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15.12.05
Gaetano Cappelli: Il primo (2005) / 1
(Marsilio) Parte Prima. Parte seconda.
Nell’affrontare la lettura di questo nuovo romanzo di Gaetano Cappelli, uscito nel marzo 2005, non vi nascondo che una delle curiosità più forti che mi hanno preso è stata quella di verificare se l’autore di quell’autentico gioiello letterario che è Parenti lontani, pubblicato nel 2000, fosse stato in grado di emulare quel capolavoro, impresa non facile, visto che in quel romanzo non apparivano, naturalmente dal mio punto di vista, margini nemmeno minimi di imperfezione.
In questa distanza così piccola, di appena cinque anni, Cappelli ha affrontato anche un periodo assai difficile della sua vita. Ha subito nel 2002 un trapianto di cuore e, se leggiamo quanto scrive nella sezione finale riservata ai ringraziamenti: “Dedico Il primo al mio donatore – ogni tanto gli parlo, come si parla ai propri morti – e ai suoi genitori che hanno pensato alla vita di uno sconosciuto”, non deve essere stato facile per lui ripensare e ricostruire una continuità tra il prima e il dopo.
Il protagonista, Guido Cieli, ci confessa all’inizio: “ero sempre stato il primo, il primo a scuola, nello sport, il primo nella vita, il primo a capire le mode che contano, quello che le ragazze guardavano di soppiatto abbracciando i loro amori sul corso in città”. E, invece, gli capita di scoprire Filippa, a pochi giorni dal loro matrimonio, nelle braccia di un altro: “Rivedevo ancora, a distanza di anni, il bianco delle mutandine di Filippa, risaltare come una vela gualcita nel mare in tempesta delle sue cosce abbronzate”. E ancora: “Quella fu l’ultima notte in cui ero stato giovane.” Prende la vecchia auto di suo padre e fugge a Roma, dove si mette a vendere enciclopedie, finché la fortuna non bussa alla sua porta, una mattina, con una telefonata. È la vedova di un artista, Giusto Dardo, “una specie di mito nel mondo dell’arte contemporanea”, di cui si era occupato anni prima scrivendone un libriccino. Gli propone, se accetta di ampliare quel libriccino con le notizie esclusive che lei possiede, un compenso di venti milioni e in più un lavoro presso l’editore di suo marito, che non potrà rifiutarsi di assumerlo essendo lei l’erede dei suoi diritti. Il ricordo del suo primo incontro con Giusto Dardo, a Roma, dove Guido frequentava l’università, dà modo all’autore di far ripercorre al protagonista un tratto della sua vita occupato dal suo grande amore, Filippa Pardi, la bella ragazza ambita e corteggiata da tutti e che sembrava, invece, essersi innamorata proprio di lui: “Aveva un modo tutto suo e irresistibile di camminare mentre si avvicinava lentamente osservando un punto indefinito e distante, cosa che le donava un’intensità sconosciuta. Sorrise, e i suoi denti mandarono un bagliore nell’aria illuminata dalle lampadine appese agli alberi come sui pennoni di una nave”. Come Filippa, anche l’autore ha un modo tutto suo, giovanile e intraprendente di scrivere e di procedere nel racconto. Due esempi: “quando ero sempre stato orgoglioso di quell’opera – dopo aver letto Huckberry Finn, costruire una casetta lì sopra, per rifugiarmici a fantasticare scrutando l’orizzonte, era diventato il mio grande sogno.”; e, più avanti: “C’è da chiederlo? gli risposi, e se ne aveva già qualcuna dietro.” Galeotto è il “pippal”, un albero gigantesco che desta l’ammirazione di Filippa, studentessa di botanica. Sopra l’albero, Guido ha costruito una piattaforma con tavole di legno rubate a “uno dei tanti cantieri della zona”. Il pensiero del lettore non può non andare al personaggio del piccolo Fodder Wings, l’amico handicappato di Jody nel romanzo “Il cucciolo” di Marjorie Kinnan