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25.12.05
Francesca Duranti: L’ultimo viaggio della Canaria /2
di Bartolomeo Di Monaco Con i migliori auguri di Buon Natale.
(Marsilio) Parte prima. Parte seconda.
Iride concepirà e darà alla luce un maschio, Paolo, nato a Bordighera il 15 settembre 1900. Si tratta di colui che diventerà l’Onorevole Professor Paolo Rossi che, succeduto al Prof. Francesco Paolo Bonifacio, sarà eletto Presidente della Corte Costituzionale il 18 dicembre 1975, carica che manterrà fino al 9 maggio 1978. A lui succederà un Lucchese, nato a Seravezza il 7 agosto 1911, l’Onorevole Avvocato Leonetto Amadei. Qui il romanzo, come poi vedremo, prende a incamminarsi verso la mia terra di Lucchesia, giacché Paolo Rossi venne a vivere in un grazioso paesino collinare alle porte della città: Gattaiola, dove ancora fa bella mostra di sé la villa che viene chiamata con il suo nome: “Villa Rossi”, circondata da un parco immenso, chiuso da un’alta e sterminata recinzione in pietra. Paolo Rossi è sepolto nel piccolo cimitero di quel paese e la sua tomba, molto umile, in cui giace anche la moglie con il nome di Giugi, si trova a destra, accostata al muro, appena varcato il cancello. Non era difficile incontrarlo che passeggiava per quei luoghi quieti e magnifici, coi suoi capelli bianchi e l’alta e bella figura. Rispondeva a tutti con un sorriso. La villa oggi è abitata dall’autrice nei mesi in cui, tornando dagli Stati Uniti, viene a soggiornare a Lucca.
In parallelo con la storia della famiglia Bianchi, ormai corre l’altra storia che sarà destinata a confluirvi, quella dell’intraprendente Attilio Bagnara, il cui commercio va a gonfie vele. Ha lasciato gli uffici situati al piano terra del palazzo Bianchi e ha comprato “uno dei più appariscenti” palazzi di Genova, situato nel cuore della città. Sposato con Maria Gualino, ricordiamo che non ha figli. Quando da Maria nascerà finalmente una bambina, Giuseppina, soprannominata Giugi, ecco che, attraverso Giugi e Paolo, i due percorsi disegnati dall’autrice si avviano a incontrarsi. Della nascita di una bambina, anziché di un maschio, Attilio si è dispiaciuto, ma decide di non farle mancare niente. Il fratello di Maria, Riccardo, dopo aver imparato il mestiere da Attilio, ha lasciato l’azienda per fondarne una propria in concorrenza con il cognato. Anche Attilio conosce, dunque, le difficoltà di mandare avanti un’impresa di grandi dimensioni. Tuttavia, la sua mente non trova requie, e pensa che l’avvenire di Genova, e lo sviluppo del suo porto, siano legati alla costruzione di una rete ferroviaria che possa consentire un rapido smistamento delle merci per tutta l’Europa. Così, è sempre di più avvinto dall’idea di mettere su una fabbrica di vagoni ferroviari. Quando Giuseppina, crescendo, si rivela una consigliera accorta e indispensabile, Attilio prova per lei una vera e propria infatuazione, che continuerà anche quando gli nascerà un figlio maschio, dal nome bizzarro: Ermillo.
Le passioni politiche del tempo (la fatica dei socialisti per guadagnare un loro spazio), il clima della guerra imminente (la Prima guerra mondiale) fanno da cornice alle vicende di questa grande famiglia, che ora, nei suoi vari rami, ha riacquistato il prestigio d’un tempo. Francesco e Paolo Rossi vivranno da protagonisti quei giorni. La Duranti spende alcune pagine nel riassumere i conflitti e le opposte ragioni della guerra portate nella discussione dai partiti e dai movimenti. Dopo la disfatta di Caporetto, il disordine e l’anarchia che si diffondono dappertutto in Italia non fanno presagire niente di buono. Siamo vicini all’avvento del fascismo. Mussolini ha fondato i Fasci di combattimento e bande di facinorosi vanno in giro per l’Italia a compiere misfatti. Cadono molti governi in pochi mesi. L’Italia precipita sempre di più nel caos. Mussolini ne approfitta e riceve dall’incerto re l’incarico di formare un nuovo governo. Inizia la dittatura. La storia dei Rossi s’intreccia con le dolorose dinamiche del tempo. Paolo “Era stato picchiato per la prima volta dai fascisti quando ancora non aveva compiuto vent’anni.” Il fratello Vincenzo, chiamato Enzo, “ebbe il battesimo delle botte fasciste tre anni dopo il fratello, pochi giorni prima della Marcia su Roma. Aveva diciassette anni.” La figura di Paolo diventa sempre più centrale nella trama del romanzo. Figlio della bella Iride, nel corso della sua vita prenderà l’abitudine di addormentarsi immaginando di armare una nave più piccola della Canaria, così cara alla nonna, ma in tutto somigliante.
