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06.01.06
Replica ad Antonio Spadaro
Ho letto, qui su Vibrisse, l’intervento di Antonio Spadaro intitolato Vorrei uno «sguardo fresco» sulla realtà. Nulla potrebbe essere più contrario alla mia idea di letteratura; direi, anzi, che quell’intervento si configura come un vero e proprio Manifesto in negativo di ciò che reputo importante in un romanzo.
Cosa auspica Spadaro? “Pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà”, “che sappiano guardare alla realtà così com’è; una letteratura “che sia comunicazione di un’esperienza”, in grado di “smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica”; e infine “il ritorno della sincerità e dell’ingenuità”.
Diffido degli scrittori che vogliono fare chiarezza: preferisco l’oscurità. Mi basta questo mondo: non m’interessa di vederlo replicato. E nulla m’infastidisce maggiormente dello “scrivere naturale”, così che la prosa rassomigli al parlato. Se l’arte è imitazione della natura, la natura dell’uomo è quella di piegarla ai propri comodi e, possibilmente, di travalicarla. Compito dell’arte è quello di reinventare il mondo, non di rappresentarlo. E per far ciò, l’unico strumento a disposizione di uno scrittore è la lingua. Allo stesso modo di un violino, la cui qualità non solo è determinante nell’esecuzione di un brano ma riesce pure a guidare il musicista verso un’interpretazione originale, così la lingua – se lo scrittore ha saputo trovarne una valida – ha la capacità persino di scriversi da sé.
La rimozione delle impurità, la moderazione e la ricerca della verità renderà pure l’uomo degno d’indossare la “veste gialla” – secondo le parole di Dhamma –, ma non sono azioni raccomandabili a uno scrittore. Se è vero ciò che è innegabile, non sarà lo scrittore a portarlo alla luce, poiché, al contrario, il primo e unico principio cui l’arte deve attenersi è quello della possibilità.
Io non so per quale motivo voi leggiate un romanzo; ma so perché lo leggo io: non per ricercare la Verità, né per diventare un uomo migliore, ma per godere di uno spettacolo. La critica letteraria dovrebbe, in tal senso, scordare l’etica e la sociologia, e rispolverare certi vecchi manuali di meccanica.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 06.01.06 00:49
Interventi
Colombati non posso che discordare con lei. Credo che lei sia un pallone gonfiato e mi chiedo quando la leggo se davvero il mondo della letteratura abbia bisogno delle sue parole. L'arte è vita e non ha alcun compito, la verità non esiste. La Natura vince sempre. La critica letteraria è pura invenzione soggetta a gusti personali e al mercificio. Il romanzo è carta, le sue funzioni sono molteplici ma non necessarie. Il suo romanzo da questo punto di vista è uno spreco di carta. Forse dovrebbe ritirarsi a vita privata e non tediare più nessuno. Nè con romanzi nè con scritti assai poco necessari al mondo.
Pubblicato da: Gianluca Semprini - 06.01.06 10:31
Spadaro ha una idea di letteratura, Colombati ne ha un'altra, opposta. Non necessariamente la stessa di Tondelli, ma una ramificazione dello stesso ramo: il possibile contro il real(ismo), il sospetto contro lo "sguardo ingenuo", la "falsificazione" contro la descrizione della "verità". E' una distinzione quasi classica, un canone della critica letteraria: perché il semplice fatto di enunciarla farebbe di Colombati un "pallone gonfiato"? A Semprini "Perceber" non è, evidentemente, piaciuto: dunque, poiché Colombati non è un "buon romanziere", deve anche cessare di esprimere la sua idea di letteratura? E magari di perseguirla? Per Semprini "La critica letteraria è pura invenzione soggetta a gusti personali e al mercificio": questa è l'unica pezza d'appoggio per definire il "critico" Colombati un inutile pallone gonfiato: ma in quanto critico, appunto. Perché, dal punto di vista di Semprini, ogni critico letterario, in quanto tale, dovrebbe essere un inutile pallone gonfiato. Se così è, perché mai Semprini perde tempo a leggere la critica letteraria?
Pubblicato da: girolamo - 06.01.06 10:55
Solo una domanda (su tutto il resto non discuto, non concordo né discordo): perché scrivi - se capisco - che "fare chiarezza" porta ad una mera replica del mondo? Se il romanzo fa chiarezza, se la chiarezza deve essere fatta, vuol dire forse che nel mondo non c'è.
