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07.01.06
"Senza il reale non esisterebbero neanche la fantasia e l’immaginazione"
[Mi scrive Antonio Spadaro: "Ho visto il dibattito che si è sviluppato su vibrisse. Puoi inserire questa mia ulteriore riflessione?". Ovviamente sì. gm]
Riacceso il computer ho notato che il mio pezzo su Avvenire ha provocato varie reazioni su Vibrisse. Se è servito a far pensare, ne sono felice e ringrazio tutti per i feedback perché stanno aiutando me a pensare. Il discorso è stato sviluppato anche con qualche amico di BombaCarta.
Chiusi i ringraziamenti, veniamo al dunque. Ho letto la replica di Colombati. Francamente ho avuto la spiacevole sensazione che Leonardo abbia letto un altro pezzo e non il mio. Ma non è così. Allora qualcosa non ha funzionato. Altro discorso, invece, è da fare per le osservazioni di Giuseppe Caliceti.
- Colombati mi cita male stravolgendo ciò che ho scritto e mi fa dire il contrario di quel che voglio dire. Mi spiego. Facendo un maldestro taglia-incolla mi fa dire che la letteratura debba smascherare il volto negativo e drammatico della realtà intesa necessariamente come crudele e tragica. E’ il colmo! Io ho scritto esattamente questo: "Credo che sia quanto mai urgente che lo scrittore si scrolli di dosso l’unico compito che sembra essergli proprio: quello di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica". Chiaro? Lo scrittore deve scrollarsi di dosso questo compito! E invece Colombati mi fa dire l’opposto. Ma roba da matti!
- Cade così anche la seconda sua obiezione: non ho mai scritto che gli scrittori debbano fare chiarezza! Colombati qui se la prende col contrario di sé, non con me, che non ho mai detto che lo scrittore è uno che deve fare chiarezza. Anzi, io temo la chiarezza illuministica della spiegazione. Credo che la letteratura non spieghi, ma dispieghi la realtà in tutta la sua complessità e ricchezza, nel bene e nel male.
- Ma, a questo punto Colombati parla del suo pensiero direttamente e dice che, secondo lui, compito dell’arte è quello di reinventare il mondo, non quello di rappresentarlo. In questo modo Leonardo pone una frattura (insanabile?) tra invenzione e rappresentazione, a mio avviso del tutto inutile se non dannosa, come lo è la frattura tra fantasia e realtà. La realtà sarebbe solamente uno spunto, un’occasione, uno stimolo per il libero, puro volo della fantasia? Cosa rende tale la fantasia rispetto alla realtà? Non il reale stesso appunto, ma la logica col quale lo si guarda e lo si considera; i nessi che essa crea e sviluppa. L’invenzione letteraria è un modo di porsi davanti alla realtà, un’esperienza conoscitiva ricca e complessa, che segue una logica diversa da quella ordinaria. Ma resta un modo di rappresentare il reale. Senza il reale non esisterebbero neanche la fantasia e l’immaginazione. La realtà è più ricca della fantasia perché è il seme che, in potenza, contiene tutto il suo sviluppo fantastico. Possiamo dunque dire che la fantasia è un modo specifico e pertinente di fare esperienza della realtà. Persino la conoscenza scientifica non può essere rinchiusa nel mondo del puro oggettivismo. Opporre realtà e fantasia significa spaccare in due l’esperienza che l’uomo fa del mondo, vivere una sottile forma di manicheismo. Direbbe Flannery O’Connor: «Ai più riesce molto meglio enunciare un’idea astratta anziché descrivere e quindi ricreare un oggetto che hanno davanti agli occhi». Essi scrivono «perché ossessionati non da una storia, ma dal nudo scheletro di qualche concetto astratto. Di problemi, non di persone sono consapevoli, di questioni e di temi, non dell’ordito dell’esistenza, di anamnesi, e di tutto quel che sa di sociologia, anziché di quei particolari di vita concreti che dànno realtà al mistero della nostra posizione sulla terra». Dire dunque che un romanzo è frutto della fantasia significa affermare che essa non è né conduce verso una fuga dalla realtà, ma è una visione di essa, un atto di fiducia in ciò che è. Il lettore di una poesia o di una narrazione non è chiamato a una sorta di fuga mundi, di evasione dal reale per rifugiarsi nel mondo delle immagini irreali. Ogni viaggio fantastico nel «Paese delle meraviglie» o nella «Terra di mezzo» o al centro della terra o negli spazi interstellari dei racconti di fantascienza, ogni sguardo poetico su un dettaglio o l’altro del mondo è per ogni artista un modo per vedere meglio la realtà e la storia, per cogliere in maniera estesa e densa la ricchezza complessa dei loro significati.
- Il discorso che poi Colombati fa sulla sua esperienza di lettore dice più in profondità la sua idea di letteratura, mi sembra. E qui siamo agli antipodi. Leonardo legge per godersi uno spettacolo. Pure io. Ma per me lo spettacolo vero non sono le lucine intermittenti o gli esperimenti di laboratorio, che egli sembra evocare riferendosi ai “vecchi manuali di meccanica" che la critica letteraria dovrebbe, a suo avviso, frequentare di più. Per me il vero spettacolo è quello che mi acchiappa la vita e tutti i suoi sensi interiori ed esteriori (l’anima e le budella). La letteratura non è un giochetto bellino e divertente che funziona come i mattoncini Lego. Il grande (grandissimo) Giacomo Debenedetti lo aveva scritto con chiarezza, criticando la critica che funziona «con strumenti di superlativa ingegneria, corredati di pannelli, manometri, lampadine multicolori, che durante l’impiego ne permettono anche il controllo». Altro che manuali di meccanica! Questa meccanica infatti siglerebbe la decadenza di quella critica che Debenedetti definisce «osmotica» e cioè quella che «penetrava il personaggio e ne era penetrata, sia pure col rischio di contrabbandare una vischiosità, un intrico di filamenti organici, una indiscreta e madida abbondanza di flussi». Cito dai Saggi, ovviamente: sono andato a rispolverarli per rispondere in queste righe. Ecco, io sono per questa fluidità reumatica. Vita e letteratura non sono due zone autonome e giustapposte: lo stesso Debenedetti è convinto che «i criteri più utili per leggere e intendere le opere di letteratura siano quelli che riusciamo a desumere dalla vita». La critica si gioca tra il rasoio dell’intelligenza e il calore della sensibilità, frutto delle «impressioni di lettura, che vorrebbero effondersi intatte e ancora tutte roride del loro ingenuo fluido vitale».
- Giuseppe Caliceti mi solleva: ha capito che la mia posizione (non direi provocazione, ma va bene lo stesso...) non è stata afferrata. In realtà devo anche a lui la maturazione delle mie riflessioni pubblicate su Avvenire. Tutta la mia posizione sta in quel discorso dello «sguardo fresco». Ha ragione, Giuseppe: ingenuo e fresco non sono la stessa cosa. Certo, usando quei termini, non intendevo affatto parlare di spontaneismo facile. Avessi avuto più spazio, lo avrei spiegato meglio, magari. Li avevo giusto lo spazio per mettere giù i mattoni di un discorso (che presto farò su La Civiltà Cattolica, la rivista per la quale scrivo, dove ho fino a 14 pagine di spazio...). Qui vado velocemente...
- Devo dire ciò di cui ho nostalgia. Non è facile. Cerco di spiegarmi facendomi aiutare da un grande poeta d’oggi, Kikuo Takano, che scrive: «Scrivere poesie vuol dire anzitutto soffermarmi con uno stupore profondamente fresco di fronte a ciò che esiste, accettare insieme la molteplicità e la continuità degli esseri, fissare su di loro lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia era per me l’unica via per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli esseri, legami che più fissavo più mi perdevo (ma tutto intanto diventava limpido)» (dal discorso Cosa ha significato per me la poesia). Non nascondo che ho sempre accanto da qualche mese Foglie d’erba di Whitman. Mi faccio aiutare anche da Luigi Pareyson, già citato da Giulio. Pareyson, infatti, ha scritto: «Lo spettacolo della realtà è allora come assistere all’alba del mondo: s’apre la via all’incantato stupore di chi è come diventato contemporaneo della creazione e partecipe della compiaciuta soddisfazione divina: viditque Deus cuncta quae fecerat, et erant valde bona (Gen. 1, 31): wehinneh tov me’od. Con la sua improvvisa irruzione sulla scena, la realtà previene ogni aspettativa e coglie di sorpresa, lasciando attoniti e stupefatti, e suscitando non solo la meraviglia e l’ammirazione, così intensamente anche se sobriamente descritte dai filosofi dell’antichità, da Platone a Plotino, ma perfino, all’occorrenza, un brivido di sgomento, come lo sbigottimento di Pascal di fronte agli spazi infiniti, o l’insondabile “baratro della ragione" di Kant, e il suo senso del “sublime" di fronte all’infinito e alle soglie dell’eternità». Perfetto. E’ questo che intendo con sguardo ingenuamente fresco. Questo è lo spettacolo che cerco, lo «sguardo fresco».
- Solo questo sguardo è capace anche di guardare veramente all’orrore senza infingimenti e coperture o airbag. Gli occhi di Stig Dagerman, lo scrittore svedese che citavo nel mio articolo su Avvenire, sono quelli aperti di un fanciullo, ma velati di lacrime o concentrati con troppa consapevolezza sull’assurdo. Il suo sguardo fa venire in mente quello della ragazza ritratta dal pittore norvegese Edvard Munch nel quadro Pubertà, la quale fissa con occhi inquieti fuori della tela. Personificazione delle paure adolescenziali, l’immagine riflette il turbamento causato da un’esperienza forse sconvolgente, rivelata anche dalla presenza di una grande ombra misteriosa. Da questi occhi prende forma il suo «esistenzialismo», che ha, se così si può dire, la freschezza della prima bruciatura. Ma sempre di freschezza si tratta.
- Infine: Giuseppe ha capito benissimo il fatto che io pongo un problema di senso di quello che fa uno scrittore... sì, non è affatto una cattiva domanda...
Grazie per avermi aiutato a spremere ed esprimere queste idee, ovviamente sempre in progress...
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 07.01.06 14:39
Interventi
Semplificando al massimo, mi sembra che la vera inosfferenza di Antonio sia verso una certa idea di letteratura come pura fiction, al quale contrappone la nostalgia di una letteratura esistenziale (non ho scritto esistenzialista). Pur avendo sempre fatta mia la dichiarazione di Manganelli che la letteratura - ma potrei dire la scrittura, potrei dire ogni forma di rappresentazione - è menzogna, mi sembra di capire
meglio la posizione di antonio e trovo stimolante la sua riflessione sullo "sguardo fresco". Per come lo capisco io, si capisce. Per esempio, faccio sempe più fatica a sopportare chi parla e racconta delle sue tragedie e della tragicità di questo mondo. Di questo siamo consapevoli, basta. guardiamo, nell'orrore, cosa ci può essere oltre e dopo. Per "sguardo fresco", personalmente, intendo, o mi fa piacere intendere, uno sguardo narrativo che non torna sempre indietro, che non osserva sempre il suo ombelico novecentesco (anche se lo conosce e lo riconosce), che non è attratto dall'idea, per me derivata anche da un'idea distorta di una lettura di certo cristianesimo, di un'equazione meccanica tra dolore e conoscenza, tra tragedia e sapere, a favore di Kafka piuttosto che a Walser, tanto per dire. Sempre continuando a pensare alla domanda sugli scrittori dallo sguardo fresco di cui andava in cerca antonio, mi sembra che gli ultimi che sono andati alla ricerca di una cosa del genere, o similare, sono Gianni Celati e i suoi Narratori delle Pianure. Personalmente, in buona parte, non mi convinsero. Il fatto, credo, per me deve essere questo: questo "sguardo narrativo fresco" non piove dal cielo, perchè sia fresco deve essere tutt'altro che ingenuo, deve essere un obiettivo raggiunto e non una scorciatoia intrapresa, nella sua freschezza deve in qualche modo risuonare una freschezza ritrovata, uno sguardo che non è drogato o idiota o imbecille, tutto qui.
Pubblicato da: calicetigiuseppe - 07.01.06 15:21
Sicuramente l'intervento di Spadaro aiuta a fare chiarezza, posta che ce ne fosse bisogno (a me non pare che Colombati avesse frainteso, ma sarebbe una discussione inutile a questo punto). Altrettanto chiari e utili a definire la posizione sono i riferimenti culturali espliciti (o esplicitati, perché ovviamente non sono una sorpresa) da Spadaro. Ora, con altrettanta chiarezza, mi limito a ricordare che all'altro polo, in posizione diagonalmente contraddittoria rispetto a Spadaro, c'è una tradizione letteraria che ha come capostipite Giacomo Leopardi. E c'è una storia culturale italiana (ci si potrebbe scrivere una "Ideologia italiana", e sarebbe un lavoro utile) che parte dalla lotta di Leopardi contro lo sguardo stupito, lo sguardo ingenuamente fresco, la falsa ideologia del "reale" (la "seconda natura") che sorprende e stupisce, ecc. ecc. Poi ci sarebbe anche, ma è più per addetti ai lavori, e comunque ad altri lavori, il tentativo di recuperare in chiave cattolica pensatori come Lévinas e Ricoeur (ed anche Pareyson, che non esitava a porre l'origine del male in dio stesso, altro che sguardo stupito ricavato con un gesuitico taglie-e-incolla) – slavandoli, rimasticandoli e abbellendoli con qualche orpello e un leggero profumo d'incenso. Il buon dio sarà anche capace di congratularsi con se stesso davanti alla sua creazione "valde bona" (domando sommessamente: interamente buoni anche i batteri che infettavano le vie respiratorie del precedente pontefice? se si, perché tanto affanno per cancellarli dalla creazione da parte dei medici del Gemelli?); Leopardi davanti all'eruzione del Vesuvio era troppo umano per poterlo fare: hic rhodus, hic saltus. Una letteratura che si attesta alla descrizione della pretesa "realtà", senza sollevare l'orlo del tappeto per guardare quanto sporco c'è sotto, dà per certo che il reale sia vero in sé, che non sia una costruzione, che non ci sia artifizio né ideologia. Basta saperlo e essere chiari, così almeno ci si intende subito.