Come era stata Eleonora nei suoi anni giovanili (ora, invece, “parlava solo di denaro, l’unico argomento che la interessasse.”), così nella storia parallela, in cui i tragici eventi che stanno accadendo appaiono meno percepiti, Giugi è la ragazza inquieta e desiderosa del nuovo. Le piace la vita brillante e la frequentazione degli artisti, e siccome lo zio Riccardo, ormai ricchissimo, ha sposato una donna, Cesarina Gurgo Salice, che era “un’ammirata pittrice e una danzatrice”, e amava la vita mondana, Giugi prende a frequentarli assiduamente. Le relazioni sociali tra grandi famiglie pare attrarne l’interesse, e gli eventi che stanno segnando i Rossi sembrano estranei a Giugi. Lo studio di Francesco e la sua abitazione sono presi d’assalto dai fascisti che gettano in strada mobili e ogni altra cosa che trovano (“Il pianoforte a coda atterrò con un immenso fracasso.”) e li bruciano in un falò il cui “fumo stagnò in via Roma e in tutta la zona, ammorbandola per molti giorni”. Enzo e Paolo riescono a fuggire attraverso i tetti. È proprio in conseguenza di questa azione fascista che si verifica il primo contatto tra i personaggi delle due storie. Francesco, infatti, ha deciso che Paolo debba mettere su uno studio per conto suo. Essi conserveranno una doppia copia delle pratiche professionali, così da poterle salvaguardare in caso di un nuovo assalto dei fascisti. Non è facile, tuttavia, mettere su uno studio. Nessuno è disposto ad offrire a Paolo un locale da prendere in affitto, essendo ormai nota la sua avversione al fascismo e prevedibili le noie che ne conseguirebbero, finché Paolo non riceve la telefonata di Attilio Bagnara. S’incontrano. Attilio mette subito bene in chiaro che lui non ha nulla a che spartire con le idee socialiste di Paolo; anzi, è un liberale che ha contrastato l’elezione in Parlamento del padre; tuttavia considera che “Mussolini è pericoloso. Si caccerà e ci caccerà in chissà quali guai.” Sono locali ampi e lussuosi, quelli che offre, e premette che glieli affitterà ad un prezzo ragionevole, più che ragionevole. Paolo non crede a questa generosità e sospetta qualche trappola. Rifiuta e i due “Si salutarono quasi affettuosamente e non si rividero più.” Non è facile raccontare una storia così complessa come questa, in continuo, quasi perpetuo, movimento. I percorsi intrapresi appaiono evidenti, la struttura non ha segreti: è trasparente; la storia d’Italia di quegli anni è conosciuta, eppure avvertiamo un non so che, un qualcosa che non è poi così semplice da spiegare, e allora intuiamo che la Duranti vuole imprimere sulla pelle dei suoi personaggi, più che il fervore e il dinamismo di una grande famiglia dell’alta borghesia collocata in una Genova in continuo sviluppo, i segni della Storia che, anche quando sembra marcare i grandi avvenimenti, non distoglie mai la sua attenzione sui singoli uomini.