Pubblicato da: massimo - 06.01.06 11:00
Semprini, benché lei offra un esempio di critica letteraria non soggetta né a gusti personali (la sua posizione, infatti, come tutti vedono, è ampiamente pazientemente rigorosamente argomentata) né a mercificio (come tutti vedono, infatti, a lei nulla viene in tasca da questa discussione), non posso che discordare con lei. Sospetto che lei sia un pallone gonfiato (mi perdoni questo termine ingeneroso, ma l'ho imparato da qualche parte), e quando la leggo mi chiedo se davvero il mondo (non solo quello della letteratura) abbia bisogno delle sue parole. L'arte è vita, lei dice, e non ha alcun compito: quindi, dico conseguentemente io, se l'arte è vita, e se pertanto ciò che si dice dell'arte si può dire della vita, a suo giudizio la vita non ha alcun compito: e se la vita non ha alcun compito, che cosa gliene sbatte a lei di ciò che fa Colombati della sua vita? Se la vita non ha alcun compito, non può ciascuno fare, pubblicamente e privatamente, ciò che gli pare? D'altronde, dice lei, la verità non esiste: pertanto ciò che lei dice non ha pretesa di verità; non se ne avrà a male, quindi, se io le dirò che ciò che lei dice non è vero. La Natura vince sempre, dice lei: e sia pure (alla fine, moriremo tutti). La critica letteraria è pura invenzione, dice lei: non posso che essere d'accordo; tutto ciò che non esiste in natura (dal formaggio pecorino alle ferrovie, dall'Enciclopedia britannica alle canottiere, dal pc per mezzo del quale sto comunicando con lei al galateo, dalle parole che sto dicendo a quelle che lei ha dette) non può essere che frutto di pura invenzione; ma sospetto che ciò non tolga valore al formaggio pecorino, alle ferrovie, all'Enciclopedia britannica, alle canottiere, al pc, al galateo, alle parole che sto dicendo, a quelle che ha dette lei. Le funzioni di un romanzo sono molteplici, dice lei: ne deduco che per lei un romanzo (un qualsiasi romanzo, non solo quello scritto da Colombati) non può essere né arte, né vita, né buona arte o buona vita né cattiva arte o cattiva vita: perché ciò che ha una funzione ha un compito, e ciò che ha molteplici funzioni (necessarie o no che siano) ha molteplici compiti; e l'arte e la vita, lo ha detto lei, non hanno un compito. Il romanzo di Colombati, "da questo punto di vista" è uno spreco di carta, dice lei: ma secondo me lei dovrebbe essere più cauto nel dire queste cose: perché se il suo punto di vista è quello dell'arte e della vita (come penso di poter supporre), ciò che lei dice è fuori luogo, poiché non essendo e non potendo essere un romanzo (qualsiasi romanzo) né arte né vita (l'ho dedotto dalle sue precedenti affermazioni: è un'opinione sua, non mia) non è possibile esprimersi su un romanzo (su qualsiasi romanzo) dal punto di vista dell'arte o della vita. Non la inviterò, caro Gianluca Semprini, a ritirarsi a vita privata (perché, a me, che cosa me ne sbatte della sua vita?), né le intimerò di prendere la parola (in un qualunque luogo) solo qualora le sue parole siano veramente necessarie al mondo: ma se per caso volesse nuovamente prendere la parola in questo luogo, la invito a dire delle cose che abbiano almeno un capo, da una parte, e una coda, dall'altra.
Nel caso in cui lei volesse servirsi dell'argomento che viene usato solitamente in replica, e cioè che io avrei avvolto il suo semplice, diretto e comprensibile discorso in un fumo di parole, le rispondo preventivamente: questo mio intervento è in realtà un test. Se lei riesce a capire ciò che ho scritto, capirà che intendo le sto dando del ***; se non riesce a capirlo, avremo la prova provata che lei è un ***. (Quanto al fatto che io stesso sia un ***, su questo non c'è alcun dubbio: da anni).
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 11:17
Propongo di istituire immantinamente un Tribunale Speciale per la Soppressione dei Palloni Gonfiati. Gianluca Semprini, Presidente Onorario, dovrà lasciare anche a noiatri il piacere di incatramare e impiumare questi maledetti Palloni Gonfiati. Finita la pece, possiamo metterci a fabbricare ghigliottine.
