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23.01.06
Il caso Piperno-Proust
di Vittorio Spinazzola
[Questo saggio di Vittorio Spinazzola compare in Tirature '06 ed è disponibile in Pdf nel sito della casa editrice Il Saggiatore.]
Secondo me, Con le peggiori intenzioni è un libro nient’affatto trascurabile, da apprezzare per vivacità intellettuale, larghezza di orizzonti, garbo espositivo. Solo che, come romanzo, mi pare un po’ noioso. Le fisionomie dei vari membri della famiglia Sonnino, nonni figli nipoti nonché amici e soci, non riescono ad appassionarmi; le loro peripezie lungo alcuni decenni non mi restano abbastanza impresse; e la scrittura, pur elaborata con finezza, mi sembra tendere alla logorrea. [...] La vera questione non sta però nel fatto che Piperno abbia avuto un buon numero di estimatori più o meno autorevoli. A sconcertarmi è che si sia trattato di un successo di massa. Perché a un’opera che raggiunge le vette delle classifiche d’incasso si potranno affibbiare gli epiteti più insolenti, brutta cattiva volgare sconclusionata balorda: ma noiosa no, questo mai. C’è qualcosa di strano nel caso Piperno, di poco frequente. È vero che i fenomeni di bestsellerismo non sono mai facili da spiegare analiticamente: non ce ne sono due che si rassomiglino davvero. E per illuminare le ragioni peculiari della loro fortuna bisogna lasciar perdere il proprio personale punto di vista critico, adottando l’ottica mentale di coloro ai quali il tal bestseller è piaciuto: cosa ci hanno trovato di diverso, di irripetibile, di entusiasmante, tanto da sbaragliare tutta la concorrenza? [...] Preliminarmente però bisogna distinguere tra due categorie di successi: quelli che provengono dall’alto e quelli che insorgono dal basso. I primi poggiano sull’apprezzamento delle élite colte, i cosiddetti “detentori del gusto", che sono in grado di influenzare con i loro giudizi favorevoli il comportamento dei lettori più inesperti, persuadendoli ad accettare anche prodotti di non agevole digestione: Il nome della rosa è un bell’esempio in proposito. I successi del secondo tipo prendono corpo molecolarmente dal passaparola, senza e magari contro il responso dei lettori professionisti. Siamo nel campo di una produzione neopopolare che nel sistema letterario attuale assolve una funzione analoga a quella dell’appendicismo d’una volta. Un titolo esemplare è offerto da Va’ dove ti porta il cuore.
Con le peggiori intenzioni appartiene evidentemente alla prima categoria. [...]
Leggi tutto il saggio di Vittorio Spinazzola scaricandolo in Pdf dal sito del Saggiatore.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 23.01.06 10:31
Interventi
"Va' dove ti porta il cuore" e "Con le peggiori intenzioni" due romanzetti per farsi venire l'appendice e l'appendicite. Con conati d'appendicismo ferale. Romanzetti per le masse ignoranti che amano lo zapping fra Stranamore e Sex and the City. Che altro dire? Nient'altro.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.01.06 11:02
"Che altro dire?", dici, Giuseppe. Eh, c'è un sacco d'altro da dire, ancora. Ad esempio, c'è da dire: a che serve insultare due libri? C'è da dire: a che serve insultare le "masse" dichiarandole "ignoranti"? C'è da dire: sulla base di quali informazioni le "masse" vengono dichiarate "ignoranti"? (E non esagero, domandando che cosa siano le masse, e che cosa sia l'ignoranza). C'è da dire: quale senso produce il gioco di parole appendicitico? (E, se è un gioco che non vuole aver senso: quale senso ha, nel caso specifico, un intervento che non vuole aver senso?). C'è da dire: sulla base di quali informazioni il consumo di questi due libri viene connesso al consumo - secondo una specifica modalità: lo zapping - di due programmi televisivi? (Immagino, caro Giuseppe, che prima di fare un'affermazione simile, tu abbia consultata un'ampia letteratura sociologica: e mi piacerebbe avere qualche consiglio di lettura).
