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07.01.06

Carlo Emilio Gadda: La cognizione del dolore (1963/1970)

di Bartolomeo Di Monaco

Gadda.jpgDue Stati immaginari collocati quasi fuori del mondo, ossia sulla “Cordillera" sudamericana, e della stessa etnia, si fanno guerra continuamente e i loro “plenipotenziari" sono sempre pronti, tuttavia, a stipulare accordi di pace. Maradagàl (“ventisettemilioni di bipedi") e Parapagàl i loro nomi. E nel primo di questi (“così simile, per molti aspetti alla nostra perduta Brianza"), alle pendici della montagna c’è un paesino di nome Terepáttola, vicino al quale sta un altro paese, anche questo dal nome gagliardo: Pastrufazio. Ma non finisce qui: altri cittadini si fanno la guerra tra loro: i Serruchonesi (coltivatori di piselli pregiati) e i Lukonesi. L’obiettivo finalmente circoscrive il suo occhio e mette a fuoco questi ultimi, ossia il paese di Lukones, abitato da personaggi curiosi, a cominciare dalla lavandaia Peppa, dalla moglie nana del becchino di Lukones e dal vigile notturno Gaetano Palumbo, meglio conosciuto come Pedro Mahagones, cui una granata “penetrante e dilacerante" aveva stecchito, così lui lasciava falsamente credere, la gamba sinistra: “buona gente" tuttavia.

E poi l’occhio si gira e di nuovo mette a fuoco qualcosa: Pastrufazio è un’accolta di stili architettonici, che paiono riassumere il mondo intero. Terepáttola vanta la presenza, ahimè per poco, ché morrà, del vate Carlos Caçoncellos, autore di “dugento mila dodecasillabi, e ventitre mila tetrametri giambici". Questa ripida discesa o salita o anche, se vogliamo, scorribanda tra i paesi fantastici della Cordillera, l’abbiamo fatta in pochissime iniziali pagine, e se non fosse per il compiaciuto vezzo stilistico (con passaggi toscani e, in particolare, fiorentini) di questo scrittore “arzigogolato e barocco" e il suo vocabolario leziosamente anticato, ci verrebbero in mente Gabriel García Márquez e il suo Cent’anni di solitudine.
Più che per la storia narrata, infatti, l’autore prova un interesse narcisistico per la parola (sarebbe lungo l’elenco di quelle desuete o create), intorno alla quale pare avvitarsi in una spirale che piacevolmente lo precipita in un gioco di cui in principio nemmeno lui può riconoscere il fine o il percorso, come se un’incantevole sirena, che vi si nasconda, subito si manifestasse al primo repentino segno di un nuovo vocabolo. Una tale sirena compare sempre per essere accarezzata e insidiata, e Gadda non si tira indietro, non tanto per la sua qualità di fascinoso seduttore, ma perché ne resta innamorato. Chiude gli occhi e si lascia incantare; e ciò che non riuscì alle sirene in quel mare tra Scilla e Cariddi, è riuscito alla semplice parola nei confronti di questo esigente autore lombardo, che subito impone (si pensi al racconto sul fulmine che colpisce Villa Maria Giuseppina, data in affitto dal bisognoso medico cav. Bertoloni al vate locale Carlos Caçoncellos o, appena più avanti, alla descrizione della civetta e dello spettro, o del crapulone Gonzalo Pirobutirro o del peone Giuseppe, o del Poronga, o del cavalier Trabatta) un confronto chiaro e risoluto con il lettore, facendogli intendere che con lui al timone non ci saranno storie che non siano sottomesse al magistero esoterico della parola. La quale lo incanta e lo circuisce spesso all’improvviso, come quel suono di campane che nel capitolo III lo raggiunge mentre si trova in casa di Gonzalo, un esempio tra i tanti della seduzione che l’ornato della parola esercita su questo autore, chiamandolo ad un cimento che non si esita a paragonare ad una vera e propria prova d’amore, anzi, meglio, ad un’esaltazione d’amore. Per tacere del capitolo VI: una vera epifania della parola.

