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02.01.06
Chick lit, (post)romantiche senza miele
di Laura Pugno
[Questo articolo di Laura Pugno è apparso nel quotidiano il manifesto del 28 dicembre 2005. gm]
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La chick lit, la narrativa «al femminile» colorata di rassicurante rosa (o di rosso audace), è diventata grande? Sembrerebbe di sì, visto che questo genere di scrittura ha cominciato - e per la verità non da oggi - a produrre la sua paraletteratura e la sua critica. È il caso di saggi freschi di stampa come Chick Lit: The New Woman's Fiction, a cura di Suzanne Ferris e Mallory Young, pubblicato da Routledge lo scorso ottobre o The Feminist Bestseller: From Sex and the Single Girl to Sex and the City di Imelda Whelehan, uscito a novembre per Palgrave Macmillan. O ancora, di corsi monografici come quelli tenuti da Brenda Bethman, direttore del Women's & Gender Equity Resource Center alla Texas A&M University: Flirting with the `F-Word': Chick-Lit and (Post)Feminism, che vertono su temi come «chick lit e femminismo, post o antifemminismo», «consumo, moda e shopping», «Jane Austen e altre progenitrici» e «rappresentazioni della sessualità». Pur disceso dai magnanimi lombi della Austen, il «rosa» - a differenza di altri generi colorati di giallo e nero - non è stato ancora completamente sdoganato, ai piani alti della Repubblica delle Lettere. Non che la macchina editoriale internazionale, a dire il vero, se ne preoccupi troppo, anche se molta acqua è passata sotto i ponti dai tempi di Liala e di Barbara Cartland. Non c'è genere che la rivoluzione femminile abbia trasformato come questo, rivoluzionandone, primum, le lettrici. E se nella fiction che punta al best-seller il bisogno d'evasione si mescola sempre a quel gemello diverso che è il bisogno di riconoscimento, nessuna categoria sociale sembra vivere questo secondo sentimento in modo tanto marcato quanto quella che a memoria d'uomo e donna non è mai esistita prima: le trentenni urbane più o meno malamente upwardly mobile, ammesso che il precariato tanto di moda lo conceda, con o senza figli, con o senza uomini, ma comunque protagoniste di una biografia, di una carriera, di qualcosa, a prescindere dalla presenza di mariti, figli, padri, fratelli. Un ruolo che in passato la storia riservava - sarà bene non dimenticarlo tanto presto in questi tempi di «casalinghe disperate» e di ritorni al focolare che qualcuno vorrebbe coatti - solo a poche personalità d'eccezione.
Fate madrine
Quando, abbandonando sospiri e svenevolezze ormai rétro per un approccio spesso e volentieri (auto)ironico, il rosa nella sua forma moderna rinasce con le piume di chick lit, due sono le fate intorno alla sua culla: l'inglese Helen Fielding, che non ha mai fatto mistero delle sue ispirazioni austeniane, e l'americana Candace Bushnell. Da un lato e l'altro dell'Atlantico, le due sembrano seguire percorsi di vita e di scrittura paralleli: entrambe redattrici di seguitissime rubriche, per The Independent e The New York Observer; entrambe assurte a fama prima nazionale, poi internazionale per i libri che ne hanno ricavato, vale a dire Il diario di Bridget Jones e Sex and the City, da cui sono stati tratti rispettivamente due film e una serie televisiva da sei stagioni che da non molto si è conclusa lasciando orfane legioni di telespettatrici e anche alcune falangi di telespettatori. Certo, a voler essere tecnici, il termine stesso, chick lit, è precedente all'oggetto in sé: il primo Bridget Jones è del 1996, Sex and the City esce in volume l'anno dopo, ma già prima, alla metà degli anni Novanta, Cris Mazza, scrittrice e oggi docente di scrittura creativa alla University of Illinois di Chicago, aveva curato, insieme a Jeffrey Deshell e a Elisabeth Sheffield, per i tipi della casa editrice FC2 l'antologia Chick Lit: Postfeminist Fiction, poi ripubblicata nel 2000 e presto seguita da una seconda, Chick Lit 2: No Chick Vics. Questa piccola disamina, tra cronaca ed etimologia, serve rapidamente a chiarire quanto e come nella chick lit si nasconda una doppia anima: commerciale e alternativa, consumista e (post)femminista. La scrittura in prima (ma a volte anche in terza) persona femminile confessionale sembra incarnare il concetto di paradessenza che nel romanzo di Alex Shakar La Selvaggia (Fanucci) riassume l'essenza della desiderabilità di ogni merce: il possedere, al tempo stesso, una qualità e il suo esatto contrario. Femminista o post nelle intenzioni, attaccata alle formule e spesso al marketing nelle realizzazioni, con Helen e Candace la chick lit dilaga.