C'è da dire, infine: che c'entra un giudizio di valore (perché il tuo intervento è un giudizio di valore, vero, Giuseppe?) a commento di un saggio che cerca (finalmente!, dico io) di fare un po' di sociologia della letteratura? Dobbiamo forse, caro Giuseppe, continuare a ignorare le ragioni per cui certi libri hanno grande successo e altri no? Dobbiamo forse, caro Giuseppe, non interrogarci sul grande successo che certi libri conseguono? (Oltre che sul minimo successo che altri libri conseguono).
I libri di grande successo esistono. Così come esistono gli opossum, i serial killer, e le periferie. Non possiamo forse tentar di *conoscere* i libri di grande successo, così come tentiamo di conoscere l'opossum, i serial killer e le periferie?
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.06 11:28
Il pezzo è interessante, sia nella prospettiva socio-letteraria indicata da Giulio, sia come pezzo di critica letteraria a se stante. E' un pezzo "onesto", che si sforza di essere "obiettivo"(non dico lo sia totalmente, anche perché esserlo totalmente non è umanamente possibile, ma perlomeno "si sforza"), evitando gli opposti estremismi del "capolavoro" e della "bufala letteraria" e cercando di dire le cose come stanno: le grandi doti di narratore di Piperno e, insieme, certe sue pecche stilistiche e l'improponibile confronto con Proust. Onesto, appunto.
Il ragionamento che facevo per la vicenda Quattrocchi, caro Giulio, mi sembra valga anche per la letteratura, e il pezzo di Spinazzola coglie nel segno. La compresenza di virtù e vizi stilistici, di elementi straordinari e insieme di una componente più fiacca, di alto e basso, è ciò che caratterizza il libro di Piperno, ma anche altri presunti capolavori della recente narrativa italiana. E a questa convivenza di elementi positivi e negativi, molto probabilmente, è dovuto il caso che tanto ti lasciava perplesso dei due giudizi estremizzanti e diametralmente opposti di due persone parimenti intelligenti sul libro di Colombati. Al di là dei gusti personali, come per Piperno (che ho letto, Colombati ancora no) c'è chi si sofferma sulle pecche e sostiene che si tratta di un brutto libro (mentre dovrebbe dire che, insieme a certe pecche, ha anche certi pregi) e c'è chi indugia sui pregi e sostiene che il libro è perfetto (mentre dovrebbe accorgersi che qualche difettuccio il libro ce l'ha).
Qui, naturalmente, non parlo del libro di Colombati, che non ho letto, ma delle due conflittuali recensioni - che ho letto - e di una tendenza estremizzante generale del giornalismo letterario italiano (che va dalle opposte esternazioni de "la letteratura è morta" a "ogni anno qui si sfornano una ventina di capolavori") che Spinazzola evita con piglio da professionista, tenendosi nel mezzo e, cosa fondamentale, "argomentando".
Pubblicato da: Graziano - 23.01.06 12:05
Quante domande, caro Giulio? ^___^
Un po' per volta! Da quattro parole, tutti questi interrogativi.
Allora, cominciamo a rispondere: il mio è un appuntino di valore, non un giudizio di valore sui libri. Una sorta di post-it, per ricordare, per ricordarci (forse) che si tratta di due librettini. Ma è appunto un post-it, un appuntino, e null'altro. Quindi il valore che è, è quello lì, di un appunto. Così, su questo punto direi che chiarezza è stata fatta.