Rawlings, che è del 1938 ed ha avuto una bella trasposizione cinematografica nel 1946 ad opera di Clarence Brown, in cui si vede il paralitico (nel film con il nome di Icaro) che si è fabbricato un suo nido sopra un albero, da dove guarda il cielo e sogna. Guido sale sull’albero, dunque, seguito da Filippa. Da lassù, osservano estasiati le meraviglie che li circondano. Filippa vi salirà ancora, tutte le volte che vorrà fare l’amore con lui: “le lasciavo il cancello del giardino socchiuso e, di nascosto, andavo ad aspettarla tra i rami a qualsiasi ora del giorno, o anche della notte, mi telefonasse.” Cappelli fabbrica piccole scene che inserisce l’una dentro l’altra come scatole cinesi, sicché noi abbiamo la sensazione di calarci dentro un pozzo di meraviglie. Noi siamo tra i rami dell’albero con Guido che attende la sua Filippa, e ci ritroviamo con Guido che ascolta un disco regalatogli da lei, disco che sta girando “sotto la puntina sbilenca del mio giradischi”. Cappelli fa tutto ciò con una naturalezza e una leggerezza narrativa tali da restarne attoniti e ammirati. Non vi è pausa, non vi è soluzione di continuità nella sua scrittura e ci sentiamo come rotolare dentro la narrazione, trasportati in un battibaleno da una città come Potenza dentro una Roma percorsa dagli entusiasmi di una gioventù che trova nella musica di quegli anni tra il ’70 e l’’80 il suo stordimento e il suo incanto, e sappiamo già che ancora rotoleremo e precipiteremo verso un altrove. È l’aspirazione di Guido Cieli a trascinarci nel vortice; il suo desiderio, ossia, di primeggiare ha scatenato un movimento nel quale non è difficile individuare una urgenza inarrestabile e insopprimibile. Il viaggio di Guido verso l’affermazione di sé è il viaggio del nostro orgoglio, e anche della nostra innocente infatuazione scritta, più che nella vita reale, nel Dna della nostra specie.
Filippa e Guido si separano, vivono ora in città diverse: lui a Roma, lei a Pozzuoli per frequentare la scuola di agraria. Si scrivono, ma la lontananza attenua il desiderio, e Guido, che fa l’inviato a Roma di “Tabularasa”, una rivista milanese di musica diretta da Dario Armeno, “una specie di mistico medievale dagli occhi irrorati di sangue, la barba incolta e i denti marci”, è stregato dal mondo che gli si apre davanti. Lisa Herzen, una ragazza “nativa di Amburgo”, molto bella, sarà la sua nuova conquista. È lei che gli presenta Giusto Dardo, lo stravagante artista, con il quale fa amicizia (“ero l’amico del cuore del grande Giusto Dardo”) e viaggia con lui in Oriente, dove conosce un mondo nuovo e diverso. Le pagine di Cappelli hanno qui le coloriture e le attenzioni arabescate per i particolari di Gustav Klimt: “io lo guardavo Giusto, guardavo i suoi lineamenti affilati, eleganti come in una silhouette settecentesca, il codino che poggiava sui tessuti preziosi dei suoi gurta, la maniera che aveva di punteggiare le frasi muovendo le mani con la leggerezza di un danzatore orientale”.
Come in “Parenti lontani”, è il mondo giovanile con il suo ribollimento, le sue stravaganze, le sue ansie che Cappelli esplora con la sonda efficacissima della sua scrittura, che sembra nata apposta per descrivere dal di dentro quell’ambiente così vitale e colorato. Si ha la sensazione che quel mondo e quelle immagini si raccontino da sé. Pur trascorrendo gli anni, sembra che Cappelli abbia trovato nella sua invenzione stilistica la chiave della sua perenne giovinezza. Il suo spirito, i suoi occhi, il suo cuore riverberano con la scrittura una freschezza perenne. La gioventù dei nostri tempi trova in lui il cantore per antonomasia, il pittore delle sue gesta, così come lo fu nei suoi anni per il Moulin-Rouge il grande Toulouse-Lautrec.
