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26.01.06

Intervista a Carlotta e Alberto Guareschi

di Emanuele Pettener

[tutti gli articoli di Emanuele Pettener in vibrisse]

Carlotta (1943) e Alberto (1940) Guareschi hanno abbandonato quindici anni fa le loro attività commerciali per dedicarsi a tempo pieno alla conservazione della memoria del padre e oggi, grazie al ricchissimo archivio paterno messo a disposizione di studiosi e studenti nella sede del «Club dei Ventitré» (istituito con queste finalità nel 1987 assieme ad un gruppo di appassionati dello scrittore), sono un buon punto di riferimento per tutti coloro che vogliono saperne di più su Giovannino Guareschi (1908-1968) e le sue opere.

Vorrei cominciare con una domanda diciamo di carattere privato, se permettete: qual è, tra i diversi ricordi di vostro padre, il primo, il più intenso che avete, quando pensate a lui?

giovannino_guareschi_03.jpgSenza dubbio, l’atmosfera affascinante che avvolgeva la sua scrivania: illuminata da un cono di luce, piena di pennelli, boccette, penne, matite. Nostro padre lavorava con la scrivania appoggiata al muro, in modo da non distrarsi guardando intorno, aveva l’alzata a ripiani e cassettini, e attaccate con puntine da disegno gli facevano compagnia le fotografie dei suoi cari, oppure dei ricordi particolari, come una babbuccia da neonato, vecchie banconote, bandierine con lo stemma sabaudo. Lo studio stava di solito in penombra e questa zona illuminata, sempre immersa in nuvole di fumo, perché lavorando fumava come un turco, aveva qualcosa di magico. Sapevamo che non dovevamo assolutamente toccare la “zona scrivania" e questo non ci è stato facile, soprattutto per quanto riguarda il barattolo di colla, che aveva un buon profumo e ci sarebbe stato utilissimo per incollare le nostre figurine sugli album. A quei tempi non esistevano le figurine autocollanti! Quando, oramai sposati e con figli piccoli e vivaci, ci siamo accorti che anche loro subivano il fascino della scrivania, e constatato che a loro nostro padre lasciava toccare quasi tutto, ci siamo sentiti un po’ gelosi.

Quali erano gli scrittori a cui si ispirava vostro padre, o quelli, più in generale, che ammirava?

Nella bibliotechina della scuola elementare di Marore, dove ha insegnato sua madre, aveva trovato i primi “classici" per ragazzi (Le avventure di Pinocchio, Cuore, Il Giannettino, I ragazzi della Via Paal, le fiabe di Perrault, con una curiosa presenza dell’Uomo che fu Giovedì di Chesterton). Abbiamo ritrovato questi libri nella biblioteca di nostro padre con il timbro delle Scuole di Marore. In seguito conseguì la maturità frequentando un liceo classico serio e severo con professori “illuminati" come Ferdinando Bernini - insegnante di greco e latino e grande esperto di umorismo europeo - che lo hanno formato culturalmente. Bernini gli aveva fatto conoscere Salimbene de Adam e Teofilo Folengo. In seguito aveva letto i classici francesi e russi e i nuovi classici americani tra i quali amava in modo particolare Hemingway, scrittore che, come lui, proveniva dal giornalismo, per lo stile asciutto ed efficace. Si inorgogliva se lo paragonavano a Maupassant. A uno di noi (Alberto) debole in italiano, aveva consigliato Le confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo. Amava la poesia del crepuscolare Guido Gozzano, di Cardarelli, Ungaretti, Montale ed ebbe modo di sviluppare una notevole sensibilità proprio nei due anni passati nei lager tedeschi, che gli hanno permesso di frequentare uomini di arte e di cultura, di ascoltare le loro lezioni e, soprattutto, di scoprire la poesia ermetica, grazie alle lezioni del poeta Roberto Rebora, internato assieme a lui. Amava la poesia “indipendente" di Quasimodo («Lettera alla madre», l’«Elegia» alla gelida messaggera della notte del 1947) distinguendola da quella “di sinistra" («Alla nuova Luna» e via dicendo) che detestava.

Quali erano gli scrittori e gli intellettuali che frequentavano casa vostra? Avete un ricordo particolare di alcuni di loro?

Nella nostra casa di Milano venivano, fino agli anni ’50, i collaboratori del «Candido» e il vecchio amico Zavattini. Poi, quando la nostra famiglia si è trasferita qui nella Bassa parmense, qualcuno lo veniva a trovare, ma casa nostra non era frequentata dagli intellettuali, e neppure nostro padre li frequentava. Divideva sempre il mondo del lavoro dal mondo familiare, al quale dedicava tutto il suo tempo libero.

Si è celebrato quest'anno l'anniversario della morte di Pasolini. Mi risulta che tra lui e vostro padre non corresse buon sangue, non si parlassero, malgrado avessero girato le due parti di uno stesso film, “La Rabbia". Cosa pensava Guareschi di Pasolini come intellettuale?

Prima di iniziare la lavorazione del film «La Rabbia» si era documentato acquistando e leggendo tutte le sue opere (le abbiamo ritrovate nella sua biblioteca). Non gli piaceva il suo descrivere un’umanità pezzente, miserabile in senso materiale e morale. Sul «Candido» espresse diverse volte la sua opinione negativa sullo scrittore e sull’uomo, però non vi è mai stata una polemica diretta tra di loro, perché erano entrambi persone civili.

La mia impressione è che la classe intellettuale non ami Guareschi. Siete d'accordo o vi sono esempi che smentiscono la mia impressione? Gli intellettuali che snobbano Guareschi, perché lo fanno? Perché Guareschi era anticomunista? Perché era cristiano? Perché non ritengono la sua scrittura una scrittura di rango?

