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15.12.05
Gaetano Cappelli: Il primo (2005) / 2
(Marsilio) Parte Prima. Parte seconda.
Gli viene, l’idea, quando a Milano incontra il suo amico Carmine Geco, quello presso cui si rifugiava a Roma nei momenti difficili. Ha trovato il successo, è diventato un’altra persona, ammirata dalla gente, che lo saluta. Veste alla moda ma ha conservato il suo inconfondibile accento lucano, anzi lo ostenta. Sentendo il suo dialetto, ci viene in mente un personaggio cinematografico dei nostri giorni, quell’attore Diego Abatantuono che ha fatto del dialetto pugliese ereditato dal padre il trampolino di lancio della sua carriera artistica. La importante radio, Smilesquattro, presso cui lavora Geco è di proprietà di un fabbricante di penne per scrivere. Vuole lanciare un concorso di scrittori esordienti sotto lo slogan: “Scrivi la tua storia con Penne d’Aquila e volerai sulla cima". Ma chi leggerà i manoscritti? Presto fatto: sarà Guido a leggerli e il suo editore pubblicherà il manoscritto vincitore. Data la fama della radio non ci possono essere rischi sulle vendite del libro. Ma l’idea non sta tutta qui, e non la sveleremo. Diremo solo che servirà a far avere successo ad un autore esordiente che altrimenti non sarebbe mai stato pubblicato: “Fu un grande, clamoroso successo."
Guido torna ad essere, dunque, il primo. Diventa celebre anche lui, lo intervistano, le donne non gli danno pace. Ma lui pensa ancora a Filippa. Filippa è un po’ come Cybill in Parenti lontani, come pure Fabio Nobile ci rimanda a Pit e i due romanzi, oltre che da questi personaggi, sono inscindibilmente legati da quello che è il loro principale filo conduttore, l’entusiasmo per il sogno. Per lanciare i libri della casa editrice presso cui lavora come editor di successo, Guido ne inventa di tutti i colori. Ogni lancio è un’idea originale, basata ovviamente su menzogne e sotterfugi che danno modo all’autore di disegnare un mondo, quello dell’editoria, che a tutto pensa meno che a creare un rapporto sano, trasparente, corretto con i lettori. Guido conquista i primi titoli dei giornali: “Parla Guido Cieli, il principe dell’editoria italiana", “Ancora una strepitosa scoperta del grande Guido Cieli". L’ironia di Cappelli, presente a piene mani qui come in Parenti lontani, reca l’impronta di colui che non vuole gridare allo scandalo, ma si diverte a vedere e a indicarci tutti gli inganni che un malinteso potere escogita ai soli fini del successo e del guadagno. Non c’è moralismo in Cappelli, ma il gusto di prendere in giro tutto ciò che passa per le mani dell’uomo. Ironia e compatimento, insomma, come cesellatura di una specie, la nostra, che proprio per questi suoi difetti è destinata a perpetuarsi. Naturalmente con il successo arriva di nuovo la ricchezza per Guido, anche se ci restava ben poco nelle sue tasche, giacché si leva ogni capriccio: “Avere quella grande disponibilità di denaro per la prima volta nella mia vita era un’esperienza inebriante." Ancora una volta è al colmo della notorietà, ed ora non c’è più bisogno di inventarsi dei trucchi per lanciare un autore, essendo sufficiente che dietro ci sia lui, il suo nome, il suo prestigio: “bastava il mio sigillo di qualità perché i libri andassero con le loro gambe." Cappelli, dopo averci introdotto nel variegato mondo dell’editoria, volge ora lo sguardo divertito verso la sterminata marea degli “aspiranti scrittori" – anche persone già famose per altro motivo: “attori, cantanti, giornalisti, presentatrici, modelle addirittura" - che lo assediano con sottobraccio il loro manoscritto. Ma che cosa li spingeva, soprattutto quelli già famosi che potevano contare su una platea molto più vasta di quella “che qualsiasi scrittore, anche quello più affermato, potrebbe mai sognare di avere."? Una risposta c’è: “La fame di immortalità."; “Se uno ci pensa, esistono poche invenzioni più longeve dei libri.";"tu entri in una qualsiasi biblioteca e, così come li trovi, ne sfogli i volumi stampati da tre-quattro-cinquecent’anni addirittura."; “tra un secolo nessuno ricorderà chi oggi va in televisione tutti i giorni, chi ha scritto un libro invece sarà un libro".
