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03.01.06

Che cosa chiedo alla critica letteraria (articolo troppo lungo)

di giuliomozzi

giulio_piccolo.jpgSiccome questo articolo è troppo lungo, comincio riassumendolo in due battute.
Domanda: che cosa chiedo alla critica letteraria?
Risposta: che mi racconti che cosa sta succedendo.
Chi è interessato alla versione lunga dell'articolo, vada avanti.

La domanda è dunque: che cosa chiedo alla critica letteraria?
Cominciamo facendo a pezzi la domanda.

Io.

[a] Sono io, che chiedo. E io chi sono? Io sono:

- un lettore di testi genericamente identificabili come "opere letterarie" (e non mi metto qui a discutere che cosa sia opera letteraria e che cosa non lo sia) (e sono ovviamente un lettore anche di testi di altra specie, generalmente identificabili come "opere saggistiche", "opere d'informazione", "opere filosofiche", "opere di cultura musicale", eccetera; ma a propositodi questi altri testi, non genericamente identificabili come "opere letterarie" - ma che, secondo me, potrebbero benissimo essere identificati come "opere letterarie" -, alla critica letteraria non chiedo, per ora e per semplifciare, proprio niente).

- un produttore di testi genericamente identificabili come "opere letterarie" (e non ne faccio una questione di qualità: che siano opere letterarie magnifiche o scarse, è un'altra faccenda). (E sono, per di più, uno che queste opere letterarie le pubblica, essendosi guadagnato un posto al sole - magari un solicello e non un solleone, ma non è questo il punto - nel territorio della Repubblica Delle Lettere: sono un autore autorizzato). (E sono, naturalmente, anche un produttore di testi non genericamente identificabili come "opere letterarie", come ad esempio questo testo che state leggendo, o come la maggior parte dei testi miei che potete leggere in vibrisse, o come le migliaia di testi che ho scritti mentre lavoravo presso l'ufficio stampa della Confartigianato del Veneto - che, secondo me, potrebbero benissimo essere identificati come "opere letterarie": ma non è questo il punto).

- un pubblicatore di testi genericamente identificabili come "opere letterarie" (di nuovo: non è questione di qualità ecc.) in quanto consulente editoriale letterario, ossia persona che ha la facoltà di proporre a un'azienda editoriale testi genericamente identificabili come "opere letterarie" da pubblicare o da ripubblicare (e persona che, per questo lavoro di ricerca, o di scouting come pare sia di moda dire, è appositamente remunerata). (Dove, tra parentesi, vale la pena di specificare che il mio lavoro è trovare e proporre testi: il mio lavoro in somma non è decidere che cosa pubblicare, ma proporre che cosa pubblicare; ovvio che l'azienda, se per questo addirittura mi paga, ha una qualche fiducia nella mia capacità di cercare e proporre: quello che ho è comunque un potere).

Queste tre cose che "sono", sono in effetti tre cose che "faccio". Io agisco come lettore (scegliendo, acquistando, prendendo in prestito, leggendo, proponendo ad amici ecc.), agisco come produttore di testi (scrivendo, pubblicando ecc.), e agisco come pubblicatore (leggendo, scegliendo, proponendo, interpellando, talvolta inventando ecc.).

Critica letteraria.

[b] Con la formula deliberatamente generica di "critica letteraria" identifico almeno tre attività:

- l'attività della cosiddetta "critica accademica", che si esercita prevalentemente su materiali letterari del passato (e che cosa appartegna al passato, e che cosa invece al presente, potrebbe essere il punto di un'altra discussione: ma non di questa) e porta con sé, non sempre ma spesso, un approccio storiografico: un "critico letterario accademico" è, mi sembra, quasi inevitabilmente (registro un dato di fatto, forse tipicamente italiano) uno "storiografo della letteratura"; o, forse più esattamente, gli storiografi della letteratura, che sono pressoché tutti accademici, esercitano non sempre ma spesso anche l'attività di critica letteraria.

- l'attività della cosiddetta "critica militante", che si esercita prevalentemente, se non esclusivamente, su materiali letterari del presente (e che cosa sia presente, ecc.); che ha al centro del suo interesse il giudizio di valore sull'opera letteraria di volta in volta considerata; che tende a ridurre il suo interesse storiografico, pur presente, all'individuazione di connessioni e relazioni nell'ambito di periodi brevi (dall'inizio degli anni Ottanta a oggi, ad esempio); ed è esercitata, queta critica, mi pare, oggi come oggi, tanto da accademici (in particolare da accademici giovani) quanto da non accademici (ma, forse, con particolare prestigio dagli accademici);

- l'attività dei cosiddetti "giornalisti di cultura (di letteratura)" che si esercita prevalentemente su materiali letterari del presente o, se si rivolge a materiali del passato, adotta in genere un atteggiamento non tanto "storiografico" quanto "attualizzante" (sempre che non si consideri, come è possibile fare, e come io sarei propenso a fare, tutta l'attività storiografica come attività di attualizzazione).

Chiedo.

[c]Che cosa faccio io, rivolgendomi alla critica letteraria? Io chiedo. Se chiedo, è perché penso di poter chiedere: penso che la relazione tra la critica letteraria e uno come me, che sono quel che sono, sia una relazione nella quale mi è possibile (ha senso, ne ho il diritto ecc.) chiedere qualcosa alla critica letteraria. La critica letteraria viene spesso raffigurata come una sorta di attività parassitaria rispetto alla produzione di letteratura: così come, mi diceva un amico qualche giorno fa, gli entomologi sono, per così dire, parassiti degli insetti. A me questa raffigurazione convince poco. Un'attività e la critica dell'attività stessa a me sembrano cose congiunte e inestricabili. Non oserei mai sostenere che la critica del pensiero sia un'attività parassitaria del pensiero, che la critica della produzione d'immaginario sia un'attività parassitaria della produzione d'immaginario, che appunto la critica letteraria sia un'attività parassitaria della produzione di letteratura. La critica letteraria, nella mia immaginazione (non oso dire: nel mio pensiero, perché qui sto propriamente immaginando) è una cosa congiunta alla e inestricabile dalla produzione di letteratura.

Quando, in una conversazione al bar, io racconto una cosa, e un'altra persona racconta un'altra cosa in qualche modo connessa a quella che io ho raccontato, che cosa fa l'altra persona? Si può rispondere: contribuisce, inanellando il suo racconto al mio, alla produzione di immaginario narrativo. Ma si può dire anche (e, sospetto, con altrettanta ragione) che l'altra persona, inanellando il suo racconto al mio, e quindi dicendo qualcosa sul mio racconto per mezzo del suo ulteriore racconto, fa una critica all'immaginario da me prodotto con il mio racconto.

(Dove il verbo "produrre", in tutto questo articolo, conserva anche il suo significato etimologico di "mettere davanti" all'interlocutore: così come si dice nei procedimenti giudiziari, dove l'accusatore è invitato a "produrre", ossia a mettere davanti al giudicante, le prove delle sue accuse).

Reciprocamente: se ha senso che io chieda qualcosa alla critica letteraria, e se ho il diritto di chiedere qualcosa, la critica letteraria avrà il diritto di chiedere qualcosa a me: a me lettore di testi, a me produttore di testi, a me pubblicatore di testi.

L'intruso.

Dentro la formula deliberatamente generica di "critica letteraria", io però vorrei mettere anche alcune attività che in genere non vengono assimilate alla critica letteraria: la sociologia della letteratura, la descrizione e la storiografia della produzione, della pubblicazione e della lettura dei testi letterari, l'analisi gestionale delle imprese editoriali, e così via. Queste attività intruse, che io appunto vorrei intrudere nella cosiddetta "critica letteraria", potrebbero essere raccolte approssimativamente sotto l'etichetta di "storia materiale della letteratura" (dove la parola "storia" vale più o meno come nella formula "storia naturale", oggi in disuso ma a lungo adoperata per identificare quella che comunemente si chiama "biologia").

L'opportunità (non oso dire la necessità) di intrudere la storia materiale della letteratura nella critica letteraria può essere suggerita con qualche esempio. Nel momento in cui mi risulta evidente che uno dei più illustri e stimati attori e teorici della critica letteraria si rivolge alla letteratura contemporanea secondo criteri di appartenenza sessuale, editoriale e accademica più che secondo criteri di lettura (vedi l'articolo: La tabella di Cesare Segre), mi risulta evidente anche che non posso leggere una sola riga di un testo di critica letteraria senza tener presente la storia materiale della letteratura. Nel momento in cui è possibile descrivere un evento in atto che tende non a marginalizzare la "letteratura non spettacolare", ma semplicemente ad abolirla (vedi l'articolo di Carla Benedetti Genocidio culturale), diventa impossibile non considerare ciò che chiamiamo genericamente "letteratura", ossia il complesso delle "opere letterarie" pubblicate, tenendo ben presente la storia materiale della letteratura stessa.

Letteratura, altro.

Un mio chiodo fisso (i lettori di vibrisse lo sanno) è: quando si parla di letteratura, per piacere, parliamo di letteratura (e non di editoria, sociologia della lettura ecc.). Nell'articolo La letteratura non esiste, di qualche mese fa, si trova l'indice di una discussione durante la quale su questo chiodo fisso ho martellato parecchio. Non credo certo che la cosiddetta "letteratura" sia una faccenda che nasce e cresce in vitro, lontana dai turbamenti e dal chiasso del mondo. Sospetto che una "storia naturale della letteratura" (non quindi solo "materiale") potrebbe essere capace di distinguere, al suo interno, diversi campi di ricerca - e quindi diversi linguaggi tecnici, diversi approcci, diversi immaginari, diverse teorizzazioni). Mi irritano le confusioni. Confusione è quando un giudizio di valore ("E' bello", "E' brutto") viene motivato con ragioni editoriali ("L'hanno letto in milioni": ragione considerata sufficiente, seguendo l'orientamento ideologico del parlante, tanto per dire: "E' bello", quanto per dire: "E' brutto") o con ragioni etiche ("E' impegnato, quindi è bello", "Che palle, un altro romanzo impegnato"), eccetera. Confusione è quando un giudizio di valore viene scambiato per un giudizio di importanza storica o viceversa. Eccetera.

Sospetto, ad esempio, che il critico militante, nel momento in cui si accinge ad emettere un giudizio di valore su un'opera letteraria, dovrebbe tenere ben presente la storia materiale della letteratura: non per inquinare il giudizio di valore con argomenti estranei, ma al contrario per isolarlo. Analogamente sospetto che il critico accademico, nel momento in cui si accinge a narrare un periodo della nostra letteratura, dovrebbe tenere ben presente la distinzione tra i giudizi di valore, che concernono le opere come eventi singolari o mostri di natura, e la storia naturale della letteratura: che è piuttosto una storia di lunghe durate.

Al dunque.

E invece no, non arrivo subito al dunque: passo ancora attraverso un esempio, anzi due. Mi è capitato di leggere, nelle settimane scorse, una bella monografia di Luca Clerici: Il romanzo italiano del Settecento. Il caso Chiari (Marsilio). Ne estraggo due citazioni: "Per farsi un'idea del successo della narrativa di Pietro Chiari e della sua straordinaria diffusione, basta considerare un fatto: i primi quattro romanzi pubblicati dall'abate bresciato andarono a ruba fino a totalizzare la bellezza di 42 edizioni. Alla fine della sua carriera, la tiratura complessiva dei romanzi immessi sul mercato si può quantificare in almeno 200.000 copie" (p. 19): che, per il Settecento, sono proprio tante. Ma chi volesse leggersi, se non altro per comprendere il gusto del tempo, o per immaginare quale fosse l'atteggiamento del lettore italiano settecentesco nei confronti di questa grande novità - la letteratura romanzesca -, le opere dell'abate Pietro Chiari, andrebbe incontro a non poche difficoltà. Clerici cita Gian Battista Marchesi: "Ricercare i romanzi editi in Italia nel Settecento, era impresa non facile, poiché tutti, vuoi per il loro scarso valore artistico, vuoi perché immorali, o imbevuti di idee rivoluzionarie, dopo il 1815 andarono dispersi e caddero in dispregio. Le biblioteche pubbliche ne sono pressoché del tutto prive", e aggiunge: "Una situazione peggiorata nel Novecento. Le poche prime impressioni sopravvissute fino ad oggi sono le più accurate da un punto di vista tipografico (e dunque le meno diffuse [perché più costose, gm]) e le edizioni dei titoli meno apprezzati dai lettori [quindi rimasti in quantità nei magazzini. gm]: i libri che riscattano la loro vocazione popolare con l'eleganza della confezione e le giacenze. Ci rimangono insomma non pochi romanzi di secondo piano, mentre i più importanti best-seller sono introvabili: non a caso l'edizione originale ella Filosofessa italiana, il massimo successo romanzesco chiariano, risulta irreperibile" (p. 20). Per chi si fosse incuriosito incuriosito, della Filosofessa c'è un'edizione moderna, presso Manni.

