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09.01.06

Ceci n’est pas une pipe

di Giorgio Morale

non_è_una_pipa.jpgCeci n’est pas une pipe, recita un dipinto di Magritte. Certo, quella non è una pipa, è una pipa dipinta. Allo stesso modo l’uomo non gira portandosi dietro bisacce piene di oggetti per parlare mostrandoli agli interlocutori, come diceva un filosofo; usa il linguaggio, cioè una elaborazione simbolica, capace di indicare a distanza: anzi, in assenza. Ciò che non c’è.
In questo senso, va bene dire che il poeta (l’artista) è un fingitore e la letteratura menzogna: non ci dà la realtà delle cose, ma una elaborazione simbolica. Anzi, più è credibile, più – si potrebbe dire – è capace di mentire. In questo senso va bene dire anche che tutta la letteratura è letteratura fantastica, come dice Borges. Anche quella realistica, aggiungeva a scanso di equivoci. Affermazione, questa, che va bene anche per altri motivi: la letteratura ha sue regole, sue convenzioni. Quando si comincia a scrivere, un po’siamo noi a portare la scrittura, un po’ è lei che porta noi. Senza che questo voglia dire un più o un meno di finzione o di realtà. Fa parte del gioco – della strada intrapresa – del mezzo.

Allo stesso modo, possiamo rovesciare l’affermazione e dire che tutta la letteratura è letteratura realistica. Nel senso che la scrittura non prescinde dal mondo. E’ passata l’epoca in cui si sosteneva fanaticamente che non c’è autore, non c’è mondo, c’è solo l’opera. Opere come Orlando Furioso o Baldus o Gargantua e Pantagruel, per citare alcune tipiche e indiscusse opere-mondo, non parlano di un mondo parallelo, parlano di questo mondo in cui viviamo, ne sono impregnate. Anche il fantastico è un modo per parlare del nostro mondo. Scegliere un modo realistico o uno fantastico poi dipende (dall’autore, dalla sua storia, dalla sua cultura, dal suo temperamento, dalle contingenze dell’epoca in cui si trova a vivere). Allora che ognuno scriva come meglio riesce o come la sua epoca lo porta a scrivere. Tante opere diverse fanno ugualmente parte a pieno titolo della letteratura.

E questo mondo – vero o immaginario – come nasce? Lo scrittore crea un mondo? Lo reinventa? Molto più umilmente, diceva Dante, il poeta testimonia: nota: “I’ mi sono un, che quando / amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro, vo significando".

Lo stesso concetto mi pare sia quello espresso da Cristina Campo: “Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro" (C. Campo, Gli imperdonabili). L’arte allora è salvezza. Illumina un angolo di mondo. Salva le cose da cui non riusciamo a separarci. Buone o cattive che siano. Allora è anche quello che si dice un dono, un atto d’amore.

Però, non basta avere qualcosa da salvare (o al limite voler salvare se stessi) per essere un grande artista, per creare una grande opera. Cosa occorre? Il lavoro dell’artista. Tanti lo hanno detto in modi diversi. Diceva uno che aveva il dono della sintesi che ci vogliono: 1. pensieri elevati; 2. una forte emozione; 3. competenza stilistico-retorica; 4. competenza espressivo-lessicale; 5. competenza sintattica. Pensieri elevati e forte emozione possiamo intenderli come facenti parte dello “sguardo" dell’autore. Le successive competenze della cassetta degli attrezzi.
Notare: al primo posto si trovano i pensieri elevati. Anche se oggi c’è un po’ di reticenza a dirlo. Con pensieri elevati possiamo intendere i pensieri sulla verità e la vita. Anche quelli che ci fanno vedere il brutto e il male – o il vuoto: anch’essi sono pertinenti a grandi questioni. Senza che questo voglia dire che le opere letterarie debbano spiegare il mondo e dare risposte. La scienza e la religione spiegano il mondo e danno risposte. Per quello che ci riguarda, e facendo qualche esempio: dobbiamo condannare o assolvere la Francesca di Dante? Oppure il Ferdinand del Viaggio al termine della notte? Non è questo il problema, evidentemente. L’arte non procede per ragionamenti, essa pone domande, che proprio perché non hanno una risposta – o non hanno una risposta univoca – sono inesauribili.