Pubblicato da: girolamo - 07.01.06 15:34
Credo sia una discussiona antica, quasi come la scelta di mettersi a scrivere, anzichè tramandarsi le cose oralmente. Certo che la letteratura, qualunque cosa sia, è molto difficile staccarla dalla vita. Ma solo se si fa una operazione di controllo, altrimenti no. Personalmente penso che nulla sia più lontano dalla vita, qualunque cosa essa sia, di libri come quello di Melissa P o di Dan Brown. La letteratura di per sé può essere tutto ed il contrario di tutto. In particolar modo può essere menzogna.
Questo Antonio Spadaro, che è gesuita oltre al resto, lo sa benissimo.
Allora lo sguardo fresco che lui cerca è uno sguardo sincero, che non si mente. Che non mente a se stesso in quello che scrive.
Quindi la letteratura ha con la realtà il rapporto dei punti di vista; offre un altro punto di vista, diverso.
Sapendo che per farlo davvero occorre appunto la capacità di stare nella libertà, di essere liberi in quel che si scrive; liberi rispetto a ciò che si scrive, naturalmente, e non necessariamente rispetto al mondo.
Ma con questo, io ed almeno io, richiamo il problema del potere e dei poteri, che Antonio ignora.
Ogni letteratura libera e onesta, cioè fresca e capace di un altro sguardo sul mondo, si confronta necessariamente con chi nel mondo comanda e decide, che uno sguardo libero e onesto su di sé non amano averlo.
Specialmente oggi dove i numeri fanno la qualitò di ciò che si dice essere letteratura, ed i nostri numeri sono ancora nulla rispetto a quelli che oggi sono letti nel mondo, da Dan Brown a Celentano. Perchè la televisione ed il cinema sono letteratura, come i romanzi e le poesie. Che per la maggior parte sono mondezza, ma è mondezza che decide. Oggi, qui ed ora.
Quanto poi a sapere che cosa resterà nel tempo, tra duemila e cinquecento anni - per dire -, di tutto ciò che si scrive e si produce come letteratura oggi, noi arriviamo sicuramente troppo tardi per avere davvero interesse a questa domanda. Troppo tardi rispetto a Dante Alighieri che se lo chiese e si rispose, faticando qualche decina di anni a scrivere la Comedia. Con sguardo sempre fresco e mai dimentico di chi comandava e dove, nel mondo.
ciao
raffaele
Pubblicato da: raffaele ibba - 07.01.06 15:47
Caro Girolamo, ho qualche domanda attorno alla tua frase: "Una letteratura che si attesta alla descrizione della pretesa "realtà", senza sollevare l'orlo del tappeto per guardare quanto sporco c'è sotto, dà per certo che il reale sia vero in sé, che non sia una costruzione, che non ci sia artifizio né ideologia. Basta saperlo e essere chiari, così almeno ci si intende subito".
[a] Lo "sporco che c'è sotto il tappeto", è dunque una "realtà" non "pretesa"? E un "reale vero in sé"? Come si prova che lo "sporco che c'è sotto il tappeto" non è a sua volta una "costruzione"? Non c'è né "artifizio né ideologia" nel sollevare il tappeto e guardarci sotto?
[b] E: non è che proprio, ed escusivamente, attraverso la "descrizione della pretesa 'realtà'" bisogna passare, per giungere al tappeto, sollevarlo, e guardarci sotto? Non è che proprio, ed esclusivamente, rivolgendoci ala "costruzione", all'"artifizio" e all'"ideologia" possiamo arrivare a una "realtà non pretesa", a un "reale vero in sé"?
[c] E: non è che, in effetti, della "pretesa realtà" e del "reale vero in sé" possiamo decidere che non ce ne importa nulla (perché sono inattingibili, perché sono idoli...)? E se è così, perché mai lo "sporco sotto il tappeto" è più interessante? Forse semplicemente perché ci porta un passo avanti in un percorso peraltro infinito? (E: la paradossalità di un "passo avanti" in un "percorso infinito", toglie valore al "passo avanti"?).
[d] E, infine: qual è lo specifico della letteratura, in tutto questo? Che cosa fa, in tutto questo, la letteratura, che sia differente da quanto fanno la filosofia o la teologia o la storiografia o le neuroscienze o altro?
Faccio queste domande non per fare obiezioni ma per invitarti, se ne hai voglia, ad allargare il tuo discorso.
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.01.06 16:17
"Quanti libri non sono che prefazioni dalla prima all'ultima pagina? Quanti che abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia? Ora me ne accorgo. E non me ne rammarico, accorgendomene, di essere caduto in una specie di inganno. Non intendo dire che siano libri ingannevoli. Piuttosto mi rallegro di avere, da essi, una prova che il nostro spirito è meno pesante di quello che pensiamo: capace non di pretendere, per suo luogo di soggiorno, una casa vera e propria, e di posare il suo capo, come un vagabondo, contro uno stipite, contro uno scalino."
Elio Vittorini, Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948
Pubblicato da: tonino pintacuda - 07.01.06 16:25
Riprendo alcune delle risposte a 'Qual è il compito dell'arte? Come si manifesta, nell'artista, l'esercizio della sua attività? E nel critico?'
Con lo 'sguardo fresco', ecco come il vero artista descrive il mondo, dice qualcuno. O a proposito della ricezione: il godimento, ecco quale sarebbe il modo (uno dei modi) di usufruire dell'arte. Oppure no, vero spettacolo è quello che acchiappa la vita (le budella), dice un altro. Tutto bene. Abbastanza d'accordo, sì.
Quelli citati sono alcuni degli aspetti (diversi) della stessa questione. La questione è quella posta: chi è l'artista, e come si pratica l'arte, o come se ne usufruisce.
Quello che mi lascia un po' perplessa è costatare come il soggetto (in queste riflessioni) sia sempre visto come un soggetto partecipe e attivo, sempre consapevole, sempre presente a se stesso. Sarà. Sono piacevolmente meravigliata: ma allora scrittori e lettori ci si può scegliere? Sempre? Davvero sono la maggior parte quelli che pensano, "Scrivo un libro. Leggo un romanzo. Mi dedico alla critica.".
L'aspetto piacevole, di scelta consapevole, supererebbe quindi l'altro aspetto che, almeno da un certo punto in poi, caratterizza l'arte - e l'artista - tanto da essere diventato, questo secondo, ormai un vero e proprio luogo comune: la dannazione dell'arte.
Chissà perchè. Io invece (forse sublimando un caratteraccio che mi ha sempre portato verso gli eccessi) ho sempre pensato alla lettura e alla scrittura - senza peraltro molta originalità - come a una piacevole dannazione. La più grande forma di ribellione che mi fosse concessa. Più della droga che stordisce. Più della constestazione di gruppo, che costringe - in quanto politica - bene o male all'omologazione.
In certi momenti ho addirittura pensato che con gli anni mi sarebbe passata. Speravo, con gli anni, e con l'aiuto dei libri, di film, dei saggi, dei romanzi, del teatro, di poter diventare distaccata, equilibrata, solenne, pacifica, una vera saggia. Altro che godimento. Altro che contorcimento di budella. Io volevo ( adesso ho perso le speranze!) diventare fredda e compassata. Di sasso.
Ho sperato di poter pensare alla letteratura come (solo) alla mia grande passione. senza che fosse anche la mia grande dannazione.
Invece niente, ancora. la letteratura è ancora quella cosa che mi fa trovare amici e quella cosa che me li fa perdere, gli amici. Non ci sono riuscita a trovare un equilibrio con l'esterno. Non ci riesco. la letteratura è quella cosa che mi fa VEDERE (il corrotto lo è dalla tragedia greca in poi, e se ne vedo uno, dopo tanti anni, lo identifico, e non posso dire, "Ma no, è relativamente corrotto! E' uno scherzo!" Si magari lo descrivo scherzando, il corrotto, ma lo riconosco per quello che è, e lo riconosco dai libro che ho letto, non ce n'è!). la letteratura è quella cosa che mi fa vedere, dicevo, e mi fa desiderare. mi fa desiderare di cambiare. Mi costringe a cambiare. Se non cambio, la letteratura se ne accorge e io divento una delle donne che ho disprezzato, nei libri.
(per fortuna sono diventata consapevole che molti dei libri sono scritti dagli uomini, e allora sono diventata anche un po'più clemente con me stessa, ecco!). Oggi prima di assumere l'indignazione di Nastassja Filippovna ci penso un po', ecco. Ma non perchè la letteratura abbia perso su di me, il suo potere! No, ci penso un po' solo perchè so che è stata creata da un uomo.
Sto meglio da quando i personaggi a cui mi ispiro, con cui cambio, di giorno in giorno sono quelli inventati da donne. da persone come me.
ma la mia attitudine a vivere la letteratura come vita vera (e quindi in parte a subirla) quella no, non è cambiata.
e la dannazione, da un certo punto di vista non è questo? questa mancanza di quiete. questo desiderio continuo di diventare.
E d'altra parte, se non serve a cambiare, a rinnovare, a diventare, la letteratura a cosa serve?
Sì, il godimento, si il contorcimento delle budella, sì la gioia, sì il riso, ma più di tutto, il diventare - scrivendo o anche leggendo, è uguale - quello che si può diventare. Quello che è possibile (sono d'accordo con Leonardo) diventare.
Scusate: ho pensato un po' se intervenire o no. Non vorrei portarevi fuori tema. E però, mi sono detta, 'il soggetto che fa o usufruisce dell'arte, anche lui non può essere dato per scontato'. chi è? è una sola? no? ha senso parlare di artista? quanti tipi di artisti ci sono? e lettori? c'è il lettore? quanti modi ci sono di godere? ha senso parlare di uno di essi soltanto?
E' legittimo quindi, pensare che la letteratura - un po' come è per tutti i piaceri e le cose necessarie - la si subisca? E' un modo mio (e forse di qualche altro)? E' un indizio su quello che dicevo prima? Potremmo metterci qui a enunciare chissà quanti modi di fare e di usufrire dell'arte? O no.
A me preme questa domanda, per esempio, ripeto: E' legittimo considerare anche l'aspetto della dannazione (e non solo quello del godimento in essa? o la dannazione è un aspetto del godimento?) quando si parla di letteratura? Il fatto di subirla, proprio?
Scorsese diceva una cosa molto bella (ne dice sempre molte): "nessuna moglie mi ha mai sopportato perchè tutte si sono sempre sentite in secondo piano rispetto al mio amore per il cinema...e io sono un uomo solo".
E da qui, ancora, per esempio un'altra domanda: esiste, può esistere una comunità di lettori, di letterati? O chiunque legga, sa bene che il suo stare con altri lettori è un modo ulteriore - uno in più - di parlare con gente che è morta e sepolta (alcuni scrittori, alcune scrittrici che amiamo)? O ancora, chi legge parla con gli altri, ma sa che sta parlando in definitiva con se stesso? E non è detto che questa consapevolezza non corrispinda poi a una forma di saggezza, eh? Sono domande. Domande. Domande.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 16:42
Oh, a me mi parte sempre il pulsantino. Forse è per potermi ogni giorno scusare. infatti mi scuso.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 16:46
'No, ci penso un po' su perchè so che quel libro - non la letteratura, come ho scritto - è stato creato da un uomo'.
Il lapsus non è casuale. Molto ci sarebbe infatti da dire sui miti e sulle figure letterarie, ma non è argomento che ci riguardi adesso.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 17:06
Caro Girolamo, non sapevo di essere in posizione diagonalmente contraddittoria a Giacomo Leopardi. A me non pare, a dire il vero. Il poeta che ha affermato che «Amaro e noia/ la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo» è lo stesso Leopardi dolce naufrago nel mare delle immensità autore de l’«Infinito», ma anche sismografo delle sproporzioni nel «Canto notturno» e appassionato cantore della «Cara beltà». Vi è un’ambivalenza dell’uomo di fronte alla realtà: nello stupore iniziale c’è consenso e gratitudine; nel disagio dell’esistenza c’è rifiuto e disperazione; e nell’uomo la meraviglia coesiste con l’angoscia. Anzi le due reazioni opposte sono inscindibilmente legate: non c’è stupore, meraviglia, gratitudine, se non con la possibilità dell’orrore, dell’angoscia, della disperazione, e viceversa. E' questo che mi sembra non si capisca. Non c'è bisogno di strascicare Leopardi dalla parte di chi lotta contro lo sguardo stupito, lo sguardo ingenuamente fresco, ecc. ecc. Quando cito Pareyson cito proprio quel Pareyson che non esitava a parlare del male in Dio stesso! Il cristianesimo non è, come quasi sembra dal tuo discorso, "orpello e un leggero profumo d'incenso". E' carne e sangue di Cristo. Leggi Testori, se non ce l'hai chiaro. ma è solo un esempio. Io non voglio affatto una letteratura che si attesta alla descrizione della pretesa "realtà". Quando l'ho detto? Voglio uno sguardo fresco anche proprio per sollevare l'orlo del tappeto e guardare quanto sporco c'è sotto e vederlo in tutta la sua capacità di ustionare. Dagerman è solo un esempio, ma è un esempio. Soprattutto il suo «Bambino bruciato». Insomma: ci vuol molto a capire che «sguardo ingenuo e fresco» non significa sguardo ebete e rincoglionito, ma sguardo che ha una limpida *visione* del mondo? Solo uno sguardo ingenuo e fresco può affacciarsi sull'orrore del mondo (la croce è Dio che assume in sè l'orrore...). Ma questo l'ho già detto.
Pubblicato da: Antonio Spadaro - 07.01.06 17:18
Scusi Spadaro, ma lo sguardo ingenuo e fresco è solo uno? O ci possono essere vari modi di essere ingenui e freschi?
E ancora: se lo sporco non sta sotto il tappeto ma lì davanti a noi, e non è la capacità di vederlo, ma il coraggio di andare a pulire che manca?
sì, perché per poter descrivere come si pulisce, io credo, bisogna ogni tanto aver pulito. O no?
Sì, perchè la letteratura - ripeto - non dovrebbe servire una volta che si è visto lo sporco anche ad andare a pulire?
O la parte della pulizia (la prassi) in quanto vita vera non appartiene più alla sfera dell'arte? Majakovskij direbbe tragicamente di sì. E anche Fassbinder. Anche Brecht. Direbbero che è tutto uno. Guardare, vedere lo sporco, alzarsi e pulire. E poi di nuovo descrivere. In questo senso, dicevo il cambiamento, (e la dannazione, semplicemnte, come mancanza di riposo).
