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18.01.06

Noi, i lettori

di Fabio Fracas

Riprendo lo spunto dal post di ieri per mettere in evidenza questa parte dell'intervista di Silvana Rigobon a Roberto Parpaglioni.

"D. Qual è il ruolo dei lettori, in questa sua decisione?"

Perché, in effetti, noi lettori un ruolo - a mio modesto avviso - ce lo abbiamo.
Risponde Parpaglioni:

"R. Volendo essere superficiale, potrei rispondere che i lettori sono coloro che non hanno apprezzato le mie scelte. Ma non reggerebbe. La responsabilità non è di chi ha acquistato un libro al posto di un altro. E parlo, in questo caso, più da scrittore che da editore.
Se io racconto una storia che non interessa, come posso pretendere che venga letta? Può bastare che io l’abbia scritta nella piena certezza del suo valore? Troppo spesso, noi che facciamo questi mestieri, scrittore o editore, tendiamo a confonderci con il lettore. Coltivando dentro di noi l’essenza di quello ideale, quello capace di esaltarsi subito al primo suono della nostra voce."

Vi pongo una serie di quesiti - sempre che vi vada di pensarci su -: può un lettore diventare 'ideale'? E cosa significa 'lettore ideale'? Il 'lettore ideale' è un 'lettore critico' oppure è qualche cosa di diverso? Voi che ne pensate?

Pubblicato da Fabio Fracas, il giorno e l'ora: 18.01.06 10:32

Interventi

Il lettore ideale è una chimera. O meglio ancora l'idea sbagliata che qualcosa o qualcuno possa dirsi e farsi ideale per gli altri, quando gli altri lettori in realtà siamo noi.

Tempo fa, Daniel Pennac diceva in "Come un romanzo" cose assai interessanti, non da ultimo che se un libro non piace, si può interromperne la lettura, senza panicarsi per inutili crisi di coscienza. Ci sono in quel libro un po' di diritti dei lettori.

Il critico è qualcuno.
Il lettore è qualcuno.
A volte s'immedesimano nello stesso 'qualcuno'. Molte volte. Ma anche quando s'incontrano non sono ideali per gli altri, perché ognuno c'ha le sue posizioni, per quante critiche e colte possano essere.
Un lettore può diventare critico. Ma anche viceversa: un critico può diventare lettore. Ma nessuno dei due mai ideali, se non per sé stessi.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 18.01.06 11:57

Difficile rispondere. Io sono un lettore, potrei definire il mio scrittore ideale, ma come faccio a definire me stesso? Cosa dovrei "chiedermi" nella mia qualità di lettore?

Mi viene da pensare, però, che questo approccio

"... l’essenza di quello ideale, quello capace di esaltarsi subito al primo suono della nostra voce."

sia sbagliato. Un lettore così è senz'altro un "piacere", ma alla lunga dannoso. Perchè produrebbe un appiattimento nello scrittore, questi avrebbe molti stimoli in meno a cambiare, a proseguire.

Forse il lettore ideale è uno che, pur apprezzando, svolge comunque una funzione critica, stimolante. Però questo presuppone una orizxontalità, un dialogo, che al momento non c'è se non, in minima parte, sui blog.

Forse più che ragionare sul lettore o scrittore ideale sarebbe utile cercare un "dialogo ideale". Se c'è quest'ultimo, immagino, che lettore e scrittore si formano a vicenda

