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09.01.06

Nuova replica a Spadaro

di Leonardo Colombati

Ho letto la replica di Spadaro alla mia replica a Spadaro. Mi scuso con lui per “il maldestro taglia-incolla” ed elimino dal mio discorso il riferimento a quella frase secondo cui la letteratura dovrebbe essere in grado “di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica”. Però, gli altri passi che ho citato per fargli bonariamente il contropelo sono corretti. E dunque, Spadaro auspicava “pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà”, “che sappiano guardare alla realtà così com’è; una letteratura “che sia comunicazione di un’esperienza”; e infine “il ritorno della sincerità e dell’ingenuità”.
Sono, queste, per me, affermazioni ambigue.

Perché mai lo sguardo di uno scrittore dovrebbe essere ingenuo? A meno che con “ingenuo” Spadaro si riferisse a ciò che è innato (in-genuo, da “gignere” = nascere) e degno di un uomo, io capisco “ingenuo” come “innocente”, “candido”. In questo senso, uno sguardo ingenuo non sarebbe affatto quello che “dispieghi la realtà in tutta la sua complessità e ricchezza, nel bene e nel male” – come ha scritto Spadaro – ma si porrebbe sopra la realtà (e, in questo senso, volendola proprio spiegare). Uno sguardo ingenuo – e dunque “senza malizia” – potrà forse abbracciare la complessità e la ricchezza del mondo, ma non si tradurrebbe in buona letteratura per inesperienza.
Al di là di queste dispute pseudoetimologiche, nella mia replica provavo a dar conto di ciò che in Spadaro è non detto: posto che – fino a prova contraria – un narratore lavora con le parole, in che modo dovrebbe (de-)scrivere ingenuamente? Ho avuto il sospetto che questa domanda, nel suo intervento, Spadaro non se la sia posta. “Per lo scrittore”, argomenta, “tutto trova verifica nel suo occhio”. E invece, secondo me, è nella lingua che si trova la verifica di ciò che l’occhio ha visto. E non è una differenza da poco, visto che è tra quello sguardo e le parole che lo traducono che si gioca la fortuna dello scrittore. Chiunque abbia provato a buttar giù tre righe su una pagina sa che quell’immagine catturata dal nostro occhio non è riproducibile a parole; è in questo perenne senso di inadeguatezza che lo scrittore trova il suo agone.
Nella discussione che si è attivata su Vibrisse, alla visione di Spadaro alcuni hanno opposto quella letteratura che non accetta la mistica dello sguardo ingenuamente fresco (Leopardi, Manganelli); per cui Spadaro ha avuto gioco nell’interpretare il riferimento manganelliano alla “letteratura come menzogna” come mero gioco linguistico che si arresterebbe alla superficie del reale. Scrive Spadaro che a Manganelli non interessa “poi così tanto sostenere la tesi della letteratura ‘menzognera’: interessa più che altro il modo in cui è possibile sostenerla, cioè l’argomentazione esagerata, il gusto per l’espressione barocca e la perizia del linguaggio . In ogni caso, è vero che la letteratura può essere legittimamente ‘menzogna’, se la bugia si applica al modo di vedere il mondo nella sua superficialità apparente. Essa infatti deve fare i conti almeno con due complessità irriducibili: la realtà e l’uomo. Così da Manganelli si può ricavare, al di là delle intemperanze e delle vertigini della sua scrittura, un’istanza impegnativa: la positiva tensione verso una ‘liberazione’ della poesia dalla staticità del reale, inteso come qualcosa di epidermico, di superficiale, di banale. Per Manganelli questa liberazione passa essenzialmente attraverso il recupero dell’importanza totale e assoluta del linguaggio, dei suoi elementi fonici, acustici, del suo organizzarsi nella pagina, al di là di ogni relazione con i contenuti, i sentimenti, la vita,... Il pericolo, a mio avviso, è che questa tensione si traduca nella semplice fuga nel sub o nel surreale. Entrambe sono perniciose perché relegherebbero la letteratura in un mondo ‘altro’ rispetto a quello della vita e dunque la trasformerebbero in un gioco di specchi, inebriante ma vuoto”.
Ora, io non intendevo affatto contrapporre il meccano allo sguardo ingenuo: quello che mi interessava – ripeto – era capire come tale sguardo dovesse tradursi sulla pagina. Nelle riflessioni di Spadaro, avverto una certa diffidenza nei confronti “dell’importanza totale e assoluta del linguaggio”. Ma in questo senso, le riflessioni di Spadaro potrebbero benissimo avere come oggetto l’Uomo: lo Scrittore, nel suo discorso è una sineddoche, e ciò che auspica Spadaro sembrerebbe essere non una nuova letteratura ma una società migliore.
Ecco cosa volevo dire quando ho scritto che leggo un libro “non per ricercare la Verità, né per diventare un uomo migliore, ma per godere di uno spettacolo”. Secondo Spadaro, lo “spettacolo” cui mi riferivo è fatto di “lucine intermittenti” e “di esperimenti di laboratorio”; mentre per lui “il vero spettacolo è quello che mi acchiappa la vita e tutti i suoi sensi interiori ed esteriori (l’anima e le budella)”. Certamente. Anch’io mi sono commosso per Emma Bovary. Il romanzo di Flaubert, o La traviata, sono spettacoli… o no? Ma quando dicevo che la critica letteraria dovrebbe scordare l’etica e la sociologia, e rispolverare certi vecchi manuali di meccanica, intendevo dire che – fatalmente, fortunatamente – a chi legge Madame Bovary nel 2005 non interessa il fatto che quel romanzo fosse una sferzante denuncia contro la borghesia francese del XIX secolo. Come mai, allora, oggi continuiamo a fremere leggendo quelle pagine? Perché – suppongo – quello spettacolo è stato messo su ad arte. Il critico che voglia penetrare negli “ingranaggi” di quella macchina scenica e che provi a spiegarmi perché quella struttura e quella lingua riescono ancora a donarmi l’illusione della realtà; ecco, quello è un buon critico per me.
Analogamente, per la narrativa italiana contemporanea, vorrei che ci si ponesse nella stessa prospettiva. E’ ovvio il fatto che la fiction si fonda sulla realtà (così come tutta la letteratura è letteratura fantastica): ma quella realtà di cui la fiction è lo specchio, fra cento anni sarà un cumulo di macerie (come la Francia del XIX secolo). Sopravvivrà solo lo specchio.