In somma: Pietro Chiari fu un evento letterario importante; del quale si è perduta traccia così tanto, che nemmeno si trovano le edizioni originali dei libri. Nella Storia della letteratura italiana curata da Enrico Malato per le edizioni Salerno (e che io possiedo nell'edizione economica distribuita in edicola dal Sole / 24 ore) c'è, nel volume dedicato al Settecento, un saggio (di Martino Capuci) dedicato a "La prosa narrativa, memorialistica e di viaggio. Avventurieri e poligrafi, letterati, critici, polemisti" (dove l'effetto "di tutto un po'" non è una scelta di Capucci: nel Settecento i generi letterari non erano ciò che sono oggi; e la professione di scrittore non era ciò che è oggi). Capucci comincia speigando che il romanzo è, in Italia, un genere d'importazione; dichiara: "Non è questa la sede per un'accurata descrizione della fortuna del romanzo europeo in Italia" (p. 706); fa due pagine di elenco di traduzioni italiane di romanzi inglesi e francesi (solo il Werther dal tedesco) e poi passa a parlare (in tre pagine) del Chari, del quale dice: "Aveva fiuto, ovvero capacità di sentire con prontezza quali fossero i gusti del pubblico e quali operazioni potessero dar corpo a una moda socialmente, ed economicamente produttiva" (p. 708), "I personaggi sono per lo più figure sfocate; e non è raro il caso che vicende patetiche riescano involontariamente comiche. Secondo Baretti non si sarebbe dovuto leggere questi romanzi; ma per Chiari, come per altri anche più mediocri, vale il principio che il romanzo, più di altri generi, è un segno dei tempi, e quindi, in una visuale documentaria, quasi sempre significativo" (p. 709), "Rilievo alto ha l'elemento esotico, secondo un meccanismo simbolico che la cultura del Settecento, nella sua critica dell'eurocentrismo, propinò in tutte le salse" (p. 710). Le stesse scelte lessicali di Capucci ci fanno capire che egli considera l'oggetto del suo studio volgare ("propinò in tutte le salse"), degradato dall'interesse economico ("economicamente produttiva"), tecnicamente inconsapevole ("involontariamente comiche"), eccetera. Come sia potuto accadere che romanzi così "mediocri" siano stati letti così tanto (200.000 copie di venduto, nel Settecento, immagino voglia dire che li leggevano tutti), è cosa che per Martino Capucci si spiega solo con il "fiuto" di Pietro Chiari.

Ora: io sono sbalordito da un'opera di storiografia letteraria, vasta e abbondante come quella in questione, che circa un fenomeno così rilevante come il romanzo settecentesco si limita a tirare via, a segnalare la sciatteria delle opere, e in sostanza a far capire che sarebbe meglio non occuparsene. La mia famiglia è una famiglia nella quale da parecchie generazioni si studia (anche le donne studiavano: ho una trisavola laureata in legge). Ho quindi la fortuna di poter attingere ad alcune biblioteche di famiglia. In queste biblioteche abbondano le opere letterarie delle quali non c'è traccia nelle opere di storiografia letteraria - o, se c'è traccia, è una traccia come quella che ha lasciato il Chiari nel saggio di Capucci: "Purtroppo c'è anche 'sta roba qui, ma non è da leggere". La generazione dei miei genitori è cresciuta (prima della guerra) leggendo i libri di Mario Appelius, Arnaldo Fraccaroli, Guido Da Verona, Lucio D'Ambra, Luciano Zuccoli, Fausto Maria Martini, Paolo Monelli, Anne Vivanti, e così via. Oggi, se trovo traccia di questi libri nelle opere di storiografia letteraria, la trovo ad esempio sotto la rubrica: "paraletteratura"; che è già, con quel "para" messo davanti, un giudizio di valore.

Ma che c'entra, dico io, il giudizio di valore? Se una generazione è cresciuta leggendo contemporaneamente alcuni capolavori e una gran quantità di libracci, e magari assegnando ai libracci un'importanza pari o superiore a quella assegnata ai capolavori, questo è un fatto privo d'interesse? La storiografia letteraria deve essere per forza una rassegna di capolavori? O non può essere invece una vera e propria storiografia della letteratura? Le opere storiografiche di cent'anni fa, in cui si parlava solo di re principi battaglie trattati di pace belle frasi dette in momenti oportuni, ci sembrano irrimediabilmente datate. I musei di duecent'anni fa, nei quali si radunavano le cose secondo il principio della bizzarria, della rarità e della straordinarietà, ci sembrano irrimediabilmente datati. I trattati di storia naturale di trecent'anni fa, dove si dava più spazio agli animali mitologici che alle vacche e alle zanzare, ci sembrano irrimediabilmente datati. Ma la storiografia letteraria d'oggi, mi pare somigli più a quelle opere storiografiche, a quei musei, a quei trattati di storia naturale di cento, duecento, trecento anni fa. E' una storia di eccezioni, di capolavori, di mostri.

(Noterella. Se pubblico un romanzo - oggi - e dico: "Ehi, ragazzi, guardate che questo è un capolavoro", tutti mi dànno la baia. Che è come dire: "Oggi non sono possibili, in Italia, i capolavori; non c'è quindi storia in atto, oggi, in Italia". La verità è che chi mi dà la baia è convinto che non ci sia più storia, e quindi che non possano darsi, oggi, in Italia, dei capolavori).

Al dunque per davvero.

Io chiedo, dunque, alla critica letteraria, di raccontarmi che cosa sta succedendo: perché io sono disorientato. C'è un coro enorme che dice: non sta succedendo niente. A me invece sembra che stiano succedendo molte cose. Leggo articoli e saggi di critica letteraria, e ci trovo dentro l'analisi di singole opere, il giudizio di valore su singole opere, ricostruzioni microstoriografiche che talvolta non rimontano più indietro del 1996, e quasi mai del 1980.

Io ho un problema: fare la letteratura. La faccio da lettore, da produttore, da pubblicatore. Sono un privilegiato con un certo potere e una certa responsabilità. Incrocio persone che "immaginano scenari" (metto le due parole tra virgolette perché, per me, "immaginare scenari" è una formula esageratamente anni Ottanta): ma sono poche, molto poche. Le vedete nei link di vibrisse: Giuseppe Genna, Loredana Lipperini, i ragazzi di Carmilla, i Wu Ming. Potrei aggiungere Massimiliano Parente e, a modo tutto suo, Marco Candida. Davide Bregola ci si è messo d'impegno con la sua inchiesta sul "romanzo del ventunesimo secolo". Ma, come si vede, la compagnia è piuttosto eterogenea e confusa.

Io devo leggere delle opere letterarie, produrre delle opere letterarie, pubblicare delle opere letterarie. Devo agire. Ho bisogno di conoscere il contesto. Ho bisogno di "immaginare scenari". Ho bisogno di fare scommesse su ciò che avrà importanza e valore domani. Ho bisogno di ragionare in termini di "correnti" che attraversano l'oceano delle lettere, rimescolandolo.

Questo chiedo alla critica letteraria. E se mi chiedeste perché mai ci metto così tante parole, la risposta è: succede spesso che le cose evidenti, se non sono evidenti all'interlocutore, ci vogliano un sacco di parole per fargliele vedere.

Un esempio, per finire.

Faccio un ultimo esempio, tanto per finire. Nel settembre scorso ho pubblicato in vibrisse un saggio di Gabriele Dadati intitolato: Perceber, La macinatrice, Neuropa: una lettura sinottica. Gabriele Dadati credeva di ravvisare in questi tre romanzi un "campione" di una qualche nuova letteratura: e vi associava anche Residui di Stefano Massaron, I canti del caos di Antonio Moresco e Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei. Parlando con Dadati, io ci aggiungevo anche City di Alessandro Baricco. E non so più chi mi segnalò opportunamente Santa Mira (fatti e curiosità dal fronte interno) di Gabriele Frasca. A me, effettivamente, queste opere narrative sembrano essere molto "sorelle". E mi sembra che siano molto differenti da tutto quanto si pubblica in questi anni in Italia.

Mi rendo conto che accostare in un elenco, oggi, i nomi di Moresco e di Baricco, può sembrare una bizzarria o una provocazione. Non è questa la mia intenzione. Una domanda per la critica letteraria è, ad esempio: queste opere letterarie che ho citate (queste e altre, non tutte queste e invece altre, eccetera: come volete) sono o non sono una nuova "corrente" che sta attraversando l'oceano delle lettere italiane?

Mi fermo qui.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.01.06 12:59

Interventi

Scusa, volevo solo farti notare l'unico errorino di battitura : "Ma che c'entra, dio io, il giudizio di valore?.." Però, che combinazione..;)

Pubblicato da: dio io - 03.01.06 13:56

Grazie Paolo. Ho corretto: "dico io".

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.01.06 15:13

Io ho in mente un modello di innovazione, in fatto di Letteratura, che è questo: l'innovazione è un desumere elementi della tradizione letteraria e rigrammaticalizzarli in una unità nuova.
Ad esempio: a un certo punto Giacomo da Lentini prende alcuni elementi della tradizione (la stanza di canzone; l'endecasillabo che è poi la traduzione del décasyllabe francese; la rima ecc.) e fa un'operazione tale per cui ne esce una innovazione (in questo caso una forma metrica), e cioè il sonetto, che ha regole proprie però "nutrite" da elementi precedenti.
Ora, una cosa che la critica potrebbe fare (tra le altre, naturalmente) potrebbe essere questa (io cercavo di farlo con quel saggio): vedere se in giro c'è qualcuno che prende elementi della tradizione per cercare di produrre una innovazione. Inoltre: vedere se questa innovazione ha eco e per quali motivi. Inoltre: considerare quale ricezione c'è da parte dei lettori.
Questo potrebbe/dovrebbe servire per individuare eventualmente se ci sono innovazioni/correnti/riflessioni formali/ecc e di che tipo. Per dire che "Residui" e "Perceber" e "City" (o gli altri citati) si possono leggere accostati, è necessario astenersi, almeno in un primo momento, da giudizi di valore, e invece proporre analisi formali (tornando al Lentini: propone una forma, poi Petrarca la usa benissimo e Dadati al ginnasio malissimo, ma questo non c'entra: dimostra però una vitalità della forma lunga molti secoli).
Ecco: io auspicherei - tra tutte le altre cose - questo tipo di indagine su strutture (che possono anche non esserci: ma bisogna prima indagare per esserne sicuri). A me sembra che in qualche modo quei testi lì qualche cosa vogliano dire, accostati, proprio perché sono usciti in un breve torno di tempo (e c'è chi mi dice che ne esistono anche di inediti, in gran numero: ma questo onestamente io non lo so). Mi sembra che vogliano dire anche (lo dico grossolanamente) che un certo tipo di opera letteraria, l'opera-mondo, nella tradizione italiana passi dal dominio della poesia ("Divina commedia") a essere anche realizzata in prosa. Il che è piuttosto interessante, apre una prospettiva.

P.S. Scusatemi: il saggio in questio è adesso anche sull'ultimo numero di Atelier.

Pubblicato da: Gabriele Dadati - 03.01.06 16:21

Recentemente ho intervistato Colombati perché veniva in Puglia a presentare Perceber e sulla questione opere-mondo (io concordo pienamente con quanto scritto da Dadati nel saggio citato)si esprime chiaramente:

IO:Eppure non sei stato il solo a “voler ficcare il mondo intero in un solo romanzo”. Nel 2005 sono usciti “Neuropa” di Gianluca Gigliozzi e “La macinatrice” di Massimiliano Parente. Potrei anche aggiungere l’inedito “Jazzrusalem” di Giordano Meacci. Tutti romanzi massimalisti, tutte opere “mondo” ipercitazioniste ed enciclopediche. Tutti autori nati nei primi anni Settanta, che hanno trascorso i migliori anni della loro “giovinezza” a comporre il “grande romanzo italiano”. Si tratta solo di una coincidenza?

COLOMBATI:“No, non penso che sia una coincidenza. Credo si tratti di una reazione ad una stagione editoriale (più che letteraria), in cui finalmente in Italia sono arrivati, ad esempio, i romanzi di Pynchon, di Gaddis, di Foster
Wallace, di DeLillo. Questa cosa del “romanzo massimalista” o “postmoderno” - del “romance” a scapito del “novel” - mostra già la corda, negli Stati Uniti. Ma qui da noi mi sembra giusto tentare, provare a
rifuggire dai soliti compitini minimalisti senza sangue, messi in bella prosa per un centinaio di pagine. D’altronde, l'inventore di questo genere di letteratura è il nostro Ariosto”.

Pubblicato da: rossano astremo - 03.01.06 17:02

Giulio, vorrei fare due domande a te. prima ti faccio una premessa:

ilpostodeilibri.it io l'ho messo su perchè avevo un problema. Creare una mia propria geografia letteraria. In questa mia geografia la capacità di costruire una storia è considerata fondamentale.

E' considerata più importante per esempio, del fatto di mettere in bocca ai personaggi delle rilfessioni intelligenti, o di mettere nel testo delle riflessioni inteligenti, o del fatto di fare delle riflessioni intelligenti sulla letteratura all'interno di un romanzo.