La massa, difficile da definire: direi che "De Mauro" risolve e dice meglio di quanto potrei dir io. Mi permetto dunque di riportare qui la definizione di massa: "raggruppamento sociale connotato da affinità di carattere psicologico, etico e culturale, da comunanza di collocazione economica e politica, da identità di comportamento sociale, che coincide con la maggioranza della popolazione e si trova per lo più in posizione passiva e dipendente rispetto alle istituzioni economiche, politiche e culturali che gestiscono l’effettivo potere di un paese". Ignoranti, perché la massa si trova in una condizione passiva, non per sua volontà, ma comunque una condizione passiva promossa e propagandata attraverso i mass-media anche, i quali reiterano la solita pubblicità sociale, culturale, politica. E le masse dunque ignorano tutto quello che è al di là dell'immagine pubblicitaria che vien loro proposta. A dirla tutta, mai come oggi viviamo dentro a una condizione pienamente orwelliana, sì, alla 1984. Ovviamente mi si dirà che sono esagerato, pessimista, ecc. ecc. Vabbe'.
Veniamo all'insulto che insulto non è: adesso c'è un po' troppo il vizio che se uno apre il becco - cioè intendo il mio, di becco -, se dice un "ma", subito ci s'inalbera che si è offeso tizio cazio e pure sempronio che era al bar a farsi una birra alla spina e a fumarsi una sigaretta, tranquillamente, discutendo con un certo suo amico giuda. Insomma, quale insulto: dire che due libri non mi sono piaciuti è un insulto? E su che basi? Perché ho detto di due romanzetti che non mi son piaciuti con un nonsense? Per favore, caro Giulio, mi par ridicolo dire che ho portato insulto agli autori così pure ai loro lavori con un nonsense all'interno di quello che voleva esser solo un post-it, un appuntino "ino-ino". E metto bene in evidenza l'innocuo "ino-ino", onde evitar che si travisino le mie parole. O che vadano soggette, loro malgrado, a cattiva interpretazione.
Mi sembra, è questo è un altro appuntino (sì, l'"ino" ancora bene in evidenza) che indagare il motivo per cui certi libri riscuotano successo commerciale non sia un delitto. Difatti non ho affatto detto di non fare questa indagine, se qualcuno vuole provarcisi: piena libertà di agire in tal senso. E' anche questo un appuntino (sì, sempre l'"ino" in evidenza): penso che "Va' dove ti porta il cuore" ha avuto successo perché uscito in un momento sociale-politico in cui c'era bisogno di buonismo, di spiritualità, per una società avviata al più triste materialismo; "Con le peggiori intenzioni" è uscito susseguentemente andando incontro alla necessità delle masse di dir di sì al materialismo, giacché non si è riusciti a contrastarlo, si è (forse) pensato bene di allearsi e lasciarsi ingurgitare dai meccanismi orwelliani - o à la Matrix se pensi che abbia dei gusti e delle idee un po' retrò. Ti ricordo che questi sono solo "appuntini". Per questi motivi spiegati in maniera superficiale, i due libri hanno incontrato il favore del pubblico e quindi anche quello commerciale.
Aggiungo: "Il nome della Rosa", in maniera intelligente Letteraria intellettuale e commerciale anche, riesce a tener in sé "tutti quegli elementi" che sono in Piperno e la Tamaro. Umberto Eco, con un solo libro, ha dato ai lettori: filosofia, una storia avvincente (thriller), un quadro storico, un giallo, un po' di sesso, un mistero... ecc. ecc. Ci vorrebbe un saggio per dire tutto, questo è solo un altro "appuntino". Ma Umberto Eco è uno dei pochissimi che sono riusciti in un'impresa così vasta, impossibile: insomma, ci vuole del genio per riuscire a scrivere un romanzo come "Il nome della rosa", non basta la cultura, non basta saper scrivere, non basta avere idee. E non mi chiedere che cosa sia, che cosa è il genio. Perché penso che il genio sia una qualità innata, quindi non spiegabile con termini razionali.
Mai ho negato il diritto e la libertà di *conoscere* i motivi per cui alcuni libri vanno incontro a un grande successo. Io, in tal senso, non ho proprio detto niente di niente. Ho solo messo un appuntino, così. Però a questo punto bisognerebbe, e lo dico veramente seriamente, cercare di *capire* i motivi per cui programmi come "Stranamore", "Amici", "Sex and the City", "Desperate housewives"... ecc. ecc. hanno così tanto successo, molto di più di un qualsiasi libro di grande successo.
