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23.12.05
L'origine dei romanzi [11]
di Pierre-Daniel Huet
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Io fo poco presso il medesimo giudizio de' Pastorali del Sofista Longo, che de' due Romanzi precedenti; mentre, ancorché la maggior parte degli eruditi degli ultimi secoli gli abbiano lodati per la loro eleganza e la loro piacevolezza, unita alla semplicità del suggeto; nulla di meno, io non vi truovo per tutto, che della semplicità, la quale il più delle volte giunge alla fanciullezza, e alle baggattelle, non vedendovisi né invenzione, né condotta. Egli comincia grossolanamente dalla nascita de' suoi Pastori, e finisce al lor matrimonio. Non isviluppa giammai le sue avventure che con macchine mal concertate: per altro sì laido, che bisogna essere un poco Cinico per leggerlo senza arrossirne. Il suo stile, che è stato tanto vantato, è forse, tale che merita meno d'esserlo, essendo veramente da Sofista, com'egli lo era, simile a quello di Eustatio e di Teodoro Prodromo, che ha dell'Oratore e dell'Istorico, e che non è proprio né all'uno, né all'altro; pieno di metafore, di antitesi, e di quelle figure ampollose che sorprendono i semplici, e che solleticano l'orecchio senza soddisfare l'ingegno.
In cambio d'innamorare il Lettore colla novità de' suoi avvenimenti, e coll'aringo e la varietà delle materie e con una narrazione semplice e stringente, che ancora ha i suoi raggiri e la sua cadenza, e che ingrandisce sempre il suo suggetto, egli procura, come la maggior parte de' Sofisti, di trattenerlo con descrizioni non confacenti all'Opera, e lo svia dalla strada battuta: e mentre gli fa vedere tanti Paesi, di cui poco si cura, stracca la sua attenzione e l'impazienza ch'egli aveva di andare al fine che cercava, e che gli si era proposto. Io nella mia fanciullezza ho tradotto questo Romanzo, perché in quella sola età egli dee piacere. Non vi dirò in qual tempo egli ha vissuto, anzi nessuno degli antichi parla di lui, e non porta verun indizio che dia luogo alle conjetture; se pure non è la purità della sua elocuzione che fa giudicarmelo più antico de' due precedenti.
In quanto a i tre Senofonti Romanzieri, di cui parla Suida, io non posso dirvi più di quel ch'egli ne dice. Il primo era di Antiochia, il secondo di Efeso, il terzo di Cipro. Tutti e tre hanno scritte Storie amorose. Il primo aveva intitolato il Libro Le Babiloniche, come Jamblico: il secondo aveva imposto il nome al suo Gli Efesiaci, e raccontava gli amori di Abrocoma e di Antìa: e il terzo aveva nominato il suo I Cipriotti, in cui narrava gli amori di Cinara, di Mirra e di Adone.
Io non credo dover omettere Partenio di Nicea, del quale abbiamo una Raccolta d'Istorie amorose, ch'egli dedicò al Poeta Cornelio Gallo, a tempo di Augusto. Molte di queste Istorie sono cavate dall'antica favola, e tutte da antichi Amori ch'egli cita. Alcune mi pajono Romanzesche, ed essere state prese da favole Milesiane, come quella di Erippe e di Xanto, al capo ottavo: quella di Policrite e di Diognete al capo nono: quella di Leucone e di Cianippe al capo decimo; e quella di Necra, d'Ippicreone, e di Promedone al capo decimo ottavo; mentre, oltre d'esser queste avventure attribuite a persone Milesiane, non si discerne quali di esse siano state prese dalla favola, e quali dall'Istoria antica. Forse ancora gli amori di Cauno e di Bibli, Figliuoli del fondatore di Mileto, ch'egli rapporta al capo undecimo, sono una finzione del Paese, che si è reso celebre, ed è stato consagrato nell'antica Mitologia. Lo che io propongo come una conjettura troppo debole.
[continua]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 23.12.05 22:55




