altri avventori, di cui non riuscii a capire una parola, che è una :-). Poi ci sono tornato qualche anno fa per conoscere alcuni amici che frequentavano con me it.cultura.libri. Di Milano non so altro.
Effervescente è termine da me usato per indicare dinamismo ed agitazione, creatività, sulla scorta di quanto si apprende nel libro (sviluppo commerciale e industriale, arte, cinema e così via) e di quella dichiarazione: "“Milano non ne vuole sapere di essere se stessa. Sta diventando sempre qualcos’altro.”; “La troverai sempre diversa.” "

Il paragone con Marrakech è riportato da Nove come definizione data dal pittore Enrico Baj.

Riguardo al glicine, se capiti in estate a Lucca, vai davanti al Duomo, a sinistra c'è il Palazzo Micheletti che nel suo lato che dà sulla fontana dell'architetto Nottolini ha quello che viene definito il muro più bello d'Italia, da cui pende un meraviglioso, immenso glicine.

Grazie dell'attenzione, temp.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 15:46

Ah, non voglio competere con il glicine di Lucca, quello di cui parlo io forse è così bello per contrasto, si trova più o meno alle spalle di viale Papiniano lato Piazza Piemonte, per intenderci molto grossolanamente, e sale su per tutto un condominio marroncino. Più precisa non so essere, dovrei tornarci per precisare la strada. Magari lo farò.

Pubblicato da: temperanza - 19.02.06 16:43

Mi capita spesso di essere in Milano, dove ho anche vissuto e conservo diversi amici. Ma la fierezza di esserne parte, in qualche misura artefici della sua fortuna, che si percepiva una volta dai discorsi non emerge più. Questa città è il nervo scoperto dell'Italia, il termometro di una insicurezza che ne alimenta ed eccita i ritmi quotidiani. Si ha come impressione - che è solo ed esclusivamente mia- che le grandi capacità economiche, le risorse di talento, la vivacità imprenditoriale tipicamente lombarde, non sempre siano espresse al meglio della potenzialità. Nove cita Bonvesin della Riva, a me piace ricordare, per restare in ambito di memorie medioevali, Ariberto di Intimiano e il suo editto del 1037. Penso che spieghi il senso e la storia e le tradizioni di lungimirante accoglienza della città, senza retorica alcuna. Dunque Ariberto invitava gli uomini di Lombardia possessori di un'arte a trasferirsi a Milano per esercitarla liberamente, senza i condizionamenti e i soprusi della corte di Pavia che quei talenti li soffocava. Originò il suo editto la prima vera migrazione di ingengni, che non poco determinò le fortune del Comune.

Bart,se posso avanzare un consiglio, vedrei bene in questa tua proprosta di Autori attualissimi anche un Paolo Nori o un Antonio Franchini o uno tra i miei preferiti: Giuseppe Ferrandino. Ma ce ne sono tanti e tanti altri ugualmente bravi, è chiaro.

Saluti

Pubblicato da: Carlo Capone - 19.02.06 17:35

@ temp

Mia moglie ha piantato più di un anno fa nel nostro giardino un glicine. Sta crescendo, ma è ancora piccolo. Chissà se batterà in profumo e bellezza quello di Lucca.

@ Carlo

La tua cultura è sorprendente e mi mette i brividi. Mi hai promesso una visita a Pasqua e, quando parleremo, mi terrò sulle ginocchia i volumi della enciclopedia, così che potrò starti dietro:-)
Di Paolo Nori, Genna pubblicò, con mio sommo piacere ma a mia insaputa, la mia lettura di Bassotuba non c'è; ecco perché non l'ho mai messa qui. Ma penso che, dopo il tuo commento, la metterò.

Antonio Franchini, che sento dire bravissimo e uomo determinante della narrativa in Mondadori, tocca dei temi - mi sembra - che non mi attraggono, almeno per ora. Ma deve essere davvero bravo se riscuote l'ammirazione del bravissimo giovanni, che non leggo più da qualche tempo, qui su vibrisse, e un po' mi manca la sua "effervescenza".

Non conosco Ferrandino. Dammi un titolo tra i suoi migliori.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 17:51

"Pericle il nero"

Pubblicato da: temperanza - 19.02.06 18:11

Grazie, temp. Già messo nel carrello.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 18:22

Prego

Pubblicato da: temperanza - 19.02.06 18:27

Grazie, Bart! Spero tanto di poter visitare la tua mitica biblioteca!

Sono felice inoltre che tu abbia acquistato 'Pericle il nero', che non mi stanco mai di raccomandare. Di Franchini credo che il suo approdo al romanzo in quanto mix di cronaca, autoconfessione e testimonianza in presa diretta costituisca una svolta.
'L'abusivo' - finalista con Io non ho paura, di Ammaniti, al Viareggio 2001 - ne è riprova. Ma anche 'Quando vi ucciderete maestro?' non me lo perderei :-)

Un caro saluto

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 19.02.06 19:37

Grazie anche a te, Carlo.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 20:23

Caro Bartolomeo, sono in arretrato non di letture, che seguo sempre con attenzione, ma di commenti. Innanzitutto sono stato colpito dalla tua affermazione "che tutti gli scrittori, quando si dedicano allo scrivere seriamente, meritano rispetto e attenzione"; è una bella affermazione, che non tutti siamo capaci di praticare, che dà e crea rispetto.
Delle tue ultime letture mi colpisce infatti la tua disponibilità alla lettura di scritture molto diverse. Mi piace, e lo capisco, perché anch'io, se qualcosa m'incuriosisce, non riesco a non darci un'occhiata. Bella la lettura de "La cipolla" di Moresco. Mi pare che Moresco ottenga risultati migliori nelle opere più misurate, come "La cipolla", appunto, e "Lettere a nessuno", per me il miglior libro sul '68.
Non conosco il libro di Scarpa e quello di Nove su Milano, di cui ho letto solo i primi due libri. Anch'io, dalla tua lettura, ricavo l'impressione che Milano raccontata da Nove diventi più "effervescente" rispetto a quella della realtà. Bisogna dire però che è vero, come dice Nove, che Milano è "sempre diversa". Anzi, si può dire che ci sono tante Milano: ognuno può ritagliarsi la sua, avere la sua rete di relazioni e vivere una città totalmente diversa da quella di un altro. Questo forse si può dire di ogni città, ma è vero in particolar modo per Milano, proprio per la compresenza in essa di strati, stili, culture diversi. Insomma, il percorso che fai e i tempi con cui la vivi disegnano diverse Milano. Chi la conosce solo di passaggio può non scoprirlo.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 19.02.06 22:49

E' bello sentire parlare di Milano come fai tu, Giorgio, e fa temperanza. Voi siete in grado di giudicare meglio di me la vostra città, e sicuramente un milanese leggerebbe il libro di Nove trovandovi spunti di discussione molto più interessanti e circostanziati di quelli da me annotati.

Siamo così lontani, centinaia di chilometri ci dividono, e riusciamo a parlare tra di noi di un libro, quasi in tempo reale e come se ci trovassimo seduti nello stesso salotto. Magnifico!

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.02.06 23:35