Cari saluti
Giuseppe Iannozzi
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.01.06 12:21
Ho apprezzato anch'io il pezzo di Spinazzola, anche se vorrei far notare che neppure lui riesce a tenersi alla larga da affermazioni non argomentate. Ad es., dice: "Riconosciuto che Piperno ha qualità di scrittore vero (non come i vari Faletti, Avoledo, Biondillo)....".
Ora, al di là dell'analisi approfondita e "onesta" del romanzo, mi pare che Spinazzola non spieghi perchè Piperno è uno scrittore vero, e gli altre citati no. E allora? Cos'è che fa uno scrittore vero?
Mi piacerebbe leggere il parere di qualcuno in proposito.
Paolo C.
Pubblicato da: Paolo C. - 23.01.06 12:21
Caro Paolo,
a giudicare dal tenore del pezzo, credo che Spinazzola abbia dei motivi - che possiamo benissimo non condividere - per esprimere un giudizio negativo su Faletti, Avoledo e Biondillo - giudizio, anche questo, che si può non condividere.
Credo che qui egli non voglia esimersi dal giustificare un giudizio o dal chiarire perché a suo dire Piperno è uno scrittore vero, ma se ne astiene per via della prospettiva sociologica adottata nel pezzo. Spinazzola si chiede: Perché Piperno ha tanto successo di pubblico?, e si risponde. Poi, nel trattare quest'argomento, ne sfiora altri, che naturalmente non può approfondire ogni volta (immagina un pezzo di sociologia della letteratura come questo che poi sconfini in digressioni sul perché non mi sembra scrittore vero quello o quell'altro, o quali sono le caratteristiche dello scrittore vero eccetera). Insomma, per dire che non mi sembra una disonestà di Spinazzola, anche se un chiarimentino di sfuggita su qualche punto non nego che avrebbe potuto farlo.
Pubblicato da: Graziano - 23.01.06 12:31
Caro Graziano,
ti ringrazio per la risposta. Condivido pienamente quello che scrivi, soprattutto quando dici che un piccolo chiarimento di sfuggita avrebbe potuto darlo. E' che quando si fanno paragoni tra scrittori, con giudizi di "merito" non argomentati, poi al lettore qualunque come me rimangono a voticare nella testolina un sacco di domande, che magari, lo so, non c'entrano niente con il pezzo. Tipo:
- Perchè ha accomunato Faletti-Avoledo- Biondillo?
- Forse perchè hanno lo stesso successo di pubblico? [Non credo proprio]
- O perchè scrivono romanzi molto simili? [Anche qui, credo di no]
Forse Spinazzola, proprio per rendere più credibile la sua analisi sociologica del romanzo del libro di Piperno, avrebbe potuto dedicare qualche cenno "sociologico" anche ai testi degli altri tre autori citati.E non credo che sarebbe stata una digressione.
Forse non aveva lo spazio a disposizione. Ma allora, se non hai spazio per approfondire il confronto con altri autori, non è meglio astenersi dal citarli?
Pubblicato da: Paolo C. - 23.01.06 12:57
Caro Giuseppe: se dire di due libri che sono "due romanzetti per farsi venire l'appendice e l'appendicite. Con conati d'appendicismo ferale" non è un insulto, che cos'è?
Una chiusa come: "Che altro dire? Nient'altro" non è forse un invito a non spender tempo ad indagre perché certi libri eccetera eccetera? Quando dici: "Non ho affatto detto di non fare questa indagine", sei proprio sicuro di non averlo detto? (Chiaro: non hai gettato anatemi su chi lo fa; non hai vietato a nessuno di farlo; ma hai invitato a non farlo, mi pare).
