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04.01.06

Romanzo, che cosa resta?

[Annamaria Manna segnalava stamattina l'uscita, oggi 4 gennaio 2005, nel quotidiano Avvenire, di una pagina intitolata: "Romanzo, che cosa resta?", con articoli di Antonio Spadaro, Fulvio Panzeri, Guido Conti e Giuseppe Bonura. Riprendo qui gli articoli dal sito dell'Avvenire. gm]

Vorrei uno «sguardo fresco» sulla realtà
di Antonio Spadaro

Parlando con Davide Bregola, l’autore di Racconti felici, poche settimane fa dicevo che ci vorrebbe qualcuno che si dedicasse alla compilazione di una "antologia dello sguardo fresco". Al di là della battuta, sarebbe interessante se qualcuno si impegnasse a trovare tra le narrazioni d’oggi pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà, da quella migliore e solare a quella più dura e tragica. È tutta questione di sguardo. Valutare una narrazione significa valutare uno sguardo e la sua adeguatezza. Per lo scrittore tutto trova verifica nel suo occhio. È questa, infatti, la domanda che sempre mi pongo davanti a un libro: cosa vede? cosa mi fa vedere? come me lo fa vedere?
Ho davanti una manciata di romanzi italiani del 2005.

Ammetto che, dopo anni di vivo interesse per la nuova narrativa del nostro Paese, ho fatto una certa fatica nel frequentarne le pagine nell’ultimo periodo. Era come se avessi bisogno di uno spazio più ampio, di sguardi più ariosi e limpidi di quelli che avevo davanti. Li ho trovati in altre letterature. In realtà spero che questa sensazione negativa passi in fretta. So però che cosa l’ha generata. Cercherò di spiegarlo. Prendo lo spunto da ciò che Enrico Palandri ha recentemente affermato in un suo saggio su Pier Vittorio Tondelli: «La letteratura offre forse l’immagine più fasulla della storia, proprio perché è sia sognatrice che vittima della vanità di spiegare. Cerca di dare senso a un fantasma, allo spirito del tempo, quando invece sciagure e catastrofi si abbattono costantemente su di noi senza nessuna ragione…». È una frase perfetta nella sua negatività, e contiene una "visione" ben a fuoco: il tutto, la realtà, sarebbe irragionevole, e la letteratura sarebbe vittima della vanità di spiegare.

Ho litigato a lungo con questa frase per me indigeribile. Questo mi ha aiutato a prenderla sul serio, a scavarla dal di dentro. Mi ha pure ricordato che proprio Tondelli venticinque anni prima aveva parlato di una "fiducia nella letteratura" che riconosce come sia «possibile affidare alla letteratura, al libro, la comunicazione di una propria esperienza e di un proprio linguaggio reali». Mi riconosco decisamente in ciò che aveva scritto Tondelli, sebbene in altri tempi rispetto a quelli attuali: la letteratura è la comunicazione di un’esperienza. Non è vana volontà di spiegare, ma è visione ed esperienza del mondo.

Prendo le espressioni di Palandri e di Tondelli, due degli autori italiani maturati negli anni Ottanta, come paradigmatiche per l’oggi. Credo che sia quanto mai urgente che lo scrittore si scrolli di dosso l’unico compito che sem bra essergli proprio: quello di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica. È vero, i nostri tempi non sono allegri: alle spalle abbiamo il naufragio, e forse il naufragio è sempre in atto. Tuttavia credo che quella dell’indignazione o della rassegnazione non sia la strada obbligata, come molti sembrano credere. Esiste un compito molto più propositivo (o forse anche "epico", perché no?): quello di far fare un’esperienza nuova della realtà, del mondo, della vita. Il grande e dimenticato G. K. Chesterton, ricordando la lettura del Robinson Crusoe, affermava che la parte più bella di quel libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. Aveva ragione perché essa lo aiutò a comprendere come un buon esercizio per lo scrittore è quello di ricordare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio.

Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com’è, senza rimedi e senza l’airbag della militanza indignata o colta. Penso, ad esempio, alle pagine di uno scrittore "esistenzialista" come lo svedese Stig Dagerman (indicibilmente superiori a quelle di Jean-Paul Sartre). Mi ha colpito al riguardo una affermazione di Marco Mancassola, scrittore che ha appena attraversato la soglia del trentesimo anno. Egli pensa che in questi decenni la letteratura abbia «perso qualsiasi residuo di innocenza». È vero. Tuttavia non è vero, come egli invece sostiene, che «invocare oggi il ritorno della sincerità nella scrittura potrebbe essere antistorico». Il ritorno della sincerità, dell’ingenuità, dell’innocenza è possibile, anzi: è indispensabile. È l’unico modo per non perdere l’orrore e la grazia della vita.

La cyber-critica si è mangiata la critica
di Fulvio Panzeri

È stata una strana annata letteraria quella del 2005, all'insegna della finzione e della costruzione di ipotetici best-seller letterari, soprattutto italiani, in un contesto accompagnato da giochi e giochetti, mirati a mettere in antitesi tra loro autori diversissimi e per nulla in competizione. Di volta in volta i giochi tendevano, non tanto ad evidenziare pregi o limiti dei libri, ma a costruire fantomatiche categorie ideologiche, cui adattare autore e libro, destra o sinistra, ad esempio, per citare i casi più eclatanti di questa cyber-critica letteraria che quest'anno ha dimostrato di non esistere praticamente più. Se ha ancora qualche spazio d'espressione, è senz'altro minoritario e quella del critico letterario sta diventando una specie in via d'estinzione. Resistere è difficile, perché non sono più gli assalti degli uffici stampa a condizionare la funzione critica, ma la necessità di critici e giornali di spettacolarizzare il proprio ruolo, trattando gli autori come se ci si trovasse in un reality show senza fine.

Il libro nella sua essenza e i libri nel loro complesso non importano più: un libro non viene consigliato ai lettori perché può far pensare, può aiutare a riflettere, è necessario per la presa di coscienza, anche amarissima, della realtà in cui viviamo, ma per il dibattito che può suscitare. Siamo ritornati all'idea di una letteratura che non interroga più la realtà del paese o le tante realtà che una nazione complessa come l'Italia presenta, ma deve essere alla moda, si può discutere nei salotti. Così un libro non è bello da leggere, ma da far vedere perché se ne è parlato tanto sui giornali e in televisione.

L'enfasi di questa nuova "critica" da salotto perbenista, che ama essere un po' politicamente scorretta per essere in controtendenza, è stata la colonna sonora di questi mesi trascorsi e ha fatto sì che seguendo le grancasse di certi best-seller costruiti a tavolino si perdessero le occasioni vere di dibattito: quella proposta ad esempio da Guido Conti sulla possibilità del romanzo di raccontare metaforicamente un secolo complesso come il Novecento o quelle offerte dagli scrittori under 25, i giovanissimi che stanno proponendo linee nuove e interessanti, con percorsi autonomi come modelli letterari e scelte linguistiche.