Uno stile per cultori raffinati, dunque, e indubbiamente difficile da leggere oggi e da ripetere, ma che comunque ha fatto scuola, come si può verificare leggendo in qua e là, seppure con colori stinti. Si veda la strada che ha fatto – un esempio assai minimo, tuttavia significativo - l’espressione “A gratis", da quando è stata intinta nel suo calamaio. E in ciò che l’autore pensa dell’ingegnere e marchese Gonzalo Pirobutirro – ma lo diventa un po’ tutto il personaggio, infine - non vi è dubbio che si debba leggere un divertito, ma anche consapevole, compiaciuto ed esplicito, cenno autobiografico: “forse lambiccava rabbioso dalla memoria una qualcheduna di quelle sue parole difficili, che nessuno capisce, di cui gli piace ingioiellare una sua prosa dura, incollata, che nessuno legge". Come anche qui: “il romanzo, legato a dei personaggi veri e a un ambiente vero, era stupido quanto i personaggi e l’ambiente." Si ha la sensazione, perciò, di muoversi in una realtà virtuale, che esiste ed ha la sua speciale forma grazie alla parola. Non si potrebbe materializzare nel mutismo del pensiero il mondo disegnato da Gadda. Esso vive, esiste e sopravvive in virtù della parola, e sono proprio le speciali e difficili parole scelte dall’autore e intrecciate tra loro in uno stile ancor più particolare, a consentire questo miracolo, che non trova riscontri altrove, a mio avviso, nemmeno nell’ostinato e pignolissimo Joyce. Così che tradurre Gadda, ad esempio, in un’altra lingua è operazione non solo impossibile ma da compatire nei confronti di quel vanitoso sprovveduto che vi si accingesse come un novello argonauta, giacché le parole non sue, non di Gadda cioè, sono come quelle carte che reggono un castello esposto e debole, ben lontano dalla solidità ed armonia dei castelli di pietra. Sono l’unica password che dà accesso al mondo di Gadda, il suo stile e le sue parole. Si dirà che questo vale anche per molti autori di forte personalità e valore: non credo fino a questo punto. Senza adoperare gli stessi ferri chirurgici, gli stessi strumenti, scelti da Gadda, ciò che ci rimane tra le mani è il vuoto e il nulla: nessun resto, nessun cimelio, né vestigia. Noi raccogliamo, nel tradurre Gadda in un’altra lingua, la delusione del nulla, che è poi la prova della specialissima singolarità della sua arte.

Il dottore Higueróa Bertoloni ha cinque figlie da marito, tra le quali Pina, una che alla guida di un’auto è una specie di diavolo, “nata al volante!". Chiamato a fare una visita allo scapolone, misantropo, ricco, insofferente e collerico Gonzalo, lungo il tragitto, compiuto a piedi e frustandosi “col bastoncello il polpaccio destro" (che siano le frustate che così sovente Gadda dà alla società?), non fa altro che pensare, nel corso di una passeggiata del tipo di quelle che incontriamo in Proust, ad un possibile matrimonio tra costui e sua figlia. Gonzalo ha però addosso un sofferenza sottile, che non ha riscontro nella carne, sanissima, anche se obesa. La sua malattia deriva da una “crisi di sfiducia nella vita" e “tutto del tempo gli veniva stanchezza e stupidità." E ancora: “un qualcosa di orrido stava ribollendo in quell’anima." Eccola la cognizione del dolore che si apre la sua strada, cocciuta e perspicace, e come uno zefiro maligno, sebbene carezzevole, lambisce il sentimento di Gonzalo, come di Gadda, come pure il nostro, e con piccoli segni in principio poco appariscenti, già agisce e si sviluppa in profondità. Gadda ha anche lui percepito il dolore e non scherza più. Esso pare coinvolgerlo nel personaggio di Gonzalo e trascinarselo via come fa un cavallo impazzito e sofferente con il suo cavaliere, disarcionandolo perfino e traendolo seco per una caviglia imbrigliata. Delirio e dolore in quel punto si congiungono, come si congiunge e si riversa nella realtà il pozzo nero delle nostre angosce, delle nostre nevrosi, delle rabbie e delle sconfitte, dei sensi di colpa rintanati e oppressivi dentro di noi, finché l’urlo gridato dall’impotenza che ci attanaglia non esce fuori e buttera il nostro volto in una nuova sembianza mostruosa, in bilico tra la verità e il sogno, “ennesimo traghetto da delirio a ragione". Dirà di Gonzalo: “Gli anni irripetibili li aveva dissolti il dolore. La demenza dei tutori aveva straziato il bimbo. Rimaneva la morte." E più avanti: "Lo hidalgo, forse, era a negare se stesso" e ancora: “in fondo a tutto c’era, che lo aspettava, il vialone coi pioppi, liscio come un olio."