Su tutto il resto sono poco d'accordo, ma non è essere d'accordo che m'importa; m'importa che, piuttosto che giudizi apodittici (ché tale mi sembra il tuo "appuntino"), si scrivano giudizi motivati (e tu, Giuseppe, quando motivi i tuoi giudizi, lo fai sempre con molta chiarezza).
[Tuttavia su una cosa segnalo, ebbene sì, il disaccordo. Quando dici che "...'Va' dove ti porta il cuore' ha avuto successo perché uscito in un momento sociale-politico in cui c'era bisogno di buonismo, di spiritualità, per una società avviata al più triste materialismo", sei sicuro di star parlando di "Va' dove ti porta il cuore"? Che è un libro nel quale una donna-mostro, responsabile indirettamente ma non innocentemente della morte della propria figlia, scrive alla figlia della figlia per convincerla di essere, anziché una nonna-mostro, una specie di santa eternamente vittima delle circostanze: e le scrive usando, sì, una retorica buonistica, parole spirituali; ma una retorica buonistica che suona falsa dal principio alla fine, parole spirituali del tutto vuote. Sono convinto, sinceramente, che "Va' dove ti porta il cuore", libro crudele come pochi, sia stato aspramente criticato, se non denigrato, come se fosse il libro che non è. Dire che è buonista - adesso esagero, ma per spiegarmi - è come dire che "Il grande dittatore" di Chaplin è un film filohitleriano].
Per Paolo C.: Spinazzola paragona Piperno all'imparagonabile, perché paragona il suo romanzo mainstream con tre narratori di genere (ciascuno a modo suo, ma di genere). Ho il sospetto che, per Spinazzola (preciso: non solo per lui), "di genere" e "privo di valore letterario" siano due espressioni pressoché sinonime.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.06 13:05
Hai ragione, caro Paolo. Come dicevo delle opere letterarie, anche delle critiche si può fare la stessa analisi sobria e argomentata. Evitiamo anche questa volta gli opposti estremismi. L'analisi di Spinazzola non è ne' un capolavoro ne' una boiata. E' un pezzo con dei meriti (l'analisi socio-letteraria del successo di Piperno) e dei demeriti (alcuni giudizi di valori generalizzanti e ingiustificati).
Pubblicato da: Graziano - 23.01.06 13:06
@Graziano
Non vorrei aver dato l'impressione di disprezzare il pezzo di Spinazzola. Come ho scritto nel mio post, mi è piaciuto (e personalmente condivido in pieno il suo giudizio complessivo sul romanzo), non lo considero affatto una boiata, magari fossi io in grado di farlo. E' proprio per questo, che ho colto nel mio rilievo, quella piccola nota "stonata".
@Giulio
Solo una piccola richiesta: mi dici a che "genere" è ascrivibile Biondillo? Purtroppo, non lo conosco. Grazie
Pubblicato da: Paolo C. - 23.01.06 13:19
Caro Giulio: "due romanzetti per farsi venire l'appendice e l'appendicite. Con conati d'appendicismo ferale", l'ho spiegato, un nonsense. Un gioco di parole, senza senso. Ti pare un insulto un nonsense? A me no. Ma forse abbiamo idea diversa su cosa sia un nonsense.
"Che altro dire? Nient'altro": dov'è l'invito? Dove? Se ci fai su l'analisi logica e grammaticale, dove lo trovi l'invito? Ma quale invito? Con molta fantasia, moltissima fantasia, al massimo, ci potresti leggere un "null'altro" al posto di "nient'altro". Ma ce ne vuole di fantasia per riuscire a conseguire un simile risultato. E chi sono mai? Il Giosuè di "Ed egli maledisse lo scandalo"? Qui si entra in un campo che a me è alieno, quello della fantacritica, o della fantainterpretazione. :-)
"Va' dove ti porta il cuore": a me pare il più cattolico dei libri, con tutto il buonismo "di falso conio" che dentro c'è. Ecco, qui avrei dovuto specificare meglio: "buonismo di falso conio".