Non tutte le opere hanno gli elementi citati, e non tutte le opere sono ugualmente grandi e riuscite. Quello che ci emoziona di Madame Bovary allora non è il quadro dell’epoca, che oggi non è più uguale (quello magari è funzionale a darci un effetto di realtà), è la presenza di pensieri elevati e di una forte emozione. La capacità di Omero di farci vedere nell’addio di Ettore al figlio la forza dell’emozione e l’altezza del pensiero (la crudeltà della guerra), anche se non ci interessa più la sua rassegna degli eserciti. Espressi con una perizia tecnica che ci dà al meglio l’effetto di realtà e che ci permette di partecipare dell’emozione e dei pensieri dell’autore.

Una grande opera è quindi una grande esperienza. Anche un grande divertimento, perché ciò che non m’interessa, che non mi coinvolge tutto, ragione, cuore, corpo, ha l’effetto di stancarmi, annoiarmi. Quali conseguenze potrà avere, non possiamo saperlo. Proviamo a pensare alle opere veramente grandi: anche i loro effetti possono essere grandi.

Detto questo, si può poi entrare a discutere delle scelte artistiche e delle propensioni per il realismo o il fantastico. Quello è un altro discorso.

PS. La discussione con più di 170 interventi sviluppatasi su vibrisse è un segno che grandi questioni e grandi temi sono ancora importanti e capaci di coinvolgere e appassionare.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 09.01.06 16:59

Interventi

Ancora un bellissimo pezzo su definizione e finalità della letteratura. Concordo con Giorgio Morale quando dice che l'arte debba porre domande. E approfitto del suo esempio sulla dannabilità di Francesca per spiegarmi, proponendo un personalissimo quesito, di sempre: perchè Dante la relaga all'Inferno? trattandosi di una donna dolce e conflittuale, affatto lussuriosa, secondo la balorda accezione di allora? e perchè invece non lo fa con Piccarda Donati, una robusta divoratrice di sesso (fatto assolutamente conclamato, e Dante lo sapeva bene) addirittura sistemata in Paradiso?
Si possono dare tante spiegazioni, imbastire ragionamenti cartesiani o meno, ma una cosa è certa: lo scrittore, stando al sentire di chi legge, è incorso in una contraddizione, clamorosa. Possibile? da modesto praticante letterario non lo penso, un formidabile costruttore come Dante non commette errori di calcolo. L'unica risposta allora è riconsiderare il tutto, intendendo l'arte anche come mistero, un'azione egoistica - per l'autore, si intende - in cui incidentalemnte, e per fortuna, è coinvolto il lettore. Ed in questa ottica chi scrive, più che reinventare o rappresentare, secondo me quel particolare mondo lo vive. Come accade a uno psicotico, che a differenza del sano, pur costruttore di fantastici castelli, in quei castelli ci abita. Anzi, ne lustra porte e pavimenti, e a volte ne distrugge le finestre. Restando in metafora clinica, non è detto che il sano sia incapace di sintonizzarsi con quel delirio, di entrare nel castello e comprendere una logica sia pure distorta. Basta riviva certe sue fantasie, mai agite, per venirne a capo. Il problema si pone quando c'è da capire il perchè il pvero psicotico ha deciso di abitarci. Motivazione a volte, anzi spesso, sconosciuta.

Pubblicato da: Carlo Capone - 09.01.06 18:21

ottimo

Pubblicato da: melpunk - 10.01.06 00:29

Il tutto ci riporta, è mia impressione, alle parole di Spadaro in merito allo "sguardo ingenuo sulla realtà". Non una narrativa ingenua, ma una narrativa che sappia essere se stessa in maniera diretta, senza sovraccarichi e zavorre di vario genere. Che sappia "essere" esercitando la sua naturale capacità di fascinazione.