La morte improvvisa di Dardo lo priva della possibilità di diventare ricco, così Guido continua a vivacchiare senza mai sopire la speranza di diventare nella vita “chissachì”. Lo desidera per apparire importante agli occhi di Filippa, che ha rivisto per un breve soggiorno che lei ha fatto a Roma, prima di partire per la California, dove ha vinto una borsa di studio. Anche le rivista “Tabularasa” ha chiuso i battenti e Guido è rimasto addirittura senza lavoro. La sua ultima conquista, Lisa, lo caccia fuori di casa, essendo diventato un buono a nulla. Finisce perfino in galera per una settimana, sospettato di sovversivismo. Cappelli ci fa assistere al primo ko del suo protagonista. Privato di tutto, è costretto ad una prima resa, torna a Potenza in seno alla sua famiglia, impoverita dai vizi del padre, che ha perso al gioco quasi tutto. A Potenza è tornata dalla California anche Filippa che ha messo su un’azienda di imbottigliamento delle acque minerali “che già andava a gonfie vele.” Sono fidanzati e vicino a sposarsi. Filippa è ricca e quindi potrebbe sembrare che tutto si sia messo a correre nella direzione giusta, quando ecco ricomparire Fabio Nobile, l’attore bello e corteggiato da tutte le donne. È l’uomo nero del destino, colui che si presenta ogni volta che il successo e la felicità bussano alle porte di Guido. Quando arriva lui, Fabio, successo e felicità stornano lo sguardo alla volta di colui che sembra figlio della fortuna, “imbalsamato nella sua bellezza.” La sua apparizione – proviene da Trieste, dove vive – coincide con il giorno in cui, nel corso della festa organizzata da Filippa, il povero Guido apre la porta di una stanza e lo trova a far l’amore con la sua promessa sposa. Cappelli chiude qui il cerchio del primo percorso narrativo sulla vita del suo protagonista. Già sappiamo, infatti, che fugge a bordo della vecchia auto del padre e se ne torna a Roma, dal suo amico Geco, e si mette a vendere enciclopedie porta a porta, finché la vedova di Giusto Dardo non si fa viva, dandogli una nuova chance. Sembra che Cappelli ci sussurri all’orecchio, con affabile ironia: - Vedete, questi è nientemeno che il primo. E se fosse stato l’ultimo? - Non c’è, ossia, nella vita, nessuna regola che possa identificare la nostra esistenza, non ci possono essere classifiche, graduatorie di ogni sorta, affermazioni che valgano una volta per tutte.
“Da quella notte erano ormai trascorsi cinque anni, la mamma era morta e la nostra casa era stata venduta” ci fa sapere il protagonista nel momento che, chiuso il primo cerchio della memoria, si appresta a narrarci un altro brano della sua vita: quello in cui entra in scena la vedova di Giusto Dardo, con la sua offerta di una discreta somma e di un lavoro, se scriverà un nuovo libro su suo marito. Guido si reca a Ischia, dove “la contessa” Cleda Dardo si trova per frequentare i bagni termali. Dopo qualche difficoltà nel riprendere a scrivere (“scoprii che non ero più capace di scrivere”) e risolti alcuni malintesi con la vedova, porta a termine l’impegno, la contessa lo colma di regali, gli procura un lavoro presso l’editore milanese di suo marito, Davide Cento, e nel testamento gli lascia un “pied-à-terre” a Milano. Il libro esce, ma non ha un gran successo, anzi è un vero e proprio flop. I rapporti con l’editore, “un tizio pallido, sudaticcio, dalla pancia sformata verso il basso, e due baffetti lustri da messicano”, non sono buoni. Ma Guido, che vede arrivare in redazione un sacco di manoscritti di nessun valore, e che Cento pubblica lo stesso abbandonandoli subito dopo al loro fallimento, essendosi fatto comunque pagare in anticipo dagli autori fior di quattrini, si mette ad indagare il mercato per capire le ragioni per le quali i lettori in Italia, contrariamente a quelli americani, non hanno molto interesse per i libri. Crede di aver scoperto il perché e Guido, infatti, ha un’idea che propone al suo editore. Il loro colloquio gli pone di fronte, però, nuovi problemi, soprattutto di natura economica (non basta “il tam tam dei lettori”, gli fa capire Cento, ci vogliono investimenti di molto denaro che un piccolo editore non si può permettere), ma Guido non demorde: “Cento aveva ragione. Non basta trovare la novità, bisogna avere la grana per lanciarla e, in mancanza della medesima, ci voleva un’idea. Già, ma quale?”
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 15.12.05 07:14