Ma forse è solo perchè ho origini napoletane.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 17:29
@ Giulio
al volo, scusa se vado di fretta:
1. Lo "sporco sotto il tappeto" non è una "realtà in sé", è anch'esso costruzione, o artificio. Tutto è artificio. Ciò che del mondo ci piace è "bello" non perché esista una qualche bellezza ideale dalla quale dobbiamo farci abbagliare: è bello perché la bellezza la creiamo noi, sia come oggetto bello che come canone che ci fa dire (in questo luogo e in questo tempo, non in eterno): "questo è bello". Ciò che non ci piace è ugualmente un artificio: ecco perché possiamo cambiarlo, o almeno provarci. Per capirci: la fotosintsi clorofilliana o la caduta dei gravi sono naturali, il potere, la società e la cultura sono artificiali. Ovvio che anche la mia posizione può essere tacciata di ideologia, da chi crede che il bello, il brutto, il bene, il male, ecc. siano "naturali" (come la fotosintesi). Per me non è un problema: ma io sono un relativista radicale, e un nichilista conseguente (alla Camus, per dire).
2. Certo che la descrizione della realtà è la via. Il punto è il modo di descrivere la realtà, e lo scopo di questa descrizione. Se descrivo l'ordito del tappeto e mi fermo lì, non lo solleverò mai. Se so che per costruire l'ordito è necessario annodare la trama al di sotto, lo sollevo, e magari faccio qualche interessante scoperta. Se poi la scoperta è involontaria, tanto meglio: ecco un po' di sano stupore di fronte a un "di più" di realtà (vantaggi del costruttivismo!). Di nuovo: c'è la possibilità di produrre un "di più" di realtà a partire dalla convinzione che la realtà non è mai "in sé", ma sempre un prodotto. E qui mi fermo, perché se cerco di fondare il fondamento faccio come il barone di Munchausen che si tirava su dal codino (perdona la brachilogia: sto utilizzando le pagine di Deleuze sul neo-realismo cinematografico, ma ho in mente come esempio il neo-realismo di Pratolini).
3. Qui siamo ai fondamenti, e i fondamenti, appunto, non si fondano. Ci si crede per fede (o per attitudine), oppure li si assume e li si valuta a posteriori in base alle conseguenze (come il complesso della fisica galileiana o l'evoluzionismo). Io trovo più interessante leggere (e fare, spero) una letteratura non pacificata, che pratichi l'arte del sospetto nei confronti del reale. E trovo che chi preferisce l'altra posizione stia, consapevolmente o meno, a difesa di uno stato di cose che credo sia giusto abolire dalle fondamenta. E' anche la mia una posizione ideologica: dopo tutto "ideologia" significava, nel 700 "sistema delle idee". Il processo è infinito (relativamente): come è infinito l'agire umano, generazione dopo generazione. Quanto agli idoli: c'è chi legge Platone come il filosofo delle idee e delle eternità, e chi lo legge come il filosofo che insegna che, proprio perché le idee stanno "lassù", "quaggiù" dobbiamo creare una società, una città, un mondo artificiale (magari per realizzare quaggiù la città ideale). Io preferisco la seconda lettura (da Giordano Bruno a Vegetti).
4. Lo specifico della letteratura, quanto ai fini, secondo me non c'è. La letteratura fa quello che fa ogni altro ramo del sapere e dell'agire umano: solo, lo fa con strumenti specifici, che sono diversi da queli di altre attività, e producono effetti conseguentmente diversi. Ecco perché il mondo è vario, ed ecco perché un letterato (da Colombati a Gadda, senza pretesa di comparazione) può farsi ispirare da un manuale di meccanica o di ingegneria. (Piuttosto: non sottovaluterei l'importanza del "saper scrivere" di certi scenziati che sono anche maestri di stile, tipo Galilei, nell'economia della battaglia per l'affermazione delle idee, che richiede anche un armamentario retorico).
Pubblicato da: girolamo - 07.01.06 17:53
Spadaro, la sua rilettura di Leopardi mi ricorda un insegnante che, ad un alunno che sosteneva che Leopardi era ateo, chiese: e in cosa crede allora? E alla risposta: nella natura, sillogizzò sorridente: e secondo lei la natura non l'ha forse creata dio? Lei è propri un gesuita, ed ha ragione a comportarsi come tale: sono io che ho creduto di avere a che fare con un gesuita non gesuita.
Fine della discussione (con Lei).
Pubblicato da: girolamo - 07.01.06 19:21
Girolamo,
d'accordo su molto ma:
1. Nulla è naturale, dal punto di vista in cui ti metti tu. Neanche quello che la scienza evoluzionista dimostra (con fatica) essere quello che è successo nella realtà. Ovvero il bello e la nozione di bellezza sono sicuramente artificiali, ma con una connessione profonda con quello che è l'essere umano stesso come essere nel mondo, come qualcosa che c'è e ha agito in un certo modo. Materialisticamente e evoluzionisticamente, non si sa perchè ma ha agito così ed ha vinto. Ma la bellezza è qualcosa di connesso con l'evoluzione di questa specie animale. Non lo sarebbe solo nel caso che l'ipotesi del Gene Egoista fosse l'unica vera. Ma è molto probabile, quasi sicuro per quel che ho letto io, che è falsa o molto e molto parziale. Allora noi abbiamo agito anche per qualcosa che, dopo e a posteriori, abbiamo chiamato bellezza.
Dopodichè certo ci puoi mettere anche Dio, come faccio io, ma non è affatto necessario mettercelo per decidere che il mondo esiste ed è bello. Cosa che gli esseri umani hanno sempre saputo e si sono sempre detti, a iniziare da quando si sono messi a parlare.
2°. Sotto il tappeto, il più delle volte, non c'è niente. Lo sporco è sopra il tappeto e dappertutto. L'idea che la letteratura debba esplorare ciò che è nascosto è molto debole. Non c'è nulla di nascosto e tutto è visibile. Cristo è in croce sul Golgota ed il Golgota è lassù, ben visibile da tutti. Se preferisci la lotta di classe è visibile, immediatamente e ovunque.
La letteratura non deve svelare niente ed ai letterati non spetta alcun compito etico. Se non quello di essere onesti, onesti verso quello che si scrive e si vuol far leggere. Il resto appartiene alla realtà, di cui la letteratura (qualunque cosa sia) è una componente, una componente senza privilegio.
Tutti i letterati che sono chiamati Grandi lo sono perchè hanno mantenuto rigidamente le due cose: hanno parlato del reale e sono stati onesti verso ciò che scrivevano, cioè non hanno mentito. Poi hanno avuto uno sguardo. Una capacità di vedere. Ma questo è banale. Il re è nudo non è qualcosa che sta sotto il tappeto, è lì e si vede. Basta dirlo.
3°.Non è letteratura che cambia il mondo ma il mondo che cambia la letteratura. In questo resto rigidamente marxista. La letteratura non cambia nulla. Gli esseri umani, organizzati o disorganizzati, sì. Se vogliono e se decidono di farlo. Altrimenti no.
La letteratura esiste, ovviamente. Ed è un modo di scrivere, una forma di testo scritto con una sua razionalità implicita legata alla lingua e con alcune razionalità esplicite legate alle ideologie. Lo scopo della letteratura è molteplice: va dal fare i soldi a cantare la donna o l'uomo o l'animale per cui provi quella serie di pulsioni e sensazioni che chiamiamo per brevità amore, a cantare Dio come amore.
Ma esiste. Magari è anche una forma di consolazione; più probabilmente è un modo per trasmettere e decidere conoscenze e valori. Come e meglio del sistema dell'educazione. Basta leggere la storia della sessualità di Foucault per capirlo.
Per questo occorre essere chiari, cioè onesti verso il proprio testo e verso il lettore ipotetico che si è scelto; ma sapendo che magari avrai lettori del tutto inattesi, per cui l'unica onestà che conta è verso le cose che scrivi.
raffaele
Pubblicato da: raffaele ibba - 07.01.06 19:53
Mi dispiace, Girolamo, pensavo che questa fosse una discussione intensa e appassionata, sì, ma tra persone, non tra fantocci. E' chiaro che così non era. Mi avevi già etichettato. Bollandomi in maniera rigida e mettendomi in soffitta senza dignità di interlocuzione, chiudi ogni possibilità di confronto. Ricorda che ciascuno fa esperienza personale della poesia (anche di Leopardi) come lettore, al di là di ogni schematismo ideologico o rigido o scolastico. Del resto ho solo citato qualche verso sullo "sguardo" poetico di Leopardi e niente più. Peccato! Non pensavo potessero accadere cose simili...
Pubblicato da: Antonio Spadaro - 07.01.06 20:05
guardi signor spadaro che la fantoccità - non so come si dica, sono parole che non pratico - ha molto a che fare con la letteratura, sa?
spesso chi legge è un fantoccio, e chi scrive poi non ne parliamo.
basta saperlo. non c'è mica niente di male, sa? per quel che mi riguarda è qualcosa che contraddistingue la condizione umana. e devo dire, c'è pure una certa comodità, a volerlo ammettere.
d'altra parte, anche un fantoccio con qualche piccola aggiustatina può diventare un cristiano (o una cristiana, se è fantoccia)
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 21:00
Sempre per girolamo
a proposito di Leopardi e di quanto amasse ed amasse il bello.
"E poi quel vedere la gente fanantica della letteratura più di quello ch'io fossi in alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla di denari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno) e di gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro; quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura (...) e discorrerene sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tuttogiorno, criticando, promettendo, lodandosi da se stesso, magnificando persone e scritti che fanno misericordia; tutto questo m'avvilisce in modo, che s'io on avessi il rifugio della posterità, e la certezza che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma unico e necessarissimo al vero letterato) manderei la letteratura al diavolo mille volte" Lettera al padre del 9 dicembre 1822, citata nella introduzione di Walter Binni alle opere complete di Leopardi, edite da Sansoni nel 1969. La citazione nel corpo del ragionamento che fa Binni si trova nella nota 8 di pag. LXII; la lettera è riportata a pagina 1133 del primo volume.
raffaele
Pubblicato da: raffaele ibba - 07.01.06 21:01
non vorrei sembrare inutilmente provocatrice, per questo vorrei spiegare (cerco di farlo):
a proposito dei fantocci.
il tipo di scrittore a la Carver (che è poi a la Mansfield, che amava Cechov, che a sua volta amava...) differente in qualche modo che so da Wolfe (che ama Balzac, che a sua volta amava...) ma non per questo meno bravo (o più bravo)
ecco: mettiamo Carver. non è forse un esempio di persona sensibilmente ed estremamente consapevole della sua fantoccità? non è uno che rende professionale la sua competenza (mette al lavoro questa competenza) sul suo grado di fantoccità?
così la Mansfield.
una domanda in generale: come si fa a parlare di letteratura se non si parla mai di oggetti, o di mani. di capelli, di sorrisi, di lacrime, di tutto ciò che fa le persone, e con le persone i corpi, il modo delle persone cioè di stare al mondo, seduti al bar o piegati col mal di mondo sul divano di casa?
da qui, una domanda che forse ci siamo già fatti: è possibile una teoria della letteratura che non parli in modo specifico dal suo oggetto: e cioè, quel libro lì, lui, il singolo corpo romanzato?
non assomiglia un discorso così, a quei discorsi sull'educazione che si fanno non nell'interesse dei bambini, o dei ragazzi, di questo o di quelli (qui, o là) ma nell'interesse e a vantaggio esclusivo della buona educazione. però forse sbaglio. non so.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 21:57
E' molto interessante quanto dice, Egr. Antonio Spadaro.
Aggiungo solo: spesse volte un libro scritto con l'anima - 'anima' nel suo significato più profondo e aperto - e che eppure manca di un po' di stile è assai preferibile migliore e completo rispetto a un libro che è solo (di) stile e tecnica.
g.i.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.01.06 22:07
Sì, Angela: parlare di letteratura significa parlare di oggetti, o di mani. di capelli, di sorrisi, di lacrime, di tutto ciò che fa le persone, e con le persone i corpi, il modo delle persone cioè di stare al mondo, seduti al bar o piegati col mal di mondo sul divano di casa... Amo Carver. Ho scritto un libro su Raymond Carver. Ma sempre più amo il Carver poeta (che leggo e rileggo...), il poeta "precisionist" (altro che minimalista!), dove il tutto è nel frammento... Mi viene in mente una poesia di Ray (la traduzione è mia)... una poesia dallo sguardo che mi piace... (peccato che nei post non si possa andare a capo)
*LA PIPA*
La prossima poesia che scriverò avrà legna da ardere/
proprio al centro, legna da ardere così intrisa/
di resina che il mio amico si lascerà dietro/
i guanti e mi dirà: «Mettiti questi quando/
maneggerai questa cosa». La prossima poesia/
avrà dentro anche la notte e tutte le stelle/
dell'emisfero occidentale; e un immensa massa/
d'acqua scintillante per miglia sotto la luna nuova./
La prossima poesia avrà una stanza da letto/
e un salotto tutti per sé, lucernai,/
un divano, un tavolo e sedie vicino alla finestra,/
un vaso di violette appena tagliate un'ora prima di pranzo./
Ci sarà una lampada che brucia nella prossima poesia;/
e un caminetto dove pezzi di abete impregnati/
di resina andranno in fiamme, consumandosi tra loro./
Oh, la prossima poesia farà scintille!/
Ma non ci saranno sigarette in quella poesia./
Comincerò a fumare la pipa.
Pubblicato da: antonio spadaro - 07.01.06 22:39
Dimenticavo di dire che condivido per filo e per segno il primo post di Giuseppe Caliceti. Per filo e per segno.
Resta comunque problematico il riferimento a Manganelli. La letteratura come menzogna? Ma, ci si può chiedere: nel momento in cui uno scrittore afferma che «la letteratura è menzogna», non si comporta come quel Cretese che afferma che tutti i Cretesi sono bugiardi? In fondo, al di là delle sue splendide tracotanze linguistiche e «diaboliche», contro cosa egli si scaglia? Contro la letteratura che funziona a luce diurna e che vive del principio della realtà e del senso comune. La letteratura «visionaria» invece (e come non ricordare Rimbaud, a questo punto?) è quella in cui significati, simboli e valori sono ancora tutti in gioco, magari in attesa di elaborazione in uno spazio psichico. La letteratura è «menzogna» rispetto a una realtà monolitica e fatta di certezze stabili di cui essa diverrebbe specchio fedele, ma inutile. La menzogna manganelliana può anche essere intesa come il momento decostruttivo, destruens, di una ricerca ben più profonda e ardita.