Per me, quindi, il giallo e il noir per esempio (considerati come generi solo per capirci su cosa voglio dire con 'raccontare storie') svolgono e hanno sempre svolto nella letteratura una funzione fondamentale. ( Una come la Murodch - che è molto intelligente,e ci tiene a una riflessione alta, nei suoi romanzi - per esempio, io la tengo per buona per la capacità di costruire storie, non per le riflessioni)
E ancora di più il giallo e il noir, mi sono cari come esempi di generi (assieme di libri di un certo tipo) molto frequnetanti dalle donne. Adesso: per molto tempo ho pensato che questo mio vizio di leggere storie, trame, dovesse essere corretto dallo studio di teorie critiche (o di romanzi pallosi ma ben considerati dalla 'critica ufficiale') poi, ho deciso di fregarmene. Ora, e passo alle domande:

1. io non leggo più recensioni. dò un'occhiata alla pagina della cultura per mera curiosità sociologica. secondo te - te lo chiedo come una che voglia scappare di casa potrebbe chiedere a un amico (Rose Fedder, sai?) - è sbagliato? io vado per collane. oppure seguo - solo quelle - le indicazioni degli scrittori (capaci di scrivere trame, non critiche) di cui mi fido.

2. potrebbe essere che la critica sia (come lo scarparo) un mestiere che si va esaurendo? potrebbe essere che ognuno di noi sempre di più e anche grazie allo sviluppo teconologico (blog, internet), sempre meno avrà bisogno degli specialisti nel campo della letteratura, che io considero come il campo delle storie?

Pubblicato da: angela scarparo - 03.01.06 17:04

Stavo correggendo e mi è scappato il pulsante: la Rose è la Rose Madder di S. King. Gli altri errori perdonatemeli.

Pubblicato da: angela scarparo - 03.01.06 17:11

Angela, provo a rispondere.
1. Non so rispondere (e credo che non si possa rispondere). Leggere le pagine culturali dei giornali, i blog letterari, eccetera, può servire a farsi un'idea di come funziona la società letteraria: storia materiale della letteratura. Devo dire che, in tutto il 2005, una sola recensione mi ha veramente colpito e appassionato e impressionato: quella di Tiziano Scarpa a "Fiona" di Mauro Covacich: http://www.nazioneindiana.com/2005/01/20/su-fiona-di-mauro-covacich/
2. Risposta automatica: se la critica è inestricabilmente congiunta al suo oggetto (come dicevo nell'articolo), credo che oggetto e critica, se proprio devono esaurirsi, non possano che farlo congiuntamente e inestricabilmente. Poiché a me pare che la letteratura stia benissimo, non vedo perché dovrei considerare "in esaurimento" la critica.

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.01.06 17:28

La critica? Mah, io le chiedo, alla critica, di esser solo maggiormente critica nei confronti della letteratura e della narrativa. E d'esser critica con sé stessa.

Ma la critica di oggi non mi piace: è spiazzante, un fatto commerciale, più vicina alla pubblicità che non a un atto critico. In un certo senso ha poco senso leggere le critiche, o le recensioni: mi fido poco, nulla. Preferisco il consiglio d'un amico fidato, che legge per passione. Il consiglio d'un critico non è quasi mai disinteressato.
E manca la chiarezza, quella espositiva: una critica che s'avvale di "elementi criptici" - si intenda pure da intellettualoidi - può tranquillamente servire a nutrire l'ego di chi la scrive, ma dubito assai che nutra quello di chi recensito. E soprattutto non serve ai lettori di recensioni, se ce ne sono ancora.

Poi il pericolo peggiore è quando gli scrittori si improvvisano critici: nessuno glielo nega, d'improvvisarsi anche e carinamente in alcuni casi. Ma il serio rischio è quello che si vada incontro a stonature fatte passare per "opera critica". Vale a dire: le critiche scritte dagli scrittori sono, spesse volte, un "ri-gonfiamento" per il proprio ego artistico, e non altro. Sono qualcosa di artificioso, studiato ad arte, ma che con il libro recensito hanno nulla o poco a che vedere. Ma se lette senza far riferimento al libro, risultano carinamente gradevoli, al palato anche, come un assolo, come un virtuosismo che però è effimero. Appunto: un "ri-gonfiamento" per l'ego dello scrittore, e non per quello che s'intenderebbe recensire.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 03.01.06 17:29

Caro Giuseppe, ma secondo te: la critica oggi fa fatica a essere utile alla letteratura solo perché è diventata "un fatto commerciale", oppure per anche per altre ragioni?

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.01.06 17:38

Caro Giulio,

più che altro perché è diventata, cogl'anni, maggiormente commerciale rispetto a un tempo. Anche ieri si faceva critica per vendere. Ma oggi di più. Non c'è nulla di male nel voler vendere, anche per mezzo di recensioni: il problema, a mio avviso, si pone quando la recensione diventa esclusivamente un fatto commerciale. Quando diventa solo per il "commercio", ne consegue che non è più critica, ma "pubblicità". A questo punto, meglio una pubblicità che si dica subito tale a un qualcosa di acritico che viene spacciato per critica. Si dovrebbe fare un netto distinguo fra "critica" e "pubblicità".

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 03.01.06 18:01

Ho anch'io una domanda (anzi due, anzi di più) per te, caro giulio: perchè ti sei fermato a un passo ? Perchè non hai portato oltre la tua analisi?

Se tu chiedi, e chiedi a tutti e tre i "produttori di attività" è evidente che il difetto è generale, nella mentalità, nella visione della letteratura. Direi.

La commistione tra critica e pubblicità è indubbiamente una patologia, ma, mi sembra, che tu stia parlando di un "male" molto più profondo, più pervasivo. O sbaglio?

Pubblicato da: lucis - 03.01.06 18:16

Interessante il tuo scritto anche se dovrò leggerlo con più attenzione magari trasferendolo su carta.
Bentornato e grazie di aver citato il bellissimo saggio di Scarpa dove tra l'altro, dopo un incredibile e patetico autospot di angelini, c'è un commento favoloso di carla benedetti che condivido in pieno:
Carla Benedetti Says:
January 20th, 2005 at 11:42
Non ho ancora letto il libro di Covacich,ma volevo dire qualcosa su un punto cruciale che Tiziano mette in evidenza.
La nostra epoca, come tutte forse, ma credo che questa di più di ogni altra, si autodescrive. Fa una descrizione di sé. La fa continuamente, attraverso le notizie, attraverso i suoi stessi processi comunicativi, ancor più che attraverso le sue ideologie. E questa autodescrizione è una trappola. Una premessa che si autoconvalida. Molte narrazioni odierne mi sembrano solo un'opera di manutenzione dell'epoca, un meccanismo di difesa del sonno dell'epoca che sogna se stessa e non vuole svegliarsi. Se non si sfondano questi schemi di realtà, per far emergere allucinatoriamente tutta la realtà,tutto lo "spurio" rimosso da questa autodescrizione, scrivere non ha alcun senso. E questo non lo dico solo per la scrittura narrativa, ma anche per quella saggistica e testimoniale e giornalistica.

Pubblicato da: georgia - 03.01.06 18:32

Bellissimo! :-))) Favoloso! Carla Benedetti! Tiziano Scarpa! Angelini vade retro! Moresco! Grandissimo!!!! Stra-wow! ;-)))))))))

Pubblicato da: intervento critico del fake di georgia - 03.01.06 18:45

Entro in punta di piedi. E vi dico che ho fatto la giornalista nei grandi quotidiani per la maggior parte della mia vita. Ne sono uscita sbattendo la porta. Perchè dietro quella porta oggi c'è l'impero dell'ignoranza. Giulio Mozzi attacca la critica e fa benissimo! Perchè la critica passa per le terzepagine dei quotidiani, e come tutta l'informazione oggi è sottoposta a una confezione che segue le "regole" di mercato, di questo mercato in cui comanda la banalità,in cui spesso operano editori che non sono editori, o editori marginalizzati, dunque inesistenti. E sul tavolo del critico arriva un dossier su questo o quel libro, su questo o quell'autore da offrire al grande pubblico. E dietro questo meccanismo che si consuma tra mercati e informazione (sarebbe lungo da raccontare) che cos'è la letteratura ? Un cadavere tutto italiano? che vive solo grazie a un pugno di personaggi celebri ? I vivi ci sono, esistono, e sono dei "clandestini". A differenza di come avviene qui in Francia, dove vivo, e dove , nonostante tutto è ancora possibile impattarsi nel rispetto e nel riconoscimento degli autori di opere che sono la letteratura. E questo al di là della critica.

Pubblicato da: stefania nardini - 03.01.06 20:28

Stefania Nardini dice una vera verità, ahinoi. Impossibile darle torto, almeno per me.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 03.01.06 20:51

Vorrei dire a Stefania Nardini che "l'impero dell'ignoranza" si percepisce bene anche dalla mia parte, cioè quella del lettore che cerca informazioni nelle pagine culturali dei grandi quotidiani. Anzi: che cercava informazioni nelle pagine, infatti ho smesso da un po'. Ora cerco in rete.

Pubblicato da: andrea barbieri - 03.01.06 20:55

In rete? Devi avere davvero molto tempo a disposizione, per riuscire a districare qualcosa fra le polemiche, il vuoto assoluto ricolmo di parole, le chat improvvisate e la generale ostensione di sé.

Pubblicato da: andrea - 04.01.06 09:02

So cosa evitare, non è poi così difficile. Esistono siti straordinari, e basta sorvolare i commenti. Ma questo succede anche nella vita reale: non è che a stare davanti in carne e ossa diminuisca l'ostensione di se e l'ignoranza, anzi "l'ordine del discorso" è ancora più stretto.

Pubblicato da: andrea barbieri - 04.01.06 09:27

Per Giulio: perché Martino Capucci, in un'opera smisurata come la Letteratura Italiana di Malato, non può esprimere un giudizio di valore? Chi e che cosa glielo impedisce? E, anche se in apparenza non c'entra: hai letto i suoi Romanzieri italiani del Seicento, nei classici Utet? Molto più divertenti del Chiari, fra l'altro.

Pubblicato da: giovanni - 04.01.06 10:27

andrea, ma la rete, se dio vuole, non è solo i commenti dei litblog;-)
E non è neppure solo la blogsfera italiana e neppure solo i blog.
La rete è un pullulare di grande intelligenza e di stupidità da pollaio, basta rimanere lucidi e sapere bene ogni volta dove ti trovi.
La rete è un mezzo favoloso e, anzi, anche la stupidità alle volte serve. Poi nessuno è obbligato a farsi coinvolgere nelle polemiche a meno che non servano proprio per dire le cose che voleva dire.
In rete se cerchi la stupidità non resti mai deluso, ma neppure se cerchi l'intelligenza, se sei in grado di riconoscerla.
geo

Pubblicato da: georgia - 04.01.06 10:36

Caro Giulio, quando in macchina, verso Catania, hai accennato all'immortalità (non so se te ne ricordi, e in realtà nemmeno io ricordo bene come venne fuori l'immortalità, ma, insomma, ne hai accennato) ho inteso le tue parole riferite a un'immortalità guadagnata attraverso le opere in vita. Non so se avevo inteso bene, però le parole che leggo qui ("Io devo leggere delle opere letterarie, produrre delle opere letterarie, pubblicare delle opere letterarie. Devo agire. Ho bisogno di conoscere il contesto. Ho bisogno di "immaginare scenari". Ho bisogno di fare scommesse su ciò che avrà importanza e valore domani. Ho bisogno di ragionare in termini di "correnti" che attraversano l'oceano delle lettere, rimescolandolo.") mi danno una sorta di autorizzazione per continuare a pensarlo. Mi chiedo, però: può la critica fornire i scenari di cui abbisogni per fare letteratura? E, peraltro, chiedere scenari che nel futuro possano essere identificati come "recinto" (brutto termine, ma questo mi viene), di Letteratura (la maiuscola non è casuale)? (parlo di recinto riferendomi a un luogo ove, idealmente, possano essere riunite le buone opere letterarie, quelle destinate a entrare, un domani, nei tomi di letteratura scolastica. Gli altri no, fuori dal recinto, al pascolo brado). Sono stato e sono un consumatore di libracci, ho fatto e faccio parte di quel pubblico di bocca buona che ha consentito e consente ad autori mediocri di opporre il successo di pubblico alle stroncature della critica. Sono responsabile, assieme ad altri milioni di lettori dalla bocca buona, dell'insaturatosi predominio delle ragioni economiche su quelle estetiche, e in definitiva della dolce morte della critica (dolce?) lamentato da Lavagetto di recente in un suo saggio. Date le letture, di critica non sarei titolato a parlare, né fornire risposte ai tuoi consueti e inesausti dubbi (che però, talvolta, mi sembrano meno dubbiosi). Chiamato però in causa dalle parole: "Se una generazione è cresciuta leggendo contemporaneamente alcuni capolavori e una gran quantità di libracci, e magari assegnando ai libracci un'importanza pari o superiore a quella assegnata ai capolavori, questo è un fatto privo d'interesse?", mi sento autorizzato a rispondere: "No, non è un fatto privo di interesse". Rimango anch'io, però, a pencolare sul dubbio, a chiedermi: "Beh, allora che interesse ha?"
Tolto quello economico (riflesso di un'accurato marcketing, di testi e plot vicini al sentire del consumatore medio di letteratura, ecc.) che ci resta? Ha senso che la critica si impegni su un versante che, tolte alcune opere di particolare interesse, rischia di essere sdrucciolevole e franoso anzichenò?
Cioè, ha senso che la critica svolga una alta funzione nei confronti di opere poco meritevoli di essa? Anzi, destinate a essere consumate proprio acriticamente.
E ha senso porsi questi dubbi, quando poi la risposta è banalmente semplice? (no, e basta)
Però si parlava di scenari. Di quale scenario fanno parte le opere prodotte oggidì? Postmodernismo, bestesellerismo? Cosa rimarrà ai posteri, chi si conquisterà veramente l'immortalità? David F. Wallace, De Lillo, Houellembeq (ma come cavolo si scriverà, poi?), Mancassola, Casadei, Perec? O non piuttosto Eco, Piperno, Ludlum, Cussler, Smith, Follet? O nessuno di questi?
Personalmente, ho sempre ritenuto che la critica letteraria abbia sempre sofferto, nei confronti delle cosiddette scienze esatte, il complesso della mancanza di un metro standard, quello in lega speciale depositato presso non ricordo più quale museo, e che stabilisce che se si parla di metro (inteso come unità di misura) quello è il riferimento e non ci sono santi: uno scampolo di stoffa di un metro deve essere lungo come quel coso lì (vabbé, ora è misurato come multiplo di una certa lunghezza d'onda, ma facciamo finta che). Il metro della critica letteraria è (è stato) viceversa, sempre mutevole. Si è allungato e accorciato in ragione di eventi politici e sociali, e ogni stagione ha prodotto capolavori che oggi, che godiamo di questo grandioso processo di accumulazione, rappresentano metri solidi e rappresentativi comunque, ma tutti diversi tra loro. E, allora, Giulio, come si fa a chiedere che la critica letteraria possa fornirti "uno" scenario, per giunta valido fino all'espressione di futuro giudizio? E come mai, pur ravvisando un'istanza che mi appare senza possibile risposta, condivido, in fin dei conti tale istanza? (pur non essendo autorizzato da alcunchì, anzi, abusivo a ogni effetto, anche se fornito dell'autorizzazione temporaneoa di cui sopra accennato). Certo, tu parli di correnti, sai bene che uno scenario solo non è possibile né, per fortuna, auspicabile. E io, abusivo come sono, cado quasi sempre nell'errore di immaginare semplificazioni e schemi impossibili (le prime) e inesistenti (i secondi). Però, come si fa a stare a cavallo di più scenari, immedesimarsi in istanze letterarie diverse - tutte comprenderle -, per ognuna cercare soluzioni? E' Umano tutto ciò? (la maiuscola non è casuale)
Dei tanti punti di domanda piazzati qua e là ritieniti responsabile. Ho emulato.