Paolo
Pubblicato da: Paolo - 06.01.06 11:25
L'idea di letteratura - se ce n'è una che si possa dire valida - potrebbe essere che la Letteratura serve alla Letteratura, e non alla narrativa. La narrativa è quella che fanno la Rowling e Dan Brown, ad esempio: con risultati di vendite, ma non di qualità. Non sono minimamente paragonabili a un Victor Hugo, a un Lev Tolstoj, a un Ernest Hemingway, ad esempio. Eppure proprio Brown e Rowling hanno venduto - e continuano a vendere - molto, fin troppo. Resterà il loro nome nella storia? Probabilmente sì. Ma sulla bilancia del critico vale di più "Harry Potter" o "Guerra e Pace" o "Il signore degli Anelli"? Se il critico è onesto con sé stesso e con il pubblico, "Harry Potter" lo legge, ci si fa su una risata, e lo lascia alle masse, ai fanciulli e ai peter pan. Non che ci sia nulla di male nel leggere (anche) la Rowling: ma se si pensa che la Rowling possa competere per sostanza con scrittori veri come Tolstoj o Tolkien, siamo fuori strada. Tolstoj, ad esempio, fu scrittore la cui opera aderì completamente alla sua vita: dico questo perché questo "elemento" fa di Tolstoj uno che ha fatto la Letteratura. Quanti scrittori possono vantare d'aver fatto la Letteratura facendola corrispondere alla loro proprio vita, alle loro proprie idee (tutte)? Forse tre o quattro nell'arco d'un secolo, quando si è fortunati.
La Letteratura ha necessariamente bisogno di realismo biografico e agiografico per esser tale. Diversamente siamo di fronte a fenomeni narrativi.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 11:30
Be': nello specifico, piuttosto che la gigliottina, suggerirei l'impiego di spilloni.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 11:33
Giuseppe, no, ti prego: non si può istituire una tassonomia ("questo è letteratura, questo è narrativa") sulla base di un giudizio di valore. Una tassonomia ha bisogno di criteri empirici.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 11:35
Caro Giulio,
non piacciono granché le classificazioni. Eppure, in tempi così, che sono un po' tanto di confusione di idee, forse è il caso di fare almeno un distinguo fra ciò che può esser Letteratura e ciò che invece no ma narattiva. Perlomeno a grandi linee, senza la bisogna di severi criteri empirici.
Consiglio la lettura su L'Espresso di questa settimana di "Quando la vita diventa un capolavoro" a firma di Eugenio Scalfari. L'articolo non è on line. Peccato. Una bella riflessione intorno alla Letteratura, che mi sento di condividere se non al cento per cento...
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 12:25
No, Giuseppe. E' completamente sbagliato. Bisogna distinguere tra opere letterarie belle e opere letterarie brutte. Ma tutte sono opere letterarie. L'ho sostenuto più e più volte, e qui lo ripeto: decidere che cosa è letteratura e che cosa non lo è sulla base di un giudizio di valore è un ragionamento di tipo razzistico o fontamentalistico (non nel senso che chi lo fa sia razzista o fondamentalista: ma nel senso che è un ragionamento che ha la stessa forma di quelli che fanno i razzisti e i fondamentalisti).
Esempio:
Tutto ciò che è commestibile è "cibo": c'è del cibo buono, e del cibo cattivo. Di un cibo cattivo, non dirò che "non è cibo": dirò che "è un cibo cattivo" o (non è esattamente la stessa cosa, ma qui sorvolo) che è "un cibo che non mi piace". Ci sono tradizioni religiose che dicono: "Questo e quell'altro non sono cibo"; e vietano il maiale o la vacca, la carne al venerdì o gli spumoni al martedì. Oppure dicono: "Quella tal cosa è cibo se è preparata nel tal modo"; e impongono di macellare gli animali in un certo modo (cioè: l'animale non "è" cibo, ma "diventa" cibo).
Allora: il laico dice: "Tutto ciò che è commestibile, è cibo; ci sono poi cibi buoni e cibi cattivi; e naturalmente ci sono cibi che mi piacciono più di altri, cibi che non mi piacciono per niente ecc.".
Il fondamentalista dice: "La commestibilità non basta; ci sono dei criteri non empirici per stabilire che cosa è cibo e che cosa non lo è, o come si fa a far diventare cibo qualcosa che di per sé può esserlo o non esserlo".
(Tutto l'esempio, caro Giuseppe, è esagerato. Ma sospetto che l'80% della vacuità presente nei discorsi su Letteratura & Editoria, Letteratura & Mercato ecc. sia dovuta al fatto che non si adottano criteri empirici - e, quando uno li propone, si preferisce, come tu hai fatto, rifiutarli).
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 12:59
Tutte sono opere letterarie, caro Giulio? Dunque anche la mia lista della spesa? e anche i raccontini del piffero che scrivo rappresentano delle opere letterarie? Di ciò o mi dovrei rallegrare o mettere le mani fra i capelli - che non ho. Stando a quanto mi dici, direi proprio di sì. Faccio un po' di ironia, e lo specifico, onde evitare confusioni. Anche io sto esagerando, chiaramente.