Non si può più aprir becco. :-)
Ciao
Giuseppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 23.01.06 13:25
Spinazzola (studioso che apprezzo da sempre) ha scritto un pezzo, anche molto interessante, rivolto a qualcuno. Quel qualcuno ha parlato bene di alcuni scrittori. E allora del caso esploso proprio dalle pagine entusiastiche di quel qualcuno Spinazzola ha detto che la sua punta di diamante, in fondo, lo annoia. E che però, comunque, è uno scrittore. Mica come quegli altri (amati sempre da quel qualcuno) che Spinazzola accosta non per vicinanza, non per vendite, né per meriti o demeriti. Semplicemente perché piacciono a quel qualcuno.
Se quel qualcuno parla bene di te allora tutti gli altri devono parlarne male.
Insomma io la chiamerei "la maledizione di D'Orrico". ;-)
Pubblicato da: gianni biondillo - 23.01.06 13:44
... il 'bestsellerismo' (cioè la sociologia dei successi letterari-editoriali) è per gli esperti del senno di poi.
Se poi uno non si trattiene - durante la stesura di un saggio già debole nei presupposti metodologici - dallo strabordare nella mania classificatoria ('Biondillo sta di quà, insieme ad Avoledo e Faletti, Eco sta più ma di fianco a..') il minimo che si possa fare è non fargliela passare: altro che pezzo 'interessante'...
però, mi sento di correggere per la prima volta Giulio Mozzi: non ha senso sospettare che per Spinazzola 'genere' equivalga a 'privo di valore letterario': è stato lui, tra i primissimi, negli anni Settanta con 'Pubblico' insieme a Oreste del Buono, Alberto Cadioli, Enzo Golino, Erich Linder, Decleva, Franco Brioschi e tanti altri, a superare questa distinzione tra letteratura 'alta' e 'di genere'.
Si tratta dunque di un'accusa irricevibile.
Pubblicato da: marco v - 23.01.06 13:53
secondo me e sottolineo secondo me, la differenza tra "Va dove ti porta il cuore" e "Con le peggiori intenzioni", accomunati nella discussione dall'aver venduto più delle canoniche tre/cinquemila copie degli autori semidivini, è stata questa, quello della Tamaro è un bestseller che distrae, mentre quello di Piperno attrae, mi spiego meglio: Spinazzola secondo me confonde lo "spleen" che pervade il romanzo di Piperno con la "noia", anche perché da un punto di vista dello scorrimento dei capitoli, delle scene chiave, e di ciò che viene svelato, "Con le peggiori intenzioni" riesce a tirare la corda proprio fino al punticino esatto oltre cui lo stile non tira proprio alcuna corda; insomma; non tornerei a leggere "Va dove ti porta il cuore", però "Con le peggiori intenzioni" me lo torno a leggere, magari quando esce il secondo di Piperno, per vedere le differenze, i cambiamenti, le evoluzioni;
punto secondo:
qui, davvero, si crea quella zona tra il lettore e lo scrittore, tra il critico e l'autore, tra la persona di passaggio nella letteratura e l'appassionato, è davvero riduttivo scartare Piperno a priori per il fatto che sia un bestseller; basta andare a guardare quanti degli autori under 30 o appena over 30 (il 2005 è stato l'anno dello sfondamento di soglia degli under 30, secondo me si dovrebbe dire under 35, Piperno, Bui, Parente, Colombati, Lagioia) hanno pubblicato nella stessa collana di Piperno e sono oggi dimenticati...ma davvero...che fine hanno fatto?
Pubblicato da: Giorgio Tesen - 23.01.06 15:02
Per Marco V.: grazie, sono lieto della correzione.
