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21.01.06

Walt Whitman: la gloria del solo fatto di essere

di Antonio Spadaro

antonio_spadaro.JPGEra il 1855, e a 36 anni Walt Whitman a proprie spese pubblicava la prima edizione di Leaves of Grass (Foglie d’erba), l’opera poetica che lo avrebbe reso un gigante all’interno del canone letterario statunitense. Esattamente 150 anni fa, dunque. Cosa accadeva 150 anni fa? Nasceva Pascoli, Carducci elaborava le sue Rime, e Baudelaire i suoi Fiori del male, mentre proprio in questi anni lo sconosciuto bardo e visionario «zio Walt» scriveva: «Troviamo nell’umano operare qualcosa che risponde all’operare maestoso del giorno e della notte».
Leggere Foglie d’erba significa, oggi come 150 anni fa, vuol dire accettare tutto come da un veggente o da un profeta, senza pensare di avere davanti un’opera compiuta e coerente in tutte le sue parti. E per profeta qui intendo non uno che «prevede» e anticipa, ma colui che vede le cose sul piano del loro significato profondo e ultimo, colui che ha una visione illuminata di senso, che intuisce e legge dentro la realtà, non oltrepassandola, ma vedendone gli strati profondi e primi.

È il poeta Gerald Manley Hopkins, in uno suo splendido verso, a farsi erede e interprete della più acuta «visione» whitmaniana, che egli condivideva: «Vive in fondo alle cose la freschezza più cara» (God’s grandeur). I versi di Whitman sono l’espressione di una radicale fiducia nella forza del reale e dell’uomo, nella freschezza di questa forza. Per questo di tutto si può scrivere un canto, un inno: il «brusio della strada», i «cerchioni dei carri», le «croste di fango sulle suole», i «pesanti omnibus», lo «scalpitare dei ferri dei cavalli sul selciato di granito»... L’immagine fondamentale della sua poesia è quella di «Adamo nel primo mattino, che usciva di sotto il riparo di fronde, ristorato dal sonno».

walt_whitman.JPGL’umanità sembra brillare di una felicità mattutina. Il poeta è il cantore della dignità, della forza e della bellezza di esistere. È così tutto l’opposto di quelle «creaturine gentili», come lui le chiamava, che fanno della poesia un fatto intimo, personale o comunque elitario. La poesia deve essere (parole sue) «coraggiosa, moderna, onniabbracciante e cosmica» e, in quanto tale, essa è innanzitutto un fatto popolare, pubblico. La «materia» dell’ispirazione è il common people, la gente comune: non i governanti o i dotti, ma proprio il popolo nella sua interezza, fatto di falegnami, muratori, battellieri, calzolai, boscaioli... con la sua indescrivibile, spontanea freschezza. Ecco il canto: «Alzo la voce perché ai poeti, agli artisti temi ben più superbi indichiate,/ che esaltino il presente ed il reale,/ perché insegnino all’uomo qualunque la gloria del suo quotidiano cammino e del suo mestiere».

Ecco la sua domanda ai poeti d’America: «L’opera vostra sa resistere al paragone dei campi aperti, sulla riva del mare?». Se la risposta fosse negativa, la loro poesia sarebbe nient’altro che soil of literature, «sporcizia di letteratura». Lo spirito del poeta nella visione whitmaniana si caratterizza per la sua gratitudine e per la sua semplicità gioiosa e aperta: «La vista l’udito e il tatto sono miracoli, e ogni mia parte e appendice è un miracolo». Bando dunque a tutto ciò che è torbido, segreto, espressione del dubbio o della depravazione, tutte cose che caratterizzano tanta letteratura. G. K. Chesterton, attento lettore di Whitman, notava giustamente: «Il nuovo tipo di letterato non attira l’attenzione dicendo che, per lui, il negro gobbo ha l’aureola. Vuole cogliere nel segno dicendo che, proprio mentre stava finalmente per abbracciare la più stupenda tra le donne, rimane disgustato dalla pustola che lei ha sul sopracciglio o dalla macchia di grasso sul pollice sinistro. Whitman cercava di dimostrare che le cose sporche in realtà erano pulite, come quando glorificò il letame in quanto fonte della purezza dell’erba».