Dei criteri empirici occorrono: forse mi son spiegato non troppo chiaramente, ma criteri non troppo severi. Dei criteri di massima che ci aiutino a fare un distinguo fra Letteratura e narrativa.
Ma non mi chiedere ora quali criteri di massima eventualmente da adottare: sarebbe una domanda assai difficile alla quale rispondere. Ho bisogno di pensarci su in maniera seria. Molto seria.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 13:10
"Compito dell’arte è quello di reinventare il mondo, non di rappresentarlo." Qualsiasi rappresentazione è una reinvenzione, anche quella attuata dalla scrittura che somiglia al parlato. Descrivere il mondo costruendone un altro in scala 1:1 è inutile, oltre che impraticabile. Ci si accontenta di rappresentarlo. Non dubito che Colombati già lo sappia, però è una distinzione che porta spesso a malintesi, qualunque sia il grado di consapevolezza.
Non dico che distinzioni lungo l'asse su cui Colombati piazza "scrittura che reinventa" e "scrittura che rappresenta" non si possano fare, ma sono difficili da mettere a fuoco.
Ad esempio considerare la fotografia una rappresentazione fedele della realtà è ingenuo, ma non si può leggere una fotografia senza sapere che a monte c'è quell'idea ingenua, quell'inganno percettivo.
Pubblicato da: paolo - 06.01.06 13:51
Mi scusi Mozzi ma perchè se la prende tanto?
In fondo ciascuno esprime la propria idea. Non credo di essere entrato in contraddizione e lo sa bene. E' lei che invece passa a conclusioni faziose, ma questa è una sua caratteristica, e come al solito cerca di portare acqua al suo mulino, anche se il suo secchio è rotto. E se la turba il fatto che usi il termine pallone gonfiato allora adotterò quello di mitomane che forse è più adeguato. Chi ha fatto di Colombati un critico? Il solo pubblicare un romanzo di discreto successo?
Per quanto riguarda lei, non le sembra immotivata ed eccessiva la sua protezione a Colombati? Colombati potrebbe anche non farsi scudo del proprio editore.
Iannozzi, lei invece è incredibile, servile ai massimi livelli. Vi chiedo scusa signori per aver importunato un'allegra riunione di "famiglia".
Pubblicato da: Gianluca Semprini - 06.01.06 14:37
Egregio Semprini, le rispondo pur non facendo parte (è noto) della "famiglia". Lei chiede:
"Chi ha fatto di Colombati un critico? Il solo pubblicare un romanzo di discreto successo?"
No: è Colombati ad aver fatto di se stesso un critico. Come? Facendo critica letteraria. Non dico "buona" (o "cattiva") critica: l'aggettivo lo aggiunge ogni lettore, poi col tempo lo aggiunge quel lettore collettivo che si esprime nel sentire comune di un'epoca (quel sentire che ci fa dire che i critici che stroncavano e talvolta mutilavano Tolstoj, mentre il pubblico ne faceva un autore di best seller, erano "cattivi critici"). Perché Lei sente il bisogno di un mallevadore per l'esercizio della critica? E' consapevole delle implicazioni di questo principio di "autorità" che dovrebbe legittimare l'"autorevolezza" dei testi (di Colombati come di Pinco Pallino)? Per inciso, Le è mai passato per la mente che anche il più autorevole critico letterario (Steiner, poniamo) a volte possa prendere cantonate? Che anche il grande Steiner (o l'immenso Pinco Pallino) vada valutato per quello che dice, e non per "chi è" quello che dice?
Pubblicato da: girolamo - 06.01.06 15:09
Mi scusi Semprini, ma perchè se la prende tanto? Lei dice: "In fondo ciascuno esprime la propria idea"; e che cosa ha fatto Colombati? Che cosa ho fatto io? Che cosa ha fatto lei? Abbiamo ciascuno espressa la nostra idea. E se lei ritiene di poter dare del "pallone gonfiato" a Colombati o a chiunque, io potrò ben dare a lei del ***. O no? Abbiamo o non abbiamo gli stessi diritti?
Ma tanto, ho capito. Lei dice che io sono un fazioso, che è mia caratteristica essere fazioso, e quindi tutto ciò che dico (e faccio) è fazioso.