Pubblicato da: Lucis - 18.01.06 12:18

Grazie, Fabio, per aver richiamato l'attenzione sulla questione del ruolo dei lettori. Mi sembra una delle cose più significative,tra quelle emerse nell'intervista a Parpaglioni.
Dal mio punto di vista di lettore (a volte "scrivente")provo a rispondere ai tuoi quesiti sul lettore ideale.
Il lettore ideale, se esistesse, dovrebbe avvicinarsi alla spiritosa immagine di Carlo Capone, che afferma di leggere "come un ginecologo che fa l'amore". E' vero che mette in evidenza un livello di comprensione del meccanismo letterario che non è generalmente richiesto al lettore. Però, a mio parere, non è detto che tale "livello di comprensione" sfoci in scelte più avvedute e meno soggettive, rispetto a un qualunque lettore "non ginecologo" come potrei essere io. Secondo me, non basta (o non è necessario) essere un "professionista" o quasi delle lettere per diventare il "lettore ideale". Al di là dell'analisi critica che si può fare di un testo, il giudizio finale non può che essere soggettivo, guidato dal gusto personale, dalla propria sensibilità,da che tipo di storia si cerca in quel dato momento. In questo senso, condivido le affermazioni dei post precedenti, secondo cui non ha senso parlare di "lettore ideale".
Altro discorso è invece quello del "lettore critico". In questo caso, appoggio senz'altro quanto hai scritto nel tuo blog, sempre a proposito del divertente paragone di Carlo Capone.Dici:" ...eppure, di ginecologi - così come di lettori critici - ce n'è bisogno. E non credo neanche che l'atto dell'amore sia meno appagante per un ginecologo che per un qualsiasi altro professionista."
In tal caso, però, a mio avviso, si finisce per scivolare verso un'idea di lettore più vicina al critico di "professione", che al lettore semplice, come potrei essere io. E allora? Cosa potrebbe far di me un lettore critico? Forse l'essere onesto con me stesso. Ad esempio, saper riconoscere la validità di un autore e riconoscere che provo a piacere a leggerlo, anche al di là del mio gusto personale,o del genere letterario che posso prediligire, o delle idee e convinzioni che si esprimono nel testo.
Però, sempre a proposito del concetto di lettore, vorrei aggiungere una mia piccola richiesta. Perchè, oltre alle analisi evolute (o involute) sul lettore puro e nobilissimo, non si approfondisce anche il concetto del lettore come "cliente"? E' così disdicevole parlare anche di numeri? Tipo:
- esistono analisi serie di "marketing" dei lettori?
- Fatto cento il totale dei lettori/trici italiani (o europei o esquimesi), qual'è la percentuale di lettori/trici di narrativa?
- E' un dato in crescita, costante, in diminuzione?
- E, all'interno di questa fetta, quanti sono quelli che leggono (e COMPRANO), per dire, Neuropa, in relazione a quelli che leggono (e COMPRANO)Il Codice Da Vinci? O un Harmony?
- Quanti potrebbero essere, tra i lettori/ acquirenti di Dan Brown (o di un Harmony), disposti anche a leggere/comprare Gigliozzi? Pochi? Pochissimi?
- E allora, perchè ci sono esempi opposti? Tipo che Il nome della Rosa è diventato un best- seller mondiale, letto sicuramente anche da svariati lettori di Ken Follett o di libri Harmony?
Mi sembra che nel recente passato anche Giulio Mozzi abbia proposto un approccio del genere, nelle sue analisi. Forse potrebbe essere anche utile a capire quante possibilità di sopravvivenze abbia, allo stato attuale, un'editoria "matura".
Paolo C.

Pubblicato da: Paolo C. - 18.01.06 14:41

Non so se esista il lettore ideale ma di sicuro so che se c'è non coinciderebbe con il "lettore critico". Lettore critico: un ossimoro. Esiste il lettore ed esiste il critico. Anche io penso che il lettore-ginecologo non esista, per fortuna. Qualsiasi lettore (critici professionisti nell'esercizio delle loro funzioni di critici professionisti esclusi) è semplicemente un lettore. Uno che legge per il suo diletto.
Uno che strappa i libri che non gli piacciono, che non ha pietà per chi scrive, che li ama al punto da litigare sui newsgroup o sui blog per difenderli, uno che ha sempre ragione, insomma un pazzo, un normalissimo pazzo che detiene il potere del mercato editoriale planetario. Un tiranno. Uno sconosciuto.
Io, se fossi uno scrittore, non vorrei avere niente a che fare con lui.
Come del resto la maggior parte degli scrittori fa.
Ezio

Pubblicato da: ezio - 18.01.06 18:11

"può un lettore diventare 'ideale'? E cosa significa 'lettore ideale'?"
Direi di invertire le domande per una questione metodologica, giacchè è sempre meglio anteporre la definizione dell'oggetto alle speculazioni a esso legate.
E quindi, il "lettore ideale", visto che non lo si può ricostruire per collazione di parametri (o sì?), potrebbe essere definito come colui il cui gusto e le cui letture coincidono con quelli dello scrittore ideale.
Il resto è banale. Definito lo scrittore ideale, ogni altro quesito trova, a cascata, soluzione.
E, banalmente, si potrebbe quindi dire che sì, si potrebbe diventare lettore ideale, così come uno scrittore può diventare scrittore ideale.