Chi si è accorto che qualcosa di nuovo sta accadendo nella tanto vituperata (a parole) narrativa italiana, senza poi seguirla realmente, nella militanza critica? Non sono solo certe "rondini" letterarie ad annunciare una nuova primavera, ma un complesso movimento di scrittori che lavora con serietà, i quali si vedono spesso "umiliati" da una critica disattenta e supponente. È una critica che poi non affronta i problemi reali della narrativa italiana, come quello dell'omologazione verso il giallo, come modello di scrittura, un genere che, a quanto pare, piace ai lettori, un gradimento e una accondiscendenza che però, in molti casi, va a scapito della qualità e induce ad una finzione: quella di presentare un deriva esistenziale truculenta e eccessiva, un po' seriale ed efferata, che non corrisponde alla reale cognizione del male e del malessere di un Paese.

Se vuoi esordire devi darti al «giallo»
di Guido Conti

È difficile cogliere alcune tendenze della letteratura contemporanea in un panorama così ricco di proposte e di idee. Sembra definitivamente tramontata l'orda dei comici televisivi che hanno monopolizzato gli scaffali delle librerie negli ultimi anni, costringendo anche grandi editori ad aprire case editrici parallele e tematiche, com'è successo con Kowalski, per Feltrinelli. La giallistica, pur con qualche flessione, continua ad essere di moda: negli ultimi tempi sembra che sia impossibile scrivere un romanzo se non ha le caratteristiche del giallo. Molti esordi anche interessanti degli ultimi anni sono all'insegna di questo genere.
Discorso a parte, invece, se si parla di generazioni. Quella intorno ai trent'anni non cessa di essere quella più interessante con due aspetti; il primo legato all'età, con autori rivolti ad un intimismo lirico molto vicino alla confessione; il secondo quello del fantasy, con scrittori sempre più giovani e sempre più specializzati, spesso con un'adolescenza passata a giocare con le carte e le miniature dei giochi di ruolo, leggendo romanzi di genere, anche qui con case editrici che hanno avuto un rilancio e un potenziamento: è accaduto con la Editrice Nord, inglobata nella tentacolare Longanesi.

Il termometro e la dimostrazione di tutto questo che sto dicendo è semplice: i dattiloscritti che arrivano alle case editrici o a casa mia, e io, (sottolineo), non sono uno scrittore di genere. Così accade anche ai recensori sui quotidiani, poco inclini a cercare davvero il nuovo piuttosto che non ad inseguire le mode. Per le pagine culturali si cerca l'ultima tendenza che fa notizia piuttosto che un lavoro narrativo di spessore, tanto che alcuni critici fanno le classifiche con gli autori di moda che tendono a sparire dopo alcune stagioni e quelli che scrivono e restano per anni, senza mai avere successi esplosivi, ma che si costruiscono nel tempo un pubblico di affezionati lettori e un solido e serio lavoro letterario.

Alla fine degli anni Novanta c'erano i Pulp, e nella casella postale arrivavano plichi pieni di racconti splatter. Erano pagine piene di morti, sangue e uccisioni, in un eccesso di finzione che portò presto all'esaurimento di un fenomeno di moda e di superficie. La nuova generazione che si affacciava all'attenzione del pubblico teorizzava una precisa chiusura nei confronti del passato. Una cesura che si limitava a raccontare la superficie del presente, limitando il linguaggio a quello televisivo, inseguendo le mode linguistiche e ipertrofici "IO" che non avevano nulla da dire e nulla da raccontare. Poi, forse come reazione, c'è stata una serie di scrittori che ha cominciato, negli ultimi anni, a lavorare sulla memoria storica. Ed è il fenomeno di oggi. Ci sono racconti propriamente di fiction storica che hanno trovato un mercato anche estero, e scrittori, invece, che hanno trovato nella storia di questo secolo e della loro terra, una serie di ragioni narrative in ottimi romanzi oggi in classifica. Una tendenza questa destinata a durare nel tempo, con una particolare attenzione agli anni Settanta di scrittori cinquantenni che rivalutano un decennio in verità ricco di conquiste sociali e di battaglie culturali. Nostalgie ma anche ripensamento verso un decennio ingiustamente liquidato come solamente "terroristico". A dimostrazione, inoltre, che la nostra letteratura, contro chi dice il contrario, gode di buona salute.

Se c'è una tendenza poco sfruttata nella narrativa contemporanea è quella che mescola saggistica, narrativa e reportages. Un'armonia difficile che trova in Gladiatori di Antonio Franchini un modello ben riuscito di proposta che accontenta gusti diversi. Non è un caso che oggi la divulgazione storico-scientifica di bravi giornalisti o professori dalla penna felice, sia quella che traina un mercato stanco e confuso. Una saggistica d'impronta storico-sociale che s'incrocia con quello che fanno i narratori più attenti che affondano i loro racconti nella storia contemporanea, con "revisionismi" e riscoperte. Si chiude con i giovani scrittori affermati che scrivono favole per l'infanzia. Passaggio difficile, ma è un mercato in espansione e di forte redditività, con un pericolo: la narrativa per l'infanzia è difficile e richiede competenze da maturare nel tempo. Aspettiamo i risultati.

Ma con Buttafuoco e Piperno vince la letteratura media
di Giuseppe Bonura

Com'è stata l'annata letteraria italiana? Buonissima. No, pessima. Così così. Chi ha ragione? Tutti. Le cose della letteratura, come le faccende della vita, hanno il colore di chi le osserva. Per cui un pessimista vede nero e un ottimista vede rosa. Poi c'è l'indifferente per il quale il grigio è il colore più bello del mondo, beato lui. Secondo gli uffici commerciali delle case editrici e i critici che gli tengono bordone l'annata letteraria italiana è stata fruttuosa. Il romanzo di Alessandro Piperno (Con le peggiori intenzioni, Mondadori) ha venduto centinaia di migliaia di copie. Anche il romanzo di Pietrangelo Buttafuoco (Le uova del drago (Mondadori) sta vendendo molto bene. Il romanzo di Alessandro Baricco (Questa storia, Fandango) è addirittura primo nella classifica dei libri più venduti.

A questo punto, siamo incerti se battere le mani o battere i piedi. I tre libri sunnominati sono indubbiamente di discreto livello, o meglio i primi due, giacché quello di Baricco è una patacca sesquipedale (e non a caso è comprato da coloro che in genere hanno in casa una bella collezione di patacche credendole monete autentiche).