Io invece sostengo che lei è blu, che è sua caratteristica essere blu, e quindi tutto ciò che lei dice è blu. Non vale neanche la pena di discutere ciò che lei dice: si sa già, da prima, da subito, da sempre, che ciò che lei dice è blu. Inoltre lei sostiene di essere capace di leggere nei miei pensieri: quindi, oltre che blu, è sicuramente pazzo.
Quanto alla domanda: "Chi ha fatto di Colombati un critico?", la risposta è: il Grande Puffo, in una cerimonia d'investitura svoltasi a Zagarolo il 13 ottobre scorso. Era pomeriggio, pioveva, e dopo la cerimonia abbiamo preso un tè caldo al Caffè Commercio. Se le serve, abbiamo i testimoni (oltre, naturalmente, all'atto con bolli, controbolli, firma autografa del Grande Puffo, cicerone da sette euro e mezzo e timbro della banca trassata).
Quanto alla domanda: "Per quanto riguarda lei, non le sembra immotivata ed eccessiva la sua protezione a Colombati? Colombati potrebbe anche non farsi scudo del proprio editore", posso solo dire che lei ha scritte tre scemenze in un colpo solo. [a] Io non ho protetto Colombati, ho accusato lei di avere scritto delle sciocchezze: se ho protetto qualcuno, ho protetto il buon senso. [b] Il mio intervento non era né immotivato né eccessivo: era motivato dalla particolare stupidità di ciò che lei ha scritto e commisurato al fastidio che tale stupidità mi aveva procurato. [c] Colombati non si è fatto scudo del suo editore; Colombati non ha fatto proprio niente; la critica al suo intervento l'ho scritta io, come si desume dalla firma.
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 15:55
(Ah, Semprini: poiché lei sostiene di non essere caduto in contraddizione, faccia un bell'intervento e spieghi perché e percome ciò che lei ha scritto non è contraddittorio, nonché perché e percome le obiezioni che io ho fatte non sono valide. Che magari, allora, abbiamo qualcosa di sensato su cui discutere).
Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 16:00
@ SEMPRINI
Io, servile? Egregio, mi legga meglio: credo d'aver una mia posizione ben espressa, che non è quella di Giulio né quella di altri. Poi lei libero di pensare ciò che più le fa comodo, tanto più che non ha motivato perché sarei servile.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.01.06 17:13
Caro Giulio,
indimenticabile quel pomeriggio col Grande Puffo a Zagarolo. Quanti bei ricordi...
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 06.01.06 17:50
e a me non mi avete neppure invitato!!!
Pubblicato da: gianni biondillo - 06.01.06 19:44
Dice Leonardo Colombati: «Compito dell’arte è quello di reinventare il mondo, non di rappresentarlo». Premesso che sono molto più d'accordo con Colombati che con Spadaro, confesso che diffido istintivamente di qualsiasi tentativo di assegnare all'arte un compito, e mantengo salda la convinzione che l'arte - e la letteratura in particolare - a rigor di termini non ha alcun fine utilitaristico (vulg.: non serve a una beata fava).
D'altro canto, però, è vero che esiste un'arte di rappresentazione del mondo e un'arte di invenzione del mondo. In letteratura spesso non è facile distinguerle. Cervantes, Tolstoj, Mann, DeLillo: rappresentano o inventano? Secondo me fanno entrambe le cose.
Tutto sommato, però, la letteratura che non inventa o reinventa il mondo mi piace meno di quella che lo fa, e credo che la cosiddetta paraletteratura (che non coincide necessariamente con un genere) si distingua dalla letteratura soprattutto per essere mera rappresentazione, priva di invenzione.
Tutto questo lo disse molto meglio di me e, non me ne voglia, anche meglio di Colombati un tal Viktor Sklovskij (caron sulla S iniziale) in Zoo o lettere non d'amore (lettera ventiduesima):
«Ci sono due atteggiamenti nei confronti dell'arte.
Il primo è caratterizzato dal fatto che l'opera viene vista come una finestra sul mondo.
Con le parole e le immagini si cerca di esprimere ciò che si trova al di là delle parole e delle immagini. Gli artisti di questo tipo meritano il nome di traduttori.
L'altro modo di atteggiarsi nei confronti dell'arte è considerarla come un mondo di cose che esistono autonomamente.
Le parole, i rapporti fra le parole, i pensieri, l'ironia dei pensieri, la loro mancata coincidenza, è tutto ciò che costituisce il contenuto dell'arte. Se l'arte si può paragonare ad una finestra, in questo caso può essere solo una finestra dipinta».