Pubblicato da , il giorno e l'ora: 09.01.06 10:17

Interventi

Ah, Leo:
chi è che dice - devi essere esperto nel campo - più o meno, "un cavallo ha molto più a che fare con qualsiasi altra parola (forse diceva segno?) che non con un cavallo vero"?
E' quello che volevi dire, no?

E' il gioco che stiamo cercando di fare no? Mettere i cavalli veri coi cavalli veri, e le parole con le parole.

Pubblicato da: angela scarparo - 09.01.06 12:24

Caro Leonardo,
il malinteso è chiarito! Ma poi, appunto, c'è il resto. Il tuo post è molto preciso. Ho pensato e continuerò a pensare meglio a quello che dici. In parte però avevo risposto nell'altro filone di discussione (la mia replica alla tua replica).

Premetto subito che della realtà sociologica di cui un'opera è specchio – qui convergo con te – non me ne frega nulla o quasi. Quella semmai è l'occasione, il contesto, lo spunto. Nulla di rilevante.

Veniamo al punto.

Giustamente tu dici, in buona sostanza, mi pare, che la letteratura è propriamente linguaggio, non sguardo. E questo è giustissimo. Lo sguardo fresco non è letteratura, di per se stesso. Corretto. Il narratore lavora con le parole ed è proprio nella lingua che si trova la verifica di ciò che l'occhio ha visto, come tu dici. Giusto. E condivido la tua esigenza (da me non espressa nel dibattito ma certamente avvertita) di capire *come* tale sguardo debba tradursi nella pagina.