Chi si accontenta gode. I casi di Piperno e Buttafuoco dimostrano che c'è una letteratura media che non aspira affatto all'eccellenza. Anzi, aspira ad assestarsi in una linea mediana che piace tanto al pubblico che si lascia guidare dalle recensioni ideologiche. Non per niente Buttafuoco è stato per così dire lanciato dal "Foglio" di Giuliano Ferrara, il quale capisce tutto, ma proprio tutto, tranne le cose essenziali, tra cui l'arte e la poesia. A mio parere (contestabilissimo) l'unico libro davvero serio è quello di Pino Roveredo (Mandami a dire, Bompiani), una serie di racconti che hanno per tema il dolore e lo spaesamento della società attuale, scritti con uno stile che si richiama alla tradizione di Federigo Tozzi. Ma ovviamente questa è soltanto una nota telegrafica. Per dare conto della crisi profonda della letteratura italiana ci vorrebbero decine di volumi di saggi.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 04.01.06 23:08

Interventi

Resta ben poco dello stampato nel 2005. E comunque, l'ultimo di Baricco è una storia che proietta l'autore nuovamente verso nuova vita, dopo alcune prove non felici. Non tornato agli splendori primi, ma un buon ritorno sulla scena editoriale e critica.
Anche Dacia Maraini, "Colomba": molto bello, perlomeno a me è piaciuta la sua poesia. Molto meno quella più scontata di Alberto Bevilacqua, che continuo a leggere, nonostante a ogni prova dico che sarà l'ultima. Evitiamo di dire su Piperno: sarei costretto a dirne con 'cattive intenzioni'.
E come non dire di Umberto Eco e "La misteriosa fiamma della regina Loana?" Ottimo anche Luisito Bianchi, anche se si tratta più di 'una dovuta e giusta ristampa' che non di un romanzo nuovo.
Il giallo, il noir, hanno tenuto banco? Mah, dubito assai, tranne che per autori forti come Giorgio Faletti - per il quale ho già detto in altre occasioni, essendo che, a mio avviso, è scrittore poliedrico. Quindi il successo, di vendite anche, lo merita. Gli altri scrittori di genere, o che hanno dato l'impressione di essere (anche) degli scrittori di genere, hanno fatto poco o niente, anche in termini di vendite. Sottovalutato il lavoro di Franz Krauspenhaar, "Cattivo Sangue", che continuo a ripeterlo, merita maggiore attenzione e considerazione da parte e della critica e del pubblico. Un noir ben scritto e profondamente onesto nelle intenzioni, senza coinvolgimenti politici o falsamente pasoliniani.
Molto avvincente il lavoro di Leonardo Colombati, "Perceber": una 'avventura' di avventure, che avrebbe meritato davvero molta più considerazione.
Spero ci sia ancora il tempo e soprattutto la voglia di guardare a "Perceber" con occhio critico, perché il divertimento è anche una questione di saper scavare dentro a una storia complessa qual è in "Perceber". Entusiasmante "La Macinatrice" di Massimiliano Parente: romanzo tra i più robusti usciti nel 2005, scritto in maniera impeccabile, con tanti e tanti coinvolgimenti: stratificazioni di stili, di idee. Anche di questo lavoro di Massimiliano Parente se ne dovrebbe dire di più, e meglio.
Deludenti e di più le prove di Girolamo De Michele con "Scirocco", di Giuseppe Genna con "L'anno luce". Guardando oltreoceano, l'ultimo "Cavie" di Chuck Palahniuk è semplicemente scandaloso, illeggibile. Saltando dagli Usa in Europa, invece ho trovato molto gustoso e provocatorio il nuovo di Michel Houellebecq, un romanzo forte che purtroppo in pochi qui in Italia hanno saputo capire. Rimane che Houellebecq è tra i più grandi scrittori europei e non.

Per il momento mi fermo qui...

Saludos

g.i.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.01.06 10:00

tra i romanzi che restano, il più imporante , per me, ed è stato Ruggine di Massaron, veramente un grande libro, molto bello. Ho notato che è stato poco o nulla recensito.

E poi concordo su Roveredo e sul suo libro, certo non è un romanzo, ma sono racconti di una bellezza struggente, quello che poi dà il titolo alla raccolta, "Mandami a dire", è veramente perfetto.
Per quello che sto scrivendo adesso poi, Mancassola e Franchini hanno scritto due libri con cui devo ancora chiudere i conti.

Tra gli stranieri "Afghanistan Picture Show" di Vollmann è quello che mi ha convinto di più insieme a "Tutti i bambini tranne uno" di Forrest.

Infine, per dire la mia un po' su tutto, io allo "sguardo fresco" di Antonio Spadaro preferirei "uno sguardo onesto".

d.

Pubblicato da: demetrio - 05.01.06 11:55

Pane per i denti di Biondillo!
Il quale se ne deve fare una ragione: per i libri di genere (noir e gialli in primo luogo) è lo stesso che per l'inflazione: a contare è quella percepita.

Io poi sono d'accordo con Caliceti, sulla questione della freschezza dello sguardo.
Credo che le cause di questo malessere vadano cercate, certo, ma da qualche altra parte. Non basta lamentare una generica disattenzione della critica (senza fare nomi, peraltro, l'accusa risulta quasi incomprensibile - mi riferisco all'articolo di Panzeri); non basta lamentare l'assenza di uno sguardo fresco. Non serve snocciolare dati sulle vendite che nessuno conosce (quanto ha venduto Perceber, per esempio? e non lo sto domandando a Giulio, perché è insopportabile - è una mia fissazione - che non si possa disporre di dati pubblici, come nel cinema, e si parli tutti a vanvera in base alle classifiche dei giornali, stilate su base 100...). E cosa serve? capire questo paese, forse. Mettere insieme cose che all'apparenza non c'entrano e tirare le somme. l'Italia è un paese dalle molte peculiarità negative (non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare....); non sarà, forse, che tutto si tiene e che un minimo comune multiplo vi sia?
A dirla tutta io spero proprio che il 2006 ci risparmi il ritorno all'ingenuità, alla sincerità all'innocenza, e ci dia, che so, un Don Delillo, un Houellebecq, o almeno un McEwan, un Coe, un..... O almeno una spiegazione sulle ragioni per cui ci dobbiamo fare bastare.... o ..... e anche....
ezio

Pubblicato da: ezio - 05.01.06 14:04

Ho letto con piacere gli interventi di Spadaro, Panzeri e Conti, che, mi pare, propongono un'analisi articolata dell'annata letteraria con giudizi motivati e affermazioni (condivisibili o meno fondate ragionamenti sensati.
Poi ho letto Bonura.
A parte il fatto che confesso l'ignoranza ma non so chi sia.
A parte il fatto che scrive "le cose della letteratura, come le faccende della vita, hanno il colore di chi le osserva" e quindi mi chiedo di che colore possa essere uno che getta su tutto e tutti palate di cacca.
A parte il fatto che dire questo libro fa schifo sono capaci tutti (me compreso) ma da un critico letterario ci si aspetta un qualche sforzo in più.
Ecco, a parte questo, chiedo che razza di contributo sarebbe quello fornito dalle quattro righe di Giuseppe Bonura dove non c'è altro che una sequela di affermazioni immotivate e di insulti (questi peraltro anche motivati).
E soprattutto mi chiedo che bisogno ci sia di insultare i lettori, di affermare che chi si è comprato il romanzo di Baricco è solo uno che "ha in casa una bella collezione di patacche credendole monete autentiche".
Dobbiamo chiedere a Bonura di visitare le nostre biblioteche per accertarci che non ospitino scaffali di patacche? Dobbiamo fargli mordere gli ultimi libri acquistati, come si faceva un tempo con le monete?
MAH!

Pubblicato da: Paolo - 05.01.06 14:10

Caro Ezio, di "Perceber" sono andate in libreria, finora, circa 2.800 copie.