Paolo è, forse, più di Eleonora, più di Giugi, che è comunque quella che più gli si avvicina, più dell’avventuroso Riccardo, che sarà colpito nei suoi interessi finanziari dalla rivoluzione bolscevica, ma saprà riprendersi (“La lotta è la mia vita, l’incertezza m’inebria.”, scriverà dal confino di Lipari alla sorella Maria), più di Attilio, colui che raccoglie su di sé l’evidenza di un tale destino. Le donne, in ogni caso, sia nei momenti della loro più felice effervescenza, sia in quelli del silenzio, restano le protagoniste più forti, senza le quali, gli uomini, così sicuri e potenti negli affari, si sentirebbero perduti. La sensazione che si ricava è anche quella di un passaggio rapido della vita; i personaggi, soprattutto quelli più importanti, come Giuseppe, Attilio, fondatori per i rispettivi rami delle due dinastie, scompaiono improvvisamente, senza che nulla lo faccia presagire. L’autrice annota che il tale e il tal altro sono morti, come se essi, così cospicui da vivi, nel momento della morte fossero tornati ad essere quel granellino sparso nell’universo, che sono sempre stati. Ossia, la vita, l’esistenza, sono qualcosa di diverso, di misterioso, di ineffabile, e di più grande, dissociate dalla materialità.
Paolo e Giugi non si conoscono ancora. Paolo ha accompagnato la madre Iride alla stazione per raggiungere il marito Francesco che si trova a Bordighera. Partito il treno, vede una ragazza che attira la sua attenzione; lui, donnaiolo incallito a cui non mancano le corteggiatrici essendo un bel giovanotto, avverte dentro di sé che quella ragazza ha qualcosa che la fa differente dalle altre. Tornato a casa, telefona ad un’amica, Ninina, una Martignoni, “della fabbrica di munizioni e armi” e viene a conoscere il nome di lei: è Giugi, gli dice, la figlia di Attilio Bagnara: “Lui è morto e lei ha ereditato un mucchio di soldi.” Paolo, se lo ricorda Attilio Bagnara, eccome; ricorda l’episodio dei locali che voleva offrirgli in affitto ad un prezzo ragionevole e ricorda anche il proprio rifiuto. Vi scorge un segno premonitore, e non è un caso che la prima sera che restano soli, lui le dica: “Lei, signorina, mi ricorda la Canaria, quando entrava in porto a vele spiegate.”
Rammentate Battistina, la moglie di Giuseppe Bianchi, educata all’austero rapporto coniugale, senza trasporto e senza passione? Tutto ciò lo ritroviamo ora in Giugi, come se i rami delle due dinastie a questo punto mostrassero l’ineluttabilità di un incontro predestinato. Sposatasi con Paolo, infatti, scopre che “la dinamica stessa del congiungimento carnale, la morfologia degli organi, disegnavano uno scenario che non le si adattava. Sentiva acutamente che nella parte assegnatale dalla natura c’era qualcosa di sottomesso, di umiliante che il suo carattere rifiutava.” La Duranti, non solo in questa occasione, ma qua e là sparse nella storia della sua famiglia, ci mette di fronte a considerazioni delusorie dei rapporti sessuali, rimarcando una condizione di frustrazione in cui viene a trovarsi la donna rispetto all’uomo. Non è la prima volta, e appare una costante di questa autrice che non si fa mai attendere, quando se ne offre l’occasione.
Dal matrimonio, Giugi si aspetta, non tanto l’amore del marito, bensì, soprattutto, un figlio, un maschio, che, essendo lei la primogenita di Attilio Bagnara, fosse il numero uno della casata, colui che avrebbe rinverdito le gesta del nonno, ma anche del prozio Riccardo Gualino, “uno dei più geniali finanzieri del mondo.” Solo a questo fine decide di “passare attraverso l’orrore bestiale della gravidanza e del parto.” Nasce una bambina, invece: Francesca, che altri non è che la nostra autrice: “Gli occhi erano azzurri, anche se non di quella impareggiabile sfumatura che era stata di Sebastiano Garrone, come fece notare la bisnonna Eleonora.” Il rapporto di Giugi con la figlia è distaccato, severo. È stata delusa dalla sua nascita. Quando la nonna Iride viene a trovarla e la coccola, lei prova “fastidio di fronte a tanto melodramma.” Francesca comincia a parlare già a sette mesi e la sua prima parola è in tedesco, la lingua della puericultrice, M.lle Adine Guex, svizzera di Berna: “Allein”, che significa “da sola”, “segno di una natura presuntuosa, ribelle.” In quegli anni in cui nasce Francesca, si riserva molta attenzione alle cose che accadono in Germania, dopo l’avvento di Hitler. Mussolini, seguendone l’esempio, fa approvare le leggi razziali e si prepara ad un’alleanza con la forte nazione tedesca. La Duranti annota, nel ribadire l’antifascismo di Paolo Rossi, che “Parte del sottobosco semiclandestino della sinistra italiana, massimalista e non, aveva una certa simpatia per ciò che stava succedendo in Germania. Per ammirazione verso la cultura tedesca; per il nome – nazionalsocialismo – che quella dittatura si era dato; per la sua stretta amicizia e collaborazione con l’Unione sovietica.” Se si considera che la destra era tutta schierata per un’alleanza con Hitler, si può desumere che non erano pochi quelli che si erano fatti abbagliare dalle chiacchiere e vedevano nella Germania qualcosa di nuovo in grado di portare una ventata riformatrice in Europa. Aggiunge anche: “si sapeva che l’esercito tedesco, a dispetto del trattato di Versailles, si armava e si addestrava in Unione Sovietica.”