Dov’è l’intensità angosciata di tanta grande poesia? Dove il dramma della coscienza inquieta che trova la poesia nelle sfumature? Dove quella letteratura «autoreferenziale, vacua, inafferrabile, pretenziosamente teoricizzante ma in realtà esangue e timida», di cui ha paralto in un suo recente articolo Alfonso Berardinelli? Sparita. Anzi, poco dopo l’uscita dell’edizione finale di Foglie d’erba (1892), c’era in Italia perfino chi confidava che la «freschezza vitale» dei suoi versi fosse capace di liberare l’«asmatica e tisica nostra poesia» dall’«afa di rancido, di muffa e di stantio» e di trasfondere in essa un po’ di sangue (L. Manicardi, Walt Whitman e la poesia, Reggio nell’Emilia, Tipografia degli Artigianelli, 1895, 14).

La letteratura può dire di aver espletato il proprio compito solamente se insegna a dire un sì aperto e cordiale alla realtà. Grandi poeti lo insegnano ancora oggi. Seamus Heaney e Derek Walcott, tra gli altri. La poesia deve «liberare, stimolare, dilatare», continua Whitman: «Entro me la latitudine s’amplia, la longitudine si allunga». I polmoni hanno bisogno d’aria e la richiamano con avidità: «Aspiro lunghi sorsi di spazio, / l’est e l’ovest sono miei e il nord e il sud sono miei. / Sono più vasto, meglio di quel che pensassi, / non sapevo d’aver tanta bontà. Tutto mi sembra bello». Aveva ragione Borges quando scriveva: «Chesterton pensò, come Whitman, che il solo fatto di essere è talmente prodigioso che nessuna sventura deve esimerci da una sorta di comica gratitudine».

Devo precisare, a questo punto, qualcosa di importante: leggendo con attenzione l’opera di Whitman ci si rende conto che la vastità limpida e stupita delle immagini che escono dalla sua penna sono non la trascrizione poetica di una biografia, ma la proiezione viva di un desiderio. Whitman è, in realtà, il capostipite di quei poeti e narratori – ed Hemingway primo tra tutti, ma anche, a suo modo, il nostro Pavese – che hanno mostrato attraverso la loro scrittura coraggio o spensieratezza, ma che insieme hanno vissuto un’intima dimensione di solitudine. I versi di Foglie d’erba attestano, se ben letti, l’attesa di una visione, il tendere inesausto verso una novità radicale. Ogni verso di Whitman vive dell’immagine realizzata di questo desiderio (cfr la splendida Preghiera di Colombo: "Si sfasci pure la vecchia mia carcassa, io non mi sfascio, / Mi stringo stretto a Te, mio Dio, mi colpiscano pure le onde, / Te, Te almeno so...").

Whitman fa riferimento all’Eden perché riconosce in esso la condizione che l’uomo ha iscritto nel profondo di se stesso, originariamente. Il vero genio di Whitman esprime il desiderio e l’attesa di una pienezza della vita umana, al di là di ogni compimento da cartolina oleografica di un paradiso terrestre ed attuale.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.01.06 15:38

Interventi

Di Whitman, possiedo lo smilzo libriccino edito da Nuova Accademia nel novembre del 1965, con l'introduzione di Roberto Sanesi, il quale scrive: "Delle ottocento copie stampate ne fu venduta una, le altre vennero inviate a poeti, critici, riviste e amici. Nel migliore dei casi se ne ignorò l'esistenza. [...] Solo Emerson scrisse al poeta spingendolo ad avere fiducia e a continuare per la strada iniziata."

La raccolta "Foglie d'erba" comprendeva nella prima edizione pochissime poesie, e venne continuamente rivisitata e ampliata dal poeta fino all'ultima edizione, la decima, detta "del letto di morte", del 1892. Infatti, Withman morì nel 1892, il 26 marzo. Mi piace riportare questi versi conclusivi, molto significativi, della poesia "Partendo da Paumanok": "Mi abbandono ai rifiuti della terra per crescere/con l'erba che amo,/Se ancora mi vuoi, cercami sotto la suola delle scarpe./Difficilmente comprenderai chi sono o che cosa/significo,/Ma non di meno sarò per te la salute,/E filtrerò e rafforzerò il tuo sangue./Se non riuscirai a trovarmi subito, non perdere/coraggio,/Se non mi trovi in un luogo cercami in un altro,/In qualche luogo mi son fermato ad attenderti."