Pubblicato da: Luca Tassinari - 06.01.06 19:52
Va sempre a finire che nei commenti dei blog mi perdo. Si prende sempre una tangente. Forse il bello è proprio questo. Anche se tenere un minimo di filo è possibile. A ogni modo, tutta 'sta premessa per dire che non mi pare sia data una risposta alla provocazione (?) di Spadaro. Rappresentazione o meno del mondo a parte ( Il mondo come volontà e rappresentazione resta uno dei miei titoli in assoluto preferiti), non credo però di essere completamente in accordo neppure con Colombati. Scrive: "Io non so per quale motivo voi leggiate un romanzo; ma so perché lo leggo io: non per ricercare la Verità, né per diventare un uomo migliore, ma per godere di uno spettacolo". E' la frase che mi ha colpito di più nel suo intervento. Ho cercato di farmela anche io. E' vero, mi sono detto, anche io non leggo per cercare la Verità. tanto più quella con la Maiuscola. Ma neppure solo "per godere di uno spettacolo". Allora, per esempio, preferisco lo spettacolo della musica e della danza. Mi pare che la risposta di Colombati rischi di andare verso una letteratura di godimento o di puro intrattenimento. ma probabilmente ho capito male io. Se ho capito bene, dico francamente che mi pare troppo poco. Senza pretendere Verità Assolute, credo ci debba essere una qualche tensione etica che accompagna una narrazione. O comunque, mi rendo conto che per me è auspicabile. Insomma, quella rappresentazione o invenzione del mondo non mi deve solo far godere. Insomma, mi pare di capire che Spadaro, se ho capito bene, pone un problema di senso di quello che fa uno scrittore: e credo che non sia una cattiva domanda. Nè per chi scrive, nè per chi legge. Ma forse ho capito male.
Pubblicato da: caliceti - 06.01.06 20:37
Quello che la letteratura ditta dentro esula da questa accozaglia di luoghi comuni in cui il dialogo è stato ammazzato sul nascere, palloni e spilloni forse ci hanno impedito di vedere l'ovvio.
Schematizziamo: esistono fondamentalmente due visioni dello scrivere. Schematicamente possiamo riferirci a due oggetti totemici che incarnano queste visioni di letteratura e di vita.
La prima è l'aquilone, simbolo di una letteratura che ti scaglia lontano, in alto nei cieli di metafore e mondi di parvenze fallaci. E' la visione imperante soprattutto nella prima fase, quella di chi s'accosta alla letteratura per allontanarsi dalla vita. Questa è una lettura e, di conseguenza, è stata una scrittura che appanna la visione che uno ha del mondo, un facile nascondiglio, cadiamo tutti nella tana del bianconiglio per dimenticare che con l'euro è diventato pure difficile acquistare un mocio vileda con quella leggerezza che caratterizzava i folli anni Ottanta.
Ma questa è una fase che deve durare poco, il tempo necessario per la scomessa che il lettore deve fare con sé stesso come Dio con il Tentatore quando si trattava di provare la fede del buon Giobbe. In questa scommessa dobbiamo metterci in gioco, scegliere letture che aprano nuovi modi di fruire il reale, è la letteratura che possiamo chiamare dello Scolapasta, una letteratura che funge da filtro per il reale. Quello che capitò a Henry Molise leggendo Dostoevskij, capì suo padre e capendolo andò lontano dall'acquario di San Elmo.
Ne riparliamo a Reggio Calabria, de visu.
Pubblicato da: tonino pintacuda - 06.01.06 21:20
Caro Luca, consideriamo allora l'arte "come un mondo di cose che esistono autonomamente.
Le parole, i rapporti fra le parole, i pensieri, l'ironia dei pensieri, la loro mancata coincidenza, è tutto ciò che costituisce il contenuto dell'arte".
Se così pensiamo, possiamo pensare (anche) che il "mondo di cose che esistono autonomamente", essendo comunque prodotto da un essere umano che sta nel mondo (e non è, lui no, dotato di "esistenza autonoma"), sia comunque destinato ad essere in qualche modo (da specificare il modo) un "rispecchiamento" del mondo (nonché dell'essere umano che l'ha prodotto")? O non possiamo pensarlo? (Se non possiamo pensarlo, perché non possiamo pensarlo?).
Se possiamo pensarlo, dobbiamo o non dobbiamo considerare l'intenzione di produrre "un mondo di cose che esistono autonomamente" come sostanzialmente illusoria?
Se invece pensiamo che l'arte (l'opera d'arte) sia una "finestra sul mondo", possiamo o non possiamo pensare che *al di là* di qualunque intenzione "rappresentativa" presente nell'artista, l'opera sia destinata ad essere un rispecchiamento del mondo non necessariamente coincidente con la rappresentazione del mondo agognata dall'artista?