Quando la Germania invade l’Austria e, con l’aiuto dei Russi, anche la Polonia, Paolo e Giugi cominciano a pensare al modo di mettere al sicuro la famiglia. Guardano la cartina dell’Italia e, dopo aver scartato varie città, Giugi suggerisce Lucca. Paolo ne è soddisfatto. Si recano ogni fine settimana nella città toscana e visitano varie agenzie immobiliari alla ricerca di una casa provvista di terre da coltivare. È Giusi a decidere l’acquisto, e Paolo viene a saperlo a cose fatte. Si tratta di ben altro da ciò che avevano programmato: “Un’immensa villa cinquecentesca con le pareti interne affrescate e un parco enorme, in una frazione a quattro chilometri dalla città, chiamata Gattaiola. Oltre alla villa c’erano altre due case più piccole dentro al parco e relativamente poca terra, divisa in tre poderi, ciascuno con la sua casa colonica.” La villa era appartenuta ad un’antica famiglia lucchese, i Burlamacchi, di cui il più famoso fu Francesco, morto decapitato per le sue idee riformatrici. Nel libro di Manlio Fulvio, intitolato: Lucca, le sue corti, le sue strade, le sue piazze, (Società Tipografica Barbieri, Noccioli & C. – Empoli, 1968), riguardo alla morte del Burlamacchi, troviamo scritto: “condotto a Milano e consegnato a Ferrante Gonzaga, il Burlamacchi fu decapitato il 14 febbraio 1548 per ordine dello stesso Gonzaga, il quale eseguì, così, una decisione dell’imperatore”, che era Carlo V. Il documento che riferisce del processo al Gonfaloniere di Lucca è riportato nel Sommario della storia di Lucca di Girolamo Tommasi (Maria Pacini Fazzi – Editore, 1969) e si trova custodito nell’Archivio di Stato della città toscana. Anche nel documento si fa il nome di Ferrante Gonzaga, quale Governatore di Milano. Annoto quanto sopra, poiché si scopre una curiosa coincidenza che è quella di ritrovare un Ferrante Gonzaga quattro secoli dopo, ed è colui che s’innamora e fa la corte a Giuseppina Bagnara, prima che la ragazza conosca Paolo. Pensate, se Ferrante Gonzaga avesse sposato Giugi, forse i due sarebbero andati a vivere nella villa lucchese, e Ferrante avrebbe passeggiato per quelle stanze, ove abitò colui che il suo antenato fece decapitare.