Nonostante le somiglianze tra le due autrici, tuttavia, i due personaggi chiave scaturiti dalle penne di Fielding e Bushnell, vale a dire Bridget Jones (portata sullo schermo da Renée Zellweger) e Carrie Bradshaw (interpretata da Sarah Jessica Parker), non potrebbero essere più diversi. Delle nuove trentenni, la prima porta a galla soprattutto le fragilità, la seconda i punti di forza; e se Fielding ha lasciato la strada vecchia per la nuova, abbandonando il tormentone delle single infelici e sovrappeso per avventurarsi, con il suo Olivia Joules dall'immaginazione iperattiva (Sonzogno 2004), nei territori di un nuovo genere che Karen Valby dell'«Entertainment Weekly» ha stigmatizzato come «terror trash», Bushnell nel suo nuovo libro, Lipstick Jungle, uscito a settembre per Hyperion, si tiene ben stretta alla formula della donna cool e indipendente - anche se perennemente insoddisfatta di qualcosa o di qualcuno - che le ha garantito il successo.
Il gusto dolce del potere
Da più parti, al suo annuncio, l'ultimo titolo di Bushnell è stato salutato come l'atteso seguito di Sex and The City, cosa che non è: diversa l'età delle protagoniste, le quali ormai veleggiano nei mari inesplorati dei quaranta, e diverso soprattutto il filo conduttore, che non è più la ricerca a volte ossessiva dell'amore, ma piuttosto la scoperta sempre più approfondita della «dolce, cremosa sensazione del potere», mentre resta di assoluta importanza l'amicizia femminile, come legame che attraversa gli anni, i cambiamenti di stato civile, le trasformazioni personali, e sembra dover compensare tutto quello che l'amore eterosessuale non può offrire. Nella New York feroce e dorata delle grandi corporations e dell'editoria glamour, dove per due delle tre protagoniste una semplice corsa in metropolitana si trasforma in metafora del nadir esistenziale, della discesa agli inferi - ma anche di un salutare ritorno con i piedi per terra - le donne, afferma Bushnell, possono avere tutto. Forse non altrove (non in Europa, sostiene per esempio l'autrice, il che, anche a volersi buttare dietro le spalle le singolari prospettive d'Oltreoceano con una scrollata delle stesse, dà comunque da pensare), forse non contemporaneamente, ma il finale del romanzo è alieno da moralismi, e bisogna dire che, a leggere qui dall'osservatorio Italia, da un paese in cui si è ancora al punto di dover disputare sulle quote rosa, le potenti signore di Bushnell hanno un che di rinfrancante. E chissà che anche Lipstick Jungle, a quanto pare destinato, come Sex and The City, a trasformarsi in una serie televisiva - per la Nbc - non svolga la stessa funzione anticipatrice, di battistrada dei costumi, del suo ironico e liberato predecessore.
Parlando di traduzioni e adattamenti, dalla pagina scritta allo schermo o da una lingua a un'altra, anche in Italia la chick lit internazionale ha da tempo dato vita alla sua gemmazione nazionale. Non che il rosa all'italiana sia una novità ma il salto generazionale ha modificato geneticamente il pubblico delle lettrici. Se nonne e madri hanno garantito negli anni il successo «televisivo» di nomi come Maria Venturi o Sveva Casati Modignani, figlie e nipoti leggono magari la Lisa Corva di Confessioni di un'aspirante madre, pubblicato per Sonzogno lo scorso maggio, che racconta con humour l'odissea di Emma, che vuole avere un bambino «dalla parte sbagliata dei trentacinque», e si barcamena tra spermiogrammi, inseminazioni, Fivet. (Meno di un mese dopo, il 12 e 13 giugno, ai referendum sulla fecondazione assistita e la libertà di ricerca, l'Italia è assente). Oppure, passando con disinvoltura dal prodotto locale a quello in inglese e perciò globale, leggono la Sarah Tucker di Sex SMS (Harlequin Mondadori).