La letteratura è «menzogna» rispetto a una realtà monolitica e fatta di certezze stabili di cui essa diverrebbe specchio fedele, ma inutile. La menzogna manganelliana può anche essere intesa come il momento decostruttivo, destruens, di una ricerca ben più profonda e ardita. Manganelli sceglie infatti la strada più semplice, quella che si presta maggiormente ai giochi linguistici, alle esasperazioni e alle definizioni ad effetto.
È possibile ipotizzare che a Manganelli non interessi poi così tanto sostenere la tesi della letteratura «menzognera»: interessa più che altro il modo in cui è possibile sostenerla, cioè l’argomentazione esagerata, il gusto per l’espressione barocca e la perizia del linguaggio . In ogni caso, è vero che la letteratura può essere legittimamente «menzogna», se la bugia si applica al modo di vedere il mondo nella sua superficialità apparente. Essa infatti deve fare i conti almeno con due complessità irriducibili: la realtà e l’uomo. Così da Manganelli si può ricavare, al di là delle intemperanze e delle vertigini della sua scrittura, un’istanza impegnativa: la positiva tensione verso una «liberazione» della poesia dalla staticità del reale, inteso come qualcosa di epidermico, di superficiale, di banale. Per Manganelli questa liberazione passa essenzialmente attraverso il recupero dell’importanza totale e assoluta del linguaggio, dei suoi elementi fonici, acustici, del suo organizzarsi nella pagina, al di là di ogni relazione con i contenuti, i sentimenti, la vita,... Il pericolo, a mio avviso, è che questa tensione si traduca nella semplice fuga nel sub o nel surreale. Entrambe sono perniciose perché relegherebbero la letteratura in un mondo «altro» rispetto a quello della vita e dunque la trasformerebbero in un gioco di specchi, inebriante ma vuoto. È questa, in effetti, la meta del percorso manganelliano: l’astrazione. Non è l’astrarsi dal mondo per trovargli un senso , ma l’astrarsi dal mondo per esorcizzarlo come in un cerimoniale perfetto.
Ma, a ben guardare, a questo punto la domanda non è più se lo scrittore sia un Pinocchio o una Fatina dai capelli turchini. Pinocchio è e resterà l’immagine fondamentale dell’universo letterario di Manganelli. Ma ricordiamo che la menzogna di Pinocchio è visibile, resa palese dal suo naso che si allunga, dunque è anche tappa negativa verso la verità. Ma quale verità? Fuor di metafora, la vera domanda non è se la letteratura sia in se stessa verità o menzogna, ma quale sia la verità propria della letteratura. È un problema di discernimento e dunque un problema critico, di scelta. La verità della letteratura non può essere meramente verificata a livello di contenuti, cioè nel verificare se dice cose vere o meno, perché prima occorre stabilire quale tipo di verità sia propria della letteratura. Ha ragione Manganelli a mettere in guardia dal «senso comune»: esso tramuterebbe la letteratura in statua di sale, maschera funeraria, sepolcro imbiancato. Resta dunque la questione del significato come ferita aperta, irriducibile a una mera arguzia allitterativa...
Pubblicato da: antonio spadaro - 07.01.06 23:03
Sì. E' una bella poesia. Man Ray ha questa capacità di non essere mai serioso. E di essere sempre così preciso, serio, in quello che fa, nelle cose che dice. Nonostante (o per?) l'ironia, appunto che ci mette.
Una caratteristica abbastanza comune alla bella poesia. Un po' come Auden o Saba, quest'ultimo per parlare di un poeta vissuto da noi.
Allora lo sguardo 'fresco e ingenuo' (che non ho ripetuto in molti post - come modo di dire - per provocare) potrebbe essere uno sguardo - nonostante tutto - ironico, distaccato sulle cose?
Lo sguardo di chi (gli occhi, il corpo di chi guarda) narrando, descriva semplicemente quello che vede. Giusto. bella la frase della O Connor.
Uno sguardo così - quello di cui stiamo parlando - non è, secondo me 'lo sguardo senza pregiudizi'.
Uno sguardo così non è, e non può essere, ingenuo. L'ingenuità nello sguardo del poeta, ma anche del lettore, è impossibile.
E' piuttosto quello di cui parliamo, (lo sguardo alla Man Ray, o alla Carver, o alla Mansfield) semplicemente, lo sguardo di chi non smette di guardare.
Come insiste, Man Ray, (e sì, quasi sadico! tocca dirlo) nel vedere la legna, e sulla legna la resina, e la resina gli fa vedere i guanti, e non smette, non smette...anzi: continua a vedere. E vede (le stelle), vede (la stanza da letto, il salotto, i lucerani, le violette! come è che non vede un rasoio?). Gira, gira, se fosse un regista terrebbe la macchina alla Cassavetes con un po' di libertà, ma senza perdere mai il filo del senso, e dei sensi.
Fino alle scintille. Fino alla chiusa. Che è uno scherzo. Le scintille? Scintille, come punte di sigarette (immagino)? Sbagliato. Fumerebbe la pipa, lui. )
Ecco. Lo sguardo (un po' sadico, con molti pregiudizi e per niente ingenuo) di chi continua a poetare, narrare, raccontare nonostante l'ingiustizia, l'orrore, il disastro, il rumore, la tragedia. Ma naturalmente anche nonostante la gioia, la felicità, nonostante il niente, il più il meno, il tutto. Nonostante. I poeti non cantano le lodi di qualcuno. I poeti non cantano a qualcosa, per qualcosa secondo me. Cantano e basta. Come gli scrittori raccontano. E più ne sono cosapevoli di questo (che non cantano per, a), e (quasi sempre) più cantano bene.
Cantano bene nel senso che non perdono i nessi, i nodi, i legami, le particolarità, (e quindi le ingiustistizie, i drammi, le peculiarità) di una determinata epoca.
E' lo sguardo di chi (e torno a quello che dicevo prima) non riesca a smettere (anche laddove scegliesse di farlo) di raccontare, quello di chi racconta. Tanto è vero che racconta, nonostante tutto.
Pubblicato da: angela scarparo - 07.01.06 23:43
Cacchio, adesso capisco che la letteratura la fanno i critici. E che agli scrittori poco rimane.
Vogliate gradire una "boutade"; solo per stemperare gli animi.
Sotto il tappeto.
L'orgasmo era stato quello giusto. Di quelli che ti fanno dimenticare moglie figli e tutto il resto. Solo che si stava facendo tardi, troppo tardi con Pamela, giovane, incensurata e, per di più, nipote di mia moglie.
Quando entrammo interamente nell'idea del "troppo tardi" lei raccattava da terra i suoi collant ed io, guardandomi allo specchio, mi rinfilavo con soddisfazione i boxer.
Quasi mi stavo dicendo, tirando su l'elastico ai lati: sei stato grande anche questa volta.
Poi sentimmo insieme, attraverso la finestra, nel giardino, quel modo conosciuto di arrivare, frenare, scendere dalla macchina ed apparire sulla porta di casa.
Ci salvò l'essere al secondo piano d'una casa piena di tappeti.
Lei ci trovò in posa quasi da thé.
- Ah, che bella sorpresa, e come mai?
- Un libro d'architettura, a zio, Arata Isozaki, il giapponese famoso... mamma ha detto, lui di sicuro ce l'ha".
- Ce l' hai?
- No... ma me lo posso procurare...
Mia moglie era cattivamente perplessa, ma non specificatamente per la situazione che andavamo vivendo. Lei era sempre così, in uno stand by di cattiva perplessità. Insomma, di sospetto e gelosia dissimulata, ma con una miccia, sempre lì lì per accendersi ed esplodere.
Ed io quella miccia ce l'avevo davanti. Dimenticata sul pavimento e quasi sotto i miei piedi. Dimenticata come i poco professionisti del crimine dimenticano il corpo del reato.
Allora bastò un colpo di piede e giù... sotto il tappeto.
Due mesi passarono, che io, preso da altre cose e da altre intemperanze extraconiugali, mi ero scordato tutto.
Da questo mio non ricordare - peccaminoso quanto l'aver fatto - mi risvegliò di soprassalto Nunziatina, la colf extracomunitaria delle montagne del Molise.
Pensavamo, io e mia moglie, fosse un topo.
Niente, lei, schizzinosa e elettrizzata, tintinnava tra pollice ed indice una cosa allungata, gialla, più che gialla, ingiallita. Quasi ingrigita, ormai. Ingrigita ed avvizzita.
Io feci le valige da quella casa come non sanno fare gli uomini, ma come sanno fare solo gli animali nei cartoni animati: con la coda tra le gambe.
E però, da uomo, non confessai mai a cosa era servito quel trofeo sotto il tappeto.
Scusate ancora. Kosta.
Pubblicato da: Costantino Simonelli - 07.01.06 23:45
Solo una precisazione per un fraintendimento: la poesia "La pipa" è di Ray, ma Ray per me (e per i "fan") è Raymond Carver. Ray sta per Raymond. Il resto fila.
Pubblicato da: antonio spadaro - 07.01.06 23:51
Mi era venuto il dubbio, ma poichè anche Man qualche poesia l'ha scritta, e non è meno ironico o sadico, filava uguale!
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 00:00
Non solo, ma la famosa frase 'io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare' (di Ray, Man uomo-raggio) assieme, al fatto che si stesse parlando di 'sguardo', e al fatto che voi lo chiamiate Ray, assieme alla mia passione per (Man) Ray e per la fotografia e il cinema (per via dello sguardo) ha fatto nascere il fraintendimento. Poco male.
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 00:09
Oddio, oddio, non sarò stata un po troppo prepotente nell'imporre un Ray ad un altro?
Non avrò dimostrato (senza volerlo, per carità!) che di molti artisti potrà essere detta la stessa cosa?
E ancora, argomento che mi prende: è possibile ormai parlare di letteratura (di storie) senza parlare anche di cinema, di immagine? Toccherà a chi scrive fare per forza i conti con chi 'gira'?
ahi ahi ahi! Potenza dell'immagine? Potenza del Ray!
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 00:30
Raffaele, diciamo che ho usato un'immagine non del tutto adeguata, parlando di tappeto e di sporco. Sostituiamola con questa: il mazzolin di rose e viole. E' banale che in natura rose e viole non fioriscono nello stesso tempo, dunque non solo non esiste un mazzolin di rose e viole, ma non esiste quella relazione tra le rose e le viole descritta da Leopardi. O meglio: quella relazione (e quel mazzolino) comincia ad esistere (si aggiunge al reale) dal momento in cui il poeta crea una relazione inaudita, innaturale, artificiale. Così facendo suggerisce che le relazioni tra le cose, e tra le parole e le cose, possono essere diverse, altre da quelle che ci vengono presentate come "naturali", "vere", "oggettive", "ineluttabili".
Quanto all'onestà, credo condividerai (visto quello che scrivi) la glossa di Carver all'affermazione che "la letterature è: niente trucchi inutili", e cioè "la letteratura è: niente trucchi". O, che è lo stesso: niente scherzi da prete.
Grazie per la lettera, vado a piegare l'ennesimo angolo alla mia edizione delle Opere per tenerla presente.
Pubblicato da: girolamo - 08.01.06 00:34
"Il pericolo piu' grande per l'uomo è che la vita diventi per lui qualcosa di quotidiano. Se questo accade, tutto diviene ovvio e scontato e non c'e' più spazio per la meraviglia e lo stupore" Ernst Junger.
Aggiungerei, di mio, che è anche cosi per la scrittura, sottintendendo lo "sguardo fresco" cui allude Spadaro.
Pubblicato da: cletus - 08.01.06 01:23
Qui siamo a un punto importante. Il poeta e le relazioni tra le cose. Il poeta le "crea" o le "scopre"? Crea relazioni inaudite, innaturali, artificiali oppure suggerisce che le relazioni tra le cose, e tra le parole e le cose, possono essere diverse, altre da quelle che ci vengono presentate come ovvie? Qui c'è un punto nodale. Cletus, a mio avviso, dice bene. Qui sta il mio discorso sullo sguardo fresco. Lo sguardo ammuffito (come chiamarlo in altro modo? boh!) deve rifugiarsi nell'artificio (cioè nel trucco). Lo sguardo fresco invece coglie una tale potenzialità (di orrore e di grazia) *nel* reale da rimanere senza fiato. Appena lo riprende espira "poesia". Ecco il fiato di cui ho bisogno.
Come dice Flannery O'Connor, già citata da Giulio, lo scrittore prima vede il reale in maniera superficiale, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. In questa tensione di approfondimento visivo lo scrittore se ne sta a fissare senza andare subito al dunque: «più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedrete dentro». Wow! Nello sguardo di chi scrive deve esserci «un granello di stupidità (a certain grain of stupidity)», che lo conduca a rimanere come «imbambolato (to stare)». Ecco ancora una volta lo sguardo fresco. E’ proprio così che prende corpo un profondo senso dell’ascolto, del «mistero della nostra posizione sulla terra», come dice FO'C, e della trama del reale.