Ma il punto è che io insisto sullo sguardo perchè sono convinto che è lo sguardo dello scrittore a generare il suo linguaggio. Il linguaggio non si genera da sè (a meno che non sia un puro gioco di parole). L'arte e la tecnica hanno in radice una visione (più o meno consapevole, ma questo importa poco).

Poi è chiaro: non è detto che chi abbia questo benedetto sguardo fresco sia per me automaticamente scrittore. Assolutamente no. Pensa (è un esempio: non ci fermiamo all'esempio però!) ai mistici: solo alcuni sono poeti (Giovanni della Croce,...), altri vivono l'esperienza senza tradurla in parole (o senza esserne in grado o senza volerlo).

Dunque occorre entrare negli ingranaggi della tecnica dello scrittore. Giusto. Però l'organicità profonda di quelle tecniche a mio avviso la trovi nel suo sguardo non nella sua cassetta degli attrezzi. Michelangelo aveva una visione, oltre ad essere un bravo scalpellino. Questo intendo dire, in buona sostanza. E tra l'arte dello scalpello e la potenza dello sguardo c'è unità profonda. Ovviamente lo scultore pensa e vede in marmo e lo scrittore in linguaggio: cioè non è che egli pensi (prima) e scriva (dopo). La sua visione si dà nel linguaggio.

Poi per me (e ribadisco: per me) il gesto critico è qualcosa di osmotico, una convergenza di sguardi (il mio e quello proprio dell'opera che leggo) che la tecnica e il linguaggio permettono di realizzare. Per altri sarà altro.

Il come è importantissimo, certo, ma non (dis)piega l'opera. Sarebbe come dire di conoscere una persona perchè se ne conosce l'anatomia e la psicologia.

Da ciò si intende, credo, che per me non c'è grande differenza tra il lettore che "legge" un libro e l'attore che "mette in scena" un personaggio.

Pubblicato da: antonio spadaro - 09.01.06 15:15

“pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà”, “che sappiano guardare alla realtà così com’è; una letteratura “che sia comunicazione di un’esperienza”; e infine “il ritorno della sincerità e dell’ingenuità”. Sono, queste, per me, affermazioni ambigue.

concordo in pieno sull'ambiguità. in primis sul concetto di realtà così com'è. non capisco cosa significhi. in quanto a sincerità e ingenuità nutro forti dubbi. chi stabilisce qual'è uno sguardo ingenuo? cos'è uno sguardo ingenuo? ha i conservanti? data di scadenza? comprendo uno sguardo privo di preconcetti politici, ma anche qui la cosa è ardua. lo sguardo di piumini è uno sguardo adulto di uno che scrive per bambini? ambigue, sì
saluti
melpunk

Pubblicato da: melpunk - 09.01.06 15:15

Caro Antonio,
concordo con il tuo ultimo commento al cento per cento.

Pubblicato da: Leonardo Colombati - 09.01.06 15:42

tutto ciò di cui stiamo parlando è ambiguo (complesso, prismatico, fluido...), che discorsi! Guai se non lo fosse, semmai. Non stiamo mica parlando di codice penale.

Pubblicato da: antonio spadaro - 09.01.06 15:43

sai che sono contento di tutta questa discussione, Leonardo?

Mi sta aiutando a chiarire cosette intuite ma mai messe a fuoco seriamente....