Per Giuseppe I.: no, "Va' dove ti porta il cuore" è un romanzo nel quale c'è un personaggio che parla (scrive) con un "buonismo di falso conio". E il romanzo è una messa in scena spietata di questa voce e di questo buonismo di falso conio. Così pare a me.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.06 15:10
Caro Mozzi, Spinazzola ha sempre invitato a non fare confusione fra identificazione di genere e valore letterario. Si legga per esempio "Chi ha paura della narrativa di genere?" in "La modernità letteraria". Saluti
Pubblicato da: dama - 23.01.06 15:36
Leggerò. Promesso. Ho già fatto l'ordine qui: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=LSC0Q1FAYLLGX
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.06 16:31
E' incredibile: fino a pochi minuti fa stavo sonnecchiando di fronte al libro di Spinazzola - proprio "la modernità letteraria, per l'esame della prossima settimana -, quando mi sono imbattuto in questo articolo e nella discussione che ne è seguita. Che dire? L'articolo è interessante, anzi, a dirla tutta, mi ha riconciliato con il vecchio Vittorio, che in questi giorni proprio non sopporto. Il fatto è che le sue tesi sono vecchie, vecchissime. Trent'anni fa ha pubblicato il saggio su letteratura e paraletteratura che, ai tempi, fu davvero pioneristico; ma da allora lui e soprattutto i suoi allievi non fanno altro che perpetuare la stessa idea. Ecco, devo dire che è proprio la distinzione fra letteratura e paraletteratura a non convincermi, o perlomeno a non convincermi più: e anche nel caso restasse valida, se non ha valore qualitativo ma solamente tassonomico, a che serve? Certo è che questa pagina su Piperno è apprezzabile, soprattutto, come ha già detto qualcuno, per la sua onesta. Ciao a tutti, torno a studiare "la modernità letteraria".
p.S.:un'ultima parola a proposito della prosa di Spinazzola - soprattutto quella più datata: è francamente sciatta e poco accattivante, è assomiglia più a quella di un tassonomista positivista ottocentesco - o di un pubblicista politico degli anni '70, che è lo stesso - che a quella che ci si aspetta da un critico (voglio auerbach!)
Pubblicato da: enrico z. - 23.01.06 17:35
Premessa: non ho letto il libro di Piperno, ma il testo di Spinazzola mi ha spinto a formulare “ in diretta” alcune domande.
Per me, questo è un punto ambiguo e fondamentale:
“[…] bisogna distinguere tra due categorie di successi: quelli che provengono dall’alto e quelli che insorgono dal basso. I primi poggiano sull’apprezzamento delle élite colte, i cosiddetti “detentori del gusto”, che sono in grado di influenzare con i loro giudizi favorevoli il comportamento dei lettori più inesperti, persuadendoli ad accettare anche prodotti di non agevole digestione: Il nome della rosa è un bell’esempio in proposito. I successi del secondo tipo prendono corpo molecolarmente dal passaparola, senza e magari contro il responso dei lettori professionisti. Siamo nel campo di una produzione neopopolare che nel sistema letterario attuale assolve una funzione analoga a quella dell’appendicismo d’una volta. Un titolo esemplare è offerto da
Va’ dove ti porta il cuore.[…]
Per Spinazzola i detentori del gusto oggi sono “alcuni reputati opinion makers della carta stampata e del piccolo schermo.”
Mi domando: ma siamo poi certi che questo sia vero? Ci sono ancora i “detentori del gusto”? E se sì, mi sorge il dubbio che questi non siano gli opinionisti di carta e tv, ma altri. E allora chi sono questi altri? Chi è che decide di standardizzare i grandi temi romanzeschi? Solo lo scrittore? Chi è che tenta di guidare (a volte riesce e a volte no) la coscienza collettiva tra pubblico ed autori, il critico? Il presentatore tv? Chi è che nella catena: fonte- messaggio- pubblico- effetti si pone tra il messaggio e il pubblico? Credo che la visione di Spinazzola a riguardo sia un po’ datata (vedi l’esempio Eco-anni 80).
Pubblicato da: Francesco Sasso - 23.01.06 17:55
Caro Francesco, avresti voglia di ampliare il tuo discorso? Magari solo (e vabbè, il suggerimento non viene proprio dal pulpito giusto...) aumentando il numero delle domande. O circostanziandole (se si può).
