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21.01.06
L'origine dei romanzi [13]
di Pierre-Daniel Huet
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Se la Repubblica Romana non isdegnava la lettura delle Favole, in tempo ch'ella manteneva ancora una disciplina austera e costumi rigidi, non bisogna meravigliarsi, se essendo caduta sotto il dominio degl'Imperadotri, e a loro esempio essendosi abbandonata al lusso ed a i piaceri, si mostrò sensibile, a quelli che i Romanzi davano allo spirito. Virgilio, che fiorì poco dopo la nascita dell'Impero, fa che le Najadi, Figliuole di Peneo, non abbiano più dilettevole trattenimento, che quando si radunano sotto le acque di suo Padre, a raccontar tra esse gli amori degli Dei, li quali formavano i Romanzi dell'antichità. Ovidio coetaneo di Virgilio, fa fare racconti Romanzeschi alle Figlie di Mineo, mentr'erano occupate al lavoro delle mani, senza toglier loro la libertà della lingua e dell'attenzione. Il primo sono gli amori di Piramo e Tisbe: il secondo sono quelli di Marte e di Venere; e 'l terzo di Salmace per Ermafrodito.
In questo si scorge la stima che Roma faceva allora de' Romanzi. Ma ella si vide meglio ancora per lo Romanzo medesimo che compose Petronio, uno de' suoi Consoli, e 'l più garbato uomo del suo tempo. Egli lo fece in forma di Satira, del genere di quelle che Varrone aveva inventate, mescolando piacevolmente la prosa con i versi e 'l serio coll'allegro, che intitolò Menippee, perché Menippo Cinico aveva trattate avanti di lui materie gravi, con uno stile piacevole e burlesco. Questa Satira di Petronio non lasciava di essere un vero Romanzo, poiché altro non conteneva che finzioni ingegnose e aggradevoli, e sovente molto laide e disoneste, nascondendo sotto di esse una fina e piccante burla contro i vizj della Corte di Nerone. Perché quelle che ci rimangono, non sono altro che frammenti quasi senza concatenazione, o piuttosto unione di qualche studioso, non può formarsene un perfetto giudizio della forma e tessitura di tutta l'Opera. Nulla di meno essa è pure condotta con ordine, e vi ha apparenza che queste parti disunite, componevano un corpo perfetto con quelle che ci mancano. Benché Petronio paja essere stato un gran Critico e d'un gusto molto squisito nelle lettere, tuttavia il suo stile non corrisponde affatto alla delicatezza del suo giudizio, e vi si osserva qualche affettazione, essendo troppo fiorito e studiato, e degenera di molto da quella semplicità naturale e maestosa del felice secolo d'Augusto. Tanto è vero, che l'arte di raccontare praticata da tutti, e che pochissime persone intendono, è più facile a capirsi che a praticarsi.
Si dice che 'l Poeta Lucano, il quale viveva a tempo di Nerone, aveva lasciate alcune favole Saltiche, cioè, secondo alcuni, favole, nelle quali narravano gli amori delle Ninfe e de' Satiri. Queste somigliano molto ad un romanzo, e 'l genio di quel secolo che era Romanziero, conferma il mio sospetto. Ma poiché non ci resta altro che 'l titolo, che ancora non esprime troppo chiaramente la natura dell'Opera, tralascio di parlarne.
La Metamorfosi di Apuleo sì conosciuta sotto il nome d'Asino d'oro, fu composta sotto gli Antonini. Ella ebbe la medesima origine che l'Asino di Luciano, essendo stato cavato da i due primi Libri delle Metamorfosi di Lucio di Patra, con questa differenza però, che questi primi Libri furono compendiati da Luciano, e aumentati da Apuleo. L'Opera di questo Filosofo è regolata; mentre, ancorché sembri principiarla dalla sua nascita, nulla di meno, quel ch'egli ne dice, è in forma di Prefazione, e per iscusare la barbarie del suo stile. Il vero principio della sua Storia è nel suo viaggio di Tessaglia; e con tal opera ha egli voluto lasciarci un'idea delle favole Milesiane, le quali da bel principio dichiara essere di questo genere. L'ha arricchita di belli Episodj, e tra gli altri quello di Psiche a tutti noto, senza toglierne la laidezza ch'era negli originali da lui seguiti. Il suo stile è d'un Sofista pieno d'affettazione e di figure bizzarre, duro, barbaro, degno d'un Africano.
Stimasi, che Clodio Albino, uno de' pretensori all'Impero che furono vinti e uccisi dall'Imperador Severo, non isdegnò di applicarsi ad un simile lavoro. Giulio Capitolino rapporta nella sua vita, che si vedevano certe favole Milesiane sotto il suo nome, molto stimate, benché mediocremente scritte, e che Severo rimproverò al Senato di averlo lodato come un savio uomo, ancorch'egli non leggesse se non le favole Milesiane di Apuleo, e che ponesse tutto il suo studio ne' racconti di vecchiarelle, e in simili inezie, da lui preferiti alle occupazioni più serie.
[continua]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.01.06 10:03