Pubblicato da: antonio spadaro - 09.01.06 15:47

Ho seguito la discussione nata dall'intervento di Spadaro e vorrei, ad essa aggiungere, un personalissimo (come il cartellino di Tommasi) punto di vista.
Il mio, cioè quello di colui che genericamente si pone di fronte, ad un libro, ad un film, ad una canzonetta, e allo status col quale mi accingo ad entrare in relazione con quest'opera d'arte.
E confrontare poi questo punto di sguardo con quello del critico, poi me ne vò che vi avrò già rotto le scatole.
Mi pare che ciò che possa in qualche modo disturbare alcuni lettori (dico alcuni) circa la "visione" che Spadaro ha della letteratura, sia in parte legata al fatto che Spadaro ha fatto una scelta chiara di vita.
Come ogni volta in cui qualcuno è chiaro, viene costantemente (perlomeno) frainteso o strumentalizzato (non dico sia questa la circostanza, ma il rischio sì).
Togliamoci il sassolino dalla scarpa, diciamolo quello che abbiamo nella canna della gola e non pronunciamo sennò siamo politically scorrect: "Spadaro è un sacerdote e quindi si faccia gli affari suoi. Si occupi di quello che avviene dalle nuvole in su...".
Credo che in questa discussione si possa cadere nel tranello di pensare che ciò che Spadaro dice lo dice perchè è un sacerdote, ma in realtà forse lo dice perchè HA SCELTO di essere sacerdote, e di conseguenza guarda al mondo e alle sue contingenze con uno sguardo che è anche specchio di ciò che infondo, lui pensa: noi non moriremo.
La sua posizione non ha obbiettivi particolari, è una conseguenza.
Poco importa che lo pensi anch'io che nulla sono, ne sacerdote ne critico eccetera, ma tanto mi importa, da spettatore o lettore, dal momento che il suo sguardo critico su un libro (noi non moriremo) riguarda anche me.
Ma allora, io penso che Spadaro non intendesse dire che dobbiamo trovare qualcosa di buono o di zuccheroso a tutti i costi, anche nelle vicende più cupe e dolorose che la letteratura affronta, credo invece il contrario e cioè che la letteratura stessa, coscientemente o meno, affronti quello stesso dolore, quel travaglio umano perchè non lo accetta, non lo vede come "proprio", perchè in definitiva, la letteratura stessa, se ci pensa bene e se si osserva e se osserva la vitalità e l'ossessività straziata con la quale va contro al dolore, crede che non non moriremo, che siamo fatti per essere altro che animaletti che attendoni di non esserci più.
Lei per prima (la letteratura), io credo intenda Spadaro, si sente "fatta per altro" che non sia il normale "here and now" e di conseguenza Spadaro chiede a lei di non tradirsi, di non diventare una suoneria per telefonino o una gag da soap opera, ma di restare "drammatica". Drammatica non vuol dire "cattolica" o laica, ma disposta ad entrare realmente in realzione con l'uomo e il suo divenire.
Insomma Spadaro chiede alla letteratura di non fissare le regole prima di entrare in rapporto con le cose, ma di far esattamente il contrario; ecco cosa intenderebbe lui, credo, per "drammaticità".
Il non bastarsi. Ogni scrittore anche se non ci pensa, scrive con una deadline (mai come stavolta il termine è azzeccato), e cioè scrive sapendo di morire, in fondo, un giorno.
Perchè non prendiamo mai in considerazione sto fatto? Ogni scrittore, in definitva si pone sul tavolo con un unico paio di alternative: che serva ciò che fa, che non serva e vada perduto.
Liberissimi tutti di scegliere quella delle due alternative che più ci aggrada, ma la deadline, il dato di fatto, che ad un certo punto questa domanda verrà posta, resta.
E perchè dunque la critica quando scannerizza un o scritto non dovrebbe essa stessa considerarsi "a tempo" e prima ancora di decidere come trascorrere quel tempo, porsi domande SU quel tempo.
In ultime parole, la frontiera nuova della critica non potrebbe essere frose quella di domandarsi a cosa serva se un libro è "buono, ben scritto, folgorante" o se un autore "è bravo, talentuoso" eccetera. Chissenfrega che cos'è un libro, ma PERCHè quel libro e quell'autore è quello che è.
Saluti e scusate per la lunghezza e forse la caoticità delle idee.
Un saluto a tutti
Cristiano

Pubblicato da: cristiano - 10.01.06 12:04

OT, una tantum. Cristiano, ma sei quel Cristiano Prakash contro cui i VMO lanciavano i loro strali in quanto organico alla "cricca dei tedeschi" che si era impossessata di Nazione Indiana?

Pubblicato da: Franco Melloni - 10.01.06 20:03

No, purtroppo ho una vita ben meno emozionante...
C.

Pubblicato da: cristiano - 10.01.06 22:33

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