Non è un caso, credo, che questo libro mi sia capitato tra le mani in un giorno particolare. Infatti - sebbene non ricordi più come accadde che si unì alla mia vita - sulla prima pagina bianca scrissi: "A Pontremoli il giorno del congedo, 29 marzo 1966".

Forse lo acquistai in quella cittadina, in una sosta del viaggio che facevo di ritorno a casa, a Lucca, lasciata la caserma di Bellinzago (Novara) dove avevo finito di svolgere, proprio quel giorno, il mio servizio di leva come ufficiale di complemento nel 32° reggimento carri della Divisione Centauro.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 21.01.06 17:08

il mio blog http://apizzo.splinder.com -

nel blog che ho aperto il 19.1.06 -

http://holettoieriseraaletto.splinder.com - scrivo questo post:

mi impongo di leggere. sono pronta per andare a letto ma, prima, prendo un libro a caso dalla libreria, la sopracopertina è rosa antico, non ricordavo d’averlo mai visto e neppure d’averlo comprato. è un libro di poesie, leggo: walt whitman “ Foglie d’erba” . ah, sì, ora ricordo, era allegato al corriere della sera, è quello di o capitano, mio capitano, il poeta di cui parlavano nel film l’attimo fuggente con robin Williams, quello che faceva nano nano. mi corico, non accendo la luce del comodino, sfrutto quella del mio consorte, così se mi viene sonno non devo uscire il braccio da sotto le coperte per spegnerla. apro il libro, scorro la biografia, le biografie degli autori sono le cose più belle e interessanti dei libri, ma questa è lunga e io ho sonno, leggiucchio qua e là, è figlio di carpentiere, nasce nel 1819 a west hills, fa il fattorino, il tipografo, il giornalista, è omosessuale, fa la guerra civile, scrive poesia oscena, sconvolge la poesia. poi comincio a leggere le poesie dalla fine, dall’ultima, si capisce tutto dalla fine, non dal principio. L’ultima è: addio! leggo:

Camerado, questo non è un libro,
chi tocca questo, tocca un uomo
(è forse notte? siamo insieme noi due soli?)
sono io che tieni, e che tiene te,
balzo da queste pagine fra le tue braccia – mi tira fuori la morte.
Oh che dolce sopore recano le tue dita,
il tuo respiro cade intorno a me come rugiada, il tuo battito culla le mie orecchie,
mi sento immerso dalla testa ai piedi… --

oh, ti vedo, ti sento, ti tocco, sei ossuto e magro, vibri però, ti tengo fra le braccia, siamo soli, io e te, lascia gli abiti della morte e vivi di me ancora, vestiti di me, assapora le dita che girano le pagine di questo libro scordato nella libreria di mogano, in attesa che ti facessi rivivere. ti ho custodito a lungo, ti ho conservato con cura e ora esplodi in vita, esplodi in me, senti come alito sul verso e sul poema, senti il mio respiro umido come ammorbidisce la tua rima, e come il battito del mio cuore fa danzare le strofe, senti la dolcezza e lo stupore, negli occhi la mia meraviglia ti illumina il frontespizio, ti infiamma i capoversi --


…Addio!
ricorda le mie parole, posso di nuovo tornare
io ti amo, mi allontano dalle cose materiali
sono come un essere incorporeo, trionfante, morto. --

sei tornato walt, e anch’io ti amo.
m’addormento. --

solo per dire che è strano tutto questo e cioè che il 19 mi sono imbattuta nelle sue foglie e oggi in quest'articolo. leggevo sopra di un altro caso strano. è strano. saluti antonella

Pubblicato da: antonella pizzo - 21.01.06 23:47

sapore

Pubblicato da: ap - 21.01.06 23:50

Domande a Walt Whitman

Le tue parole di mare e terra, oggi

sono le disperse tra i nugoli di paure

accerchiate nelle cose umane.