Pubblicato da: mauro - 04.01.06 10:44

Lo so, lo so, da qualche parte ho scritto "i scenari". Pazienza, m'è scappato.

Pubblicato da: mauro - 04.01.06 10:46

Caro Giovanni, Martino Capucci può esprimere tutti i giudizi di valore che vuole. Ma da un'opera che s'intitola "Storia della letteratura italiana", io mi aspetto innanzitutto una storia della letteratura italiana; così come da un'opera che si intitoli, poniamo, "Storia della seconda guerra mondiale", mi aspetto innanzitutto una storia della seconda guerra mondiale; o da una "Storia della coltivazione dell'olivo in Liguria" mi aspetto una storia della coltivazione dell'olivo in Liguria. Una "storia della letteratura" è, mi pare, una cosa diversa da una "ricognizione dei valori". (E, faccio notare, ho preso il mio esempio da un'opera storiografica che, rispetto alla media, è molto più attenta alla storia materiale della letteratura; ed è in generale eccellente).
Il volume Utet è nella lista degli acquisti da fare. In questo momento sto un po' squattrinato: ma prima o poi ci arriverò.

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 10:50

Caro Mauro, ricordo bene che parlammo d'immortalità, in automobile, viaggiando verso Catania. Io, cosa vuoi, sono all'antica: sto ancora qui ad aspettare la resurrezione dei morti e la vita nel mondo che verrà. (Se ricordi, dissi anche, più o meno: "In fondo, siamo solo delle macchine per la trasformazione di certe sostanze in certe altre; e siamo utili a certe molecole che, per ragioni loro, hanno una voglia matta di replicarsi").
Alla tua domanda: "Beh, allora che interesse ha?", rispondo: ha precisamente un interesse storico.
Tu sei un geologo. Sai meglio di me che il nostro pianeta ha una storia fisica. Studiare questa storia, metterne insieme i pezzi (gli eventi clamorosi così come i processi lentissimi), raccontarla, è un'attività diversa dal contemplare e descrivere le bellezze del paesaggio.
Ecco: io vorrei degli storiografi della letteratura un po' meno paesaggisti e un po' più geologi...
Il tuo lavoro per la pubblica amministrazione consiste anche nel fare delle previsioni. Che cosa accadrà qui? Che cosa accadrà lì? Questo posto qui è adatto per una discarica? Si può far passare una strada per di là? Eccetera. Ovviamente le tue previsioni saranno documentate, ragionevoli e aperte. Magari dubbiose, ricche di alternative (potrebbe succedere questo, ma anche questo). Ecco, prova a immaginare che gli "scenari" e le "correnti" di cui ho vaneggiato siano un po' come le previsioni che vengono richieste a te...
Sono riuscito a spiegarmi?

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 11:11

Giulio, partendo dalle tre attività da te identificate della critica letteraria mi chiedo se le tue conclusioni ("Io chiedo, dunque, alla critica letteraria, di raccontarmi che cosa sta succedendo... Ho bisogno di conoscere il contesto. Ho bisogno di "immaginare scenari"...") debbano essere rivolte alla critica accademica, alla critica militante o ai giornalisti di cultura.
Sulla base delle tue definizioni mentre la critica accademica è più ancorata a modelli del passato e i giornalisti di cultura spesso non hanno tempo di riflettere approfonditamente sul periodo storico attuale, la critica militante DEVE guardare non troppo da vicino e non troppo da lontano la produzione letteraria.
Dovrebbe quindi essere essa a identificare le tendenze e la direzione che prende la letteratura oggi.
Riprendo il post di Gabriele Dadati e la sua definizione di innovazione in letteratura ("l'innovazione è un desumere elementi della tradizione letteraria e rigrammaticalizzarli in una unità nuova.") per fare forse un passo in avanti. Mancano a mio avviso i collegamenti tra i vari attori dell'"industria" letteraria italiana. Per così dire i vari "elementi" non sono "desunti" o, se sono "desunti" non vengono "rigrammaticalizzati", se poi vengono anche "rigrammaticalizzati" non vengono successivamente "desunti".
Faccio l'esempio del già citato Baricco che per anni è stato snobbato dalla critica letteraria perché considerato non impegnato. Ora è indubbio che non è nell'impegno civile che la scrittura di Baricco ha funzionato.
La critica invece di accantonarlo come un fenomeno passeggero dovrebbe a questo punto chiedersi perché questo autore ha successo. Di conseguenza potrebbe "desumere" gli "elementi" che creano il suo successo. Stesso discorso per i libri di genere giallo/noir. Invece di arrovellarsi sulla dignità letteraria di Camilleri, Lucarelli & Co. perché non vengono "desunti" gli "elementi" che permettono il successo di questi autori in questo particolare contesto storico.
Detto questo è forse semplicistico accollare alla critica militante le responsabilità dell'illusoria convinzione che non ci sia storia letteraria in atto in Italia, ma per il momento dovete accontentarvi di questo come mio contributo alla discussione...

Pubblicato da: les - 04.01.06 11:36

les, a me pareva, ma forse ho capito male, che per giulio la critica militante non possa evitare di dare giudizi di valore, quindi non sia utile per disegnare m"appe delle correnti", perché troppo implicata ad esaltare o a rifiutare sulla base del proprio posto nel particolare momento della storia del gusto che sta vivendo (trad: per preferenze estetiche o ideologiche estrinseche alla natura specifica degli oggetti letterari). Forse auspica una critica non valoriale che si occupi del presente? Ho frainteso del tutto?
(la domanda è se sia tecnicamente possibile)

una nota: secondo eco compito della critica non è rintracciare le ricorrenze ma le non ricorrenze. Quindi probabilmente è possibile che il successo si spieghi con le prime (che stimolano mercati già formati dal passato), l'innovazione con le seconde (che ne formeranno di nuovi, con un po' di fortuna).
Ovviamente né successo né innovazione sono di per sé una patente di valore o disvalore letterario, anzi in questa frase non ho parlato di letteratura nemmeno per un dittongo :)

Pubblicato da: b.georg - 04.01.06 12:28

ogni ideologia crea la propria estetica. senza pensiero non c'è studio, e senza cervello non c'è pensiero (per cui sì, la critica innanzitutto è parassitaria). l'unico modo che la storiografia può utilizzare per conoscere la biologia evolutiva (culturale, letteraria, quello che vuoi) di un dato insieme, è quello di enciclopedizzare il gusto. a elenco ultimato, ogni critica passata e tutte le critiche possibili, potranno venir connotate dai presupposti ideologici (con conseguenti discrimini estetici) che le impostano. esattamente come è possibile fare qui, adesso.

però, digitalizzare l'enciclopedia universale delle cose scritte in tutti i tempi, quella è una bella sfida e sono felice che l'abbia lanciata tu, giulio.

Pubblicato da: kristian - 04.01.06 12:41

sì, kristian, ma il problema è che l'elenco non è ultimato e il nostro punto di vista non è affatto privilegiato, così che il passato non è un dato e anche l'idea di un'enciclopedia non è un'idea pura

Pubblicato da: b.georg - 04.01.06 12:45

b.georg, forse ho frainteso io.
Nel caso allora precisiamo i termini: tu dici, e Giulio confermerà o meno, che la domanda reale è se sia tecnicamente possibile. Ovviamente, preciso io, stiamo parlando dell'Italia.
Ora chiedo a voi e a me in prima persona: è solo l'Italia ad avere questo problema?
Sulla base della mia limitata conoscenza dei circuiti letterari internazionali ma sostenuto dalle affermazioni di Stefania Nardini mi pare di capire di sì. E' un problema tutto italiano.
Nel caso dov'è l'incongruenza con il mondo anglosassone che è vivo e vitale?

PS
Sono d'accordo che l'innovazione si spieghi con le non ricorrenze, ma è proprio vero che il successo si spiega con le ricorrenze?
Non ne sono del tutto sicuro, non in termini assoluti comunque...

Pubblicato da: les - 04.01.06 12:55

Caro Giulio, ti sei spiegato benissimo.

Pubblicato da: mauro - 04.01.06 12:56

sappiamo tutti che la critica letteraria funziona male, che è legata a discorsi economico-pubblicitari, che a volte incide sul mercato e a volte no.
poi il critico ha parametri bislacchi, tutti suoi.
faccio un esempio con il teatro. a un critico di repubblica, una volta, obiettai che non mi piaceva come sponsorizzava un certo spettacolo (testualmente ed amichevolmente gli dissi: si capisce un cazzo: non è fruizione, è un monologo che sembra una masturbazione).
mi rispose così: sono talmente abituato a vedere i soliti spettacoli che ho bisogno di pugni sullo stomaco.
tornando ai critici letterari: io una volta leggevo beniamino placido, ora internet mi basta e avanza.
sul discorso mercato, vendite.
allora, la responsabile dell'ufficio stampa di una certa casa editrice un giorno mi mostra due libri.
vede questo? l'autore, un giornalista, si è fatto recensire dappertutto. risultato: il libro ha venduto un tubo.
vede quest'altro? nessuna recensione, 4mila copie, di un perfetto sconosciuto.
la conclusione della tipa, naturalmente, è sulla supremazia, indiscussa, del passaparola. alla faccia dei critici e dei giornali.
parlo dell'argomento con la direttrice commerciale di un''altra casa editrice, più grande.
che mi dice: non c'è un rapporto diretto tra vendite e recensioni.
e poi, anche lei, va sul tasto del passaparola (ora mi fermo, ma il passaparola, mi dice la tipa numero due, bisogna aiutarlo: la tv è il massimo, poi viene la radio e internet, poi, terzo posto, le presentazioni; al quarto i critici).
so che però non tutti la pensano come me.
sono andato fuori tema.
ma per me un critico è uno che mi dice come ha letto il libro, a modo suo. il suo giudizio vale meno di quello di un metalmeccanico.
ho iniziato scrivendo sappiamo tutti...
finisco allo stesso modo: e poi sappiamo tutti, vero?, che le pagine meno lette o saltate a piè pari dei giornali sono proprio quelle della cultura?