È la parte in cui la narrazione di Cappelli ha il suo momento più sublime. L’ironia che vi cade a pioggia è così esilarante da riuscire a caricare quei poveri aspiranti all’immortalità di un pathos che ce li avvicina al cuore, in un intenerimento simile a quello che potremmo provare per uno sfortunato amico al quale sia capitato di prendersi una malattia non così grave da condurlo alla morte, ma così ostinata, pur nella sua levità, da accompagnarlo per tutta la vita. Questo sognatore, infatti, “è così insensatamente pazzo da pensare che le fantasie con cui imbratta centinaia di pagine, di solito nascosto nella più remota provincia, e senza nessun santo in paradiso, possano mai interessare qualcuno". Quando Cappelli comincia a tratteggiare la tipologia degli aspiranti scrittori, non v’è dubbio che la sua ironia si carica anche di amarezza. A cosa può condurre il desiderio della gloria, a quale livello di mortificazione si deve giungere per soddisfare una chimera! Questi sognatori, che Guido usa ai suoi fini (“sapevo bene io come pigliarli, quei sognatori."), aspirano ad essere, pure loro, “il primo", esattamente come lui. Anzi, lui non sa ancora di essere l’esempio vivente di un’ansia, di una inquietudine e di una insicurezza insite proprio nella speciale natura del sogno. Il sogno crea la speranza, genera l’ambizione, ma per ciò stesso consuma e reca al suo interno la propria lacerazione, il “più spaventoso degli abbandoni", se non addirittura la propria morte. Chi è il primo, ci fa capire l’autore, deve essere pronto a cadere, poiché primi non lo si può essere a lungo. Parenti costruisce in Guido un personaggio refrattario alla sconfitta, cinico, orgoglioso e ribelle. Guido conosce il bello e il brutto della vita, è allenato, è pronto ogni volta alla sopportazione e alla resistenza a denti stretti per rinascere. La sola cosa che continua a restare immutata nella continua salita e discesa attraverso i cerchi della sua vita è l’amore per Filippa, la sua autentica ossessiva chimera: “non m’illudevo di poter amare nessun’altra donna, ormai".
Chiuso il secondo cerchio, Guido ne percorre un altro, che si rivelerà sorprendente poiché, nel momento della sua aspirazione alla risalita, incontrerà nientemeno che l’autore del romanzo: Gaetano Cappelli, proprio lui, non finto, non mascherato, ma col suo proprio nome e cognome, uscito da una operazione simile a quella che, ricorderete, mette Pinocchio in mezzo alle marionette di Mangiafoco. Geniale espediente, dunque, per il cui tramite, mentre si parla di editoria cinica e di aspiranti scrittori illusi, si fa entrare in scena uno scrittore autentico: sulla pagina scritta questa volta, ma allo stesso modo in cui Pinocchio sale sulla ribalta del teatro dei burattini, e con la stessa felice naturalezza che si avverte nel capolavoro collodiano: “Fu in quei frangenti che incontrai Gaetano Cappelli – o quello che, almeno, ne era rimasto." Cappelli si trova a Milano per essere sottoposto al trapianto del cuore in un ospedale della città. Guido rivela che al liceo, se lui era il primo, Cappelli era “un fuoriclassifica: proprio il tipo che, secondo la mia esperienza, poteva diventare uno scrittore; e infatti." Sono entrambi di Potenza e si conoscono già. È Cappelli che gli porta notizie di Filippa: “forse è anche più bella di come te la ricordi..." La spinta che gli mancava arriva proprio dall’amico “ectoplasma", che “era messo male sul serio, chissà se ce l’avrebbe fatta". Guido, che è incappato in un altro momento negativo della sua vita, torna, così, a leggere i manoscritti nella speranza di trovare un autore che lo aiuti con il successo di vendite a ricostruire la sua fortuna. Sa che Filippa si è sposata, è bella, è ricca; ma, nonostante ciò, non l’ha mai dimenticata e ha fretta di mostrarle il suo successo. È il momento in cui l’autore si diverte a parodiare con fine umorismo i testi tipici degli aspiranti scrittori, creando atmosfere briose e sarcastiche: “Certo, a volte, se non per il fatto che a firmarli erano degli sconosciuti, non sembravano molto diversi dai libri altrettanto fiacchi e noiosi stampati dai grandi editori, spesso solo per occupare militarmente i banconi delle librerie".