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.01.06 14:51

Caro Mozzi
Perceber non ha venduto 2800 copie ma molte meno e lei lo sa. Perchè si ostina a mentire di continuo? O, come in questo caso, a dire "sono andate in libreria" che non è assolutamente un dato di vendita.

Pubblicato da: marco - 05.01.06 17:22

Scusate se mi affaccio in questo dibattito. È solo per dirvi che su Repubblica di oggi:
http://www.repubblica.it/2006/a/sezioni/spettacoli_e_cultura/davincicode/davincicode/davincicode.html
appare un articolo nel quale si segnala come sulla scia di bestseller come il Codice Da Vinci, Angeli e Demoni o Harry Potter si organizzino dei tour nei luoghi in cui questi romanzi si ambientano. Insomma nelle librerie stravince la letteratura come evasione e non come visione (per usare la terminologia di Spadaro. All'insegna dell'evasione è l'organizzazione del tempo libero o dei viaggi dei ricchi occidentali. Ma quanto costano i libri? Chi si può permettere di comprare una decina di libri all'anno, il minimo vitale per capire in che direzione va la letteratura? Cosa rimane della letteratura (tanto per risollevare il problema: i libri che vendono di più sono letteratura?) e della critica letteraria di questo secolo? Da una parte pasticche di evasione e dall'altra eleganti signore annoiate che chiedono a Gustavo qualcosa di buono, di fresco, anzi d'antico.
Questo per dire che i critici letterari dovrebbero avere la professionalità di indicare con chiarezza quali criteri di lettura usino e i giornali che li ospitano hanno il dovere morale di controllare che dietro le recensioni ci siano letture reali e non scopiazzature di schede editoriali. Negli ultimi anni l'unico critico letterario che ha avuto il coraggio di scrivere un libro che si sintitola "A che cosa 'serve' la letteratura" è Antonio Spadaro. Così come l'unico direttore di una collana editoriale che ha scritto un manifesto per chiarire fin dall'inizio quali libri avrebbe pubblicato è Giulio Mozzi.
D'altro canto, se i tempi sono troppo brutti da guardare, una letteratura che indichi il presente non potrà godere ottima salute, l'evasione, sia che parli di omicidi e serial killer sia che offra melense ricette new age alla "Un altro giro di giostra" finirà per attirare masse di lettori dai palati sempre meno raffinati. E non mi si venga a dire che sottovaluto le capacità critiche dei lettori, perché sui grandi numeri ho ragione a gogò. Nei gruppi di lettura forse spira un'aria diversa, ma quanti ce ne sono? Quanti potrebbero essercene? E perché non ce ne sono? Pensare è un'attività che rimorde la coscienza del consumatore occidentale. Dovrebbe fare chiarezza dentro di sé e l'onestà di .....

Pubblicato da: mala tempora currunt - 05.01.06 18:04

Purtroppo è vero che i più si limitano a fare recensioni operando su 'schede editoriali'. Ed è anche vero che molte recensioni altro non sono che scopiazzature, il più delle volte insignificanti: d'altro canto, se la fonte è 'malnata' non si può pretendere che quanto succedaneo possa avere una qualsivoglia sostanza critica. E' questo un fenomeno che non si attesta esclusivamente sulle testate cartacee, ma - ahinoi - pure in rete... questo quasi a significare che la troppa libertà di espressione può essere (o diventare) un problema da non sottovalutare. Personalmente ritengo sia un abominio recensire facendo affidamento sulle 'cartelle stampa', così come sono dell'opinione che anche la rassegna stampa selvaggia sia un uguale e pericoloso abominio: perché recensire un libro che non si è letto? o attraverso una rassegna stampa? Se il libro non è stato letto, la rassegna stampa a chi dovrebbe servire? A chi la mette on line, a legittimare chi o quali favori, nei confronti di chi o di che cosa? Nessuna accusa sto lanciando. Forse sto solo esprimendo l'idea che oggi si ha poca o nessuna voglia di leggere prima di criticare un libro. Però sono in tanti a mettersi di prepotenza sul pulpito e a sparare giudizi contro autori e libri che non hanno mai incontrato nemmeno di striscio; fenomeno questo, quello di chi arringa senza cognizione di causa, che in rete si sta facendo sempre più forte, pressante e ignobile. Ancora più ignobile quando tutelato da un nickname o neppure da quello.
La letteratura - o la narrativa - che va per la maggiore è quella di evasione, perché si scrive soprattutto questa, spesse volte con risultati a dir poco disastrosi. Di cento autori che scrivono un romanzo d'avventure, solo un paio si salvano. Inutile indicare Dan Brown come il diavolo in terra: molto semplicemente ha avuto l'idea di scrivere un libro avventuroso in un periodo che è preso da forti incertezze storiche sociali e religiose. "Il codice da Vinci" gioca sulle 'incertezze' di questo tempo storico: nulla di più. E il pubblico l'ha accolto positivamente, in quanto romanzo che ha saputo stornare, almeno per un po', le paure (della società odierna) conducendole in un territorio fantastico. Stesso discorso per la Rowling. Nessuno dice che siano grandi autori, però è quasi sicuro che il pubblico li ricorderà ancora fra cent'anni, per il venduto anche.
Se nessuno scrive letteratura impegnata, nessuno mai si sforzerà di leggerla. Ci sono dei tentativi di 'narrativa' con vaghi intenti sociali: ma sono appunto dei tentativi, e non altro. Perché la Letteratura, almeno per me, è una cosa Grande, tutt'altra cosa la narrativa.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.01.06 18:35

"sono in tanti a mettersi di prepotenza sul pulpito e a sparare giudizi contro autori e libri che non hanno mai incontrato nemmeno di striscio; fenomeno questo, quello di chi arringa senza cognizione di causa, che in rete si sta facendo sempre più forte, pressante e ignobile."

Parole sante. Finalmente un'autocritica! :-)

Pubblicato da: IannozziWatch - 05.01.06 19:50

No, nessuna parola santa. Perché non mi sento un santo. Solo umano, e mi piace la Maddalena. Tanto per mettere i puntini sulle i. :-) E non i chiodi a mani e braccia. ^____^

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.01.06 19:54

"Se nessuno scrive letteratura impegnata, nessuno mai si sforzerà di leggerla."

Il problema è un altro: la letteratura "impegnata" (la parola non mi piace, in realtà) c'è eccome. Ma se uno non la legge...

Pubblicato da: Franco Melloni - 05.01.06 20:44

Errata corrige: "Ma se uno non legge..."
C'era un "la" di troppo :)

Pubblicato da: Franco Melloni - 05.01.06 20:45

Portami degli esempi concreti di libri che hai letto. Di libri "impegnati", per quanto l'aggettivo non ti piaccia.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.01.06 21:12

Caro marco (arcom@libero.it), mi accusi contemporaneamente di mentire ("Perceber non ha venduto 2800 copie ma molte meno e lei lo sa. Perchè si ostina a mentire di continuo?") e di dire la verità ("O, come in questo caso, a dire 'sono andate in libreria' che non è assolutamente un dato di vendita"). Dimmi che cosa vuoi da me: vuoi che menta (ossia che spacci per "vendute al cliente finale" le 2.800 copie che sono "andate in libreria") o vuoi che dica la verità (ossia che 2.800 copie sono "andate in libreria")? Fammi sapere.

Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 01:04

Salve a tutti.
Il mio discorso parte con la produzione - si può dire? - di sentite scuse.
Scuse per la faccia tosta - la mia, non vorrei generare fraintendimenti - con la quale mi azzardo a dire quattro fesserie all'interno di un dibattito sulle caratteristiche che il romanzo del 2006 dovrebbe avere; sì, mi scuso perchè non ho alcun titolo per farlo. A mio avviso possono dire la loro gli addetti ai lavori(i critici letterari, per esempio, pagati per fare proprio questo) e i lettori forti, quelli che si snocciolano un romanzo di cinquecento pagine in cinque giorni, quelli che a ritmi del genere si consumano un centinaio di libri in un anno.
Mi sembra giusto.
Per una decina d'anni ho fatto corsa agonistica, e mi sono fatto - contando i chilometri percorsi - qualche giro del mondo. E penso di essermi fatto un'idea precisa sul percorso ideale che un allenamento di trenta chilometri dovrebbe avere, e credo di aver capito anche la differenza di comfort tra un paio di scarpe usate da qualche giorno rispetto ad un paio - apparentemente identiche - che hanno già fatto duemila chilometri, e ho - meglio dire avevo per tutte queste cose - una elevata sensibilità del ritmo di corsa, e altro ancora, che un corridore che si faceva esclusivamente la sua corsetta domenicale non poteva avere.
Ecco, ora io sono quel corridore lì.
Con un lavoro di molte ore al giorno che nulla ha a che fare con la lettura di libri, una famiglia e dei figli. L'unico piccolo vantaggio che ho, è che posso leggere anche all'ora in cui sto scrivendo anche adesso, mentre per correre sarebbero auspicabili altri orari; ma è un piccolo vantaggio, perchè poi la mattina mi mancano queste ore di sonno, una specie di coperta corta con la quale puoi decidere di coprire i piedi - la voglia serale di dedicarsi alla lettura, nella fattispecie - o di ristorare le spalle - la necessità della freschezza mattutina -. Non posso dire la mia perchè quando entro in una libreria, luogo a me molto gradito(che banalità che ho detto, eh? ma ormai che l'ho scritta, non la cancello; e - mi domando - l'avrò detta per ingraziarmi il gentile pubblico, che a sua volta gradisce entrare in una libreria, o perchè provo una specie di orgasmo quando vedo un luogo simile aperto la domenica pomeriggio? o per entrambe le cose? ma questa è un'altra storia), il primo pensiero che mi balena in mente è che non potrò mai leggermi tutti quei libri contenuti nella libreria, e che la maggior parte degli autori di quei libri sono a me sconosciuti. E poi cado in tentazione e compro, nonostante i miei arretrati risalgano a prima di quest'estate. "Perceber", per esempio, di cui ho tanto sentito parlare qui dentro, me lo sono comprato pochi giorni dopo l'uscita in libreria, ma sta ancora lì chiuso - se provo ad aprirlo le pagine fanno cric - in attesa che smaltisca gli arretrati di un polveroso comodino, che quasi pare - soprattutto quando lo osservo con attenzione, nel silenzio della notte - che mi supplichi di sollevarlo dall'ingente mole di lavoro gravitazionale cui è sottoposto.
Sono, insomma, un cazzone qualunque, che ha comunque deciso di intervenire, nonostante tutte queste cose scritte qua sopra.
E poi, perchè devo dirvela tutta, non ho deciso di intervenire per esprimere la mia opinione sulle caratteristiche del romanzo del 2006, no( a parte il fatto che - anche se non sono un addetto ai lavori - mi chiedo: perchè domandarselo nei primi giorni di un anno, come se tutti gli scrittori stessero per partire all'unisono nel grande concorso "romanzo 2006", in scadenza - appunto - il 31 dicembre 2006, e sentissero i consigli e il fiato del pubblico che sta addosso a loro, ma anche questa è un'altra storia), non intervengo su questo, ripeto: no.
Intervengo solo su due aggettivi ed un sostantivo. Voglio solo dire che avverto, personalmente parlando, delle risonanze su "fresco" e ingenuo" detti - scritti - in momenti diversi da Antonio Spadaro, ma entrambi riferiti sempre alla medesima parola "sguardo". Risonanze per alcune cose che ho letto in passato - non nel 2005, tengo a precisare, se questa puntualizzazione potesse rivestire una certa importanza - che io possa assimilare a quello sguardo, fresco ed ingenuo, addirittura stupido: Flannery O'Connor afferma che allo scrittore è necessario "a certain grain of stupidity", "un granello di stupidità", che serve a tenere gli occhi imbambolati (to stare) sul reale senza passare subito alla sua idea.

La prima risonanza:
"Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato " Storie vissute della natura ", vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell'atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C'era scritto : " I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede. "
Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno. Il mio disegno numero uno. Era così :(NDR: nel libro si vede il disegno di un cappello, almeno per un adulto…)
Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero: "Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello? " II mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinchè vedessero chiaramente che cosa era, disegnai l'interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi. Il mio disegno numero due si presentava così:
(NDR la stessa forma di prima che ora si riconosce come un boa, e dentro si vede un elefante).
Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all'aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io rinunzìai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disanimato. I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta. Allora scelsi un'altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani. Ho volato un po’ sopra tutto il mondo e veramente la geografia mi è stata molto utile. A colpo d'occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se uno si perde nella notte, questa sapienza è di grande aiuto.
Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l'opinione che avevo di loro non è molto migliorata.
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l'esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva : " È un cappello. "
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensìbile..."
[da "Il piccolo principe" pagg. 21-23 di Saint-Exupery Ed. Bompiani].

