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23.02.06

A colloquio con Raffaele Nigro

di Lorenza Rocco Carbone

Raffaele_Nigro.jpg Sulla rassegna bimestrale di cultura Sìlarus, che si stampa a Battipaglia, è apparsa nell’ultimo numero appena uscito, il 243, un’intervista di Lorenza Rocco Carbone a Raffaele Nigro. Lorenza Rocco Carbone è una saggista di valore che ha pubblicato nel 2001 per i tipi di Massa Editore – Napoli Ripensando Elsa, libro nel quale ripercorre la vicenda umana e letteraria di Elsa Morante. Dopo la morte di Italo Rocco, fondatore di Sìlarus, Lorenza Rocco Carbone ha proseguito il lavoro del padre dando nuovo vigore alla rivista che dirige insieme con i fratelli Maria Paola e Pietro Rocco. (BDM)

Malvarosa. Quattro edizioni in pochi mesi. Consensi di pubblico e di critica, una serie di riconoscimenti prestigiosi. Che effetto le fa tanto successo che ricorda la fortuna del romanzo d’esordio I fuochi del Basento"?

Un effetto frastornante e tuttavia se dicessi che non ne sono contento sarei ipocrita.

Scriptor unius libri?. Condivide? Da I fuochi del Basento a Malvarosa, il Mezzogiorno attraversa tutta la sua produzione narrativa. Le radici condizionano l’ispirazione? In che misura?

Ma dal Mezzogiorno provo anche a passare al Mediterraneo. L’uno e l’altro sono comunque metafore della storia e della vita. Le radici condizionano, almeno nel mio caso.

Con I fuochi del Basento ha raccontato la fine della cultura contadina, il passaggio dalla cultura arcaica della tradizione alla cultura della modernità, dalla povertà alla cultura dei consumi; con Malvarosa, un romanzo di formazione, di inquietante attualità, mette a confronto la cultura islamica con l’anima cristiana del nostro Sud.

Provo anche a raccontare lo sconquasso che stanno producendo i ritardi nella scoperta dei nostri patrimoni ambientali architettonici e archeologici e il complicato approccio al tempo del benessere e dei consumi.

Condivide che sia uno scontro di civiltà o intravede il pericolo di annientamento della civiltà globale, in definitiva dell’Uomo, sotto qualsiasi latitudine, di ogni lingua e credo?

E’ uno scontro di civiltà. Gli uomini hanno sempre avuto problemi e li hanno superati.

In Malvarosa la morte viene narrata sotto la forma di una sinestesia simbolista, attraverso l’olfatto. Come ci è arrivato? Forse perché Malvarosa è un fiore e nel romanzo questo fiore è metafora di una ragazza, Cristina, che alla fine muore?

Attraversando le campagne lucane e calabresi sentivo i profumi di zagare. Che sono tanto consistenti da stordirti. Questa sensazione venne poi spiegata da una pagina del Gattopardo,dove si dice che la Sicilia è divorata dall’odore delle zagare e che lo scirocco lo diffonde in un sudario insopportabile. Nel novembre 1980,sotto le mura di Conza avvertii lo stesso odore. Ma veniva dai cadaveri sepolti sotto le macerie. L’idea mi venne allora e si è materializzata molto più tardi.

Nel grande filone della letteratura meridionalista, in cui lei occupa un posto di primissimo piano, tra De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Alianello, Jovine, Carlo Levi, chi sente più vicino a sé e perché?

Ovviamente Levi, perché sulla sua narrativa e sulla sua dirittura politica ci siamo formati tanti di noi lucani.

Lei è un poligrafo di grande duttilità espressiva: narratore, saggista, poeta, giornalista. Eppure c'è un genere a lei più congeniale?

Non saprei dire tra saggistica e narrativa.

Il rapporto letteratura-cinema?

Trovo che il cinema sia un paese bellissimo, ma oggi non dialoga più con la narrativa. Al massimo va in prestito per gialli, noir, thriller, ma non cerca idee e sentimenti. E questo sta decretando una velatura nel nostro cinema.

Il rapporto tra letteratura e giornalismo?

La cronaca può dare spunti, ma la grande letteratura nasce dalla sedimentazione delle cronache. Tuttavia una scrittura di reportage si accosta al giornalismo, ma ha bisogno di sentimenti. Io credo che i mestieri siano contrapposti, perché il giornalista dovrebbe attenersi scrupolosamente ai fatti di cronaca, mentre il narratore deve raccontare l’immagine del mondo quale si è formata dentro di lui e spesso deve tradire la realtà oggettiva per offrire la sua realtà.