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 09:15
Ripartiamo da Manganelli e dalla sua frase "la letteratura è menzogna". Scrive Antonio:"Ha ragione Manganelli a mettere in guardia dal «senso comune»: esso tramuterebbe la letteratura in statua di sale, maschera funeraria, sepolcro imbiancato. Resta dunque la questione del significato come ferita aperta, irriducibile a una mera arguzia allitterativa...". E precedentemente, nel suo posto, Antonio parla anche del pericolo di fare dei giochi di parole e di un certo modo del fare di certa letteratura tutto un futile gioco di specchi. Dico confusamente come la penso io. Non è una questione di verità o menzogna letteraria. Non mi pare. E penso che ogni visione/rappresentazione della reltà non possa essere che una sua copia, una nostra visione personale, relativa. Perciò, personalmente, tendo a vedere in quella espressione di Manganelli una importanete efondamentale dichiarazione di umiltà, una consapevolezza dei propri limiti inevitabili, una rinuncia a una pretesa di Verità assoluta (anche solo Letteraria), un rinunciare a spararsi pose neoclassiche. E questo mi piace. Non solo, ho sempre letto quella dichiarazione di Manganelli, forse a mio comodo, come una volontà di lavoro sul linguaggio, all'interno di una parola che non è sacra, ma è continuo tentativo di rappresentazione e lettura del mondo e di se stessi. E' vero, ci sono gli eccessi di certo sperimentalismo linguistico in tanti scrittori (di solito quelli che io preferisco), ma tendo a preferirli di fronte a chi non sembra neppure porsi il problema non solo del linguaggio, ma neppure di stare a discutere di mondo attraverso il linguaggio. Insomma, l'invito, a Antonio, anche se leggendo il suo post capisco che non ce n'è bisogno, è di vedere in quella frase di Manganelli una poetica che non rinuncia a una sua fortissima tensione morale e a una sua freschezza di sguardo del mondo, mi pare, proprio nella consapevolezza della propria finitudine. Scrive ancora Antonio: " È questa, in effetti, la meta del percorso manganelliano: l’astrazione. Non è l’astrarsi dal mondo per trovargli un senso , ma l’astrarsi dal mondo per esorcizzarlo come in un cerimoniale perfetto". Ecco, su questo non sono proprio sicuro. Si potrebbe obiettare che allora ogni volta che qualcuno legge o scrive rischia di astrarsi, ma c'è astrazione e astrazione. Più che di "astrazione" il nodo centrale del ragionamento di Antonio, quello a cui mi pare punti con questo suo discorso sullo "sguardo fresco", sia un altro, che è al di fuori, o quasi, della stessa opera letteraria dello scrittore e della sua qualità. Lo invito a riflettere su questo. Mi pare che il problema che poni, Antonio, non è quello vecchio del ruolo sociale dello scrittore o del cosiddetto intellettuale; nè, a ben leggere, quello o solo quello di una qualità letteraria, ma una cosa diversa: il rapporto di chi scrive con la sua identità di scrittore e con la sua pratica dello scrivere all'interno della sua vita, suo suo senso esistenziale e non, ancora prima che sulla sua tecnica. Mi pare un tema estremamente ambizioso e impegnativo, pieno di possibili scivolature e incomprensioni, ma certo anche stimolante per chiunque scrive e legge.
Pubblicato da: calix - 08.01.06 09:24
La discussione tra Antonio Spadaro e Girolamo de Michele ha posto un problema che va oltre la letteratura, tocca questioni diverse, indica cose che vanno dette.
Dal mio modestissimo ed irrilevante punto di vista le dico.
In Africa ai margini del deserto della Namibia, c’è il delta dell’Okawango, uno dei massimi fiumi d’Africa. Questo delta è famoso per alcune condizioni, la prima delle quali è che la sua foce si disperde e si dissemina in quel deserto che è gran parte della Namibia. L’altra caratteristica famosa è che il luogo è così bello che viene descritto, da un importante naturalista ed evoluzionista come Miles Eldredge, come l’Eden, come esattamente l’immagine superstite di quel sito, di quel luogo di delizie, che nella tradizione giudaico-cristiana è chiamato Eden.
Sono quindici giorni, da che ho letto il libro di Eldredge, che sto cercando di capire a che cosa mi ha fatto pensare questa descrizione. Ora lo so. Alla letteratura.
La letteratura, intesa come pratica di scrittura di testi di fantasia, di tipo narratologico e poetico, è esattamente come il delta dell’Okawango. Un Eden che sbocca in un deserto e che lo nutre, lo verdeggia, lo fa bello e ricorda, ci dà l’immagine, di qualcosa di perduto e di non ritrovabile,
Anche in un altro senso l’immagine funziona. Perché il delta dell’Okawango è fragile: come tutte le situazioni ecologiche è legato a una molteplicità di fattori e cambiarne qualcuno significa modificare l’insieme e trasformarlo in quel deserto che assedia il fiume e che, però, del fiume e dei suoi apporti vive.
Antonio Spadaro ha parlato della letteratura come di qualcosa in cui c’è bisogno di uno sguardo fresco, di una occhio alla realtà, in quanto occasione di discussione e di proposta sul reale. Di proposta realista, nel senso che l’occhio fresco, di cui lui parla, è chiaramente un occhio attento alle “rivelazioni” che nel reale si presentano di Dio. In questo senso per Antonio Spadaro chiunque abbia uno sguardo fresco sul mondo ha, anche e necessariamente, uno sguardo religioso. Dove la parola “religioso” ha l’intenzione esplicita ed implicita di “ispirato da Dio”, anche contro ed oltre le intenzioni volute dell’Autore. Qui Antonio Spadaro si muove nella scia della tradizione ermeneutica cristiana, una scia importante, uno dei rami del nostro delta più ricchi d’acqua. A origine della quale ci sono alcuni testi tra i più significativi della nostra tradizione, quei vangeli canonici i quali innovano profondamente la tradizione di testo narrativo antico, impostando un testo che è testimonianza, ma testimonianza che deve – che richiede necessariamente – di essere interpretata. Ovvero i vangeli sono testimonianza di Cristo, ma non sono stati scritti da Cristo, né raccolti con la sua autorizzazione. Anche se con l’ispirazione dell Spirito Santo, dice la Chiesa; materialisticamente però possiamo ignorare l’azione dello Spirito di Dio, anche perché – per definizione – essa è misteriosa e soffia dove vuole. Allora i quattro vangeli canonici sono il testo di riferimento della letteratura, per Antonio Spadaro, ma anche per chi non è né prete, né gesuita, né cristiano e, magari come Girolamo de Michele, si presenta come ateo e nihilista.
Sono uno dei testi di riferimento perché in essi c’è esattamente quel che Antonio Spadaro chiede: uno sguardo fresco sullo realtà. I vangeli canonici sono esattamente questo sguardo, che sa andare oltre l’ovvio e vede il mondo nella sua verità. Quello che un grande poeta, ateo e materialista ma non nihilista come Pasolini, ha saputo e voluto leggere. I vangeli – e almeno il vangelo secondo Matteo è per Pasolini portatore di una verità attingibile, che può essere raccolta, a cui ci si può dissetare. Se questo punto di vista di Antonio Spadaro non è accettato difficilmente ci si può mettere a discutere con lui. Nel senso che, se questo rilievo del suo dire, il legame che le cose che dice hanno con tutto quel ramo del fiume della letteratura, vengono ignorate, la sua posizione appare come falsa, come bugiarda. Cosa che ovviamente non è, e non perché conosco Antonio Spadaro e sono disposto a giurare sulla sua buona fede. La cosa, detta così, è irrilevante. Ma perché il tono di Spadaro e le cose che dice sono strette all’evangelo. Il tuo dire sia si o no, ché il resto appartiene a Satana.
Ma questo sì o no di Antonio Spadaro sono risultati inaccettabili a Girolamo de Michele, tanto inaccettabili da spingerlo a chiudere la discussione con lui, prendendo una posizione illiberale giustificata dal fatto che, secondo Girolamo de Michele, Antonio Spadaro mente; cioè è un prete gesuita ed in quanto tale mente.
La letteratura è come il delta dell’Okanwango, dicevo.
Per questo le cose importanti del delta si vedono ai suoi margini, nelle posizioni laterali, apparentemente meno ricche. Laddove il deserto sembra prevalere ma dove in realtà le cose si mischiano e sono ricche di entrambe la componenti.
Da dove viene Girolamo de Michele e qual è la sua posizione? Non lo conosco bene come conosco Antonio, ma lui si è presentato e considero la sua presentazione non solo veritiera, ma anche forte. Cioè Girolamo de Michele appartiene ad un altro ramo importante del nostro fiume, un ramo che s’incrocia per molti aspetti con quello di Antonio Spadaro, ma che per altri aspetti contrasta con esso, formando strane rapide, violente cascate, dure contrapposizioni.
Questa posizione è sicuramente materialista e altrettanto sicuramente radicale o di sinistra. C’è qui, per me, un imbarazzo di termini. Poiché appartengo politicamente – ritengo - alla stessa area di Girolamo de Michele, ma non vi appartengo filosoficamente. Infatti Girolamo de Michele sostiene un sguardo sospettoso verso il reale, uno sguardo che è capace di andare oltre l’ovvio e rivelare, mettere in luce, ciò che c’è di orrendo nel mondo.
I batteri sono orrendi e l’eruzione del Vesuvio pure. Come il dominio dei potenti sui corpi di chi non è potente.
Ieri sera mi sono visto (non tutto ma buona parte) il video di Paolo Poli che riprende la sua recita di Jacques il Fatalista. Con una posizione in cui Paolo Poli, gioiosamente e ironicamente – ma anche con sarcasmo feroce – assume verso il mondo una posizione simile a quella che Girolamo de Michele rivendica. Uno sguardo del sospetto. La realtà è orrenda e bisogna dirlo.
Quando Antonio Spadaro arriva con le sue acque e porta alcuni tipi di pesce che in quel ramo del fiume non sono abituali, succede lo scontro e la frattura. Antonio Spadaro propone un Leopardi diverso, e che c’è obbiettivamente per una ragione che dico dopo, e Girolamo De Michele chiude la discussione con lui.
Perché? Perché accusarlo di menzogna? Oltretutto la citazione scolastica che Girolamo fa non è pertinente al caso specifico, perché Antonio Spadaro non correggeva l’ateismo – incorreggibile – di Leopardi, semplicemente diceva che il suo materialismo era nutrito di una ricerca di bellezza che lo spinge oltre qualsiasi nihilismo. Che, quindi, nella ulteriore abbondanza di acque del particolare ramo del fiume in cui Antonio Spadaro sta e nuota, può infine essere portato verso Dio e verso le sue misteriose decisioni di vento. Perché Dio soffia dove vuole.
Girolamo de Michele questo non lo accetta e chiude la discussione. Perché lo sente come menzogna, come azione di quei giudici dell’inquisizione di cui parla Carlo Ginzburg e che hanno anche una curiosità sincera verso coloro che, poi, tortureranno e bruceranno. Verso cui, per uscir di metafora, hanno una posizione assolutamente negativa e che vogliono solo – importante questo ‘solo’ – solo convertire.
Così lo rifiuta e gli tappa la bocca, cioè chiude la discussione con lui: discussione che avrebbe insegnato qualcosa, se non a loro almeno a noi.
Qui c’è la cosa che mi preme e sento la necessita di dire.
Questo è uno dei punti dove il delta inizia a frangersi ed il deserto sta avanzando le sue vittorie.
Non ho visto l’ultimo film di Pasolini, Salò-Sodoma. Non lo vidi allora, quando uscì, e non l’ho visto in seguito quando è diventato disponibile. Non so se lo vedrò. Sicuramente, però, leggerò la sceneggiatura del film ed i testi con cui Pasolini accompagnò quel suo lavoro e lo seguì. Perché in Salò-Sodoma c’è una cosa che rifiuto profondamente, per quanto sappia che essa è vera, molto vera. Che questo mondo è orrendo.
Ma il punto che mi lega a Pasolini e mi distingue da Girolamo de Michele è che la realtà è orrenda negli esseri umani e non nel mondo. Il mondo è bello. Semplicemente. Gli esseri umani nel mondo, generalmente parlando, no.
Pasolini in Salò-Sodoma parla del potere degli umani sugli umani, del potere di corpi su corpi, di decidere, opprimere, uccidere, sacrificare.
Ma questa non è una verità nascosta, questa è una verità manifesta e basta andare al sito del Misna o a quello di Peacereporter o a quelli di Indymedia per leggerne esempi su esempi.
Ma con questo il nihilismo nulla c’entra. I batteri non sono cattivi. Dice Miles Eldredge che se le mosche, questi fastidiosi animaletti, scomparissero di colpo la vita sulla terra resisterebbe solo qualche mese, prima di scomparire quasi del tutto e ridursi ai soli batteri. La vita è bella. Se preferite, la parola ‘bellezza’ è una delle poche che può interpretare la complessità di cose che sono ciò che chiamiamo ‘la vita’.
Non interpretate questo cristianamente, non è detto che lo sia. Può essere una affermazione panteistica, materialistica, atea, panenteistica e quant’altro la fantasia terminologica umana può definire.
Ma perché, perché mi chiedo e chiedo a Girolamo de Michele, perché la parte di umanità che sento più vicina a molte delle cose che penso, a come cambiare il mondo in qualcosa di migliore, anche solo appena, anche solo un poco, perché questa parte si è ridotta al nihilismo? Perché ha rinunciato alla speranza? Perché siamo stati sconfitti da una delle politiche più selvagge e brutali (quella della Teacher e Reagan) che l’umanità abbia conosciuto dopo le conquiste romane? E allora? Altre strade ci sono e vengono praticate. C’è sempre qualcosa da fare, se si tiene in piedi la certezza che la vita è bella e un poco di questa bellezza spetta a tutti. Anche a chi ha solo i suoi occhi per piangere e, ormai oggi, quasi neanche più quelli.
Perché la bellezza c’è e basta uscire di casa per vederla, e allora bisogna dirlo, anche se dicendolo magari occorre inventarsi un mondo, piccolo e provvisorio, un mondo dove è possibile correre, come danzando, verso una festa avendo cinto il proprio seno con un mazzolino di rose e di viole.
Ciao
raffaele
Pubblicato da: raffaele ibba - 08.01.06 11:16
C'è una cosa che vorrei dire. Abbastanza importante. Soprattutto per lo spirito. E per Roma, e in generale per l'Italia. Ma Antonio Spadaro quanto somiglia a Walter Veltroni in questa foto?
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 11:52
@ Raffaele Ibba
Credo che tu sia il Raffaele Ibba che leggo spesso su sagaranalist.
Devo dirti che il pezzo di cui sopra è molto bello e lucidamente scritto. Posso dire di condividerlo in tutto, soprattutto perché aperto al confronto e alla speranza.
Spesso quando si parla di queste cose (che cosa sia la letteratura, che cosa sia arte, e così via) si imbastisce un groviglio di ipotesi e di idee da cui non usciamo più. Rifiutare un confronto non è mai una scelta felice, poiché su materie come queste nessuno ha certezze da offrire.
Mi dispiace solo che questa bella discussione abbia coinciso con la pubblicazione della mia lettura de La cognizione del dolore, per la quale mi aspettavo di poter avere qualche confronto utile.