Cappelli, insomma, sta tracciando col bisturi la vita grama di una piccola casa editrice e delle peripezie del suo editor che deve conquistarsi la fiducia giorno per giorno, alternando periodi di successo a crescenti periodi di delusione: “Dovevo assolutamente trovare un romanzo. Subito. Adesso." L’ironia va plasmando di sé, sempre più, il romanzo, ed ora Cappelli sta per trasmetterci il massimo del suo divertimento e del suo sarcasmo. Il manoscritto che può decretare una nuova svolta nella sua vita di scopritore di talenti arriva, finalmente. Ha un titolo che peggio non si può: “Tormenta mentale", ma ha tutti gli ingredienti per ottenere il successo. I soldi quindi arriveranno e Guido potrà sposarsi. Pur innamorato di Filippa, ha messo gli occhi addosso ad una donna ricca e bella, Lucilla Gailli, e ormai le loro nozze, come già era accaduto con Filippa, si possono dire vicine. Non resta che prendere contatti con l’anonimo autore del manoscritto, che viene da Roma ed ha come riferimento una casella postale. Quando se lo trova di fronte, leggete cosa dice costui a Guido: “ho scritto “Tormenta mentale" pensando a te, a come doveva essere un romanzo per piacerti. Ma ero certo che a spedirtelo firmato minimo l’avresti buttato dalla finestra... non è vero, Guido?" Insomma, si conoscono, e costui ha scritto un romanzo di successo con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, non solo, ma a costui la vita ha già dato tutto! Dunque, nel momento in cui Guido crede di poter tornare ad essere il primo, ecco che gli si presenta un “fuoriclassifica" che, questa volta, non è il compagno di scuola Gaetano Cappelli, ma uno che avrebbe visto volentieri morto. Il suo nemico di sempre, al quale dice, mentendo: “dopo tutti questi anni e le donne che ho avuto pensi che stia ancora a rimuginare sopra una storia vecchia e sepolta." Comincia a giocare con lui come il gatto con il topo, avendo, questa volta, il vantaggio di conoscere tutti i trucchi del mestiere. L’atmosfera che l’autore crea intorno a questo duello psicologico è appassionante come un thriller. L’obiettivo di Guido non è più quello di far soldi con il successo del libro, bensì di vendicarsi e fargliela pagare: “avrebbe pagato caro tutto quanto." Non so se il lettore avrà capito chi sia questo aspirante scrittore destinato al successo, ma la sua ascesa segna la trasformazione di Guido nell’uomo definitivamente irriso dal destino, al punto che, suo malgrado, diventerà “il primo" nel collezionare umiliazioni e sconfitte. Cappelli crea interesse e suggestioni intorno a questo confronto, in cui a muoversi e ad agire è il solo Guido, mentre l’altro, che appare il vincitore, sembra paradossalmente succube e inerme, a dimostrazione - se ce ne fosse ancora bisogno - del cinismo con cui il destino si accanisce contro il protagonista. Il quale è ora costretto dal suo orgoglio a rovesciare le prospettive del suo lavoro, e anziché adoperarsi per il successo del libro, sceglie di avvalersi della sua esperienza per affossarlo. Ci riuscirà? Non è facile, poiché si devono fare i conti con il carisma del rivale, a cui non aveva pensato, e alla forza dei lettori che possono decretare il successo di un libro, anche se si è fatto di tutto per affossarlo: “bastava che si mostrasse e ogni sua apparizione era un trionfo per lui e un ulteriore passo verso l’annientamento per me."
L’ironia di Cappelli non nasconde più il suo obiettivo principale: spiegarci che cosa rappresenti per l’uomo la vita. Guido, ossia, è il Don Chisciotte dei nostri giorni, pur senza il candore e la ingenuità di quell’immortale personaggio; è la furia umana che si scatena contro la vita che vuole giocarlo, è il pupazzo che si rivolta invano contro il suo burattinaio. Pensate che, dopo il successo di “Tormenta mentale", la sua scoperta letteraria gli invia un nuovo manoscritto, “Radici nel ghiaccio" che, ad un prima lettura, si rivela addirittura un capolavoro. È la goccia che fa traboccare il vaso. Quel tale gli ruba perfino la sua promessa sposa, Lucilla Gailli, scoperta tra le braccia di quel figlio di buona donna. Così Guido non trova altra via di uscita che quella di sopprimere il rivale. “Ma come?" Ecco un nuovo cerchio, dunque, un nuovo girone dantesco da attraversare. La tessitura del romanzo è di una semplicità solo apparente, resa tale dalla bravura dell’autore, e graduale, complessa e complicata è, invece, la battaglia intrapresa, materialmente e psicologicamente, dal protagonista, i cui esiti sembrano voler calpestare a poco a poco le ultime risorse della sua personalità. Non v’è dubbio che Cappelli si riveli, con Parenti lontani ed ora con Il primo, uno dei più dotati, intelligenti e raffinati scrittori italiani. La sua ironia ne fa uno dei più garbati disvelatori e censori delle aspirazioni e delle ubbie del nostro tempo. Pensate che saranno proprio le ridicole ambizioni di alcuni personaggi a vedersi pubblicato un libro (nuovi personaggi che compaiono all’improvviso) e le furbesche promesse del protagonista di renderli famosi ad aiutarlo, alla fine, nel momento dello smarrimento. Cappelli, come quel grande autore del ‘700 che fu Laurence Sterne, si è enormemente divertito a mettere in burla le smodate passioni di una umanità schiava del nulla, e la scelta di servirsi del mondo dell’editoria e di tutta la schiumaglia che vi gira attorno, è stato per l’autore – che, scoprirete, ha un ruolo diretto e rilevante nella parte conclusiva, in cui incontriamo le immagini di un mondo, quello arbëreshe, caro ad un altro scrittore, Carmine Abate - pure un modo appropriato e originale per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Ma il libro è anche l’esaltazione della fantasia, la storia di un miracolo, quello che può venire proprio dal romanzo, che per Cappelli, dopo la malattia, come scrive a conclusione: “è il primo."
(fine)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 15.12.05 20:55