Lo sguardo di Gadda, immalinconitosi, torna a volgersi, mettendole a fuoco, sulle povertà, meschinità, furberie che impastano gli uomini della loro dolorosa imperfezione, come lendini maculate, visibilissime, che han messo radici riottose e inestricabili. E questa sua malinconia si china ad avvolgere - quasi al modo di un mutamento repentino del sentimento e finanche della scrittura, che assume i toni decadenti e clamanti di una Scapigliatura che pare resuscitare e rinvigorirsi dell’autorità di questo lombardo - Elisabetta François, la madre di quel figlio Gonzalo, ridotta dallo scorrere del tempo a una minuta cosa - non dissimile dal lucignolo della sua candela - che l’uragano, che fuori della sua casa deserta rimbomba, ancor più consuma e spaura. Si deve annotare qui la presenza, non neutra, che ogni tanto ha nel romanzo la forza smisurata e orrifica della natura, tale da rendere il senso tremebondo e marcato di caducità di ogni nostro gesto: “questa solitudine postrema a chiudere gli ultimi cieli dello spirito." Non è del tutto estranea, nella seconda parte del libro, la memoria del Manzoni, e proprio nel disegnare questo episodio della madre sventurata e sola che ricorda il figlio - un canto dalla voce antica - non v’ha dubbio che sia affiorato in Gadda, come è accaduto a noi, quello mirabile della Cecilia de I promessi sposi. Esplicito invece è l’omaggio a La quiete dopo la tempesta del Leopardi. Cognizione del dolore, dunque, ancora una volta, e mai fine a se stessa: “La sua consumata fatica la riportava nel cammino delle anime." E: “l’atrocità del suo dolore non sarebbe vana a Dio." Si passa attraverso il dolore alla conoscenza, e attraverso la conoscenza del dolore, si arriva a valicare il limite delle certezze in un afflato che ci conduce per un passaggio incantato (la visione del figlio tornato dalla guerra, ad esempio: “dietro a lui, nel cielo, due stelle parevano averlo assistito fin là") nella sfera del sogno e della poesia. Si leggano queste righe: “Per intervalli sospesi al di là di ogni clausola, due note venivano dai silenzî, quasi dallo spazio e dal tempo astratti, ritenute e profonde, come la cognizione del dolore: immanenti alla terra, quandoché vi migravano luci e ombre.", che valgono da sole tutto il libro. Come queste altre che descrivono un momento tragico tra madre e figlio: “Ma ella non osò risollevare le palpebre. La parte superiore della testa, la fronte, assai alta e le tempie, sopra le arcate degli occhî, chiusi, parve il volto di chi si raccolga nella ricchezza silente e profonda dell’essere, per non conoscere l’odio: di quelli che tanto ama!" Ma La cognizione del dolore, condotto com’è sul filo della memoria e della trepidazione–tragedia tra madre e figlio, resta soprattutto il romanzo incompiuto della parola, della sua avventura virtuosistica per mano di un autore singolare, che dipinge nel suo racconto situazioni, scenografie, ambienti che a malapena si contano e si esauriscono sulle dita forse di una mano, eppure noi ci rendiamo conto, in ogni momento, di procedere a cavaliere di una parola che ci fa avvertiti dei prodigi che essa contiene, un humus fertile ancora nascosto: i mondi, ossia, che è in grado di scoprire davanti ai nostri occhi soltanto al semplice schioccare delle dita.

(Da Quaranta letture – Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea, Marco Valerio Editore, 2004)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 07.01.06 14:28

Interventi

"Maradagàl, ventisette milioni di bipedi, così simile, per molti aspetti alla nostra perduta Brianza."