La seconda risonanza:
"…"Mi dovrai scusare", gli ho detto. "Ma non ci riesco proprio a spiegarti com'è fatta una cattedrale. Non ne sono proprio capace. Non posso fase meglio di così".
Il cieco è rimasto seduto immobile e mi ascoltava con la testa abbassata.
Ho detto: "II fatto è che le cattedrali non è che significhino niente di speciale per me. Niente. Le cattedrali. Sono solo cose da vedere in tv la sera tardi. Tutto lì".
È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Gli è venuto su qualcosa. Ha tirato fuori un fazzoletto dalla tasca di dietro. Poi ha detto: "Ho capito, fratello. Non è un problema. "
Capita. Non stare a preoccupartene troppo", così ha detto. "Ehi, sta' a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un'idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegnamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua", ha detto.
E così sono salito di sopra. Mi pareva di non avere più un briciolo di forza nelle gambe. Me le sentivo come dopo aver fatto una corsa. Ho rovistato un po' nello studio di mia moglie. Ho trovato delle penne a sfera in un cestino sulla scrivania. E poi mi sono sforzato di pensare a dove potevo trovare il tipo di carta che mi aveva chiesto.
Sono sceso in cucina e ho trovato una busta di carta del supermercato che aveva ancora delle bucce di cipolla in fondo. L'ho svuotata scuotendola per bene. L'ho portata di là in soggiorno e mi sono seduto per terra vicino alle gambe del cieco. Ho spostato un po' di roba, ho allisciato la busta e l'ho stesa sul tavolino.
Il cieco si è tirato giù dal divano e si è seduto accanto a me sul tappeto.
Ha passato le dita sulla busta. Ne ha sfiorato su e giù i margini. I bordi, perfino i bordi. Ne ha tastato per bene gli angoli.
"Perfetto", ha detto. "Perfetto, facciamola".
Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia. "Coraggio, fratello, disegna", ha detto. "Disegna. Vedrai. Io ti vengo dietro. Andrà tutto bene. Comincia subito a fare come ti dico. Vedrai. Disegna", ha detto il cieco.
E così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poteva essere anche la casa in cui abitavo. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie. Roba da matti.
"Benone", ha detto lui. "Magnifico. Vai benissimo", ha detto. "Non avevi mai pensato che una cosa del genere ti potesse succedere, eh, fratello? Be', la vita è strana, sai. Lo sappiamo tutti. Continua pure. Non smettere".
Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. I programmi della televisione erano finiti. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva.
"Vai forte", ha detto infine.
Ho ripreso la penna e lui ha ritrovato la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso.
Mia moglie ha aperto gli occhi e ci ha fissato. Si è tirata a sedere sul divano, con la vestaglia tutta aperta. Ha detto: "Che cosa state facendo? Ditemelo, voglio sapere".
Non le ho risposto.
Il cieco ha detto: "Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui. Premi più forte", ha detto, rivolto a me. "Sì, così. Così va bene", ha aggiunto. "Certo. Ce l'hai fatta, fratello. Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l'hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Capisci cosa voglio dire? Tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio?", ha chiesto. "Ora mettici un po' di gente. Che cattedrale è senza la gente?"
Mia moglie ha chiesto: "Ma che succede? Robert, che cosa stai facendo? Si può sapere che succede?"
"Tutto a posto", le ha detto lui. "E adesso chiudi gli occhi", ha aggiunto, rivolto a me.
L'ho fatto. Li ho chiusi proprio come m'ha detto lui.
"Li hai chiusi?", ha chiesto. "Non imbrogliare".
"Li ho chiusi", ho risposto io.
"Tienili così", ha detto. Poi ha aggiunto: "Adesso non fermarti. Continua a disegnare".
E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia.
Poi lui ha detto: "Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l'hai fatta", ha detto. "Da' un po' un'occhiata. Che te ne pare?"
Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po'. Mi pareva una cosa che dovevo fare.
"Allora?", ha chiesto. "La stai guardando?"
Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente.
"È proprio fantastica", ho detto.
[da "Cattedrale" di Carver]

La terza, una poesia:

"LA FIERA DEI MIRACOLI di Wislawa Szymborska

Un miracolo comune:
l'accadere di molti miracoli comuni.
Un miracolo normale: l'abbaiare di cani invisibili nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
e riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull'acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunge affatto il fondo
benché l'acqua sia poco profonda.
Un miracolo all'ordine del giorno: venti abbastanza deboli e moderati, impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona: le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore: proprio questo frutteto proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro: bianchi colombi che si levano in volo.
Un miracolo - e come chiamarlo altrimenti: oggi il sole è sorto alle 3.14 e tramonterà alle 20.01.
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe: la mano ha in verità meno di sei dita, però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno: il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa: l'inimmaginabile è immaginabile."

La quarta:
"Sin dal mio primo respiro in questo mondo, tutto ciò che ho sempre voluto sono un buon paio di polmoni e l'aria per riempirli - qualcosa di scontato, potreste ritenere, per un neonato americano del ventesimo secolo. Pensate al vostro primo respiro: un vento sconvolgente che con estrema facilità vi si infila giù per i polmoni, mentre voi siete ancora lì che vi rigirate nelle mani del medico. Che urlo avete fatto! Non avevate in mente altro che la colazione, e stava per arrivare..."
[da: "La pace come un fiume" di Leif Enger]

Se chi scrive non adotta un certo sguardo(ripeto, il mio discorso vuole limitarsi puramente allo sguardo di cui parlava Antonio Spadaro), tutto questo può scivolare pericolosamente da ingenuità ad idiozia: un bambino che disegna un cappello e parla di un boa, un cieco(!) che spiega ad un tipo come disegnare una cattedrale, il miracolo del sole che sorge alle 3.14, il respiro di un neonato potranno essere rappresentate solo con un certo sguardo, fresco ed ingenuo, mi permetto di ribadire, uno sguardo che passa da chi legge a chi scrive, se passa.
Altrimenti - se non passa - potranno rappresentare solo "immagini spazzatura", come sostiene Wenders nel film "Lisbon Story"(per chi non avesse visto il film, si parla di un regista che estremizza il pensiero di una corrente artistica che vuole oggettivare la realtà, fissandosi la telecamera alle spalle, non potendo vedere, in tal modo, ciò che riprende, annullando del tutto - anche il montaggio - l'intervento dell'artista): una realtà( non un reality) che chiama lo scrittore, lo chiama di continuo, lo attende, che potrà essere meglio raccontata con quello sguardo, uno sguardo fresco come il respiro di un neonato.
Infine mi scuso anche per la lunghezza di questo commento.

Pubblicato da: Toni - 06.01.06 04:45

Caro Toni, l'esempio di "Lisbon Story" è perfetto. In quel film uno dei registi più raffinati che esistano al mondo decide di fabbricarsi uno sguardo ingenuo: e si fissa la telecamera alle spalle.
Ora: io ho sempre pensato che questo espediente sia il massimo dell'artificiosità.
L'esempio di "Lisbon Story" è perfetto appunto per questo: perché mostra come lo stesso gesto artistico possa essere descritto dall'artista (o da chi gode dell'opera) sia come "fresco come il respiro di un neonato" sia come "il massimo dell'artificiosità".
Non intendo dire che vale tutto, o che tutto è il contrario di tutto. Intendo segnalare un problema di linguaggio. Parlare di "sguardo fresco" mi sembra un po' poco. Forse si potrebbe essere un po' più precisi - o, come fai tu, si potrebbe decidere che non si può "spiegare", ma solo "suggerire": e quindi procedere per esempi. I tuoi esempi sono chiarissimi, e indicano un'idea di letteratura (che qui non "spiego", sennò rovino tutto).
Io però credo che ci si possa "spiegare", e che valga la pena di trovare un linguaggio all'altezza.

Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 12:05

Quest'anno mi sono piaciuti (alla rinfusa assoluta):
Emanuele Trevi, "L'onda del porto"
Tommaso Pincio, "La ragazza che non era lei"
Antonio Franchini, "Gladiatori"
Igino Domanin, "Gli ultimi giorni di Lucio Battisti"
Massimo Carlotto, "Nordest"
Sergio Bianchi, "La gamba del Felice"
Valerio Evangelisti, "Il collare di fuoco"
Guglielmo Pispisa, "Città perfetta"
Giuseppe Genna, "L'anno luce"
Angela Scarparo, "Disturbando famiglie felici"
Gianni Biondillo, "Con la morte nel cuore"
Girolamo De Michele, "Scirocco"
Stefano Bortolussi, "Fuor d'acqua"
Diversi di questi libri possono essere definiti... "impegnati". Trevi racconta lo tsunami, Pincio racconta il rovesciamento delle utopie hippy, Domanin racconta le perversioni della new economy e del lavoro precario, Bianchi racconta la devastazione delle campagne lombarde, Carlotto racconta la crisi del tanto decantato nord-est, De Michele racconta la strategia della tensione, Evangelisti racconta le rivolte dei contadini messicani, Genna racconta addirittura la crisi del pianeta partendo da quanto fa orrore il mondo manageriale milanese.
Tu - se li hai letti - puoi dire che questi libri non ti sono piaciuti, ma non puoi dire che questa narrativa non viene scritta. Hanno rotto le palle quelli come te, che dicono che non si pubblica niente, che gli autori italiani non raccontano quel che succede loro intorno ecc. ecc. ecc.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 12:20

Scusate, non ho specificato che mi rivolgevo a Peppe Iannozzi, il bulletto telematico del "fa tutto schifo" e "non si pubblica niente di buono".

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 12:26

@ FRANCO

Non starò a stilare la mia di lista, dei libri che mi sono piaciuti.
Ti faccio però notare che gli autori che hai citato - almeno per quanto ne so io - non hanno mai definito i loro libri dei "libri impegnati". Forse solo Valerio Evangelisti ha detto, anzi sì, che c'è 'anche' un messaggio sociale e politico in "Noi saremo tutto". Gli altri, che io sappia, si son ben guardati dal dire che la loro scrittura è impegnata in "qualche cosa", quasi fosse un marchio d'infamia scrivere con impegno civile e politico. In ogni modo, forse sbaglio: forse qualcuno ha detto dei loro lavori che sono impegnati, e io non lo so. Forse anche la Scarparo a proposito di "Disturbando famiglie felici"... fammi controllare... Nell'intervista che le feci, alla mia domanda:

"10. C’è un messaggio sociale, politico, in “Disturbando famiglie felici”? Io credo di sì.

Be’, a me piacerebbe che il (la) lettore/ice chiudendo il libro, guardasse un’ultima volta il titolo e si chiedesse “E’ lei che ha disturbato loro? Sono loro i disturbati? Chi disturba chi?”."

Valerio, in occasione dell'intervista per "Noi saremo tutto":

"8. E’ giusto vedere (leggere) in “Noi saremo tutto” un’opera politicamente impegnata che mette in nuce i conflitti sociali di ieri, forse non troppo dissimili da quelli odierni?

E’ giusto, se io sono riuscito nel mio intento. Il legame tra passato e presente è dato da ciò che ho appena detto su precariato e flessibilità."

Igino non m'è piaciuto. Un guazzabuglio. Molto meglio Giorgio Falco con "Pausa caffè."
Biondillo, un giallo onesto. Ma niente di più...

Su altri titoli ho già detto in altre occasioni: mi risparmio dunque.

Se volessi esser così cortese da evitare il trollaggio, forse sarebbe meglio, per te soprattutto, che non ci fai una bella figura.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 12:59

Trollaggio?? Ma sei proprio disperato, Peppino...

Che il termine "impegnata" non sia adeguato l'ho detto io per primo. Sei stato tu a metterlo in mezzo, non io. Raccontare il mondo, questo fa la narrativa che non si tira indietro, e credo che la cosa prescinda da quello che dichiara l'autore. E' il lettore a decidere. Per il resto, i tuoi gusti e le tue antipatie non c'entrano, qui si tratta di vedere se una cosa esiste o no. La letteratura italiana c'è, io la leggo e la apprezzo e il negazionismo livoroso come il tuo non produce niente. Anzi, è molto vicino al trollaggio, non si può parlare di titoli italiani senza che sbuchi tu con commenti kilometrici all'insegna del 'Bah, non c'è niente di buono'.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 13:43

Allora, Franco: per trollaggio intendo quando mi dai addosso. Ma non importa, non sono a casa mia. Però a casa mia ti ho bannato. Perché quando è troppo è troppo.

Qui non c'entrano antipatie e simpatie: a che fine? a che pro, avrei delle antimpatie e simpatie? Boh, lo sai solo tu nelle tue paranoie. Comunque son domande retoriche.

E' esistita una Letteratura impegnata, che si è dichiarata tale. Oggi non è più così. Si preferisce il narrare, il più delle volte per il solo piacere di narrare. In ciò non c'è niente di male o di perverso. Però non si abbia poi la presunzione di dire d'aver consegnato al mondo Letteratura solo perché si è raccontata una storia, come tante, in alcuni casi ben scritta.
Tu vedi un Beppe Fenoglio, o un Pasolini, o un Primo Levi...? Io, sinceramente, no. Vedo dei bravi scrittori, e altri che lo sono ma meno.

Tu, al solito, fai le parti delle parti di coloro cui vuoi bene in maniera esagerata, in maniera solipsistica, sceverata di un qualsivoglia atteggiamento critico. Comunque, anche a fartelo notare, non ci ricava un ragno dal buco. Solo la noia.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 13:56

Mi hai BANNATO? A me??? :-D E per quale ragione? Sono mesi che non visito il tuo blog! Bannaggio preventivo? Paura di armi di distruzione di massa? Mi sembri un po' uno psicopatico. Per il resto, no, io non vedo un Beppe Fenoglio e non capisco perché dovrei vederlo. Tu, come autori di oggi, vuoi forse i cloni degli autori di ieri? Non c'è un Beppe Fenoglio perché non ha alcun senso che ci sia. C'è un Beppe Iannozzi, però, e questo è tragico.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 14:03

Preventivo, sì. Anche. :-D Mi spiace, in fondo, in certi rari momenti riesci a risultare persino simpatico. :-)
Figurati se non mi leggi... Non barare: mi leggi, eccome. :-) Soprattutto quando vado giù con una stroncatura. :-) Leggiti l'ultima che ho fatto: ti verranno dei capelli così sparati che nemmeno Sid Vicious. :-) Tanto da bravo psicopatico qual sono ti ho bannato. ^____^ Puoi solo leggere.

Non vedo il bisogno di un clone. O meglio: non vedo la necessità di avere dei cloni. Vedo invece la necessità di un ritorno alla Letteratura, anche impegnata. Vedo la necessità di saper scrivere non con il mero scopo di narrare una storia, punto e basta. Tutti narrano, anche l'odiato Beppe Iannozzi. E la Letteratura, dove è andata? Non c'è... (notali i puntini di sospensione).

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 14:17

No, ti ringrazio, Peppuzzo. Gradisco l'invito, ma non ho alcuna intenzione di venirti a leggere a casa tua. E' già abbastanza trovarti sempre in casa d'altri, invadente, rumoroso e tronfio.
Gli autori di oggi vogliono solo "narrare per il gusto di narrare"? L'arte per l'arte, insomma? Questa è solo una delle tante sciocchezze che rovesci addosso a tutti noi ogni santo giorno, spacciando le tue opinioni (e antipatie) per Legge. Nessuno degli scrittori che ho nominato corrisponde all'identikit. Ti direi: "Ritenta, sarai più fortunato", ma sarebbe istigazione a delinquere. Stop.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 14:23

Ma quando mai invadente rumoroso e tronfio? Guarda piuttosto quanto bene faccio, portando avanti discussioni, accendendo fuochi, affinché altri si interessino... In tal senso sì, tronfio: ma perché porto il fuoco della discussione. Con la provocazione anche. Mi dovresti ringraziare.

