« Ho cancellato | Main | Gioco letterario »

04.12.05

Il confine sud-occidentale di Torino

di Silvio Bernelli

(Questo articolo di Silvio Bernelli e' apparso nel quotidiano L'unita' di sabato 3 dicembre 2005. Fa parte di un ciclo di pagine - in uscita una ogni sabato - dedicate alle principali citta' italiane. gm)

Il confine sud-occidentale di Torino è un ideale rettangolo di quattro chilometri per due spartito tra il quartiere Mirafiori Sud e i comuni di Moncalieri e Nichelino. È proprio in questa zona che abitano gli artisti Botto & Bruno, miei compagni di viaggio alla scoperta della periferia. Luogo di partenza del nostro tour è piazza Bengasi: un ampio spazio quasi ottagonale ritagliato tra palazzi stridenti uno con l’altro. La piazza ospita un mercato, il più grande di Torino dopo quello di Porta Palazzo. Folla. Auto in doppia fila. Pensionati con un sacchetto della spesa per mano. Parecchi immigrati al di qua e al di là dei banchi. Un gran via vai di furgoni che scaricano merci davanti a un cartello appeso al portone di un palazzo anonimo: VENDESI INGRESSO, TINELLO, CUCININO, DUE CAMERE, BAGNO, CANTINA, RISTRUTTURATO. Al telefono l'impiegato dell’agenzia chiede 132.000 euro per un piano rialzato. Troppi forse per vivere su una piazza che alle quattro del mattino comincia ad animarsi per il montaggio dei banchi, pochi rispetto ai prezzi sparati dalla compravendita immobiliare della Torino olimpica di questi tempi.

Accanto c’è la rosticceria kebab di Maati. È di Casablanca. Vive in Italia da diciannove anni. Ha sposato un’italiana. Prima faceva l’operaio, poi si è messo in proprio. Gli affari vanno bene. La clientela è italiana al 70%. Dipendenti italiani non ne ha. “Altrimenti gli italiani non ci credono che il kebab è buono. Ti ordinano solo la pizza" afferma con un sorriso, poi ci fa notare che le ragazze magrebine che servono al bancone non portano al velo. Dice che a casa sua, in Marocco, le ragazze non lo portano.

Basta un cartello per dividere il comune di Moncalieri da quello di Torino. Lontana sulla sinistra si staglia la fila di palazzi costruita all’imbocco della tangenziale, sulla destra si dispiega un reticolo di strade, case basse, capannoni. Qualche edificio anni ‘70 alto cinque o sei piani rompe la monotonia. La piazza è larga venti passi e lunga quaranta. L’area centrale è adibita parcheggio. Tutto pieno. Probabile che venga usato dai pendolari della provincia che lasciano qui l’auto e raggiungono Torino con i mezzi pubblici. Dietro la recinzione di mattoni a vista che circonda una fabbrica abbandonata spunta un albero alto tre metri. Su un altro lato della piazza si innalza un fabbricato azzurro che Botto & Bruno mi confidano amare molto. Forme convesse. Finestre a forma di oblò. Cortile curato. È un centro polisportivo. Il custode dice che la piscina è chiusa. “Il centro ospita regolarmente le partite delle squadre di basket e pallavolo" precisa. A venti metri dalla piazza scorre il fiume Sangone. Una corta sponda erbosa disseminata di alberi scende verso una fila di case unifamiliari protette da inferriate. Tra queste spiccano una villa in paramano ancora in costruzione e un circolo ARCI. In un giardino privato scorrazza un coniglio nero. L’atmosfera è quella sorprendente di un’area urbana che diventa improvvisamente campagna, ma basta risalire la strada per cinquanta metri per ritrovarsi in mezzo al traffico di via Sestriere. Collega Torino ai comuni della cintura Sud, oltrepassa la tangenziale e si lancia verso la val Chisone. Alcuni siti di gara dei Giochi Olimpici Invernali 2006 sono a un’ora d’automobile da qui.
Botto estrae dallo zainetto una macchina fotografica Reflex e comincia a scattare a raffica. Dal ponte sul Sangone osserviamo la pista ciclabile che si snoda accanto al fiume. Il muro di contenimento è coperto da brutti graffiti. Bruno mi fa notare una telecamera di videosorveglianza montata sulla balaustra del ponte, che non si capisce bene cosa riprenda. Nel cartello giallo attaccato al sostegno della telecamera c’è scritto: RESPONSABILE TRATTAMENTO COMANDO DI PULIZIA MUNICIPALE.

Al posto dell’area industriale delle Fonderie Limone è sorta la sede distaccata del Teatro Stabile di Torino. È uno spazio polifunzionale, inaugurato di recente con le esibizioni di Throbbing Gristle ed Einsturzende Neubauten, glorie del rock rumorista anni ‘80. Ci arrampichiamo sul terrapieno affacciato sul fiume. In un colpo d’occhio abbracciamo l’architettura modernista del teatro, ruderi di fabbriche invasi dalle erbacce, orti abusivi, le roulotte di un piccolo accampamento nomade, la ferrovia che fila verso Sud e cinque palazzi di altezza discendente, dal dodicesimo all’ottavo piano, intercalati da edifici più bassi. Ci sono parecchi degli elementi della poetica di Botto & Bruno, ma mentre sto per dirlo agli artisti, dal sentiero che corre accanto al fiume sbuca l’attrice Iaia Forte. Intabarrata in tuta da jogging e cappuccio, sembra proprio una dei protagonisti delle loro opere.
Addentrandosi nel comune di Moncalieri, tra due ali di costruzioni anni ’70, si arriva a un cantiere per la costruzione di un sottopassaggio della ferrovia. La strada è interrotta a causa dei lavori, ma è stato aperto un camminamento attraverso un imponente capannone industriale in rovina. Botto & Bruno scattano qualche foto allo scheletro incendiato di un’automobile e alle tag graffiate sui pilastri, Il cambio di destinazione d’uso, anche se temporaneo, del capannone li affascina. È perfettamente coerente con la loro dichiarazione di poetica: “La periferia sta nel confine tra dinamismo e calma, tra energia e attesa." Oltre il capannone si allarga una piazza dominata dalle bandiere annerite di una scuola di lingue e dall’insegna luminosa RICCI E CAPRICCI BY MARY.