Pubblicato da: sambigliong - 04.01.06 13:04

E, purtuttavia, c'è qualcosa che mi sfugge. Ha a che fare con l'ultima domanda che mi era scappata. "E' Umano tutto questo"? Cioè, che livello di fallacia può avere una analisi condotta da un essere umano? Quanto i suoi errori possono influenzare l'operato di chi fa riferimento a "scenari" pur elaborati e verosimili? In altre parole, una critica "meno paesaggista" sarebbe sempre credibile e affidabile?
(parlando, per dire, di critica militante, la domanda potrebbe essere: "Dove sta l'esatta linea di confine tra una critica militante e una critica partigiana?". E' possibile che una critica partigiana sia invece ritenuta critica militante, e in che maniera può influenzare la produzione letteraria?)
In altre parole (rimanendo in tema di pubblica amministrazione), quanto la linea politica influenza le conclusioni del tecnico?
(per la P.A. la risposta sarebbe: è questione di credibilità e serietà del tecnico)

Pubblicato da: mauro - 04.01.06 13:15

les, forse abbiamo frainteso tutti e due :)

comunque, la mia domanda sulla possibilità di quella critica auspicata non si riferiva all'italia; non dubito che il quadro italia-estero sia quello suggerito da nardini e che vi siano in italia liaison dangereuse tra critica e mercato (finalizzate magari a piccoli sistemi di potere personale tra baronetti di qui e responsabili vendite di là, con poche ricadute sul mercato reale): io onestamente non so nulla di queste cose.
E nemmeno mi pongo il problema della partigianeria: il critico partigiano ha dei presupposti o pregiudizi che gli permettono di vedere cose o gli impediscono di vederne altre ed è normale che sia.
Ma, tolto il caso di una militanza spudorata, c'è anche il caso, più interessante, del "tecnico" serio e scrupoloso, che si premura di sottrarre dalla propria analisi la deformazione prospettica della propria opinione: e tuttavia saremmo ingenui pensando che il suo sguardo sia "puro". Tutti gli strumenti che usa e la stessa idea di un'oggettività nella lettura che va preservata sta dentro un complesso di pratiche collocate, di mediazioni, del tutto "prospettiche" e incongrue rispetto ai suoi oggetti, di cui per principio non può essere consapevole al punto di sottrarle, perché resterebbe senza pratiche da compiere
(se mi chiedessi ora come faccio a dire questa cosa, come faccio a dire "da fuori" che non ci si può guardare - e leggere, e scrivere - "da fuori", inizierei forse a pormi un vero problema invece di girare intorno a questioni)

Quindi la mia questione era diversa. È "tecnicamente" possibile un approccio non valoriale (pur nel paradosso della sua indimostrabilità)? Cioè, cos'è il valore letterario e come viene stabilito? Non è che la critica, anche quella ipersemiotica, spesso deve presupporre molto più di quel che vuole far credere?
Si può davvero separare l'intelligenza di un'opera da un giudizio implicito sulla sua riuscita, dato che la riuscita o meno ne condiziona circolarmente l'intelleggibilità in quanto opera letteraria? - e non in quanto esempio della storia del gusto, delle idee estetiche magari alquanto confuse dell'autore, delle idee politiche sue o del tempo, ecc., tutte cose rilevanti, ma che mancano esattamente il punto.
Il giudizio valoriale - Xy è un'opera letteraria di valore, Zy no - è un puro prodotto storico (e quindi per nulla "dato" una volta per tutte e per niente dimostrabile in sé) e tuttavia pare impossibile leggere qualcosa senza giudicarla?

tradotto pragmaticamente: per risolvere il problema di giulio - che tra parentesi non è il mio - serve una critica non valoriale del presente che definisca la mappa, oppure molte critiche militanti con uguale accesso ai media, che forniscano ognuna una versione, una mappa? Nel caso la prima sia auspicabile o possibile entro certi limiti (cioè, se non ho frainteso), si sappia che non dirà mai: "questo libro appena uscito è un capolavoro" - le critiche militanti invece ne offrono uno ogni trenta secondi - e non perché pensi che non si scriva più, come mostra di credere Giulio, ma perché conosce la caducità del gusto e la necessità della prudenza, conoscenza che, si noti, è il frutto primo della stessa mentalità storiografico-enciclopedica che fa desiderare a Giulio delle storie della letteratura non valoriali, rammemoranti il dimenticato, in cui ci sia posto per Pietro Chiari. E proprio tale sguardo storiografico "di salvaguardia", tipicamente moderno, facilmente spingerà anzi all'afasia del giudizio e la critica si ridurrà, dietro la maschera dell'impossibile tecnicismo puro, nell'attesa funebre del proprio superamento operato dal giudizio dei posteri, e nel tentativo di conferma continua dei valori consolidati (tutti pudori peraltro inutili, dato che nessuno si sottrae alla collocazione del proprio sguardo, anche occupandosi di autori morti da 2000 anni, che infatti affondano e riemergono ad ogni mutare di moda).

sorry per la lungaggine

Pubblicato da: b.georg - 04.01.06 14:46

b.georg comprendo il tuo sguardo sulla questione ma mi domando se non sia troppo distaccato, troppo antropologico. In fondo fare letteratura (e parlando di letteratura includo in essa anche la critica letteraria) non significa porsi la questione se quello che oggi scriviamo avrà o meno valore fra 2000 anni. Fare letteratura significa avere uno sguardo reale sul presente.
Detto questo il problema sollevato da Giulio mi sembra più concreto. Ovvero: perché la critica italiana non sta guardando realmente il presente? Dove sta guardando?
Ma poi forse sbaglio...

Pubblicato da: les - 04.01.06 15:15

@b.georg: tant'è che in una critica io auspico lo smascheramento ideologico delle critiche che la hanno preceduta o che le stanno intorno, poi anche il denudamento dei tropi estetici delle opere prese a indagine.
la questione enciclopedica è seria e la declino in questo senso: è necessario mettere a disposizione le opere (quante? per me tutte, senza discriminare manco l'inedito e la corrispondenza privata, di chiunque si riconosca in una delle 3 categorie mozziane indicate nel pezzo che ci sovrasta), le quali opere devono essere facilmente accessibili in forma gratuita (una bella digitalizzazione di massa finanziata dall'istituzione, insomma).
sul relativismo mi trovi aperto e consenziente.

Pubblicato da: kristian - 04.01.06 15:21

Buona la similitudine con la geologia, Giulio. Ma è possibile fare previsioni se non si sono compiuti scavi e sondaggi adeguati? La critica dei romanzi italiani contemporanei, fatte le doverose e pelose eccezioni del caso, indaga abbastanza, ma forse non va in profondo. Chiedergli anche previsioni mi pare crudele. Intanto, indichi le cose da leggere e quelle che no, magari anche solo ignorandole (meno cruento e forse gli autori si risentono meno).

Pubblicato da: giovanni - 04.01.06 15:33

Per Mauro: non mi interessa l'idea (il sogno) di una storiografia "scientifica" (nel senso di: capace di produrre predizioni analoghe a quelle della fisica). La critica si fa con le armi dell'argomentazione, non con quelle della logica. E, ti dirò, ho anche il sospetto che un giudizio di valore ("E' bello", "E' brutto") non sia nemmeno argomentabile, o che non valga la pena spendere tempo ad argomentarlo. (Vedi le considerazioni di Massimo Adinolfi, qui: http://www.azioneparallela.splinder.com/1136331517#6753679 ).

Per Les: io, sinceramente, confido più nella critica accademica. In quei giovani accademici che fanno anche (ma non solo) critica dell'attualità (ciò che generalmente si chiama "critica militante"). In fondo, l'unico serio tentativo di panoramica sul presente l'ha dato uno di loro, Filippo La Porta, con il libro "La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo", Boringhieri 1999 ( http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=GGIS6LKA176TA ).

Per b.georg: un approccio "non valoriale" non credo che si possa dare: ciascuno ci ha la sua brava ideologia, e non può fare a meno di averla (può fare finta di non averla, cosa oggi assai di moda, ma è un altro affare). Ma non credo di chiedere qualcosa di bizzarro, quando invoco una storiografia letteraria che somigli a un libro di Fernand Braudel o di Georges Duby piuttosto che a De viris illustribus.

Alla radice c'è il solito problema. La storiografia letteraria tradizionalmente intesa costituisce il suo oggetto sulla base del valore: un'opera letteraria "entra" in un lavoro storiografico se viene giudicata "bella". Inoltre, la storiografia letteraria tradizionalmente intesa considera ciascuna opera letteraria "bella" come una sorta di monade. In somma: ciò che viene spacciato per storiografia letteraria molto spesso non lo è: è, al massimo, un De viris illustribus.

Lo so: ci sono molti lavori storiografici, anche classici, che sono veramente lavori storiografici: il "Letteratura europea e medioevo latino" del Curtius, tanto per citare quello che è forse il più illustre di tutti. E la "Letteratura italiana" pubblicata da Einaudi esaudice parecchi dei miei desideri. E da un po' di anni fioriscono studi sulle pratiche della lettura, sulla cosiddetta paraletteratura, sulla circolazione dei libri, eccetera eccetera: sulla storia materiale della letteratura, in somma. Ma mi piacerebbe se qualcuno si azzardasse a lavorare in questo modo anche sul presente e il passato immediato.

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 15:47

E per Giovanni: hai ragione, sono crudele. Quindi voglio esserlo fino in fondo. Tu hai appena compilata la tua lista dei 10 libri notevoli dell'anno. Ti domando: saresti capace di descrivere una, o due, o tre, ma anche una sola, "tendenza" apparsa negli ultimi anni? Saresti capace di schizzare uno "scenario"? Di scommettere sull'esistenza di una "corrente"?

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 15:52

Si, si tutto interessante solo mi domando come si possa fare a buttare lì, come se fossero quasi alla pari, un lavoro insuperato come l'opera del Curtius con un'opera tutto sommato scadentissima e banale (e pure piena di errori) come la letteratura einaudiana, allora molto meglio quella della garzanti anche se non è certo illustre neppure quella.
Alla pari del Curtius esiste solo Il romanzo del novecento di Giacomo De benedetti.
Il nostro Curtius però forse lo possiamo avere solo accumulando varie opere di De Benedetti, Contini e alcuni strepitosi lavori di *linguistica* e filologia, veramente innovativi, di Giovanni Nencioni.
geo

Pubblicato da: georgia - 04.01.06 16:30

Giulio, non sei tu crudele: è che ho un po' da fare, in questi mesi. Le tendenze mi sembrano cose da rubrica di moda su Canale 5. Così di corsa, però, direi che negli ultimi anni si è scritto spesso di corpo e di corpi; si è pensato abbastanza ai Novissimi, in maniera più o meno diretta; si è avuta e si è molto raccontata paura. Sono piuttosto temi che correnti, ma quelle mi pare proprio non si vedano: oppure sono cieco, il che è ben possibile.

Pubblicato da: giovanni - 04.01.06 16:41

Cara Georgia, che la "Letteratura italiana" di Einaudi sia "scandentissima e banale", come dici tu, non c'entra. Stavo citando esempi di opere che raccontino la storia materiale della letteratura. E mi pare che, tra le grandi opere di consultazione pubblicate in Italia, la "Letteratura" einaudiana sia l'unica che abbia cercato di raccontarla.
Trovo deplorevole, peraltro, che il Curtius sia ancora "insuperato". E' un lavoro pubblicato quasi cinquant'anni fa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 16:56

no, veramente tra le grandi opere divulgative esiste anche la storia della letteratura italiana della Garzanti (che non è naturalmente la garzantina) che per lo meno è dignitosa, anche se precedente a quella curata da Asor Rosa per einaudi, però non è granche neppure quella.
Sul Curtius (Letteratura europea e Medio Evo latino), beh ... giulio, che vuoi farci, mica si possono sempre superare le cose grandi, la Divina Commedia e Shakespeare sono ancor oggi del tutto insuperati;-), 58 anni sarebbero nulla in questa ottica;-)
E poi l'opera del Curtius di per sè, non si presta ad essere superata o meno, perchè è cosa particolarissima, non è tanto che ci racconti una storia della letteratura, semmai ci svela i segreti profondi del fare e del capire la letteratura, rende anche pubblici i codici universali usati dalle consorterie, direi che non solo è insuperato, ma pure rivoluzionario, ;-).
Curtius appartiene, e non è un caso, alla cultura prima del grande strappo, prima dell'idiozia di pensare che tutto nasca oggi e che il nostro passato sia solo il sottofondo di una immagine di sintesi (senza sfumature) da poter manomettere come si vuole e da citare senza contesto e senza date come se fosse una cosa da poco. Forse non è un caso se la grande critica, almeno in Italia, finisce proprio con gli "allievi" naturali di Curtius.
Questo naturalmente vale solo per la critica, perchè sul *fare* letteratura il discorso è diverso e anch'io penso come te che esistano, anche in Italia, oggi produzioni molto interessanti e alcune anche di grande valore (anche se io eviterei di parlare sempre di capolavori e di grandi cervelli), forse non siamo d'accordo sui singoli scrittori (poco male) ma sul riconoscere un grande fermento, lo siamo. La critica invece al momento è più che mediocre, e parlo proprio di critica letteraria, perchè se poi addirittura devo giudicare la critica giornalistica beh ... lì io personalmente, a parte rarissime eccezioni, mi metterei a piangere, non foss'altro per gli errori madornali che fanno, e che fanno in totale allegria.
Ma forse qualcosa è veramente cambiato (e ancora sta cambando) e all'economia di oggi la critica intelligente e profonda proprio non serve. La critica poi, militante o meno, ha sempre, e da sempre, una potente valenza politica, la cultura è uno dei più grossi stabilizzatori e destablizzatori del potere costituito, e la critica è proprio lo stumento che manovra il tutto, che decide quando far conoscere (o celare) il potenziale distruttivo di ogni conformismo presente, che ogni grande opera d'arte porta con sè. Forse oggi questo compito è inutile, forse la cultura (per lo meno nella zona occidentale) è stata disinnescata una volta per tutte.
geo

"I miei primi lavori furono dedicati alla letteratura francese. Che cosa può essere la poesia lo si impara dall'antichità, dalla Spagna, dall'Inghlterra, dalla Germania, ma che cosa è la letteratura lo si impara solo dalla Francia"
E.R.Curtius, premessa alla prima edizione di "Studi di letteratura europea", Il mulino, 1963 (Bern 1954)

"La letteratura è parte integrante della "cultura" (Bildung). Perchè, e da quando? Perchè i Greci trovavano nella poesia lo specchio ideale del loro passato, del loro essere dei loro dei. I Greci non possedevano, nè libri sacri, nè caste sacerdotali; era Omero la loro "tradizione".Già nel VI secolo a. C. le opere di Omero erano usate come testi scolastici"
E. R. Curtius, in Letteratura europea e medio evo latino (cap III), La nuova italia, 1992 (bern 1948), p. 45

Pubblicato da: georgia - 04.01.06 18:25

Cara Georgia, la storia della letteratura garzantiana è senz'altro un'opera "dignitosa". Però, ripeto, se devo citare un esempio di storiografia letteraria in cui si dia spazio a quella che ho chiamata "storia materiale" della letteratura, mi pare di poter citare solo quella einaudiana.
Quanto al Curtius: il paragone con Dante e Shakespeare è improprio. Un'opera scientifica è destinata a essere "superata". L' "Origine delle specie" di Darwin è un grandissimo libro, ma oggi (e non da oggi) è ampiamente "superato". In questo senso (e, ti dirò, mi pareva chiaro) usavo la parola.
Quando dici: "Forse non è un caso se la grande critica, almeno in Italia, finisce proprio con gli 'allievi' naturali di Curtius", mi pare che metti in dito in una piaga. Potremmo anche aggiungere che "forse non è un caso" se "Letteratura europea e medioevo latino" è stato tradotto in Italia con - mi pare - una quarantina d'anni di ritardo.
Allora, la domanda è: se "non è un caso", come si spiega il fatto?