Bellissima lettura, Bart, e un incipit rivelatore. Se non sbaglio lui aveva una villa, da quella parti, fonte di guai e di un dissesto economico familiare. Gli erano rimaste dentro, casa e Brianza, in termini di nevrotico rimpanto per il simbolo elettivo del grembo materno('la nostra perduta terra di Brianza', non a caso afferma. E a proposito di vagheggiamento di quel grembo, e del bisogno che ne deriva di accucciarsi, mi viene in mente il Natale Ungarettiano: "non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade..."). Dunque la casa, e per proprietà transitiva la Lombardia, entrambe rivissute con astio dannosissimo, in quanto artefice di un dolore senza sbocchi. E in questo senso quale miglior rivalsa contro un reale ostile della parola distorta, avente come fine uno specifico delitto? Le parole sono pietre, e scopro l'acqua, il rispettabile equivalente di un'azione mancata, a volte omicidiaria.

Anni fa guardavo in Tv un programma culturale. Si citava appunto l'odio dell'ingegnere Gadda (e chi se non un ingegnere battezzerebbe un personaggio rifacendosi all'acido butirrico?). A testimonianza di quell'odio per la razza ( 27 miloni di bipedi: quanto di peggio nell'alfabeto del disprezzo) si leggeva il passo della Cognizione in cui questi suoi borghesi brianzoli sono ritratti a tavola mentre divorano ossobuchi. Che già sarebbe un bell'odiare, ma Gadda è Gadda, e per meglio imprimere il concetto li gratifica di un aggettivo: ossobuchivori!
Hai ragione tu, non si aspetti il lettore altro che la parola, nella Cognizione. Basta e avanza.

Un caro saluto.
Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 08.01.06 13:37

Grazie, Carlo, del tuo intervento. Effettivamente il linguaggio sta al centro di questo romanzo più che della storia. Se mi riuscirà, posterò a seguire due autori che hanno preceduto Gadda e che hanno la loro qualità più alta proprio nell'uso della parola: Lorenzo Viani e Enrico Pea, due lucchesi.

Il lettore potrà, spero, farsi un'idea delle differenze, così da essere invogliato a leggere direttamente i tre autori, magari uno di seguito all'altro.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.01.06 14:38

Bart,
il tuo Gadda è pienamente convincente nel suo turbinare di parole e di invenzioni fonetiche e disastri verbali. Una epopea che, però, io non sono mai riuscito a leggere del tutto, negli anni lontani (70) in cui comprai il libro o lo ebbi in regalo, non rammento più.
Ma, e poi lo dici e tuttavia un poco si perde nel coriaceo permanere delle parole, le miniere verbali che Gadda elaborava servivano a rendere visibile il mondo, a darne una raffigurazione. Non prendo il libro e vado a memoria. Quindi rischio di sbagliare anche alla grande. Ma negli inizi del libro non ci sono pagine, splendenti di ironia, di descrizioni di capi e capetti politici di tipo 'mussoliniano', dove la ripresa dell'inventiva dannunziana serve a dare un resoconto del mondo diverso da quello compiaciuto del Vate nostrano che, come quello che abita Terepattola a Maradagal, scrisse ventimila versi e quarantamila tetrametri giambici? Allora, non è anche lo sguardo di Gadda, nel suo nutrirsi di un verbalismo folle e -forse- inesistente, uno sguardo realista sul mondo, esattamente come quello di Garcia Marques, cui tu molto correttamente lo accosti? E mi piacerebbe anche sapere se ci sono relazioni oggettive tra Garcia Marques e Gadda.

Bravo

raffaele

Pubblicato da: raffaele ibba - 08.01.06 16:17

Avevo in mente di leggermi "il pasticciaccio" ma dopo la tua bella e completa spiegazione mi sa che cambierò lettura.
Matteo

Pubblicato da: matteo - 08.01.06 17:42

Non so più dove ho letto, molto tempo fa, che Gadda si difendeva dalle accuse di *barocchismo* sostenendo che fosse il mondo stesso a essere barocco, e questo confermerebbe il realismo del suo sguardo e la sua funzione rappresentativa del mondo, come dice Raffaele.