(Magari: possiamo pensare che il Grande Artista sia colui che nelle sue opere produce un rispecchiamento del mondo perfettamente coincidente con le sue intenzioni di rappresentazione del mondo?).
Se a queste domande do la risposta che secondo me è buona (e cioè: l'opera è sempre, a prescindere dalle intenzioni dell'artista, un rispecchiamento del mondo), allora tutto il nostro discorso si sposta. L'oggetto non è più l'opera d'arte (o l'arte), ma l'attività dell'artista (e le intenzioni che la regolano). Ci spostiamo da un'estetica (intesa come: disciplina che studia l'arte) *dell'arte* a un'estetica *dell'attività artistica" (a una "teoria della formatività", Pareyson).
Caro Tonino: secondo me, queste due immagini dell'aquilone e dello scolapasta non servono a niente. (En passant, e senza intenzione di fare più che una battuta: conosco una sola specie di persone che "si accostano alla letteratura per allontanarsi dalla vita": e sono gli autori di cattiva letteratura).
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.01.06 10:21
trovo ottima l'idea di giulio di spostare il discorso su cosa è o non è la letteratura e uno scrittore (che due palle!) sulla sua attività, su quello che fa, sul perchè e come lo fa. non so cosa c'entra con questo discorso, ma devo dire che a me a un certo punto della mia vita, verso i trent'anni, è capitato di iniziare a leggere anche le biografie degli scrittori e, sarò sincero, a godere (per usare l'espressione di Colombati) della loro opera, anche in relazione al (godimento?) della lettura della loro vita. Non so perché né se è cosa giusta e buona, ma mi è capitato. E sempre più mi interessa anche la figura dello scrittore (non costruttore di macchine narrative più o meno perfette, non lo sceneggiatore di sit-com), in questo mondo di oggi. Che esempio mi rappresenta, mi chiedo? Detto questo: tutti quelli che scrivono o sono appassionati a lettura e scrittura, mi sembrano che fanno parte della mia comunità, anche se non li conosco, anche se hanno idee della letteratura opposte o diverse da quelle che io ho ora, anche se io mi accoirgo di essere sempre meno interessato alleletteratura alle critiche sulla letteratura a sapere cosa sarebbe o non sarebbe la letteratura me sempre di più all'attività di chi scrive e legge, alla pratica della lettura e della scrittura....
Pubblicato da: caliceti - 07.01.06 10:47
mozzi, sei il solito coglioncello, peggiorato da quando ti hanno messo in testa che sei un editore
Pubblicato da: pippo - 07.01.06 11:10
Editore io? Ma come si permette? Guardi che chiamo la forza pubblica!
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.01.06 12:18
Ehi! Colombati mi cita male stravolgendo ciò che ho scritto e mi fa dire il contrario di quel che voglio dire. Mi spiego. Facendo un maldestro taglia-incolla mi fa dire che la letteratura debba smascherare il volto negativo e drammatico della realtà intesa necessariamente come crudele e tragica. E’ il colmo! Io ho scritto esattamente questo: Credo che sia quanto mai urgente che lo scrittore si scrolli di dosso l’unico compito che sembra essergli proprio: quello di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica. Chiaro? Lo scrittore deve scrollarsi di dosso questo compito! E invece Colombati mi fa dire l’opposto. Ma roba da matti! Vedrò di scrivere qualcosa di più organico...
Pubblicato da: Antonio Spadaro - 07.01.06 13:52
Giulio, alla tua prima domanda rispondo: possiamo pensare quello che ci pare. Il buon Sklovskij (che ho citato perché sono d'accordo con lui e perché ha trovato una formula che mi convince) dice che entrambi gli atteggiamenti descritti - quello di rappresentazione e quello di invenzione - sono atteggiamenti "nei confronti dell'arte". In altre parole sono atteggiamenti artistici, ovvero atteggiamenti di chi fa arte.
E, come dicevo, almeno in letteratura i due atteggiamenti spesso convivono: un libro come Underworld di DeLillo contiene una dose molto alta di rappresentazione o - come dici tu - di rispecchiamento del mondo, eppure non è una replica del mondo che rispecchia: anche togliendo il mondo rispecchiato - l'America del secondo dopoguerra; anche se di quel mondo si sa poco o nulla (e il lettore italiano spesso ne sa poco o nulla), il libro resta in piedi. Segno che - oltre alla rappresentazione - Underworld mette in campo qualcosa che al di fuori di Underworld non esiste: questa è la parte di creazione o di invenzione o di reinvenzione del mondo operata da quel libro. Togli questa parte qui (che a spiegare cos'è ci vorrebbe un saggio monumentale, e adesso non ho tempo) e Underworld avrà la stessa consistenza artistica di una cartolina postale.