E tra lettura e scrittura?

Non ci può essere scrittura se non c’è lettura. Si impara dal genio e dagli errori degli altri.

Per Malvarosa il super-Flaiano, il Premio Biella Letteratura-industria, il premio Nino Martoglio, finalista al Mondello e dulcis in fundo finalista al Campiello. Ci sperava?

Ci speravo finché non sono stato invitato dal Comitato di Gestione del Campiello con gli altri finalisti del premio a Ravello. Il direttore del Ravello festival è Antonio Scurati. Allora ho sentito puzza di bruciato. E la conferma è venuta da un impossibile e improponibile ex-aequo con 79 voti per i due vincitori. E’ una faccenda puerile. O è nello spirito dei tempi, Pirandello direbbe: la morte del piacere dell’onestà. Ma per fortuna un premio è soltanto un premio. Chi veramente ti premia è il libro scritto. Tu senti se hai prodotto fuoco o cenere.

In verità cosa pensa dei premi letterari?

Penso che siano utili a imporre un autore o un titolo. Penso che facciano discutere della lettura e dei libri. È un luogo di chiasso, di confusione,di imbrogli, lo so, ma è una delle poche feste popolari del libro. Oggi stanno venendo in primo piano i festival e questo è molto meglio, ma io credo che tutto ciò che si riesce a ordire per mantenere in vita libri e lettura sia utile. Dunque anche i premi letterari.

Ha qualche ricordo del fondatore di Sìlarus, Italo Rocco, insostituibile direttore fino al dicembre 1999, data della morte?

Era amico di un altro nobil uomo della cultura, Rocco Di Poppa, che ci fece da tramite. Un anno vinsi il premio di saggistica indetto da Sìlarus e fu molto bello perché avevo trattato la narrativa di uno scrittore che annovero tra i miei maestri, Gino Montesanto e col quale ho un lungo rapporto di amicizia.

A quale dei suoi libri, premi a parte, è più legato?

Ai Fuochi, perché è irruento e imperfetto. Un libro di gioventù. Ma amo la Baronessa perché è una canzone lirica e dolente alla condizione umana.

Personalmente mi ha intrigato molto il Viaggio a Salamanca. Condivido con lei che la parola è il luogo della libertà e che l’immagine viene imposta e subita. Vuole approfondire per i nostri lettori?

Si provi a vedere una partita di calcio priva di commento. E’ un mortorio. Il gioco si accende appena qualcuno lo commenta. Le immagini sono immediate,ma creano una situazione di necessità. Vede che succede ai remake di film interpretati nella prima versione da grandi o piccoli attori? Generalmente crollano. Pensi al Gattopardo di Visconti. Riusciremmo a pensare a una Angelica che non sia la Cardinale? Dunque Visconti ci ha imprigionato. Ci ha privato della possibilità di sognare e di costruire ognuno una propria Angelica. Mentre la letteratura ti dà libertà di immaginazione. Qualunque sia il livello di descrizione usato dall’autore.

New York, Madrid, Londra, Sharm El Sheik, la mappa del terrorismo si allarga paurosamente. Il nostro tempo, con l’atomica, è iniziato sotto il segno della minaccia di annientamento dell’umanità intera, pensa che la pace possa solo ottenersi con l’equilibrio del terrore?

C’era una volta la dittatura della paura. Ovvero con gli Stalin e gli Hitler si aveva paura delle organizzazioni statuali in forma di Leviathan. Oggi la paura è democratica, vive attorno a noi sotto forma di ragazzi con zainetti o rimpinzati di tritolo. Io non credo che vada bene il detto latino: se vuoi la pace prepara la guerra. Credo piuttosto che se vuoi la pace devi preparare la pace, come diceva don Tonino Bello.

E il ruolo dello scrittore, del poeta oggi? Da appendere la cetra?

No non bisogna mai arretrare né demordere. Un creativo non convincerà mai le piazze, ma può scendere nelle viscere di un individuo e persuaderlo. L’arte della persuasione è molto importante, anche in un tempo in cui è crollata l’esemplarità positiva e si impongono troppi esempi negativi. Voglio avere fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di resurrezione.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 23.02.06 16:35

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