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04.12.05
Goffredo Parise: Il padrone (1965)
Il primo scontro con la realtà, il protagonista, giovane di venti anni, lo ha sùbito in principio, senza che se ne renda propriamente conto, allorché giunto al numero 21 della casa dove deve prendere lavoro – il suo primo impiego – non vede ciò che si era immaginato di vedere: un bel palazzo; e quando entra nell’androne, nemmeno lì vede ciò che s’immaginava con la fantasia: un bel giardino con alberi e uccelli di là da una opaca vetrata. Lo stesso suo sguardo è contaminato, come il suo pensiero, al punto che deformi e grottesche gli si presentano le prime persone che incontra, lo scimmiesco portiere e l’usciere della ditta commerciale. Si ha subito la sensazione che la realtà abbia una tale forza mimica e dirompente da prendersi gioco di noi a suo piacere, affacciandosi, tra evanescenze e ombre, con sembianze e ossessioni capaci di alterare la nostra personalità, a tal punto da farci sognare come anelate conquiste una società e un modo di vivere che hanno in sé tutti i peggiori germi del disfacimento.
L’autore ha una scrittura semplice e piacevole, ma la pignoleria con la quale segue ogni dettaglio sia ambientale che umano (emblematica la descrizione della iniezione all’inizio del capitolo V) produce l’effetto ulteriore di moltiplicare, quasi fosse esposta sotto una lente di ingrandimento, la rappresentazione della realtà. Essa assomiglia ad una pelle che mostri ingranditi tutti i pori che contiene, i quali si aprono e si chiudono come un seducente richiamo. Tale è, ad esempio, la donna che affitta la camera al nostro giovane protagonista. È la stessa attrazione, tuttavia, che può emanare da una materia deforme (troveremo il paragone con il giardino del palazzo “saturo di quell’aria funebre e immota che nasce e si sprigiona sempre dalla vita artificiale"), allucinata e maniacale, in lenta e inarrestabile decomposizione, che emette e scandisce i suoi gemiti come se, al contrario, fossero vagiti di speranza.
Non è un caso che spesso i personaggi sono descritti come se fossero, perfino nei tratti fisici, restati bambini. Questa è la descrizione del pittore Orazio, che può essere presa ad esempio: “A guardarlo da vicino anche il suo volto tondo e roseo, le braccia e le gambe tonde e polpute che aderivano contro la tela e le mani grassocce, sembravano quelli di un enorme infante." Ma vale per la bella Selene, figura che dà un tocco di leggiadria al romanzo, e così per altri, Bombolo, Minnie, Saturno, lo stesso Max, il gigantesco e fedele Lotar, Zilietta, eccetera. La società che ne esce dipinta è caotica, illogica e insana, “profondamente immorale", come ammette lo stesso giovane padrone. Tutti i personaggi sono afflitti da una qualche malattia o inquietudine, vaghe ma sempre percettibili, che hanno la loro origine nelle connessure di uno sviluppo che quanto più accelera e diventa ossessivo tanto più perde il controllo di sé, trasformando in grottesco e assurdo tutto ciò che lambisce, non solo le cose, ma anche e soprattutto gli uomini.
È in questo mefitico ambiente che, partitosene dalla innocente e pura provincia, muove i primi passi il nostro protagonista, nel quale ambiente le posizioni dominanti vengono immediatamente definite e riconosciute, intorno alle quali ruota la filosofia del romanzo. Quella del padrone: “io mi comporto come un dipendente e voi come grossi dirigenti o addirittura come padroni. Senonché tra me e voi c’è una piccola differenza: che, al contrario, io sono il padrone e voi i dipendenti." L’altra è la posizione espressa candidamente dal giovane assunto, destando perfino l’incredulità e l’ira del suo padrone: “Io, per primo, ritengo di essere, proprio perché lei mi ha assunto, una sua proprietà come tutto quello che c’è qui dentro." E proprio l’ira del padrone di fronte alla consegna di se stesso da parte del neo assunto segna marcatamente il livello di distorsione, ipocrisia, contaminazione imposto da uno sviluppo che lo stesso giovane padrone considera “immorale", senza, tuttavia, far niente, per impedirlo o correggerlo, al di là delle vuote declamazioni di intenti. Ammetterà: “Essere uomini e nello stesso tempo padroni non è cosa facile."