E poi, i miei commenti, non sono lunghi. Quelli di Wu Ming 1 - tre schermate, ma anche quattro e cinque. Che ci vuole mezza giornata per leggere i suoi commenti. E non scherzo. Non conosce il dono della sintesi, il caro Roberto. :-)

Quali antipatie? quale Legge? Non ho antipatie, solo nei confronti di certi libri scritti coi piedi e nemmeno con quelli. E' critica. Non livore. La differenza è sostanziale.

Ritenta... etc. etc.

Ciao Ciao

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 14:29

No, non credo di doverti ringraziare, nonostante il tuo altruismo.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 14:43

Ho seguito un po' del dibattito provocazione su cosa ci si aspetta dalla narrativa prossima ventura. E' difficile rispondere a certe domande, mi rendo conto. Da lettori è difficile, figuriamoci da critici che fanno questo per mestiere. A loro, credo, venga più facile la nausea da abbuffo. Perché hanno mangiato e sperimentato di tutto. Hanno letto e riletto di tutto. Specie il pre ed il post cotto di duemila anni di letteratura in cui poi i crucci dell'uomo che ha la fregola di mettere penna su foglio per spiegarsi e spiegare il visibile e l'invisibile, alla fine sono sempre gli stessi, i crucci.
Allora si decide di giocarsi tutto sulla visuale d'osservazione. Ed è giusto. Non si può fare diversamente.
Allora, tra i vari interventi che ho letto e nel mezzo dell'idea che mi sono fatto di quello che vorrei leggere nel mio prossimo futuro, io accetto di buon grado "lo sguardo fresco ed ingenuo" di Antonio. Se io cerco nella lettura un percorso di problematica consolazione, questo sguardo fresco mi calza a pennello.
Ma se io fossi un lettore più problematico della stessa problematica consolazione della mia lettura? Se fossi appena un po' più disperato che sperante? Se avessi bisogno, umanamente, di vedere la disperazione di fondo e di altri tanti esempi realizzati dalla letteratura, confrontata con la mia vita, e da questa letteratura di confronto sentirmi sollevato, salvato? Vale, mi serve ancora o mai, questo processo di scrittura con sguardo fresco ed ingenuo? Non può essere solo una operazione semplificante e mistificante?
Io cito solo "Delitto e castigo" a mia perplessità in merito all'assoluta efficacia della letteratura dallo sguardo ingenuo. Delitto e castigo può essere salvifico, per certe realtà di uomo, quanto lo sguardo fresco ed ingenuo di Chesterton. Con un percorso forse a pendio più elevato, forse.
Sicuramente Antonio non vuole intendere questo col suo "sguardo ingenuo" ma, involontariamente, la cattiva interpretazione di quanto vuole dire può creare una schisi ed un disagio quando tutto si può interpretare come voglia di alienazione dal reale e dal quotidiano. Specie se si pensa a quanta letteratura è oggetto della osservazione, quasi microscopica e sperimentale da parte degli scrittori, senza che i soggetti sotto microscopio abbiano altrettanto diritto di replica. Per spiegarmi meglio, visto che si è citato Robinson Crosue e si è detto che la parte migliore del romanzo è l'annovero di ciò che di cose si è salvato dal naufragio e non si è pensato nemmeno un poco a cosa avesse significato per un naufrago aver trovato un Venerdì, allora io capovolgo il tutto. E avrei voluto tanto che Venerdì fosse stato capace d'una scrittura altrettanto efficace quanto quella del suo padrone, per descrivercelo come lo vedeva lui. Quello sì che sarebbe stato uno sguardo fresco ed ingenuo.
Ma la realtà non è così. Lo scrivere non è così.
La scrittura è una sottostruttura di terza categoria rispetto al pensato e al parlato.
In ogni scrittore, anche il più onesto con se stesso e con gli altri, c'è un sostanziale artificio per apparire.
Anche questo, contrasta un po' con lo sguardo fresco che propugni tu.
E tuttavia, in questo marasma di contraddizioni si vive lo stesso ed in una proiezione non verticale ma, seppure obliqua, talora serpiginosa, verso l'alto.
Io stasera ho visto a cinema "Memorie di una gheisha". Una di quelle cose che ti restano. Che dovrebbero restare - non solo e non tanto il film in se, seppure bellissimo - a testimonianza che l'uomo è educabile a valori superiori, sino al salvabile.
Alla fine di tutto questo argomentare scemo, vuoi la perla di questa scemità? Te la sintetizzo
in una lapidaria risposta al quesito iniziale.
- Cosa vorresti dal romanzo del 2006?
- Nulla di più di quanto non c'è stato già o non ci sarà ancora:
Una penetrazione del sogno, dell'immaginazione, dell' idea, nella realtà. Poi, subito dopo, una retrazione contrita, disfatta.
E, subito dopo ancora, un' altra penetrazione, più convinta, più turgida, più seminante. Una copula tra carne e idea, quasi infinita.

Kosta.

[Questo intervento, evidentemente prelevato dalla mailing list di Bombacarta, riportava qui di seguito anche tutto l'articolo di Antonio Spadaro più i dati relativi alla mailing list eccetera. Ho tolta tutta questa parte. gm]

Pubblicato da: Costantino Simonelli - 07.01.06 03:38

Iannozzi docet:
"Ma quando mai invadente rumoroso e tronfio? Guarda piuttosto quanto bene faccio, portando avanti discussioni, accendendo fuochi, affinché altri si interessino... In tal senso sì, tronfio: ma perché porto il fuoco della discussione. Con la provocazione anche. Mi dovresti ringraziare."

parola, è raro trovare in giro eccellenze di tale livello...
il mio unico dubbio: Iannozzi si rilegge dopo aver scritto?


Pubblicato da: didaco - 07.01.06 15:33

Iannozzi aggiunge:
"E poi, i miei commenti, non sono lunghi. Quelli di Wu Ming 1 - tre schermate, ma anche quattro e cinque. Che ci vuole mezza giornata per leggere i suoi commenti. E non scherzo. Non conosce il dono della sintesi, il caro Roberto. :-)"

lasciando stare la tachicardica punteggiatura- che rende il concetto comunque afasico- è il messaggio che caracolla sotto che mi *illumina* : Wu Ming 1 smettila di masticare perifrasi, che non abbiamo tempo da perdere a leggerti. E non scherza.
:-)

Pubblicato da: didaco - 07.01.06 15:46

@ DIDACO

Vorrei poterti rispondere, ma non ho tempo da farti perdere per leggermi. :-)

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 08.01.06 11:24

@ IANNOZZI

grazie :-)

Pubblicato da: didaco - 08.01.06 13:55

@ iannozzi

grazie :-)

Pubblicato da: didaco - 08.01.06 13:56

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