Indossammo racconti di cose di altre vite

qui smemorate tra sangui e carni

sfatti in inganni di smorfie,

mentre un vento s’alza contro

le umane speranze di vendersi

al buon prezzo di ultima morte,

nato cieco tra brama e pianto.

Ci sono erbe che non crescono più

dietro i frutici dei mirti rigati di verde

e vite animali ormai zitte per sempre

dagli uniformi vigilare dei profitti,

ci sono archi di mari vegetali

spenti dal cingolato corrugarsi

di macchine movimento terra

a scomporre le vite cresciute

in centomila anni di vite ripetute

ed ora uccise, finalmente per sempre,

al subito assediarsi di buoni prezzi

per la vendita dei capelli di dio.

E l’odore di terra, il suo

appena bagnata dalla piccola pioggia

che cade, senza il rovinare di nubifragi,

e accogliente alla tua vita

come umida, sequela di povere lacrime,

quell’odore di terra amichevole

fresco, pervasivo, ma piccolo

come un sorriso di ragazza.

Quell’odore di terra, che rammento

dopo le impolverate caldane

della mia crosta di sole,

quell’odore di terra che giungeva,

inaccoglibile come parola di dio,

quell’odore di un fresco respiro

come farò? a dirlo alle mie giovani donne

assediate dai corpi in saldo delle femmine

di fine stagione della vita, fitte

sopra questo spogliato osso di dio?

ciao

raffaele

Pubblicato da: raffaele ibba - 22.01.06 11:23

Stamattina il Monte Rosa è una cattedrale,
sovrasta come un padre buono le prealpi. Il cielo è chiaro, ci volano uccelletti, un cane
abbaia e non fa neppure freddo.
A volte, anzi spesso, capita di osservare questo ben di dio neutrali, l'equivalente di essere come morti, e tuttavia di voler rinascere. Ma come si fa a rinascere? secondo Antonio Spadaro S.J. bisogna fare come appena usciti dal pancione, "risucchiando aria nei polmoni, spalancando gli occhi, ridendo, piangendo e scalciando, piangendo e ridendo, ciucciando e ruttando, vivendo insomma l’esperienza pazzesca di essere vivi". Una metafora entusiasmante - che mi permetto di estrapolare da una sua riflessione su Bombacarta- espressione di un anino toccato da una Grazia, ma il punto è anche: per chi quel tocco non l'avverta in che modo darsi lo sculaccione della levatrice? per quali misteriosi percorsi recuperare un nuovo sguardo, ben oltre l'ambito di letteratura? e ammesso lo riacquistassimo, quello sguardo, quanti i pericoli di essere fraintesi, nella migliore ipotesi sbeffeggiati? e dunque l'esigenza di una maschera su quel nuovo sguardo?

Un rispettoso saluto da un antico pontaniano.

Pubblicato da: Carlo Capone - 22.01.06 11:35

cosa ne pensate della critica di borges ai versi di whitman, quando dice che l'enunciazione non basta a fare poesia?

Pubblicato da: andrea - 23.01.06 06:46

'L'umanità sembra brillare di una felicità mattutina', dici, caro Antonio. Niente in contrario. Ma, perchè questa visione - in tutti in sensi - sia proficua, perchè allora (te lo chiedo da appassionata lettrice) non scrivere che ne so, un saggio, un articolo su:

tutte le volte che, nei romanzi, l'umanità brilla di felicità mattutina,

sottotitolo: seguono esempi, seguono personaggi, seguono storie.

Cioè, perchè non dare uno sviluppo articolato a questa tua affermazione, sensata dal tuo punto di vista, ma che se ripetuta, rischia di celebrare - si limita a essere un gesto extraletterario, ecco in che senso dico - e basta?

Pubblicato da: angela scarparo - 23.01.06 15:53

In margine ma proprio in margine. Incuriosito da un particolare di cronaca (era la lettura preferita di Bill Clinton, all'epoca addetto alla presidenza degli stati uniti d'america) lessi questo libro in una estate torrida in quel di Malta. Ne serbo un ricordo confuso. Vi sono grato per avermelo ricordato.

Pubblicato da: cletus - 23.01.06 19:59