Pubblicato da: giuliomozzi - 04.01.06 23:04

Be’, mi sembra che l’opera non fu accolta bene in Italia perché Croce l’aveva derisa. Scusa, non ho il testo davanti. Dovrebbe essere scritto nella prefazione all’edizione italiana. georgia, scusa l’ignoranza, ma: chi sono gli allievi naturali di Curtius, e perché metti la parola allievi tra virgolette?

Pubblicato da: Cano - 05.01.06 12:13

Non riesco a spiegarmi il grande ritardo della traduzione del Curtius (anche se in italia non è certo un caso isolato) potrebbe essere stato per motivi di diritti troppo alti (anche se non credo perchè curtius già nel 54 parlava di una edizione italiana) che una casa editrice come la fiorentina La nuova italia non avrebbe potuto sostenere prima, in effetti con la vecchia legge nel 92 i diritti erano vicini alla scadenza. Tra l'altro ricordo che furono allora stampate pochissime copie e che in pochi giorni andò tutto esaurito. Non so se poi fu mai ristampata e se oggi è presente nelle librerie (tu ne sai qualcosa?).
Ad ogni modo è certo che influì sprattutto la stroncatura di Croce all'edizione francese. la verità è che l'opera era, anche tecnicamente, troppo avanti ai tempi che viveva (nello stagno come il solito) la cultura italiana, sia laica che cattolica che marxista (anche se oggi ognuno vorrebbe vedere responsabile l'"altra parte").
Quelli che io ho chiamato "allievi naturale" naturalmente se lo erano letto (e se lo leggeranno) senza problemi nella traduzione francese o inglese. Fra gli ultimi critici Garboli, ad esempio, è stato un precoce estimatore dell'opera di Curtius.
Era una generazione che conosceva benissimo il francese per motivi di sopravvivenza letteraria, se pensi che L'Ulisse viene tradotto in Italia solo nel 60 e che era dunque stato quasi obbligatorio conoscere il francese bene per poter leggere cose decenti, per potersi leggere fin dal 1930 la bellissima traduzione francese rivista dallo stesso Joyce insieme a Valery Larbaud.
Ma che da noi non vengano tradotte, o addirittura vengano celate, le cose più importanti non è certo una novità e non so (periodo fascista a parte) se viene fatto volontariamente o solo per insipienza cronica. Di solito si preferisce sponsorizzare cose neutre e banali, che non diano fastidio ai manovratori e alla situazione di potere letterario vigente.
Ad esempio una delle opere più interessanti di Leopardi, la sua polemica (in realtà romantica) contro il romanticismo "Discorso di un italiano intorno alla pesia romantica" che è del 1818, viene stampata solo nel 1906 e in una Raccolta di scritti vari inediti, scritto che tra l'altro ancora oggi non circola molto, era troppo avanti e troppo originale e "sovversivo" per farlo circolare:-), la cosa può farci capire come mai in italia rimaniamo sempre un po' indietro anche quando avremmo gli strumenti a portata di mano per capire prima degli altri, ma forse il tutto non è mai un caso, noi amiamo giocare sempre al ribasso, è cosa certo più rassicurante;-).
De Benedetti stesso in fondo non riuscì mai ad avere una cattedra in un paese pieno di cattedratici;-)
Chissà qual è il meccanismo perverso che ci porta a far fuori, se solo lo possiamo, le vere intelligenze?, forse perché, per kultura nazionale, siamo avvezzi a pensare che la Cultura serva a poco, nell'immediato.
georgia
Darwin???? mio dio anche tu, giulio, ma che è una parola d'ordine? tutti insieme appassionatamente all'unisono!


Pubblicato da: georgia - 05.01.06 12:22

cano, metto la parola fra virgolette perchè furono allievi a distanza e per scelta e non certo direttamente nelle università.
Uno dei nomi l'ho già fatto nel commento precedente che stavo scrivendo prima di leggerti.
La stroncatura di Croce influì certamente, ma non fu la sola causa. In fondo croce non amava neppure pascoli ma questo non ha impedito di farne quasi il Poeta nazionale;-).
la cosa per me misteriosa è che l'unica casa editrice che pubblica la traduzione è una prestigiosa, ma piccola, casa editrice fiorentina, va beh ... certo era stata fondata da codignola grande amico dei soliti grandi italiani: rosselli, calogero capitini ecc. ;-)
georgia

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 12:29

Per georgia: grazie per la risposta!

>> Non so se poi fu mai ristampata e se oggi è presente nelle librerie (tu ne sai qualcosa?).

"tu" sono io? Comunque, è stata ristampata. La mia copia è la prima edizione nella collana «Paperbacks Classici»: novembre 1995. Poi non so; su ibs.it c’è solo l’edizione 1992.

Pubblicato da: Cano - 05.01.06 12:33

il tu era diretto giulio, perchè ancora non ti avevo letto.
Davvero esiste una altra edizione? non lo sapevo, meno male :-).
Ho visto in rete che la Nuova italia la ristampò subito nel 1993 (la prima infatti andò esaurita subito in pochi giorni, nonostante costasse ben 75.000lire).
La cosa curiosa è che credo i diritti siano ancora della Nuova Italia, perchè nel '92 stavano per scadere, ma poi per legge europea furono portati a 70 anni e quindi credo che alla fin fine la Nuova italia abbia fatto un ottimo affare :-)
Ma l'edizione economica del 95 che hai tu è sempre della Nuova Italia?
geo

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 13:03

Georgia, che c'è di male a fare un esempio con Darwin? Se vuoi te lo faccio con l' "Ecologia" di Odum: gran libro, opus magnum del fondatore dell'ecologia, oggi superatissimo.
La Nuova Italia non è esattamente una "piccola casa editrice". Oltretutto ne possiede una bella quota (ma non ho presente se ne abbia il controllo) il gruppo RCS. Se si va sul sito www.lanuovaitalia.it, c'è il marchio RCS Libri Education. RCS è il secondo gruppo di editoria libraria in Italia, dopo Mondadori.
L'edizione economica di "Letteratura europea e Medio Evo latino" è sempre Nuova Italia.
Curtius è morto nel 1956; il libro, secondo la vecchia legge, restava comunque "sotto diritti" fino al 2006; con la nuova, resta sotto diritti fino al 2026 (si calcolano gli anni, 50 con la vecchia e 70 con la nuova, dalla data della morte dell'autore: non dalla data di pubblicazione del libro). L'editore italiano avrà acquistati i diritti per la traduzione dagli eredi di Curtius. Nessun affare particolarmente conveniente, dunque, per La Nuova Italia.

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.01.06 13:19

Sì, sempre della Nuova Italia. Ciao!

Pubblicato da: Cano - 05.01.06 13:20

sul serio giulio erano 50 anni?
A me risulta che erano 50 solo per chi era morto prima della guerra (come svevo e d'annunzio), per recuperare gli anni persi, ma non per chi era morto dopo.
geo

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 13:26

La nuova italia nel 1992 non era ancora solo dei Codignola?
In che anno è passata sotto la protezione della RCS (che tra l'altro oggi credo possieda anche la Garzanti)?

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 13:31

Dalla una ricerca in rete vedo che nel 1992 l'acquisto da parte della RCS ancora non era avvenuto quindi la Rcs con l'edizione di curtius non c'entra proprio nulla
geo

20 luglio 1995 :
La R.C.S. Libri & Grandi Opere Spa ha comunicato all'Autorità l'intenzione di acquisire una quota pari al 37,5% del capitale sociale della Nuova Italia Editrice Spa. A seguito dell'operazione la RCS, con una quota pari al 74,8% del capitale sociale, risulterà l'azionista di controllo della Nuova Italia.

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 13:46

scusate se aggiungo un commento (spero non sia considerato trollaggio) ma ripensavo ai diritti d'autore. Secondo me in italia, a parte chi era morto prima della guerra, erano 40 anni dalla morte dell'autore (oggi 70), ma posso sbagliare, ad ogni modo per curtius devo aver sbagliato sicuramente perchè in Europa ogni nazione aveva una sua legge e addirittura mi sembra che in germania fossero sempre stati già 70.
geo

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 14:44

Cara Georgia: per la durata dei diritti post mortem, vado a controllare sui manuali. In ogni caso, se per Curtius valevano i 40 anni, la scadenza era al 1996. Quindi nel 1992, quando Nuova italia l'ha pubblicato in Italia, il libro era ancora "sotto diritti" (e lo sarà, giusta la legge nuova, fino al 2026. Comunque poi ci guardo.
Se nel 1995 Rcs intendeva acquistare il 37,5% del capitale di Nuova Italia, arrivando così al 74,8, questo significa che nel 1995 Rcs possedeva già un 37,3% di Nuova italia. Poi non so come sia stato fatto lo "scorporo" tra Nuova Italia e Carocci.
Garzanti fa parte del gruppo Longanesi, non di Rcs.

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.01.06 14:59

hai ragione su garzanti (credo di essermi confusa con bompiani) tra l'altro non sapevo che garzanti era del gruppo Longanesi di cui ho visto che è (se lo è ancora) presidente Passigli e chè c'è dentro anche Ponte alle grazie, insomma ho imparato qalcosa nel caos ;-).
Su Rcs editori è vero possedeva già dal 1990 la quota (della Nuova Italia) che apparteneva al gruppo Fabbri (a cui l'aveva ceduta credo Casalini) però, non vorrei sbagliarmi (e tu mi correggerai) ma quella quota riguardava solo l'editoria scolastica e non i classici dove venne pubblicato curtius, però non lo so con precisione, e poi forse non è neppure importante.
Riguardo al fatto che nel '92 fosse ancora sotto diritti, certo, mai negato, ma io volevo dire che un diritto che scade dopo poco ha sul mercato un prezzo molto più basso, e se poi tale diritto viene prolungato di 30 anni è un indubbio affare, o no?
Ad ogni modo credo che ho sbagliato alla grande comunque perché gli eredi Curtius si saranno rifatti alla legge sui diritti tedesca e non a quella italiana, o no?
geo
Puoi spiegarmi meglio lo scorporo tra carocci e nuova italia, di che si tratta?

Pubblicato da: georgia - 05.01.06 15:49

Per la precisione il "gruppo Longanesi" si chiama da un paio di mesi GEMS: "Gruppo editoriale Mauri Spagnol".

Pubblicato da: gianni biondillo - 05.01.06 19:44

Cara Georgia, se Nuova Italia ha pubblicato nel 1992 il Curtius, probabilmente ne ha acquistati i diritti qualche anno prima, quando il cambiamento da 40 (o 50) a 70 anni dei diritti post mortem forse non era ancora nell'aria. In questo senso potrebbe essere stato, in effetti, un buon affare. Prima non avevo capito bene che cosa intendevi dire.
Carocci e Nuova Italia: non conosco bene questa vicenda societaria. Fattostà che da qualche anno è attivo l'editore Carocci, che ha ereditato (e in qualche caso rieditato) una serie di collane precedentemente targate Nuova Italia. In sostanza, sono rimaste targate Nuova Italia l'editoria prettamente didattica e la collana di classici (comprendente titoli come "La Stoà" di Pohlenz, "Paideia" dello Jaeger, la "Fenomenologia dello spirito" dello Hegel ecc. - e anche il Curtius); mentre tutto il resto, e cioè principalmente l'editoria prettamente parauniversitaria, esce con marchio Carocci. Ma non so come siano gli intrecci societari.

Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 01:13

scusa se insisto ma evidentemenrte c'è qualcosa che al momento mi sfugge.
La Nuova italia è fiorentina ed è stata fondata da Codignola, nome quasi mitico a firenze.
Anche il nome Carocci a firenze è mitico e fa venire inn mente "solaria" "letteratura" e altre grandi avventure letterarie fiorentine (ma che riguardarono e riguardano la letteratura tutta)
Poi so che oggi esiste una casa editrice Carocci (con sede a roma) che però non so che legame abbia con i vecchi Carocci (ma li avrà sicuramente) e soprattutto con i Codignola e la Nuova italia.
Nasce nel 1980 (ma come nasce? da una costola della Nuova Italia?)
Vedo che è una casa editrice veramente MOLTO interessante con autori come beck e kepel, agostino lombardo e bobbio, e che ricorda molto lo spirito e la cultura della vecchia Nuova Italia.
Tu parli della Carocci come fosse cosa conosciuta da tutti che era (o è) parte della Nuova italia, evidentemente a me manca un passaggio.
Mi spieghi il passaggio se lo conosci?
georgia

Pubblicato da: georgia - 06.01.06 11:01

Ma, cara Georgia: non so se la "nuova" Carocci abbia legami con la "vecchia" Carocci (esempio: l'attuale Baldini & Castoldi non ha alcun legame con l'antica Baldini e Castoldi).
Quando è nata la "nuova" Carocci, i primi titoli erano ripubblicazioni, con semplice cambio di marchio, di titoli Nuova Italia. Intere collane Nuova Italia sono diventate collane Carocci.
A occhio direi che potrebbe essere successo questo: che a un certo punto l'azionista Rcs, ormai maggioritario, ha liquidato i "vecchi azionisti" tenendosi il marchio Nuova Italia e le pubblicazioni scolastiche, e cedendo loro la parte di attività editoriale non di suo interesse; e questi vecchi azionisti, per rilanciarsi, hanno rispolverato il glorioso nome Carocci. Questo ciò che immagino sia accaduto: ma, eh!, lo immagino soltanto. Le storie dell'editoria che ho in casa non sono abbastanza aggiornate, e in rete non ho trovato nulla.

Pubblicato da: giuliomozzi - 06.01.06 11:30

Ma non si stava parlando di quel che dovrebbe fare la critica letteraria? Alla faccia dell'OT, sembra "Il Sole 24 ore" (ma non il supplemento domenicale).
Georgia, lo sappiamo, è la reginetta dell'OT e degli "sbandamenti", ma giuliomozzi mica è obbligato a correrle dietro... :-\

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 12:57

OT
La questione Franco Melloni per me è un fitto mistero. Il mistero ha origine da tre fatti.
1) Melloni sostiene di non avere a che fare con WuMing se non per essere iscritto alla loro newsletter;
2) ovunque c'è un'idea appena in contrasto con quello che i bolognesi sostengono, Melloni arriva, non a ribattere argomentando, ma bacchettando, sfottendo, spammando, offendendo: il suo ruolo si direbbe quello di "braccio secolare" dei WuMing;
3) svolge la sua attività sul sito di Iannozzi (i commenti offensivi e gli sfottò stanno ancora in archivio*); sul blog di Georgia (commenti spam, se non sbaglio, cancellati); su Vibrisse, come si legge sopra; su Lipperatura. Faccio un esempio di quest'ultimo caso:
[...] non credo affatto che Angelini sia peggio dei due innominabili putribondi chiamati in causa.
Scritto da: Franco Melloni | 29/12/05 a 00:00

Chi sono i due putribondi?, basta leggere qualche post sopra per capire a chi si riferisce:

"Angelini è a Fano? E chi se ne frega? Costui è peggio di Iannox e di Georgia messi insieme."
Scritto da: | 28/12/05 a 14:48 [questo post è firmato Franco ma non si tratta di Melloni]

Quindi i due putribondi per Franco Melloni sono Georgia e Iannozzi. E' un esempio ottimo del duro lavoro che svolge in rete.
Il dato significativo non è però che Melloni intervenga da casseur qui e là, ma che su Lipperatura nessuno, e in particolare Loredana (ma nemmeno WuMing1) trovi nulla da ridire, nemmeno per il post offensivo che ho citato sopra (e tanti prima), tant'è che poi Loredana interviene per rispondere al nick "Luciano/Il ringhio di Idefix" senza dire una parola sul "putribondo".
L'impressione è che queste persone si conoscano, oppure che non si conoscano ma che in fondo si apprezzino.

* sono partiti dopo l'intervista di Iannozzi a Parente, detestato dai WuMing; c'è stato un attacco evidente e immotivato da anonimi. Su IBS si può per esempio leggere questa recensione-fake alla Macinatrice di Parente:
"Giannozzo Iuseppi iannozzi@email.it (14-09-2005)
Siamo di fronte a un romanzo di idee, a un romanzo di linguaggi. Senza mai esaurirsi, proprio come l’opera di Duchamp. La trama de “La Macinatrice” è su più livelli, lo sottolineo e di più. Attraverso una lingua che stordisce, ma la necessità precipua per comunicare con il lettore è l’eccesso, lo stordimento, MASSIMILIANO PARENTE ci introduce nel Caos, nei suoi Canti danteschi-webbici, senza però mai esaurirsi, che penetra nella coscienza del lettore per frastornarlo proprio come se fosse dentro alla Macinatrice. Siamo di fronte alla Letteratura che non prende su di sé etichette di alcuna sorta. Il linguaggio di MASSIMILIANO PARENTE è Baricco fino all’eccesso: come non essere totalmente affascinati dall’Opera di MASSIMILIANO PARENTE? MASSIMILIANO PARENTE con “La Macinatrice” consegna alla Letteratura una Opera assolutamente perfetta, che a ogni nuova lettura si spiega al lettore, il quale però non capisce.
Voto: 2 / 5"

Pubblicato da: andrea barbieri - 06.01.06 15:49

Barbieri, io però potrei dire le stesse cose che tu dici di me (anzi, in giro si dicono), sostituendo ai Wu Ming Moresco. Te ne rendi conto, spero. Non mi sembra di aver parlato dei Wu Ming ultimamente (nei commenti che riporti tu si parla di Angelini), e non ho mai "spammato" da nessuna parte, anzi, intervengo piuttosto di rado. Non sono il "braccio secolare" di nessuno, mentre a volte molti hanno avuto il sospetto che tu fossi il braccio secolare della "triade". Immagino non sia vero per quel che riguarda te e certo non è vero per quel che riguarda me.
Nel tuo ragionamento c'è un vizio di fondo: mi attribuisci tutto e il contrario di tutto, come il commento che riporti da IBS, ad esempio, con cui non c'entro niente.
C'è questa moda - lanciata da Iannozzi, credo - di attribuire al sottoscritto fake, trollaggi, spam e cose varie, cose con cui non ho niente a che fare. Tempo fa ho lasciato commenti sarcastici sul blog di Iannozzi, poi non ci sono più tornato, a sentire lui invece io sarei sempre da lui, tanto da dovermi "bannare". Casco dalle nuvole.
A quanto mi risulta, nessun mio commento sul blog di Georgia (tutti firmati) è mai stato cancellato, e anche lì non ho messo piede negli ultimi tempi. Non stai esagerando con la ricerca del capro espiatorio?? Non è che ho avuto il grave torto di trovare interessante quel che scrive Angelini, tuo acerrimo nemico, e così mi hai preso di mira accusandomi di questo o di quello?

P.S. "Putribondi" è un'espressione che usava Loche ad "Avanzi".

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 18:11

Ah, io ho sospettato fin da subito (e non da solo) che il "Franco che non ero io" fossi tu.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 18:19

Articolo "lungo" certo e "sovrastante" :) ma decisamente interessante. Tutto anche i commenti. D'altra parte la complessità esige parole, spazi e tempi adeguati. E benvenga la complessità.
Un piccolo contributo alla discussione, non mio.

Copio da Michel Foucault, Scritti Letterari, Feltrinelli, 2004, pp 20-21
" L'autore - o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore - è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell'anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: "Chi ha realmente parlato? E' veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità e originalità? E che cosa ha espresso dal più profondo di se stesso nel suo discorso?".
Ma altre come queste: "Quali sono i modi di esistenmza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazioni predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?".
E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un'indifferenza: "Cosa importa chi parla?".
Sono le utlime righe del saggio "Che cos'è un autore" tratto da una conferenza del lontanissimo 22 febbraio 1969 al Collège de France.

Se la critica letteraria vuole, può cambiare gli "arnesi" che ha a disposizione per costruire una "storia" della letteratura che non sia più nè "storia" nè "letteratura" ma che parta da punti di vista diversi in cui la funzione-autore, almeno in parte, taccia. E si riesca a dare parola, invece, a tutto il resto. Ecco che la "comparazione" tra testi diversi, come proponeva Giulio, è possibile. Anche se si tratta di un lavoro decisamente difficile (ci vuole,, credo, erudizione e conoscenza ma al tempo stesso capacità di usare strumenti di connessione e interpretazione secondo prospettive e punti di vista critici, personali, interdisciplinari) e, tra l'altro, facimente "demolibile" da parte di chi adotta ancora lo sguardo della critica letteraria "tradizionale".
Mica facile :)))
Maddalena

Pubblicato da: Maddalena Mapelli - 06.01.06 18:57

Caro Melloni, direi che non è vero che tu puoi scrivere le stesse cose di me, perché quando Nazione Indiana si spaccò, a partire dall'intervento di Benedetti e Moresco contro Caliceti, credo di essere stato quello che ha scritto, nei colonnini dei commenti, le cose più feroci sui loro interventi. E per tanto tempo ho lasciato post, anche su Vibrisse in cui chiedevo come fosse possibile che avessero snobbato la domanda di Mozzi "che fare concretamente?". Queste sono cose risapute, sicuramente risapute anche da te.

Anche adesso credo che in quella cosa (la chiamo "cosa" perché non è riuscita a trasformarsi in movimento) partita con il testo di Moresco "La restaurazione" ci fossero delle ottime intenzioni, ma che per vari motivi Moresco e Benedetti si mossero in modo sbagliato. Ma siccome il problema continua a esistere, ed è un problema di civiltà, pian piano sono sicuro che si arriverà a concetti soddisfacenti per descrivere quel problema e forse, almeno in parte, per risolverlo.
Anche questo topic è un tentativo.

Pubblicato da: andrea barbieri - 06.01.06 19:19

Ogni tanto viene fatto un esperimento, gli ultimi a farlo sono stati quelli del Times di Londra: hanno preso i testi di alcune opere di autori famosi, hanno sostituito i nomi dei grandi scrittori con quelli di immaginari sconosciuti, e li hanno spediti alle più importanti case editrici inglesi. Dopo un po' di tempo sono tornati indietro, con argomentate lettere di rifiuto. Gli editori non avevano riconosciuto i testi, insomma. Sono possibili diverse interpretazioni: quei testi sono stati pubblicati solo perché scritti da autori già famosi, quindi si è pubblicato il nome (l'autore) prima ancora del libro, oppure: gli editori non capiscono più cosa vale e cosa no, e tendono ad andare sul sicuro investendo su nomi già noti, oppure: quella che Foucault e Maddalena chiamano la funzione-autore è diventata più un ingombro che un vantaggio, qualcosa che non fa proprio bene alla letteratura (e alla critica). Secondo me sono vere tutte e tre le cose.

P.S. Anche in Italia alcuni editori (mi viene in mente Fanucci) scrivono sui loro siti che non sono ben accetti testi di aspiranti scrittori a meno che non siano "raccomandati" (cioè abbiano un agente). Uno dei post più divertenti di Angelini sul suo blog analizzava uno di questi annunci (non quello di Fanucci) e concludeva: "I nuovi autori no pasaran!" :-)

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 19:19

Ho detto che "potrei dirle" e che in giro si dicono, ma ho aggiunto che non credo siano vere. Come tu puoi dirle di me, ma io so che non sono vere. Comunque apprezzo che stiamo arrivando a un tono civile. Ti ho scritto in pvt, ancora incazzato per le accuse. Io mi impegno a essere meno sarcastico e tranchant, però si sappia che se do torto a qualcuno è perché credo che abbia torto, non perché sto eseguendo gli ordini di chicchessia. Io uso la stessa autodescrizione che usi tu: sono un lettore-e-basta. Non ho interessi occulti o palesi da difendere.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 19:22

OT. Barbieri: avevo lasciato un commento su NI in coda al post su "Mondo marcio", dicendo che UNA cosa in comune ce l'abbiamo: i Baustelle. Il commento, benché inoffensivo, è stato tagliato, e non è la prima volta. Si vede che Franco Melloni è il nuovo cattivo della rete :-/ Se fosse successo su Lipperatura, se ne sarebbe parlato per settimane, con insulti alla Lipperini distribuiti in vari blog e accuse di cospirazione.

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 19:34

Franco, i tuoi commenti su NI sono on line.

Pubblicato da: gianni biondillo - 06.01.06 19:53

Basta sindrome del sospetto, Andrea. Ne abbiamo tutti le palle piene. Sia quando la facevano su di te, sia quando tu la fai su altri.

peace and love

Pubblicato da: gianni biondillo - 06.01.06 19:55

Grazie, Gianni. Era una cazzatina, ma era la MIA cazzatina :-)

Pubblicato da: Franco Melloni - 06.01.06 20:13

Caro Franco, ti sbagli, il commento:
"Melloni Says:
January 6th, 2006 at 19:07
UNA cosa, UNA, su cui sono d’accordo con Barbieri: i Baustelle!
Incredibile."

non è mai stato cancellato dal colonnino di Nazione Indiana. Lo puoi verificare tu stesso.