Spero che lo si possa fare quando scriverò giovedì di Lorenzo Viani, un altro autore che ha fatto del linguaggio un'arte sopraffina, come del resto Enrico Pea, di cui mi interesserò a seguire.
Felice incontro, Raffaele.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.01.06 12:46
Eh, eh, Angela! E chi ti ha detto che io non sia Walter vestito da prete? ;-)
Comunque sei la 100a persona che me lo dice. E fortunatamente qualche mese fa ho cambiato gli occhiali. I precedenti erano casualmente uguali a quelli di Walter... L'alternativa era quella di somigliare a Bonolis...
Prendo un po' di fiato. Gli ultimi interventi interessantissimi di Raffaele e Giuseppe mi stanno facendo meditare...
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 14:11
Intanto posso dire di essere veramente soddisfatto! Constato che, pur con diverse prospettive, in Italia c'è ancora voglia, tra le generazioni più giovani di critici e scrittori, di confrontarsi. Se un tempo lo si faceva in rivista o sui quotidiani, oggi si fa sul blog, ma la sostanza non cambia di molto. Purtroppo chi detiene il potere nei media non si accorge di questo fermento, perché chi detiene il potere e potrebbe dare riscontro di questo fermento, ha tra i 65 e gli 85 anni e non sa usare i mezzi moderni di informazione e dibattito o li sa usare in parte. Li snobba perché non li capisce. Molti critici sono rimasti al fax e internet è un mistero insondabile. L'articolo di Scalfari che ho proposto nel mio blog ne è un esempio lampante, l'ho intitolato Generazione Adiuvant in tono scherzoso: l'adiuvant è una medicina che si da agli anziani per "dargli un po' di vitalità". Come dicevo, mi sembra che ci sia la voglia di confronto,anche duro, come nelle corde di De Michele, e basta poco per innescare il confronto, innescare il dibattito: basta innescarlo! L'idea letteraria di Colombati mi sembra molto "pragmatista", da pragmatismo americano. Oltre ad aver travisato quello che dice Spadaro, e forse è stata una svista, mi ha sconvolto la sua idea che la letteratura non deve cercare la VERITA'. Ma come? La letteratura deve cercare una sua forma di gradevolezza? Deve essere estetica e basta? Deve solo raccontare una bella storia? Sì, anche questo, però come altre discipline deve cercare la verità. A mio avviso sta dicendo la stessa cosa di tutti prendendo un altro punto di vista. La letteratura, e quindi anche la narrativa dovrebbe cercare la VERITA' per il tramite della bellezza. Dovremmo però stabilire cosa è Bellezza. Dovremmo essere più precisi nell'uso delle parole, altrimenti mancherà il rigore di pensiero, e il rischio potrebbe essere quello di non capirsi pur dicendo cose simili. Lavoro da compiere ce n'é tanto, alla faccia di chi dice che il romanzo è morto, la critica non esiste, gli scrittori non sanno più cosa dire, le questioni non esistono più. Propongo un dibattito dal vero! Perché non si fanno più i dibattiti alla "Nuovi selvaggi"? Sono fuori tempo massimo? Eppure credo sia utile incontrarsi di persona. Scanniamoci dal vero!
Bregola
Pubblicato da: Davide Bregola - 08.01.06 14:30
Davide d'accordo con te su due punti: la carta stampata e l'indifferenza nei confronti di certe discussioni letterarie. Però, che ce frega? Della serie, 'Lo Scalfari che che se perde? No.'.
D'accordo anche con lo scannarsi. Meglio se di persona.
Non sono d'accordo per quello che dice Leonardo. Forse ho capito male io. E' una cosa bella e importante secondo me, considerare la letteratura come il campo delle possibilità, come lui fa.
La liberazione (se è possibile, qualsiasi tipo di liberazione, o anche se vuoi chiamarla così, la realizzazione di sè, la fiducia in sè, lo sviluppo, non so chiamalo come te pare, e io un po' ci credo, sinceramente. e penso che tutti ne abbiano diritto) sta lì. nella capacità, nella possibilità (per tutti) di sviluppare ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere. Tutti quanti. E questa capacità da dove passa, se non dall'immaginazione? Quanto può aiutare la letteratura (quanto aiuta) questo movimento? Secondo me tanto. In questo senso io leggo l'insieme dei romanzi che amo come l'archivio delle diverse possibilità che ho di ribellarmi. Di svilupparmi. Di crescere. Fino a che avrò fiato.
Meno credo nella speranza, che mi pare un'altra faccia delle potenzialità, ma con un ottimismo di fondo ingiustificato.
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 14:56
La discussione nata dal sintagma di Antonio "uno sguardo fresco ed
ingenuo" è appassionante, perché va alla radice del problema del romanzo
oggi e ha portato molti ad arricchire l'analisi proponendo sfaccettature
diverse. Io vorrei riprendere solo un punto, la differenza tra reale e vero,
e proporre qualche considerazione su Leopardi. Se la narrativa si rapporta
al reale è senza dubbio un'espressione limitata al piano della materialità,
alle cose ("reale" è infatti da res=cosa), mentre la narrativa deve essere
animata dal "vero", cioè da un criterio assoluto di verità e di certezza che
lo scrittore deve avere e in base al quale interpreta e orienta ciò che
narra, che può indifferentemente essere qualcosa di attinente alla realtà
della vita o frutto della fantasia. Dante ha la sua verità in base alla
quale narra una vicenda fantastica, Ariosto ha anch'egli la sua verità che
lo guida a narrare quello che la sua fervida fantasia crea, e così tutti gli
altri autori che valgono davvero.
Una piccola osservazione su Leopardi: nel suo travagliato itinerario
letterario e poetico privilegerei due punti, "il naufragar m'è dolce in
questo mare", dove l'aggettivo "dolce" ci fa intravedere il fascino che il
poeta prova di fronte alla percezione di un Assoluto, quel fascino che, come
dice Rudolf Otto si prova solo di fronte a ciò che si riconosce come sacro,
tanto che, partendodi qui, il critico tedesco Karl Vosserl ha parlato di
religiosità di Leopardi. Ma il richiamo illuministico della ragione porta il
poeta lontano dall'accettazione della trascendenza, fino a fargli elaborare
nella Ginestra l'unico valore che la ragione può ritenere capace di
migliorare la storia implacabilmente dominata da un nemico ad essa estraneo
(la Natura), cioé l'umana solidarietà. Leopardi è un autore che legge la
realtà del passato e del presente, in base alla verità a cui arriva con
fatica a credere, alla luce della quale, poco prima di morire, matura una
speranza per il futuro.
Pubblicato da: Rosa Elisa Giangoia - 08.01.06 16:33
@Raffaele
Una precisazione: ho detto di essere nihilista, non ateo (ma è evident che non sono cristiano).
Purtropo quando si parla di nihilismo, ultimamente, si cade nell'equivoco di pensare che i nihilisti siano quelli che pensano che "tutto è niente", che non c'è speranza, ecc.: quelli che Nietzsche denominava "nihilismo passivo", e Camus ritrovava nell'antico compagno di studi tedesco passato senza soluzione di continuità dal nihilismo alle SS. Il Camus partigiano, che scriveva la "Letera a un amico tedesco", combatteva per creare quella giustizia che non piove dal cielo (lo stesso vale per il diario partigiano di Pietro Chiodi, "Banditi", che incrociò nelle sue montagne Fenoglio): ecco cosa divideva i due ex-amici partiti dalla stessa visione del mondo. Ed ecco perché mi sono richiamato a Camus. Il nihilismo implica un "di più" di volontà e di responsabilità nel creare giorno per giorno una morale al tempo stesso individuale e condivisa, molta più di quanta ne occorre per credere ai Valori Morali e adeguarsi ad essi. Soprattutto, implica la consapevolezza del carattere conflittuale di queste relazioni.
Quanto alla mia chiusura, ho sottratto me stesso (mica ho crackato il sito, buon dio!) a una discussione con un interlocutore che percepisco come scorretto, che usa trucchi retorici, con la stessa serenità con la quale non discuto con i testimoni di Geova o con i piazzisti di Sky. Non credo nella discussione come alore in sé, tutto qui, e se non ne vedo l'utilità faccio altro.
PS: mi pare di capire che tu abbia un sito o un blog: quale?
@ Davide
condivido le tue proposte, anche se ho qualche remora a discutere della Bellezza perché entrerei in conflitto di interessi :-)
Pubblicato da: girolamo - 08.01.06 16:44
"alore" sta per "valore"
Pubblicato da: girolamo - 08.01.06 16:45
Girolamo, io argomento e mi butto nel discorso con ciò che sono e sento, a partire dalla mia formazione e dal mio modo di sentire e vedere.
Tu zittisci e screditi con violenza inaudita e barbara, indegna. Questo non è nichilismo è solo inciviltà.
Io ti puzzo, lo so, non per quello che dico, ma per quello che sono. E invece io chiedo rispetto, almeno quello sì. Lo pretendo come essere umano. Nient'altro.
Se non riesci a contenere la tua violenza, abbi almeno il buon gusto e la buona creanza di ignorarmi.
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 17:11
Nulla da dire sul nihilismo, anche se la trovo una posizione 'strana', a iniziare da Nietszche il quale ha una obbiettiva difficoltà a gestire la volontà di potenza oltre l'immaginario, cioè oltre il fatto di dire che esiste.
E' una affermazione di cui prendo atto, ma mi sembra sempre strana, cioè tale per cui con il solo fatto di dirlo - non credo in niente ed i miei valori li costruisco ogni giorno, provvisoriamente - ci sottrae in linea di principio alla discussione. In termini di etica, a mio avviso, qualsiasi posizione è soggetta a discussione. Deve essere soggetta a discussione e non ci sono aree riservate. In questo non mi muovo da Platone e mi rendo conto che faccio appello a qualcosa di molto vecchio, ma tant'è.
Il nihilismo si sottrae alla discussione, per l'ovvia ragione che dicevo prima. Che poi, se non sbaglio e mi offro alla tua correzione, è esattamente la conclusione della Peste di Camus.
La responsabilità e l'autoaffermazione (volontà) come scelta sono implicite in qualsiasi posizione etica che non sia assolutistica, e quella cristiana non lo è in linea di principio. Il fatto che poi sia possibile pensarsi cristiani e fondamentalisti insieme - ed è una contraddictio in terminis - appartiene alla quella specie di perversione linguistica umana per cui ci si appella sempre a qualcosa di forte e di esistente per fare con comodità tutte le proprie porcherie.
Ci si appellò a Marx per fare il capitalismo in Cina, figurati, ed oggi è di moda per alcuni manentungoli del potere definirsi atei devoti, oltretutto pensando di dire qualcosa di originale, suppongo.
Il nihilismo suppone e richiede l'ateismo. Solo una tra le possibili derive del buddismo prevede una possibilità religiosa in una posizione di tipo nihilista. Di tipo, però. Non conosco abbastanza il buddismo ma non mi pare che possa essere semplicemente definito nihilista. Ma c'è, forse e sopratutto nella nostra discussione, un problema anche di terminologia che andrebbe chiarito, e non è questa la sede. Chiaramente.
La chiusura della discussione con qualcuno è una forma di censura. Leggi (nel senso che lo hai letto di sicuro, è un 'leggi' polemico, scusami) il Gorgia di Platone e come, giustamente, Platone definisce la chiusura della discussione che fa Gorgia. E' un tipo di reazione su cui non sono d'accordo, mi sembra sempre una forma di censura. Il mio disaccordo nasce dalle ragioni che ho scritto prima, non da vizio di consenso o nostalgia di Santa Madre Chiesa.
C'è un problema di realtà e di relazioni con la realtà, intesa come ciò dentro cui stiamo, che va affrontato e che è sempre più urgente affrontare. Ha ragione - perfettamente ragione - Davide Bregola nel suo 'vediamoci e scanniamoci dal vivo' ed è importante dirlo e dirlo a voce sempre più alta.
Infine. Non ho un mio blog nè un mio sito. Sono pigro o forse non ci credo o entrambe le cose insieme. Sono ospitato in giro e, attualmente, Bombacarta è il sito dove discuto di più. Ma non ho siti di riferimento. Se digiti il mio nome vedi che sono ospitato in molti posti.
ciao
raffaele
Pubblicato da: raffaele ibba - 08.01.06 17:21
Brevemente,e affrontando soltanto alcuni temi a latere della discussione.
Riprendo la frase di Leonardo Colombati: "Diffido degli scrittori che vogliono fare chiarezza: preferisco l’oscurità". Mi sembra che il senso più profondo della sua replica a Spadaro sia qui. Non si tratta di concepire una letteratura che prescinda dal reale: è evidentemente impossibile. Ma credo che Colombati si riferisca ad una letteratura che non pretenda di spiegarlo (eventualmente, aggiungo, ambisce a raccontarlo nei termini più svariati).
Se posso, quel che a me spaventa è l'idea, comunque, che esista un'unica via alla letteratura stessa, e che non siano concepibili e ammissibili come ugualmente validi approcci anche opposti.
Poi. Ho una domanda per Spadaro: nel suo articolo su Avvenire, parla di una manciata di romanzi usciti nel 2005 che, se non capisco male, non gli restituiscono un'idea positiva della narrativa italiana di oggi. Mi piacerebbe che entrasse più in dettaglio su questo punto. Sempre se posso, mi sembra anche che l'intero servizio di Avvenire fosse all'insegna della catastrofe: Fulvio Panzeri sulla sciagurata "cyber-critica" (che poi, il riferimento era soprattutto alla critica da talk show televisivo, dove il prefisso cyber risulta un tantino fuori luogo), il giallo come iattura delle patrie lettere (lo stesso Panzeri, poi Guido Conti). In tutta sincerità: personalmente sono un pochino stanca di sentir ripetere "non ci sono più i Tondelli di una volta". No, non ci sono: ci sono altri scrittori, completamente diversi, di valore, ed è di questi che occorrebbe occuparsi.
Per Davide, infine: d'accordo sul vedersi e scannarsi (anche se mi piacerebbe, qualche volta, che non si usassero sempre e solo termini apocalittici sulla critica e il giornalismo: esistono le sfumature, esistono le eccezioni, e non poche). Chissà com'è, però, ma quando ci si vede e ci si guarda negli occhi, si finisce quasi sempre a pacche sulle spalle :)
Pubblicato da: La Lipperini - 08.01.06 17:35
Riprendo il discorso di Giuseppe su Manganelli.