Costeggiando il Sangone, si rientra nel comune di Torino e si sbuca in via Artom. Vent’anni fa bastava nominare questa strada per evocare un ghetto invivibile. Proprio qui dietro c’è via Millelire, in cui era stato ambientato il film sul degrado delle periferie urbane “La ragazza di via Millelire".
L’anno scorso la zona è tornata alla ribalta delle cronache cittadine per la demolizione, assai contestata, di un paio di palazzi popolari alti dieci piani, ormai fatiscenti. Sembra che l’iniziativa sia stata occasione di un intervento di riqualificazione. Molti degli edifici sono stati tirati a nuovo. Sui tetti svettano antenne Tv centralizzate e parabole satellitari. Nell’enorme parco Colonnetti che si apre sull’altro lato di via Artom c’è un‘area giochi con scivolo, saliscendi e due grandi castelli in legno e corda nuovi di zecca. Sullo scivolo una mano giovanile ha scritto a pennarello JESSIKA E ANDREA, LE MITIKE 2. Bruno ci fa notare che alla base dello scivolo è stata posata una superficie gommosa capace di attutire le eventuali cadute dei bambini. Il parco, recintato da uno steccato di pali in legno, ospita un campo da calcio e un paio da bocce. Oltre il confine orientale dell’area verde giganteggia la muraglia di condomini residenziali di Mirafiori Nord. Lo stabilimento Fiat è lì. Tutta questa zona una volta era abitata da operai. Ci mettiamo a osservare le automobili Fiat, Alfa e Lancia che passano in via Artom. In tre minuti contiamo 98 automezzi. 60 sono marchiati italiano, 38 appartengono a case straniere. A ben guardare però, lasciando da parte le utilitarie come Panda o Clio e conteggiando solo berline e station wagon, il rapporto tra auto straniere e italiane è a favore di queste ultime. A DIFESA DEL LAVORO sta scritto sul manifesto appeso alla fermata del pullman di Roberto Rosso, il candidato sindaco di Forza Italia sconfitto alle ultime elezioni dal diessino Sergio Chiamparino. Seduti sul bordo di una recinzione, con un sacco tra le gambe ciascuno, tre nomadi aspettano alla fermata dei mezzi pubblici.

Una fontana mastodontica piantata nel centro di una rotatoria dà il benvenuto a Nichelino. È una specie di onda modellata da un’impalcatura in acciaio. Sagome di uccelli conficcate su lunghi steli in acciaio fanno da bersaglio a getti d’acqua temporizzati. La fontana sembra la realizzazione tridimensionale di un disegno fatto da un bambino di cinque anni privo di qualunque talento per il disegno.
“L’intervento pubblico non dev’essere invasivo, dev’essere leggero" dice Bruno. Cerchiamo il nome dell’artista che ha firmato la fontana, ma non lo troviamo. Nemmeno il barista lì davanti lo sa.
Botto & Bruno mi fanno strada verso una viuzza assolutamente anonima che hanno ritagliato per il loro remix di spazi urbani intitolato “Disappearing factory". La strada compie un piccolo scarto davanti a un portone sormontato dal cartello AUTORIPARAZIONI. Mi domando se la gente che ci abita sa che la casa è stata immortalata in un’opera d’arte. Dieci contro uno, nemmeno lo sospetta.
Non lontano c’è una scuola con una ciurma di bambini in ricreazione nel giardino. Li osserviamo da questa parte della rete metallica. Contrariamente a quel che si vede nelle scuole del centro di Torino, qui bambini stranieri non ce ne sono.
Attorno a noi, case basse, cani che abbiano in cortile, finestre sprangate. In giro non c’è nessuno, a parte qualche pensionato in bicicletta e mamme che spingono passeggini. Si respira un’atmosfera da paese di provincia. Botto indica la facciata di una casa bassa. Non sembra essere stata ristrutturata di recente, ma la grande icona votiva della Madonna disegnata in prossimità dell’angolo è stata appena ritoccata.

Le sei corsie della tangenziale marcano il limite estremo dell’area metropolitana, un pugno di chilometri più a sud della zona che abbiamo esplorato. Il cartello VENDONSI PRESTIGIOSI APPARTAMENTI campeggia davanti a un ferro di cavallo di case a schiera ricoperte di piastrelle marroni, ancora in costruzione. Gli alloggi sono affacciati direttamente sulla tangenziale. Oltre il cavalcavia si spalanca una pianura di villette squadrate, orti in serra e vecchie cascine. Facciamo retro front e puntiamo verso la città. Chiacchierando tra noi salta fuori che la periferia Sud di Torino e i comuni della prima cintura sembrano luoghi dove si vive come in molte altre zone della città. Ma forse è l’idea stessa della periferia che è, almeno in parte, sorpassata. La nuova marginalità si è da tempo mischiata con lo sfarzo del centro. Come succede nella maestosa piazza Vittorio nel cuore di Torino. Dove bande di pusher magrebini e acquirenti di ogni nazionalità si danno da fare alla luce del sole. Indisturbati.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 04.12.05 14:46