Quanto allo spostamento del discorso dall'estetica alla pratica artistica, per me non sposti nulla, quindi mi trovi perfettamente d'accordo: il buon Sklovskij (che ho citato perché, ecc.) parla di come si fa l'arte, non di che cos'è. Parla di artisti, non di opere.
Caliceti, sono anch'io un gran lettore di biografie e un gran sostenitore del fatto che la vita privata dell'autore non serve a un fico secco per capire l'opera. Molto utile, invece, quel genere di biografia che entra nella bottega dello scrittore e ti fa capire come lavorava, cosa leggeva, con quali altri autori era in corrispondenza, ecc.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 07.01.06 14:10
@ giulio
grazie per lo stimolo. mi sono arroccato su questa eccesiva metaforizzazione da quando lo Stagirita ha posto la metafora come fondamento della nostra stessa vita.
Allora, vado all'essenziale e riprovo con l'omotetia di costruzione...
Mi ci romperò la testa, come scrisse qualcuno.
Pubblicato da: tonino pintacuda - 07.01.06 14:52
Scusa, Luca, qui ci vuole un chiarimento lessicale (sennò ci avvitiamo e non ci capiamo mai più). Quando leggo che tu scrivi: "un libro come Underworld di DeLillo contiene una dose molto alta di rappresentazione o - come dici tu - di rispecchiamento del mondo", è evidente che non sono riuscito a spiegarmi.
Provo a definire le parole così come le uso.
La parola "rappresentazione" indica una intenzionale "messa in scena" di una immagine del mondo o di una immaginazione.
La parola "rispecchiamento" indica un "rapporto di corrispondenza" (pesco questa espressione nella definizione di "rispecchiamento" del De Mauro) tra la rappresentazione e il mondo: rapporto di corrispondenza che esiste sia che l'autore dell'opera letteraria abbia intenzionalmente "messa in scena" una immagine del mondo, sia che abbia intenzionalmente "messa in scena" una immaginazione.
Il romanzone di Colombati, tanto per fare un esempio in casa, per quanto faccia il possibile per non essere una "messa in scena di una immagine del mondo", bensì una "messa in scena di una immaginazione" (quella che Colombati chiama: "reinvenzione del mondo"), è comunque un'opera letteraria che rispecchia il mondo (tra parentesi: poiché è un'opera letteraria che racconta appunto di alcuni tentativi - fallimentari - di "rappresentare" il mondo, la faccenda s'incasina un po'... Ma neanche tanto).
"Rappresentazione" e "rispecchiamento", per me, pertanto sono due parole che designnano due cose diverse.
E' funzionale questa distinzione? Sono riuscito a spiegarmi?
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.01.06 15:23
Giulio, ti sei spiegato, ed è vero che ti ho frainteso, però mi sembra anche che tu abbia frainteso Colombati. A me pare che Colombati nel suo post usi la parola "rappresentazione" come sinonimo di "imitazione del mondo", opponendola alla "reinvenzione del mondo". In altre parole: la rappresentazione si risolve in una replica inerte di cose note, come per esempio: il pattume puzza; la reinvenzione introduce nuovi elementi di conoscenza sulle cose: il pattume parla di noi (DeLillo in Underworld).
Sbaglio o "messa in scena di un'immagine del mondo" è già cosa diversa da "imitazione del mondo"? E sei sicuro che Colombati intenda per "reinvenzione" la "messa in scena di un'immaginazione"? A me pare piuttosto che Colombati intenda travalicare l'evidente, l'ovvio, l'innegabile, ovvero non limitarsi a dire che il pattume puzza.
Il rispecchiamento che tu introduci, poi, mi sembra una terza cosa rispetto alle due nominate da Colombati (rappresentazione e reinvenzione). Se non ho capito male, tu dici che un'opera letteraria necessariamente parte dal mondo e al mondo rimanda, e che anche immaginare, alla fin fine, dice qualcosa sulla cosiddetta "realtà". Sono d'accordo, e sono quasi sicuro che lo sia anche Sklovskij: una finestra dipinta è pur sempre una finestra.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 07.01.06 16:27
Caro Luca: bon, ci siamo capiti.
Non credo di avre frainteso Colombati. Stavo ragionando per conto mio, a partire dal suo intervento. E so bene di non essere del tutto d'accordo con lui.
Pubblicato da: giuliomozzi - 08.01.06 22:25