Pubblicato da: mauro - 10.01.06 16:09

La discussione sull'articolo di Antonio Spadaro avrebbe meritato una piccola deviazione su questo bel pezzo di Giorgio Morale.
Tutta la letteratura 'non è una pipa' eppure ci serve per individuare. Che cosa? C'è un altro quadro famoso di Renè Magritte che può aiutarci a dare una indicazione precisa su questa cosa, apparentemente così strana, della fantasia e della realtà nell'arte.
La condizione umana del 1934.
Si vede un cavalletto con sopra un quadro in cui è dipinto un paesaggio, dietro il quadro si vedono la parte bassa e la parte alta di un muro confinato a destra e sinistra da due tende rosse, pesanti, e che incorniciano il cavalletto col quadro. Appena sotto il margine del quadro si intravvede il bordo basso di una finestra. La finestra si apre (probabilmente, dico io) su di una paesaggio. Ma l'osservatore del quadro (che NON è una pipa, occorre ricordarselo: Cecì n'est pas une pipe è un lavoro del 1928-29)confonde a prima vista il quadro col paesaggio sottostante e solo uno sforzo d'attenzione gli consente di distinguere, a malapena, il quadro dipinto sul quadro, dallo sfondo dipinto sul quadro.
Non so cosa volesse dire Magritte e mi rifuto di andare a cercare la bibliografia relativa. Ma questo quadro s'intitola, appunto, la condizione umana.
Per me è una rappresentazione della letteratura.
La quale, esattamente come il delta dell'Okawango, è - in questo caso - un luogo fragile alla vista, cioè all'organo sensuale, sensorio e sensoriale, dedicato a fruire dell'opera d'arte.
La letteratura (la poesia) è certo uno sforzo di fantasia, ma questo sforzo si rappresenta solo come un cenno, una indicazione sulla realtà.
Per questo davanti alle grandi opere, alle realizzazioni più grandi dell'ingegno umano, siamo sempre in presenza di un'opera e, molto più difficilmente di un autore. Nel senso che si può godere l'opera come se parlasse di noi, del nostro mondo attuale, ignorando chi era l'autore e perchè ha fatto proprio quella cosa lì, anzichè un'altra.
Questo è possibile non perchè l'opera sia fantastica, ma perchè è capace di parlarci, perchè la sua parola non cessa.
Sarò ossessivo, ma sono convinto che questa ambiguità accade proprio perchè l'opera d'arte nel suo percorso di bellezza parla del vero, della verità. Gadamer ha dedicato un libro mostruoso e poco letto, anche da me, proprio per rintracciare un senso possibile, cioè ricostruibile razionalmente, a questa possibilità di accesso al vero.
Il nihilismo heiddeggariano è la radice di molto nihilismo attuale, molto più di Nietszche che era troppo buon scrittore e troppo buon poeta e troppo buon musicista, oltre che filosofo di livello eccezionale, per semplicemente
arrendersi al Nessuna verità. La volontà di potenza è la ricerca di una verità che, per Nietszche, dolorante di una malattia neurologica irreversibile, per lui come persona era l'Ecce Homo. Lui stesso, ma come figura e forse come opera d'arte.
Nulla di più lontano dal nihilismo proporsi come un testo sempre leggibile, nel momento in cui le parole filosofiche a lui non bastano più.
Giorgio Morale ci apre questa strada di riflessione. Che ho cercato di percorrere un pochino e facendo, di sicuro, una quantità smisurata di errori.

ciao
raffaele

Pubblicato da: raffaele ibba - 10.01.06 23:48

Ringrazio Giulio Mozzi per l’ospitalità e quelli che sono intervenuti per i loro punti di vista.

Per Raffaele Ibba:

Certo, è illuminante anche il quadro “La condizione umana”, per il suo essere totalmente dentro la complessità del rapporto tra mondo e arte. Accenna alle tentazioni illusionistiche o fotografiche, ma superandole, in un continuo, problematico rimando, tra opera e realtà.