Che poi, se me lo mandi, ne faccio un post; e ci ragioniamo su.
Pubblicato da: giuliomozzi - 23.01.06 19:25
Caro Giulio, concordo con Spinazzola (e, per proprietà transitiva con Iannozzi) sulla noiosità di "Con le peggiori intenzioni" che, come ti ho già detto mesi orsono, è ancora parcheggiato nello scaffale degli "illeggibili" della mia biblo, dopo sofferta lettura fino a pagina 50 circa. La stessa fine hanno fatto "Pausa caffé" e, purtroppo, "Perceber". Tu dirai: e chi se ne frega del parere di quel scassascroti di za'. Beh, hai ragione. Ma vedere che altri condivide il mio (modesto) parere mi ha fatto provare un (contenuto) orgasmo intellettuale, di cui mi è piaciuto dar conto al colto e all'inclita. E già che ci sono, ti dico che, invece, non concordo sul giudizio espresso in unica soluzione su Faletti, Avoledo e Biondillo. Non andavano accomunati, perchè Avoledo e Biondillo sono alcuni gradini al di sopra di Faletti, che tende prevalentemente ad effettacci granguignoleschi, senza vero approfondimento. Certo non ci sono paragoni, in positivo, con "Il nome della rosa" e, in negativo, con "Va' dove ti porta il cuore". Rimane, quindi, il problema del bestsellerismo pilotato dai "maestri" del gusto o del pensiero, che poi non si sa da chi siano investiti di tale prerogativa.
Vari mesi orsono - te ne ricordi certamente - abbiamo amabilmente (?!) disquisito sugli scrittori che pubblicano perchè "sostenuti" da amici, parenti, amanti, compagni, correligionari, ecc. ecc. e su tutti gli altri che, non avendo protezioni, sono esposti ai rifiuti delle case editrici; anche se i loro libri sono belli e ben scritti, ma - secondo gli editor - non hanno (presunta) validità commerciale. Risultato: si pubblicano solo libri di autori stranieri (qualsiasi porcheria, se l'autore ha nome "estero", va a finire il libreria), testi di autorevoli barzellettieri e via cantando (e pagando di tasca propria 3.000 copie - non è vero? - qualsiasi brocco diventa purosangue). E si pubblicano, purtroppo, anche libri che finiscono nello scaffale degli "illeggibili". Infatti non è detto che romanzi che entusiasmano l'editor facciano lo stesso effetto al lettore comune.
Pace e bene.
za'
Pubblicato da: za' - 23.01.06 21:22
A modest proposal
io credo che il personale dei megastore del libro sia in questo momento il più qualificato e adatto a discutere del grande assente di cui Giulio Mozzi come Spinazzola come direi un sacco di operatori editorial/culturali vorrebbero conoscere l'identità, ossia il "lettore medio". Perché senza conquistare il lettore medio, non si superano le centinaia di copie vendute, no?
E allora: quanti anni, quanti soldi, che istruzione ha il compratore - se non il lettore - medio di Piperno? Che non è un blogger, che non è un operatore editorial/culturale, che non è uno del circolo della lettura...
Pubblicato da: Paolo S - 24.01.06 13:21
Caro Paolo, intendi dire che il "lettore medio" di Piperno "non è un blogger, non è un operatore editorial/culturale, non è uno del circolo della lettura" in quanto chi sia "blogger, o operatore editorial/culturale, o uno del circolo della lettura" non può essere in ogni caso considerato un "lettore medio"; oppure intendi affermare precisamente che il "lettore medio" di Piperno non può essere "un blogger, o un operatore editorial/culturale, o uno del circolo della lettura"? Se intendi la prima cosa, mi pare che non servano spiegazioni. Se intendi la seconda cosa, puoi spiegare perché?
Pubblicato da: giuliomozzi - 25.01.06 07:36