Quella felicità e disposizione a donarsi completamente al padrone diventano tuttavia la fonte di perplessità e rovelli che rendono ostico il cammino verso il proprio annullamento, e infatti di lì a poco una coscienza ribelle comincerà a lavorare dentro di lui producendo “un altro genere di felicità, più cosciente e tuttavia turbata da mille pensieri, rimorsi, riflessioni e paure." La posizione privilegiata che viene ad occupare nella simpatia del dottor Max, che è il nome del giovane padrone, dalla continua “secrezione bianca alla bocca" (il vero padrone è Saturno, il padre di costui, di cui faremo una curiosa e significativa conoscenza), lo mette a contatto ogni giorno con lui e il confronto di idee che ne scaturisce è teso a mostrare le contraddizioni che ci pervadono e irretiscono anche nei rapporti che parrebbero lineari e definitivi: le affermazioni “io sono il padrone", ed “io sono proprietà del padrone", ossia, non tengono conto della natura molteplice di cui siamo fatti noi esseri umani. Mentre l’azienda sta lì, fissata nel bel palazzotto che imperterrito fa mostra di sé agli sguardi inquieti, ammirati ma anche malinconici dei suoi oltre duecento dipendenti, questi denunciano sempre, da qualunque pensiero o desiderio posseduti, la indeterminatezza e vulnerabilità della nostra condizione umana. Si arriva al punto che il grottesco che maschera la persona del vecchio Saturno, ma direi anche il grottesco di Minnie, la specialissima e “buffa" fidanzatina di Max, lo stesso Max, non mancano di dare, sia pure fugacemente, al protagonista l’occasione di un contatto vero, baluginante, con la realtà, come se da queste caotiche deformazioni prodotte dall’uomo fosse preservata, seppure quasi del tutto nascosta ed imprevedibile, una irrinunciabile ed inestinguibile speranza, “un sedimento oscuro di libertà e di dignità umana?". I quadri che si susseguono e gareggiano tra loro nella rappresentazione grottesca della realtà si fanno frenetici e complessi, e stimolano la sensazione di un ingorgo nel quale il protagonista – così felice della sua condizione di totale dipendenza dal padrone fino al punto di nutrire insofferenza nei confronti dei propri familiari – si va sempre di più inoltrando. Ad un certo punto si domanda: “È possibile che la grande città, la ditta e soprattutto il dottor Max abbiano potuto spazzar via tutto ciò che è stata la mia vita?". Questa resipiscenza, nel momento in cui appare nella coscienza del protagonista, è la chimera di un felice approdo inconsciamente sempre sperato e che mancherà.
Il romanzo, così ricco di osservazioni e scene, va configurandosi come un complesso apologo in cui l’ironia, il sarcasmo e il paradosso tracciano il percorso di una denuncia e di una rivendicazione morale che attraversano, nell’inquietudine e nella sconfitta, tutti i personaggi. Lo stesso Rebo, il direttore chiamato da Max a mettere ordine in azienda, da inflessibile e perfetto quale sembrava, mostra la infantili crepe di una sicurezza artificiale che la residua, terminale spontaneità di un qualsiasi dipendente può mettere a rischio. Se c’è una lezione che potremmo trarre da questa storia è che lo sviluppo abnorme a cui l’uomo ha voluto sottoporre la società, si ripercuote in negativo sulla sua persona, destinata a regredire specularmente, col paradosso che soltanto quando la regressione arriverà al massimo, cancellando ossia la nostra intelligenza, forse si potrà ricostituire un equilibrio accettabile tra l’uomo e la società. Parise ha tessuto una trama in cui gli intrecci economici, così rilevanti nella realtà, lasciano il passo, cancellati volutamente dall’autore, a quelli umani, che attraversano come lancinanti ferite tutto il romanzo, mostrando il delirio e la follia a cui si può giungere. Essi, con i loro paradossi, e soprattutto con quella sconvolgente conclusione, con quel tragico auspicio vagheggiato dal protagonista, vogliono in qualche modo illuminare e indirizzare verso un nuovo significato la nostra vita.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 04.12.05 08:03