Dietro la copertina
Proprio questi due libri fanno riflettere su quanto la traduzione sia in realtà anche un lavoro di modifica delle percezioni. Il titolo originale del libro di Tucker è The last year of being single, e l'antefatto narrativo del romanzo è l'effetto raggelante che un aborto vissuto dalla protagonista ha sui suoi rapporti con il fidanzato Paul, cattolico irlandese, e le conseguenze di questa sofferenza negata sulla quinquennale relazione avviata a nozze, che va prevedibilmente a scatafascio. (Difficile dedurre tutto questo da due paroline come Sex SMS). Sia in Corva che in Tucker la narrazione è leggera e disinvolta, la materia narrata, a grattare appena sotto il rosa-rosso delle copertine, non lo è.
Qui da noi, il luogo deputato a una riflessione sulle sorti, la funzione e il futuro di un genere letterario che ha avuto il singolare destino di passare, più o meno, da oppio dell'altra metà dei popoli a ironico strumento di marketing della questione femminile, è senza dubbio il Women's Fiction Festival di Matera, ideato da Elizabeth Jennings, Maria Paola Romeo, Mariateresa Cascino e Giovanni Moliterni. Nell'edizione 2005, sia Tucker che Corva erano tra le invitate, insieme a Alessandra Appiano, Kyra Davis, Liana Merrill, Camilla Baresani e la cantante Dolcenera. Particolarità del festival, rispetto ad altre rassegne letterarie, è la sua struttura a workshop - in italiano e in inglese - che abbina ad eventi aperti al pubblico incontri seminariali tra aspiranti autori e figure di rilievo dell'industria editoriale di settore. La manifestazione, infatti, è organizzata in collaborazione con Harlequin Mondadori, la joint venture internazionale che al rosa «seriale» degli Harmony ha affiancato dal 2002 la collana Red Dress Ink.
Sul fondale dei Sassi di Matera dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'Unesco, il taglio «industriale» del Women's Fiction Festival ha un che di dissacrante e insieme di paradossalmente idealista, perché non è naturale, ma ancora ci sembra tale, che un festival letterario sia più facile da impiantare a Mantova come il fortunato Festivaletteratura, o a Reggio Emilia come l'avventuroso Ricercare (che Renato Barilli, in un recente intervento sul blog di Davide Bregola, annuncia destinato a rinascere nei pressi di Bologna, nel comune di S. Lazzaro di Savena).
Se le prime due edizioni della manifestazione sono state dedicate prevalentemente al rosa, la terza edizione, che si terrà dal 20 al 23 settembre 2006, punta invece al thriller e alla suspence. Del resto, sui maturi mercati d'oltreoceano la chick lit si dirama ormai in rivoli di narrazioni parallele sempre più specializzate, dal mystery allo storico, al cristiano-fondamentalista, all'erotico, dall'etnico (che sia latino, afroamericano, Native American o Arab-American), fino al rosa gotico-paranormale, che ultimamente, forse sull'onda della passione per la Wicca e del successo di Harry Potter & Co, è particolarmente in voga. Come si diceva negli anni Settanta, le streghe son tornate.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.01.06 21:47
Interventi
E meno male che sono tornate! Per troppo tempo sono (siamo)state in silenzio. Ci voleva un governo di destra (in Italia almeno) con i suoi continui attacchi alla nostra libertà di scelta (vi ricordo la manifestazione a Milano in difesa della legge 194 e di molto altro) per dare uno scossone alle donne, per farle tornare attive e presenti in massa, per farsi sentire dalla politica, meglio: per tornare a fare davvero politica.
Pubblicato da: Annalisa Bruni - 03.01.06 12:40