>>Il 'lettore ideale' è un 'lettore critico' oppure è qualche cosa di diverso?
Il lettore ideale è un lettore critico ideale, poiché capace di cogliere nello scritto dello scrittore ideale tutto ciò che questultimo desiderava venisse colto.

>> Voi che ne pensate?
Già, che ne pensiamo?

Pubblicato da: mauro - 18.01.06 18:13

Il lettore è chi ha voglia di andarsi a tuffare in una parte diversa, dal mondo circostante, per un poco di tempo. Esplorare un mondo possibile senza sporcarsi le mani ma solo bagnandosi nel mare della storia. Se il mare che incontra non gli piace, esce; se gli piace ci rimane.
Semplicistico?

Pubblicato da: roberta - 18.01.06 21:35

Dunque. Io scrivo. Poi (anzi, com'è ovvio, prima) sono un lettore.
Sono un lettore che legge sapendo che non esiste il lettore ideale (neppure per ciascun autore); e che quindi io per primo non lo sono.
Se fossi lettore ideale (sempre, insisto, di quello scrittore: ma senza che lui lo sappia. E, soprattutto, senza che lui abbia "scritto per me"), immagino che dovrei rispondere, fra altre, alla caratteristica di possedere l'interpretazione autentica, come diremmo per un legislatore, di ciò che ha scritto chi (altro) ha scritto.
Se fossi lettore ideale, insomma, non sarebbe creativo il mio atto di leggere, ma sarebbe, come dire, supino, conformista rispetto alla scrittura del mio "autore reale", per dirla "platonicamente". Neanche avrei dignità di "traduttore di un suo messaggio", perché la traduzione presuppone ancora un "lavoro poetico".
Il lettore ideale di un autore anzi, per dirla tutta, se esistesse, non avrebbe certo bisogno neanche di leggerlo, quell'autore.
Il dio "perfetto" della bibbia non può esser creatore del mondo: significherebbe ammettere che, prima di creare, era in qualcosa mancante. Cioè si dovrebbe ammettere che non sia stato "sempre" perfetto.
La perfezione non è creativa né (poiché) non guarda, non ha bisogno di guardare, di leggere, se stessa.
Come autore, io non cerco di certo lettori. Perlomeno mentre scrivo.
Ma se ne cercassi, cercherei lettori quanto più possibile lontani dal mio "lettore ideale". Avrei bisogno piuttosto appunto di un lettore creativo, perché a lui è affidato un compito più difficile del mio nella costruzione dell'opera letteraria(o meglio alla funzione-lettore che è dentro l'opera: ma sto cercando di esser breve e non ci riesco. Almeno così non rischio di trovarne, "lettori ideali").
Non sono, per finire, neppure io stesso mio lettore ideale (né dunque, da lettore, mio scrittore ideale. Altrimenti non leggerei nessun altro, perderei addirittura la qualità anche di "semplice" lettore).
Perché cambiano i miei vissuti, e cambiano le mie voci (chiaramente non per forza in dipendenza l'una dagli altri o viceversa). E posso leggermi, o tradurre letterariamente (secondo il mio libero e non per forza esatto intendere i confini del "letterariamente") le mie esperienze, di volta in volta, con intenzione, con voce diversa.
Leggo sorretto e mosso dalla letizia di non essere "lettore ideale".
E scrivo niente altro che lettori ideali, fuori dalla mia pagina inesistenti. Dalla mia pagina che non racconta niente altro che "Eccomi. Io ti parlo di me, e sono il mio lettore ideale".

Pubblicato da: ale - 19.01.06 01:01

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