Condivido che la letteratura sia “un luogo fragile alla vista, cioè all'organo sensuale, sensorio e sensoriale, dedicato a fruire dell'opera d'arte”. Anche che “La letteratura (la poesia)” sia “uno sforzo di fantasia” che “si rappresenta solo come un cenno, una indicazione sulla realtà”. (Solo, andrebbe precisata la parola “sforzo”: se si sente lo sforzo, l’opera ci perde; davanti all’impossibile, se è proprio impossibile, anche Dante tace: “A l’alta fantasia qui mancò possa”. Invece come lotta con le parole e i significati la scrittura può essere anche uno sforzo – le famose gioie e dolori della scrittura!).

Che strana cosa infatti la parola. E’ prossima all’uomo, anzi nasce da “dentro” l’uomo, eppure è la più immateriale, e la più potente. Non illude e non si presenta come “la cosa stessa”, ma vi accenna, come il simbolo, con la scelta delle parole, il loro suono, la loro fisicità, l’accostamento, il movimento. Anche la scrittura che si pensa più precisa, rigorosa, trasparente (che so, quella di Stendhal, Musil, Calvino, Carver) è un accennare, un indicare. Di più mi pare che non possa (e va da sé che il “cenno” può anche avere la forza di un martello).

Naturalmente bisogna aggiungere che non basta essere innamorati delle parole, del linguaggio, per creare un’opera buona, se no si gira a vuoto; il poeta (lo scrittore, l’artista) è anche innamorato del mondo – per bello, brutto, cattivo, vuoto o problematico che sia. E qui rientrano in campo lo “sguardo” e la verità. Forse anche l’attività dello scrittore come novello Robinson.
Proprio quest’ultima affermazione mi pare avere anche implicanze importanti, etiche e politiche, che però non mi sembra il caso di affrontare qui, dove già si è detto tanto.

Pubblicato da: giorgio morale - 11.01.06 17:02

Ringrazio Giulio Mozzi per l’ospitalità e quelli che sono intervenuti per i loro punti di vista.

Per Raffaele Ibba:

Certo, è illuminante anche il quadro “La condizione umana”, per il suo essere totalmente dentro la complessità del rapporto tra mondo e arte. Accenna alle tentazioni illusionistiche o fotografiche, ma superandole, in un continuo, problematico rimando, tra opera e realtà.

Condivido che la letteratura sia “un luogo fragile alla vista, cioè all'organo sensuale, sensorio e sensoriale, dedicato a fruire dell'opera d'arte”. Anche che “La letteratura (la poesia)” sia “uno sforzo di fantasia” che “si rappresenta solo come un cenno, una indicazione sulla realtà”. (Solo, andrebbe precisata la parola “sforzo”: se si sente lo sforzo, l’opera ci perde; davanti all’impossibile, se è proprio impossibile, anche Dante tace: “A l’alta fantasia qui mancò possa”. Invece come lotta con le parole e i significati la scrittura può essere anche uno sforzo – le famose gioie e dolori della scrittura!).

Che strana cosa infatti la parola. E’ prossima all’uomo, anzi nasce da “dentro” l’uomo, eppure è la più immateriale, e la più potente. Non illude e non si presenta come “la cosa stessa”, ma vi accenna, come il simbolo, con la scelta delle parole, il loro suono, la loro fisicità, l’accostamento, il movimento. Anche la scrittura che si pensa più precisa, rigorosa, trasparente (che so, quella di Stendhal, Musil, Calvino, Carver) è un accennare, un indicare. Di più mi pare che non possa (e va da sé che il “cenno” può anche avere la forza di un martello).

Naturalmente bisogna aggiungere che non basta essere innamorati delle parole, del linguaggio, per creare un’opera buona, se no si gira a vuoto; il poeta (lo scrittore, l’artista) è anche innamorato del mondo – per bello, brutto, cattivo, vuoto o problematico che sia. E qui rientrano in campo lo “sguardo” e la verità. Forse anche l’attività dello scrittore come novello Robinson.
Proprio quest’ultima affermazione mi pare avere anche implicanze importanti, etiche e politiche, che però non mi sembra il caso di affrontare qui, dove già si è detto tanto.

Pubblicato da: giorgio morale - 11.01.06 17:11

Giorgio, ero tornato dalla vacanza e avevo da smaltire molte letture. Mi complimento con te.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 13.01.06 14:51

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