Non so: Manganelli è un interlocutore alto e come tutti gli interlocutori alti chiede ascolto su un argomentare non sempre perfettamente coerente. Posso dirti come la vedo io, anche alla luce dei suoi saggi sulla psicoanalisi, a mio avviso molto illuminanti. Il nucleo di un suo intervento su Jung e la letteratura sta nell’affermare che la vera letteratura è nevrosi: «Dice Jung che la letteratura ha il compito di compensare in un determinato momento quello che la società ha espresso, esprime in se stessa. […] è proprio perché è nevrosi che la letteratura è così essenziale alla cultura moderna, proprio perché è il suo sogno, il suo sintomo, la sua malattia».
Più in particolare, la letteratura per lui «cattiva» è quella che esclude da sé il sogno, l’incubo, l’inconscio e la nevrosi: «È la letteratura del giorno, non della domenica, ma del momento in cui sorge l’alba, i tram cominciano a funzionare; da quel momento in poi si può scrivere la cattiva letteratura fino all’ora del coprifuoco». La letteratura che vale comincia all’«ora del coprifuoco», è letteratura notturna e nottambula, dell’incubo, del dissidio, della nevrosi.
In un appunto del 1951 si legge che la letteratura non è tale «se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è tutto ciò che appartiene ai visceri». Anzi «è nelle fogne che vale la pena di andare a cercare, in mezzo ai topi, in mezzo agli escrementi: […] E la letteratura è assolutamente un escremento in questo senso». Manganelli ricorda l’anamorfosi, quella tecnica pittorica per cui «un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto». Il mondo, visto frontalmente, sarebbe infatti invisibile e per leggerlo è necessario porsi in un’altra posizione. Questa è la posizione della letteratura.
Tuttavia Manganelli non crede neppure che la letteratura possa descrivere o conoscere il vero e il reale: può soltanto inventarlo. La psicanalisi servirebbe a trovare una posizione per inventare la realtà. Ma questa posizione, in realtà, è un labirinto o, meglio un vicolo cieco, un «angiporto psichico». Per me l'aria di Manganelli è irrespirabile e il suo sguardo non certo "fresco"... Egli stesso afferma che la letteratura può respirare qualunque aria «purché quell’aria sia assolutamente velenosa». Gli scrittori sono dunque persone «dispeptiche, velenose, narcisiste, irritanti, irritabili, sgradevoli».
Non è affatto la prima volta che viene valorizzato questo aspetto «infernale» e notturno, in contrasto con il legame tra vero e invenzione nel romanzo di ascendenza ottocentesca e manzoniana. Nelle parole di Manganelli non trovo dunque radicali novità, ma un atteggiamento già ben sentito e teorizzato nel passato: la letteratura è stata spesso avvertita in consonanza a espressioni come «stagione all’inferno» o «fiore del male». Tuttavia Manganelli non afferma che la letteratura può avere a che fare con buio, incubo, nevrosi, inferno (descrivere, avere per oggetto o ambiente…), ma che essa è, in se stessa, buio, incubo, nevrosi, inferno… in una parola: gratuita «menzogna», manipolazione di un universo linguistico astratto, pura catapulta verbale. Manganelli sa coniare bene definizioni e aggettivi deplorevoli sulla letteratura: «cosa mirabile ed immonda», «animale feroce e docile, sinistramente onnivoro», «splendidamente deforme, impone la coerenza sadica della sintassi», «priva di sentimenti li usa tutti», «rifiuto dell’anima», «malattia mortale» e via di questo passo.
E rifletto su ciò che mi dici, Giuseppe. Rifletto sul rapporto di chi scrive con la sua identità di scrittore e con la sua pratica dello scrivere all'interno della sua vita, suo suo senso esistenziale e non, ancora prima che sulla sua tecnica, come tu scrivi. E' un punto scivolosissimo. Se torno a Manganelli da lui apprendo che la letteratura è opera di ciarlatani, buffoni: nasce quando dileggia il vero e finge di non conoscerlo. Nel suo, già eloquente nel titolo, "Discorso dell'ombra e dello stemma, o, del lettore e dello scrittore considerati come dementi", egli aveva raffigurato chi scrive come un ciarlatano, o più precisamente come il fool shakespeariano: «Il fool in sé trattiene due vocazioni o mestieri, o pratiche, che non è accorto di disgiungere: frequentatore di corti, dignitari, di ecclesiastici, di teologi, di carnefici, di regi, e feldmarescialli, il fool gode di una misera e tuttavia astuta franchigia; egli non può tenere discorsi, non può commentare, non ha pareri, non consente né dissente; ma gli si concede, anzi si vuole che egli straparli, scioccheggi, strologhi, berlinghi, fabuli, e affabuli, concioni agli inesistenti, spieghi carabbattole, ed a se stesso dia torto e ragione, si insulti ed approvi, e si accetti e ripudi. In quel che dice molte materie e qualità si invischiano: ma non mai la verità, e non mai il suo contrario». Insomma il letterato registrerebbe la verità della finzione...
In questo senso faccio fatica a intuire la virtù dell'umiltà...
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 17:39
ma Lippa, tu non sei una critica, tu sei una blogger, ti credo che poi finisce a pacche sulle spalle!
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 17:48
"Vediamoci e scanniamoci!" lo ripeto. Se una cosa è emersa dalla Fiera della piccola editoria a Roma, parlando con Mario Desiati, con Andrea Bergamini (editore Playground), con il comparatista Gnisci tra i tanti, è proprio questa: basta pacche sulle spalle, è roba anni '90. Ha fatto il suo tempo, ora serve una virile franchezza, e i critici devono dirlo chiaro e forte se un'opera fa schifo o se vale. Negli anni '90(dei decenni prima non so, realmente, posso evincerlo dai libri, ma sono spesso viziati da variabili che mi sfuggono) il più delle volte, ma anche ora, i critici delle opere altrui sono gli stessi scrittori che tra loro, non avendo altri interlocutori, parlano tra loro delle loro opere e di solito viene sempre fuori ciò che "è meglio dire" e non ciò che "è giusto dire". Perché questo? Vari motivi: perché spesso si è esclusi se si è sinceri fino in fondo,perché pare d'essere sgarbati a dire veramente ciò che si pensa, perché si ha simpatia per l'interlocutore, peerché tanto "che me ne importa dirgli la verità", perché è giusto fargli credere di essere un bravo scrittore per rovinarlo meglio... ecco allora che è meglio usare vezzeggiativi, aggettivi comodi. Quando giunge un autore di cui s'è appena letto il libro nuovo e propone la fatidica domanda: "Cosa ne pensi?" la prima cosa da fare è l'ideale pacca sulla spalla. Ecco, a Roma, ma anche agli incontri in cui ho potuto parlare a ruota libera con scritotri e editori nuovi (Pequod, Minimumfax, Quiritta, Castelvecchi, Avagliano, Playground...) è emerso in modo chiaro questo: se si vuole fare un'opera utile e salutare per la narrativa italiana dico che la "virile franchezza" è l'unica via per cercare di ripristinare i giudizi di valore sinceri. Bisognerebbe avere bene in pugno la situazione, avere un'ampia visione di ciò che è Letteratura e di ciò che è un semplice buon libro. Bisognerebbe essere senza pietà, non temere l'esclusione, pensare che se la critica è aspra, dura, senza pietà, lo è nei confronti dell'opera, non dell'autore; l'autore deve saper discernere dalla critica mossa senza autorevolezza da quella argomentata e capace di colpire nel segno. Ripeto: le pacche sulle spalle, e lo dice uno che ne ha prese molte dai tempi di CODA fino ai "raccontini felicini", le lasciamo dare ai nostri piccoli politici, agli ipocriti. Stessa cosa mi aspetto dai critici. Spesso sono tacciati di essere assenti, di non occuparsi veramente e in modo serio della narrativa contemporanea italiana, dei critici universitari sembra non esserci traccia. Mi chiedo: ma li abbiamo coinvolti i critici? Abbiamo cercato di coinvolgere i docenti che si occupano anche di letteratura italiana contemporanea e sanno vedere oltre a Pasolini, Calvino, Meneghello? Siamo andati a cercarli proponendogli una visione del mondo che li possa interessare a scavare nel variegato mondo della nuova narrativa italiana? Qualche autore ha cercato il dialogo con qualche coetaneo che si occupa di letteratura italiana per dirgli "il catalogo è questo!"? Ho notato spesso che si parla di disinteresse dei critici, di assenteismo, si sta sul piedistallo ad attendere, siamo un nugulo di attendisti, mentre ho visto che quando ci si muove, si cercano i colloqui, le vicinanze, i motivi di dissidio, nessuno rimane indifferente. Ripeto: io sono un sostenitore del dibattito reale. Si era fatto anni fa un grande convegno sulla narrativa italiana, l'aveva proposto Letture e S.Paolo Editore, c'era Panzeri, mi sembra ci fosse anche Lipperini, ne era emerso un compitino ben fatto, vigeva la "pacca sulla spalla", l'unico dissidio emerso era scaturito da un invito di Michele Monina che aveva sfidato Guido Conti a uccidere un maiale dandogli un pugno in fronte. Vogliamo confrontarci sui metodi? Sui contenuti? Sui progetti? Lo so, sono cose da addetti ai lavori, non richiamerebbero orde di consumisti pronti ad acquistare tutto e far salire fatturati, non verrebbero masse urlanti di fans disposti a fare la fila e pagare il biglietto per vedere autori che magari un anno prima sono stati invitti dal sottoscritto in un teatrino di provincia con 15 partecipanti distratti, oppure no, le questioni impellenti potrebbero interessare anche i lettori. Lavoro da compiere ce n'é tanto, sono bandite le pacche sulle spalle, c'è nell'aria un'atmosfera di virile franchezza, l'ipocrisia non giova più a nessuno. Vogliamo diventare, come abbiamo detto con Desiati "sanamente bastardi"?
Pubblicato da: D.B. - 08.01.06 19:12
Da lettore che segue la "scena", non capisco dove stiano tutte queste "pacche sulle spalle". Mi sembra che nel mondo letterario italiano di oggi viga piuttosto la stroncatura livorosa e pregiudiziale, la tendenza a liquidare, sminuire, vomitare bile. Nei blog prevale la rissa. Sulle pagine dei giornali ci dicono che fa tutto schifo. Dall'università ci dicono che dopo Calvino è arrivata solo una marea di stronzi. Se uno si azzarda ad avere un qualche successo, tutti si sentono in dovere di dargli addosso. Non mi sembra manchi la bastardaggine in sé. Manca una "sana", onesta, trasparente bastardaggine, e da questo punto di vista Bregola e Desiati hanno ragione. Ma che prevalgano le pacche sulle spalle, non mi pare proprio. Ci sono scrittori che ad ogni uscita si trovano a sbattere contro muraglie di insulti e prese per il culo, i loro libri vengono stroncati a prescindere, senza essere letti, per ragioni che immagino legate ad antipatie personali o comunque a faccende che con quei libri non hanno niente a che fare. Genna, per fare l'esempio di un autore che secondo me merita, è uno a cui viene riservato un rancore incredibile, che rasenta il demenziale, mentre all'estero la critica lo accoglie col tappeto rosso. Ce ne sono tanti, di casi così.
Pubblicato da: Franco Melloni - 08.01.06 19:30
Davide, c'ero, sì, al convegno di Letture, e non mi pareva che fosse un compitino ammodo. Personalmente, comunque, trovo che ci sia un po' di contraddizione in quel che ci si aspetta dai critici (o cronisti culturali, insisto): l'ultima volta che mi è capitato di essere alquanto ruvida con uno scrittore, mi sono state rivolte accuse altrettanto pesanti di quando ruvida non sono.
Ad ogni modo: visto che l'argomento mi sembra, per l'ennesima volta, alla ribalta, domani inizierò a postare i più volte annunciati estratti dell'inchiesta di Origine, dove a parlare sono proprio i critici.
Quanto all'invito che rivolgi: posso concordare sull'essere sanamente bastardi, ma non posso esimermi dall'insinuare qualche interrogativo sul fatto che la franchezza sia solo ed esclusivamente una virtù virile. Sai com'è.
Pubblicato da: La Lipperini - 08.01.06 19:34
Ah, Franco: il mio riferimento alle pacche sulle spalle riguarda solo ed esclusivamente i convegni e gli incontri dal vivo. Dove, misteriosamente, tutti quelli che hanno sputato veleno l'uno nei confronti dell'altro, si guardano con occhi stellanti e si parlano con voce di miele.
Pubblicato da: La Lipperini - 08.01.06 19:36
Quella si chiama "vigliaccheria", non c'è bisogno di spiegazioni complicate. C'è gente che al riparo di una tastiera scrive cose da pazzoidi, poi se ti incontra tiene lo sguardo basso basso, o tira fuori il sacchetto dei tarallucci. Finito l'incontro, torna a smerdarti telematicamente.
Pubblicato da: Franco Melloni - 08.01.06 19:52
Virtù virile, la franchezza? A' Bregola! Altro che pacca sulla spalla te do mo che te vedo! Una esce due ore, e guarda che te trova scritto quando torna a casa! Meno male c'era la Bloggerlippa.
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 20:15
Ti prego, Davide, "virile franchezza" mi fa proprio cagare!
Qualcuno poi mi spieghi perché Guido (Conti, che reputo un mio amico), se trova così ammorbante il giallo, si sia preso l'onere di curare un'antologia in 4 volumi intitolata : "Gialloparma". E ci ha pure scritto un racconto.
Appena lo vedo o lo sento glielo chiedo.
Pubblicato da: gianni biondillo - 08.01.06 20:34
Loredana, in realtà, Colombati ha letto male il mio articolo, facendomi dire cose che non ho scritto (ha saltato nella lettura un'espressione. Può capitare...). Lì dove Colombati si riferisce ad una letteratura che non pretende di spiegare il reale, come tu dici, io sono d'accordo con lui. La letteratura per me *dispiega* non *spiega* il reale. E la differenza è enorme. L'avevo già scritto prima, del resto, e dunque non sto a ripetermi. E' invece semmai Enrico Palandri a dire che «La letteratura offre forse l’immagine più fasulla della storia, proprio perché è sia sognatrice che vittima della vanità di spiegare»... E io non condivido questa idea di letteratura, come dicevo su Avvenire. Semmai fuor di dubbio, invece, per me che le domande dell'uomo che chiede spiegazione su se stesso e sul mondo nelle pagine letterarie migliori si ritrovano tutte (o quasi).