Pubblicato da: andrea barbieri - 06.01.06 23:39

Sono gli scherzetti dell'awaiting moderation. C'è gente che su Nazione Indiana è tenuta in quarantena.

Pubblicato da: didattico - 07.01.06 00:19

Caro Didattico, oggi da buon net-dipendente mi sono collegato più volte e quel messaggio non è mai stato in moderazione.

Pubblicato da: andrea barbieri - 07.01.06 01:13

Oggi. Ieri sì, però, perché non c'era. Al tuo commento sui Baustelle seguiva direttamente quello di Monina.

Pubblicato da: didattico 2 - 07.01.06 15:06

Caro Didattico, scusa se insisto, ma il mio post appena sopra è dell'una di notte, quando dicevo "oggi" mi riferivo al giorno 06.01.2006. In quella giornata (quella a cui tu stesso ti riferisci con "ieri") collegandomi più volte ho sempre trovato il post di Melloni.

Pubblicato da: andrea barbieri - 07.01.06 15:43

Io invece non l'ho visto, che ti devo dire? Si passava dal tuo a quello di Monina. Quello di Melloni era in moderazione. Si vede che ti sei collegato quando l'avevano "s-moderato".

Pubblicato da: didattico 3 - 07.01.06 18:00

Sopra ho detto che il problema della mediazione nel campo dei libri è una questione di civiltà, quindi ho dato un rilievo molto grande che riguarda anche il modo in cui persone diverse possono vivere in comunità. A questo proposito copio-incollo una citazione di John Berger che è circolata in alcuni blog:

“Abbiamo bisogno di storie per sopravvivere. Per distruggere una comunità basta distruggere le sue storie, perché esse rappresentano la sua continuità. Una comunità, infatti, è un insieme di persone che ascoltano le medesime storie. Privata delle proprie storie, una comunità perde la sua identità. Ci sono naturalmente storie sostitutive, prefabbricate e in vendita: le storie proposte dai media, le storie/logo. Adattare queste storie preconfezionate e in offerta sul mercato è il primo passo per trasformarsi in schiavi.”

Pubblicato da: andrea barbieri - 07.01.06 23:45

E poi vorrei aggiungere anche questa citazione:

Erzählen, raccontare, Zählen, contare. Conter, raccontare, compter, contare. To recount, raccontare, to count, contare.
Anche in italiano, «contare» vale spesso per «raccontare». Sicché, nelle quattro grandi lingue occidentali, il raccontare, il narrare, e il numerare (e calcolare), sono funzioni che la coscienza linguistica considera affini. Probabilmente perché chi narra è tenuto alla «precisione» e alla oggettività: non può inventare, deve «riferire».
La coscienza linguistica sente che il narrare, non solo è «prosa», ma è impegno di aderenza alla realtà.

Guido Morselli, Diario, 16.2.69

Pubblicato da: andrea barbieri - 08.01.06 00:28

OT: Barbieri, Iannozzi mi ha chiesto scusa per accuse che anche tu (in questa sede, pochi commenti più sopra) hai ripetuto e amplificato.
http://www.biogiannozzi.splinder.com/1136655876#6785797
A te la logica conclusione...

Pubblicato da: Franco Melloni - 08.01.06 01:55

Caro Melloni, se tu leggi attentamente quello che ho scritto sopra non trovi nulla che vada oltre le righe, trovi l'ipotesi che il tuo "operato" sia ben accetto da alcune persone. Se pensi che di questo mi debba scusare, pensi male.

Oltrettutto ritengo che tu mi abbia scritto una mail privata offensiva a cui ho risposto pazientemente e riportando il discorso a qualcosa di un po' più grande.

Pubblicato da: andrea barbieri - 08.01.06 11:01

Mozzi, qualche appunto rapido: che la critica accademica non si occupi di letteratura contemporanea non è vero: oppure intenti "critica accademica" in un senso diverso da quello comune.

Un'osservazione più importante: vedi che la tua domanda finale non è chiarissima. Innanzitutto, è impossibile non trovare giudizi di valore dovi trovi uomini, e questo è scontato; ma chiedi alla critica letteraria di raccontarti quello che sta accadendo in funzione di cosa? "In funzione del futuro" sarebbe una risposta un po' generica, e non si capisce per quale motivo non dovremmo preoccuparci del presente (o del futuro-presente, per così dire, ossi di questi anni e dei prossimi). Prima di rispondere a un articolo troppo lungo con un articolo ancora più lungo (cosa che farò), vorrei capire se tra i compiti della critica letteraria, in qualunque senso tu la intenda, in qualunque delle figure che individui, ci sia (secondo te) il compito fondamentale di "spiegare un testo in un contesto": perché mi pare la pia illusione di molti, e la presunzione di qualche critico (e non di troppi, onestamente).

Qualche curiosità sulle premesse, tutto qui (partendo da un malinteso sulle premesse si possono trarre splendide deduzioni, e splendidamente sbagliate quanto le premesse fraintese).

Se hai voglia di rispondere, questo è solo il primo dubbio, chiaramente.

Pubblicato da: ivan roquentin - 08.01.06 11:24

Giulio, in risposta a quanro detto su, ma molto su: io non ho mai detto che la critica stia per esaurirsi (trattandosi di narrazione di narrazione, starà sempre attaccata al deretano della prima, chiaro!) ma sono però convinta che qualcosa stia cambiando, questo sì. E che sia lo 'sviluppo tecnologico' a determinare questo cambiamento. Questo sì.

Sparigliamo ancora le carte. Ricominciamo da capo.

I soggetti che la fanno la critica. Guardiamo a quelli.

La nostra epoca ha tanti difetti. Mette sul mercato tutto. In questo c'è, però per noi ossessivi ossessionati dalla letteratura, un pregio. Potendo mettere al lavoro tutto, anche l'ossessione avrà finalmente un valore. E allora. Per una volta. Un ossessivo-ossessionato che stia sui suoi gialli noir per otto nove al giorno sarà più autorevole del pagato raccomandato che legge per lavoro?

Perchè uno che viene pagato per scrivere recensioni dovrebbe essere considerato un critico, Giulio? Lo so, non hai detto questo. ma allora, chi è critico? E' critico chi vince una borsa di studio? Da che cosa viene l'autorevolezza del critico?

Scusate se mi ripeto: se uno scrive recensioni sul suo blog per tre quattro anni, alla fine sarà un critico o no?

Soprattutto se magari è uno che dedica alla lettura mettiamo che ne so, sette, otto ore serie? L'ossessionato di cui sopra.

Supponiamo invece il recensore come uno un po' cialtrone di quelli che appena possono bigiano! Così, siamo sempre nel campo delle mere ipotesi

Pubblicato da: angela scarparo - 08.01.06 12:16

Barbieri, Iannozzi si è dimostrato ragionevole e abbastanza corretto. Tu invece no. Tu hai scritto di me: "svolge la sua attività ["di casseur", N.d.R.] sul blog di Iannozzi" e hai scritto che io spammo sul blog di Georgia, tanto che lei ha dovuto cancellare. Sono entrambe accuse false, sono calunnie. Se non ritieni di doverti scusare e di poter continuare a insultare le persone in giro per la rete (come hai fatto con Angelini, con me, con la Lipperini e stai facendo adesso con Monina) chiamando "troll" chi si limitia a renderti pan per focaccia, significa che sei un disonesto, e ha ragione chi ti ha individuato come misero provocatore. E con questa chiudo. Chiederai scusa a te stesso, un giorno, per avere sprecato le tue giornate in questo modo.

Pubblicato da: Franco Melloni - 08.01.06 15:40

Franco, questo pomeriggio sei apparso su Nazione Indiana per lasciare un post su di me. A mio parere quello che hai scritto - oltre a essere offensivo, poco intelligente e falso - considerando la frequenza di questo tipo di interventi, è anche spam.
Nonostante questo non ce l'ho con te personalmente.

Pubblicato da: andrea barbieri - 08.01.06 21:10

Ho semplicemente descritto il tuo modo di stare in rete, basato su commenti inutilmente aggressivi, come quelli che hai dedicato a Michele Monina che non ti aveva fatto niente, e su un appiccicarti al culo del "nemico" di turno come fossi una sanguisuga. I miei interventi, in realtà, sono abbastanza rari, passano intere settimane senza che io scriva una riga. Tu invece, nonostante i tuoi ripetuti annunci di sdegnato ritiro perché non ti meritano (come su Lipperatura), ti ripresenti ogni giorno con decine di commenti malevoli. E poi non barare, lo so che ce l'hai con me personalmente, come ce l'hai personalmente con quasi tutti. E non replicare, banalmente, con un "Ma io non ti conosco", perché si può avercela personalmente anche con chi non si conosce.

Pubblicato da: Franco Melloni - 08.01.06 21:30

Premetto che sono un giovane ventiseienne piccolissimo, insignificante, editore pavese che ha pubblicato in tutto una ventina di libri di storia locale e che solo ora, dopo tre anni, si interessa di narrativa e di autori "esordienti". La mia esperienza per ora è una bella ma difficile (e lo scenario già descritto da Mozzi in un precedente post sulla ripartizione dei prezzi di copertina ne è il classico estrinsecarsi) quotidiana scoperta.
Solo modo per andare avanti è come per tutti i "piccoli", lottare contro banche e finanziarie, sperando che qualche titolo venda abbastanza da pagare i debiti accumulati.
Credo che Mozzi, che tra l'altro ho avuto il piacere di incrociare un paio di volte sia a Casteggio che a Tortona facendomi anche un po' incazzare per non aver invitato nessun autore pavese, abbia colpito in pieno per un paio di motivi. Anche a me piacerebbe una storia materialista della letteratura come auspicato nel post. Mi piacerebbe per due motivi e mi riferisco all'oggi perché vorrei anch'io capire che cosa “sta veramente succedendo".
1) La critica non può non tenere conto, per esempio, che sono cambiate le tecnologie produttive del libro per cui con trecento/quattrocento euro di spesa tutti possono diventare virtualmente "editori". Molti critici infatti identificano la morte della letteratura con il fatto che scrittori ed editori si moltiplichino in modo (secondo loro) "esponenziale" (è facile aprire una casa editrice? Vero! Molto più difficile tenerla aperta). Io credo invece che lungi dall'essere moribonda, la letteratura sia vitale come non mai. Il problema è che molte giovani case editrici nascono senza consapevolezza, senza sapere cosa li aspetta ed è l'errore che un po' per idealismo un po' per superbia pago anch'io. Non avendo progetti duraturi o credendo di avere tra le mani il Jolly che regalerà i miliardi si fa presto a commettere errori grossolani. Ho imparato a mie spese che Nietzsche aveva ragione a dire che "Tutte le cose dritte mentono, ogni verità è curva".
Certo però la critica non da una mano ed è qui la mia denuncia... Per ottenere un "trafiletto"... bisogna fare i salti mortali. La prima cosa che chiedo quindi alla critica e che vorrei fosse contemplata in una ipotetica «storia materialista della letteratura» è di prestare più attenzione al peché molti giovani passino all'editoria arrabattandosi inseguendo chimere. La risposta che mi sono dato è che se c'è un proliferare di case editrici è che forse questo mondo così tanto bello non è, perché la vitalità culturale di questi ultimi tempi nasce dalla necessità impellente ed improrogabile... di sognare più di quanto non lo si possa fare lavorando in banca, o finendo a fare come sempre più spesso succede, lavori "commerciali" che mortificano l'animo quando non diventano vera e propria tortura. Infondo non è una richiesta folle:
si tratta solo di non dare spazio eccessivo ai già ipertrofici paginoni dedicati ai best-sellers andando invece in "cerca" di giovani talenti.
Per esempio non avevo mai sentito parlare di Gabriele Dadati, l'ho letto e non mi è dispiaciuto, ma ho dovuto sudare sette camicie per avere tra le mani un suo libro.
E qui arriva il punto due.
2) Le forme distributive, stanno cambiando seriamente e debbono per forza cambiare. Se non cambieranno... allora sì che la letteratura morirà veramente. Non si potrà più parlare infatti di opera letteraria ma di "prdotto" e questo mi spaventa di più.
L'impotenza economica dei piccoli editori di fronte ai grandi gruppi... è sconcertante. E anche qui rinnovo la mia preghiera alla critica di essere davvero "critica" e non apologia del tal editore e di tenere conto che se cambiano i modi per produrli i libri, non è detto che chi pubblica poche sparute copie magari in digitale, non sia meno degno di attenzione rispetto all'editorone S.p.A. che riesce, come un novello Re Mida, a trasformare sterco in oro.
Benvenga una storia materiale della letteratura quindi che aiuti a contestualizzare, a suffragare con dati giudizi che alcune volte sono troppo faciloni e a spiegarci finalmente perché quello vende e questo che meriterebbe di vendere no. Senza però dimenticare che la critica (se fatta bene) e fondamentale e (come credo anch'io) appunto, non parassitaria.

Pubblicato da: Paolo - 26.01.06 16:36

Chiedo scusa al povero Giulio Mozzi ma mi sono accorto dopo di essermi lasciato andare ad una battuta infelice: «Mozzi, che tra l'altro ho avuto il piacere di incrociare un paio di volte sia a Casteggio che a Tortona facendomi anche un po' incazzare per non aver invitato nessun autore pavese».

Vero! E mi scuso umilmente: da invitato non poteva certo... invitare.

Pubblicato da: Rettifica - 26.01.06 17:46