Quello che Bart non dice, se non forse tra le righe, e che io oso affermare qui esplicitamente, conscia della possibile conseguente lapidazione, è che la Cognizione è *anche* un libro esilarante. Il moralismo feroce di Gadda, l'intolleranza e il livore verso le meschinità dei suoi simili (dai borghesi autocompiaciuti che succhiano ossibuchi al ristorante, ai nouveaux riches che si fanno costruire magioni insensate da architetti alla moda, ai finti invalidi di guerra, eccetera), vengono affidati nella prima parte a parole di una forza umoristica irresistibile.

Insomma la Cognizione è un libro meraviglioso anche perché fa ridere (anche: come la vita, insomma).

Pubblicato da: milo - 08.01.06 17:49

dimenticavo: sto per rientrare in possesso di una copia della stupefacente edizione annotata Einaudi 1987, a cura di Emilio Manzotti, che avevo smarrito e che credevo persa per sempre (purtroppo non mi risulta che sia mai stata ristampata).
La consiglio di cuore a chiunque sia interessato a Gadda: per me è stata una chiave d'accesso preziosa, senza la quale credo che il Gran Lombardo mi sarebbe rimasto quasi indifferente.

Pubblicato da: milo - 08.01.06 18:02

Raffaele, trovo molto vicini i mondi disegnati nei loro capolavori da Gadda e Marquez, le cui fantasie nel creare simbolismi e metafore sono assai contigue.

Milo, sono d'accordo con te che nel romanzo si trovano rabbia, irriverenza, sarcasmo e umorismo miscelati con quella forza esplosiva che deriva dal prodigio della parola gaddiana.

Matteo, qualsiasi cosa tu legga di Gadda ritroverai questi sapori, ma a me farà piacere se la mia lettura della Cognizione ti invoglierà a cominciare a questo libro.

A tutti, do appuntamento a giovedì 12 per Lorenzo Viani e a domenica 15 o a giovedì 19 per Enrico Pea, due autori che, come Gadda, fanno del linguaggio il punto di forza del loro lavoro. Sono lucchesi come me, ma non faccio del campanilismo se vi dico sin d'ora che si tratta di autori mirabili. Ritengo doveroso farli seguire a Gadda, meno famosi di lui ma, secondo me, bravi almeno quanto lui.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.01.06 18:05

Bart, dopo Pea e Viani ti ricordi di quella promessina su Bulgakov? se però dovesse scombussolare i tuoi piani fa niente.
Per restare non distanti dalle tue parti, un'ulteriore lettura di Romano Bilenchi (mi viene in mente 'Il bottone di Stalingrado')nel tuo prossimo libro ce la vedrei. So tuttavia che il suo menu è già di primissima scelta e non insisto. Hai fatto bene a riproporlo nelle Quaranta Letture. In ogni caso ancora complimenti per questa tua magnifica Cognizione. Si è letta tutta di un soffio.
Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 08.01.06 19:33

Mi ricordo la promessa, Carlo, e la manterrò, spero entro fine gennaio.

Purtroppo ho difficoltà ad aggiungere nuove letture che non rientrino nei programmi che mi sono dato.

Fra poco, peraltro, dovrò confezionare il materiale da inviare all'editore, sperando che voglia pubblicarmi il nuovo libro di mie letture. Se avesse malauguratamente cambiato idea, dovrò pure cercarmi un altro editore, e temo che non sia così facile trovarlo. L'anno è appena cominciato, vedremo...

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.01.06 21:04

Caro Bart, ho letto ieri il tuo saggio su questo romanzo che ha accompagnato un lungo periodo della mia giovinezza. Mi commuove scoprire passione, disinteresse materiale e lungimiranza (dimenticavo competenza) in tutto quello che scrivi. Sei una bella persona!

Pubblicato da: gdc - 09.01.06 21:04

Grazie, Giorgio.

Stai facendo un lavoro davvero meraviglioso con il sito dedicato ad Anna Maria Ortese. Te ne dovranno essere grati in molti, io per primo.

Ho già programmato il videoregistratore per stanotte quando su raiuno alle ore 2,05 ci sarà una trasmissione dedicata alla Ortese, in cui comparirai anche tu. Non conosco la tua immagine e la scoprirò domani, con curiosità.

Un caro saluto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.01.06 22:47

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