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 21:38
Raffaele, oggi hai inviato un post (alle 11:16) che va alle radici. Lo ringrazio dello sforzo grande per comprendere motivazioni e ragione profonde. Per quel che mi riguarda non so dire se "chiunque abbia uno sguardo fresco sul mondo ha, anche e necessariamente, uno sguardo religioso". Forse è vero più il contrario. Certo nel mio caso, visto che sono chiamato in causa personalmente, credo sia proprio vero che la fede è una radice di questo sguardo (o del suo desiderio). Per me è così, almeno.
Ma, forse grazie a queste radici personali di fede, vado alla radice di questo sguardo fresco, che credo sia una esperienza radicalmente umana tanto quanto poetica.
Mi viene in mente l’esperienza del poeta statunitense Wallace Stevens, che parla di sé in terza persona, in *La poesia che prese il posto di un monte*:
Era là, parola per parola,
la poesia che prese il posto di un monte.
Egli ne respirava l’ossigeno,
perfino quando il libro stava rivoltato nella polvere del tavolo.
Gli ricordava come avesse avuto bisogno
di un luogo da raggiungere nella sua direzione,
Come egli avesse ricomposto i pini,
spostando le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,
Per giungere al punto d’osservazione giusto,
Dove egli sarebbe stato completo di una completezza inspiegata:
La roccia esatta dove le sue inesattezze
Scoprissero, alla fine, la vista che erano andate guadagnando,
Dove egli potesse coricarsi e, fissando in basso il mare,
Riconoscere la sua unica e solitaria casa.
La letteratura dunque non è chiamata a consegnare una parola rinsecchita, ma a permettere una scalata. Scrivere per Stevens è come scalare un monte, avere una direzione, ricordare che c’è una meta, una *exact rock*, cioè una «roccia esatta», da raggiungere, nonostante tutte le nostre inesattezze. Questa è la scrittura umana, vera, ricca di senso, quella che procede affilata e dritta come una freccia e sa così persino spaccare le rocce e spostare i pini, pur di non perdere la forza della sua direzione. Una scrittura senza una «roccia esatta» da raggiungere è una macchia su carta porosa, stagno inutile e sciolto.
Ecco allora le domande che mi pongo davanti a una poesia o a una narrazione: qual è la sua «roccia esatta»? Dove sta andando? Dove mi porta? Quale meta mi indica? E con quale forza? Con quale sguardo? Lo scrittore autentico sa spostare le rocce e trovare sentieri tra le nuvole per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza che, dice Stevens, resta inspiegabile.
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 22:04
Lipperini, Biondillo, Scarparo, concordo con voi che "virile franchezza" non sia un termine bellissimo, ma il concetto è chiaro. Suona male, sembra maschilista, ma non lo è. Però "virile franchezza", Angela, non vuol dire affatto che la franchezza è virile, ma ha a che fare con la correttezza dei galantuomini d'altri tempi, se mai fossero esistiti... mai detto però che la franchezza è virile. La franchezza è dei franchi, se non piace la parola "virile" sostituitela con "forza franca", "valorosa franchezza" "virtù della franchezza", tanto l'etimo è comune a "virile" e ciò non è colpa del sottoscritto.
Pubblicato da: D.B. - 08.01.06 22:38
No, Spadaro, 'scrittore autentico' no, ti prego! Vista giusta, spostare rocce. Con queste premesse, che ne facciamo di Dickens? E di King? No, Spadaro. La tua fede la rispetto ma è pari alla mia, credo.
Anzi la mia - meno razionale, e quindi più fede fede (raddoppiata)! - mi fa letteralmente imbambolare in questo momento appresso a quello che tu probabilmente consideri un libraccio, (spero di no) un Ruth Rendell d'annata. Non ha la vista giusta lei, non sposta rocce, ahimè, non credo. Ti mette fra le rocce, ti mette seduta a tavola coi commensali, ti mette il tavogliolo, mangi, scolti, e quando ti svegli, ti accorgi che è notte e che non hai mangiato niente.
Scrittore autentico, no. dai. E' troppo anche per me. Guarda che vengo sul tuo blog e ti chiedo di mettere le crocette sugli autentici e sui fasulli eh? Speriamo solo che non ci sia in giro Girolamo. Se ti sente!
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 23:04
sì, Davide (scusa, non avevo visto il post) il concetto è chiaro. io ci posso anche provare ad esercitare un po' di virile franchezza.
anzi l'ho fatto. ho aspirato, gonfiato i pettorali, cercando di avere almeno un po' di quella che tu chiami virile franchezza ma il risultato te lo puoi immaginare!
non c'è niente da fare. bisogna esercitarsi. trovare un'altro modo di dire. ci penso.
Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 23:26
Non difenderò certo l'aggettivo "autentico", certo. Ma lasciamelo usare. Perchè no? Sto esprimendo un giudizio di valore. Che bisogno ho di usare parafrasi se ho questo bell'aggettivo? Alcuni scrittori per me sono autentici (genuini,...) e altri non lo sono. Credo che un critico si giochi su giudizi di questo tipo... Ma non ti fermare a quella paroletta, per carità! Cogli il senso del discorso. Se ti fa problema togli del tutto l'aggettivo. Il senso è lo stesso. Anzi, forse è pure meglio, più diretto: "Lo scrittore sa spostare le rocce e trovare sentieri tra le nuvole per guadagnare la vista giusta, il giusto punto di osservazione dove si ottiene una pienezza, una completezza che, dice Stevens, resta inspiegabile". Così.
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 23:45
... non ho un blog! :-)
Semmai "ho" http://www.bombacarta.it
Pubblicato da: antonio spadaro - 08.01.06 23:47
Spadaro, se vengo sul tuo blog, ti avviso, porto l'ultimo di Madonna (Hung Up) e Donna Summer, Hot Stuff (te la ricordi?), eh?
E poi, puoi usare autentico, per carità, certo. Ma mi devi dire chi e che cosa è inautentico, però.
Pubblicato da: angela scarparo - 09.01.06 00:14
Davide... Angela.... AUTENTICITA' di uno scrittore: che significa, chiede Angela. In realtà è una domanda che colgo anche negli interventi di Davide sulla critica.
Chi è lo scrittore autentico e chi è quello inautentico? Lungi da me fare pagelle rigide, anche se a volte qualche giornale me l'ha fatta fare indirettamente. Sono però convinto che ogni lettore (e dunque anche ogni "critico") si costruisca un canone personale. A me non basta pensare che uno sia bravo o meno bravo. Mi serve altro. E tanto più un critico è bravo tanto più si interroga sul mistero (non semplicemente mestiere) di scrivere e sulla sua consistenza, autenticità, genuinità...
Una forma adeguata di critica militante è costituita dall’elaborazione di «percorsi di lettura»: si tratta di una modalità fortemente propositiva e progettuale in quanto, nella ricognizione critica il «paesaggio» letterario, costruisce ipotesi che segue l’avventura dei libri come tasselli di un mosaico. Il critico infatti non può e non deve fare a meno dello sguardo globale, delle prospettive ampie, grandangolari sul panorama letterario; non può esimersi dalla necessità di guardare nell’ottica del «paesaggio», della mappa geografica. La mappa vuole essere uno «spazio critico» ed è dunque qualcosa di più di un itinerario: c’è il rapporto ad una totalità, ad una globalità. La via criticamente rilevante dei «percorsi» rende ragione della sensibilità e della temperatura delle scritture contemporanee, rintracciando e segnalando in questo modo, in un contesto ermeneutico preciso, quelle che si ritengono maggiormente valide.
Le mappe danno il gusto dei percorsi in biblioteca, percorsi guidati, ovviamente, e qui emerge il vero ruolo del critico: non quello del giudice, appunto, ma quello della guida (Caronte o Virgilio che sia), dell’accompagnatore. Questo non significa «etichettare», ma offrire delle “rotte”, organizzare i tragitti. È in fondo il mestiere della talpa.
Per cui, il critico cosa chiede allo scrittore? Vorrebbe, innanzitutto, discutere con lui il suo progetto di letteratura, il suo rapporto con la scrittura, la natura della sua condizione di scrittore, la sua idea di realtà, rispettando l’individualità del suo percorso, ma entrando in dialogo (e anche in polemica) con lui. È necessario capire l’orizzonte da cui nasce un testo e le sue radici.
Questo non significa evitare il giudizio e la compromissione. Un critico militante ha il dovere di emettere giudizi complessivi, negativi o positivi e deve avere il coraggio di scegliere, e di dichiarare le proprie scelte. Tuttavia l’emettere un giudizio non è la causa finale vera e propria del lavoro critico, ma è al più un dato che emerge quasi spontaneamente, anche se in modo non definitivo, dal lavoro di confronto e di discernimento sulle radici e l’orizzonte di un’esperienza letteraria che si avverte come riuscita o meno.
Si tratta insomma di compiere un attento lavoro di comprensione dell’orizzonte e delle radici da cui nasce un testo, anche al di là delle intenzioni o della coscienza tematica dell’autore. È dunque un lavoro di attento «discernimento» che forse, oggi più che mai, è il compito della critica...
Pubblicato da: antonio spadaro - 09.01.06 09:33
carissimo spadaro ti seguo dall'inizio della discussione.
Io non condivido nulla di quello che hai detto, fin dal primo sguardo fresco. Ho un concetto di letteratura (sempre che un concetto si possa avere) agli antipodi del tuo, ma condividere non è poi così importante, anzi direi che in questo mondo conformista sia proprio la cosa meno auspicabile.
Mi ha interessato dunque molto la discussione che hai portato avanti, perchè aveva delle basi molto intelligenti che mi hanno fatto riflettere anche se per me più che lo sguardo dovrebbe essere la lingua ad essere fresca (ed è la cosa obbiettivamente più difficile) perche la letteratura è prima di tutto un problema di lingua (anche se non solo), tu puoi avere uno sguardo freschissimo come un fanciullo, ma se poi quel *vedere* ti esce fuori con parole pesanti come macigni, con detriti linguistici in cui ti inciampi, scusami, ma lo sguardo fresco a quel punto lo puoi buttare tranquillamente al macero (letterariamente parlando);-).
Quello che mi ha un po' spaventato però è le conclusioni a cui arrivi con una serie di imperativi su COSA LA LETTERATURA DEBBA ESSERE. E lì non ti posso seguire neppure per ammirazione dell'intelligenza.
Cosa la letteratura sia (e non cosa debba essere) lo si sa SOLO a fatto avvenuto.
QUESTA E' L'UNICA COSA DI CUI SONO CONVINTISSIMA.
Cercare pregiudizialmente uno sguardo fresco (o non fresco) nella letteratura (a meno che non sia lo scrittore stesso a portare avanti questo progetto ma allora PARLA solo per sè) vuol dire violentarla (quella già scritta) e ucciderla (quella da scrivere).
Non sei l'unico a lasciarsi andare a queste tentazioni, anche girolamo e altri (che hanno ideologie opposte alle tue) lo fanno, solo che loro propagandano uno sguardo diverso, ma sempre e solo il loro (l'unico che conoscono e che accettano)..
Non è un fenomeno nuovo, esiste da sempre, è banalissimo, conformista e rompe le scatole da sempre alla letteratura in fieri (che bene o male troverà sempre delle vie di uscita, come i fiumi sotterranei) solo che nei periodi di crisi e di tentazioni autoritarie, questo sguardo concupiscente sulla letteratura riprende forza ed energia. Oggi è uno di quei tristi momenti, si vedono vessilli sbandierare ovunque e corporazioni e consorterie si armano e alzano mura per difendere i loro piccoli recinti di interessi conquistati.
Mercenari prezzolati combattono in difesa di questi interessi fingendosi al servizio dell'umanità e della salute pubblica.
Tempi duri per la letteratura :-), ma la cosa bella, e direi esaltante, è che nei tempi duri la letteratura riesce a dare il meglio di se. Mentre i *dottori* discutono sul sesso degli angeli qualcuno sta, probabilmente, scrivendo il suo capolavoro e molti lo hanno già fatto.
georgia
P.S
L'articolo di scalfaro citato da iannozzi è in rete: "Quando la vita diventa un capolavoro"
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&m2s=null&idCategory=4789&idContent=1241408
però secondo me è uno scritto banalissimo e si salva solo perchè riporta un famoso verso greco: "'Oh, coronata di viole / dolce ridente Saffo", non so se sia un verso fresco (come lo intendi tu), ma certo è così leggero che pesa ancora meno del pensiero di dio;-)
Pubblicato da: georgia - 09.01.06 10:14
Cara Georgia, dov'è l'errore se qualcuno pensa che la letteratura "deve essere" così e cosà?
Tu hai descritte le nefaste (secondo te) conseguenze dell'esistenza di persone che pensano che la letteratura "deve essere" così e cosà; conseguenze che (aggiungo io, e presumo di trovarti d'accordo) sono tanto più nefaste quanto maggiore è il potere di chi pensa che la letteratura "debba essere" così e cosà.
Ma se una persona priva di qualunque potere pensasse che la letteratura "deve essere" così e cosà, sbaglierebbe?
Se sì, perché?
Se no, non è forse il caso di prendersela con chi esercita un potere (il mio, ad esempio, in letteratura, è probabilmente maggiore di quello di Spadaro) piuttosto che con chi pensa come debba essere la letteratura?
Pubblicato da: giuliomozzi - 09.01.06 10:35
Cara Giorgia,
capisco l'obiezione sul linguaggio fresco. E hai ragione. Ma io insisto sullo sguardo perchè sono convinto che è lo sguardo a generare il linguaggio. Pensa a un bambino: se si meraviglia per qualcosa balbetta un ahhh o un ohhhh... Ma è solo un esempio piccolo piccolo. Se invece hai lingua fresca e sgurado ammuffito fai un'operazione tecnica, illusionistica. Il lettore avveduto se ne dovrebbe accorgere. Così io penso. Insomma: si parla con gli occhi. Certo è anche che si