Nostro padre era uno spirito assolutamente libero, non legato a nessun partito, a nessun gruppo di potere, a nessuna conventicola ed aveva un seguito molto consistente di lettori che apprezzavano la sua onestà intellettuale e il coraggio nell’esprimere le sue opinioni e la sua profonda fede cristiana. Il suo successo lo aveva guadagnato unicamente grazie alla sua bravura, e con le vendite di milioni di copie delle sue opere aveva raggiunto una popolarità che dura tuttora tra i suoi lettori. Cosa questa che gli ha procurato fino a pochi anni fa l’invidia di tanti colleghi. Le cose sono però cambiate: stemperati nel tempo gli scontri ideologici, l’ostracismo sta cadendo, e anche chi si teneva lontano dalle sue pagine per snobismo e per paura di non trovarlo abbastanza intellettuale, adesso apprezza il suo stile di scrittura.

Tuttavia, resta difficile trovare Guareschi in un'antologia scolastica o in un'aula universitaria. Guareschi non fa parte della letteratura del nostro Paese?

La cultura ufficiale e il mondo accademico hanno sempre ignorato nostro padre come scrittore perché, come giornalista libero e coraggioso, irritava un po’ tutti. Allo scrittore non perdonavano gli articoli contro gli intrallazzi politici. E neppure al disegnatore: tra i diversi talenti di cui era dotato c’era anche quello di essere un grafico di prim’ordine, e le sue vignette e i suoi slogan erano più efficaci di articoli. Ci è capitato spesso di leggere in passato critiche letterarie feroci basate unicamente sui film della serie “Don Camillo", cioè si criticava uno scrittore senza averlo letto ma solo avendo visto i film tratti – molto liberamente – dalle sue opere. Qualcosa però è cambiato: con il passare degli anni giovani studiosi, non avvelenati dalla politica, hanno cominciato a studiarlo seriamente e ad apprezzarlo. Molte le tesi di laurea facilitate da un archivio ricchissimo (200.000 documenti) che noi mettiamo a disposizione degli studenti. Le sue opere continuano ad essere tradotte: pochi giorni fa abbiamo ricevuto le copie d’autore delle ristampe di tre volumi della serie “Mondo piccolo“ in coreano e giapponese...

Complessivamente, in quante lingue è stato tradotto Guareschi e quanti libri di Guareschi sono stati venduti?

Le opere di nostro padre hanno libera circolazione in tutto il mondo tranne che in Cina e Albania. In precedenza, prima della caduta del muro di Berlino, solo due Paesi dell’Est europeo pubblicarono sue opere: la Polonia (con una scelta di racconti che non dessero fastidio ai padroni di casa russi) e la Germania dell’Est (con una edizione purgata). Negli altri paesi dell’Est europeo le opere di Guareschi, stampate nei loro idiomi all’estero, circolavano clandestinamente: Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Ucraina. In Russia circolavano in fotocopia. In Romania la prima edizione del Don Camillo è bloccata in magazzino da due anni. Attualmente le opere di nostro padre sono entrate ufficialmente solo negli ex paesi dell’Est dove vi è presenza di religione cattolica (Ungheria, Polonia, Ucraina, Repubblica Ceca).
I paesi in cui sono state stampate opere di nostro padre sono: Argentina, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Colombia, Corea (del Sud…), Danimarca, Slovenia, Rep. Federale Jugoslava, Croazia, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Ceylon (singalese e tamil), Malta (lingua maltese), Western Samoa (vernacular for the Samoans) Giappone, Grecia, India (lingua Maharati, assamese e Bramina), Islanda, Israele, Libano, Messico, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna (castillano, catalano e basco), Sud Africa, Svezia, Svizzera (tedesco e francese), Turchia, Ucraina, Ungheria, USA. (A proposito della traduzione USA è molto interessante il capitolo dedicato a nostro padre dal professor Lawrence Venuti nel suo The Scandals of Translations.)
Diverse le traduzioni in più lingue col metodo Braille. Sono state fatte anche traduzioni particolari: in latino (in Francia), greco antico (in Inghilterra), friulano, bergamasco, bresciano, comasco e meneghino…
Sono state fatte traduzioni in vietnamita, bulgaro, russo, ucraino e ceco per emissioni radiofoniche (BBC).
Nel Siam (l’attuale Thailandia) Kukrit Pramoj il maggiore autore di quel paese, ha plagiato don Camillo e Peppone sostituendoli con un bonzo (che parla con Budda) e un capopopolo. Il romanzo, intitolato Bang phai deng - che vuol dire “Il paese dei bambù rossi" (sedici traduzioni - in inglese: Red Bamboo) fu un successo tanto che l’autore, nella prefazione, ha dovuto giustificarsi dicendo di essersi ispirato a Don Camillo… In Italia Frate Indovino ha scritto e pubblicato, disinvoltamente, un "Don Camillo in penitenza".

Aldilà della saga di Don Camillo, quale libro di Guareschi consigliereste a chi non lo conosce e magari nutre dei pregiudizi nei suoi confronti?

giovannino_guareschi_02.gifIl libro più importante di nostro padre è, forse, il meno conosciuto: Diario clandestino, composto da brani scritti e letti ai suoi compagni di sventura nei lager tedeschi tra il 1943 e il 1945. È una sorta di radiografia della sua anima e, per comprenderne subito lo spirito, è sufficiente questa frase tratta dalle «Istruzioni per l’uso» scritte da nostro padre:

Io, insomma, come milioni e milioni di persone come me, migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionìa e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola.
Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui.
Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.
Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso.

Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 26.01.06 15:46

Interventi

complimenti all'intervistatore

Pubblicato da: alchim - 26.01.06 21:55

l'ho linkata, merita!

Pubblicato da: etty - 27.01.06 22:47