Il trasferimento a Lucca avviene in modo precipitoso, allorché si apprende la notizia che Hitler ha mosso guerra pure alla Francia. Di lì a poco lo farà anche Mussolini. La Duranti ha permeato la storia, soprattutto di questo ramo della famiglia discendente da Giuseppe Bianchi, con i grandi avvenimenti che sconvolgono non solo l‘Italia, ma L’Europa e il mondo. Attraverso il matrimonio di Paolo e Giugi, questi avvenimenti confluiranno nella storia con una penetrazione ancora più drammatica. I pericoli della guerra, infatti (Genova ha già subito un primo bombardamento), suggeriscono a Giugi (i cui genitori sono morti da tempo) di far scendere a Lucca anche la nonna di Paolo, Eleonora, e i suoi genitori Francesco e Iride che, sebbene restii, accettano. I due percorsi intrapresi dalla Duranti hanno due momenti di congiunzione, dunque, il primo rappresentato dal matrimonio di Paolo con Giugi, il secondo dal mutamento del centro di gravità, spostatosi dalla nevrotica città industriale alla quiete di un piccolo centro tagliato fuori, isolato, da tutti i traffici che contano. È un cambiamento radicale, che coglie Francesca e la sorella Marina nei loro primi anni; è una realtà diversa che compare improvvisamente innanzi ai loro occhi, in cui la bellezza, l’ordine e la quiete della natura sovrastano i rumori e il caos che le avevano circondate fino ad allora. I racconti sulla Canaria giungono anche qui, narrati alle due bambine da Eleonora, che riesce ad addolcire in questa nuova situazione il suo carattere, che era divenuto grigio e severo in tutti quegli anni così dolorosi per lei. Insieme con Lucca, Eleonora torna al centro del romanzo. Il silenzio che l’ha preceduta, dopo che ne era stata la indiscussa protagonista in principio, in realtà illumina, dietro di lei, il dramma interiore che ha vissuto: una specie di propagazione all’esterno del suo sentire, al punto che gli accadimenti che nel frattempo si sono succeduti, ivi inclusa la guerra, apparentemente estranei al suo cuore, vi si inseriscono ora in una stretta simbiosi. Nei ricordi, che si fanno sempre più pressanti, il passato ritorna. Siamo alla fine del romanzo, e proprio in queste ultime pagine esso proclama il suo significato ed assume il suo speciale rilievo. Dirà Eleonora alla piccola Francesca: “Stai un momento ferma e sentimi bene, signorina: tu un giorno dovrai dire ‘la Canaria è tornata’. Correrai a dirmelo quando vedrai arrivare il tuo bisnonno Sebastiano. Lo riconoscerai per come è bello. E ti dico un’altra cosa: facci attenzione, vedrai che zoppica leggermente, per la vecchia ferita che si buscò combattendo con Garibaldi. Capito? Non potrai sbagliare. Mi fido di te. Dovrai gridarlo forte, che sentano tutti. ‘La Canaria è tornata.’ Prometti?”
Non c’è dubbio che la Duranti sa tenere a bada il sentimento in una accorta miscellanea con la ragione, dentro la quale esso sa ben nascondersi, appiattirsi, ma non annullarsi. Nella sua scrittura, non solo qui, ha l’algidità di Battistina e di Giugi, la razionalità di Paolo, eppure in questa intensa frase di Eleonora c’è tutto il contenuto del libro, ossia la consegna di una eredità morale e spirituale, di una forza estrema, di una garanzia, di una tenacia imperiture dei sentimenti, che Eleonora trasferisce alla discendenza, a Francesca per prima, ma anche a Giugi, alla quale farà dono di “un collier di perle e brillanti, molto bello” appartenuto alla madre Battistina: “Giugi era l’intrepido comandante della Canaria che riempiva la cambusa preparandosi a navigare tra i flutti minacciosi della guerra.” Non è un caso che nell’anniversario dei suoi ottant’anni, a Gattaiola, a festeggiarla non ci siano soltanto i familiari, ma anche i “rifugiati, sfollati e clandestini che vivevano nella proprietà.” A Gattaiola Eleonora avverte che, rispetto a Genova, ha ora un pubblico di ascoltatori “disposto a credere nel ritorno di Sebastiano – o a far finta di crederci –" Sembra ringiovanire: “Raccoglieva i fiori nei prati, giocava con le bambine, suonava la chitarra e cantava Princesita e Malagueña. Iride pensava che a sua madre stesse dando di volta il cervello, ma Francesco, che l’aveva conosciuta prima del naufragio della Canaria, la ritrovava con emozione.” Con il ritorno del sorriso di Eleonora, arriva anche la fine della guerra. Le ultime pagine sono dedicate all’ingresso a Lucca degli Alleati e all’impegno partigiano e politico di Paolo, che lo porterà a sedersi in Parlamento sin dalla sua costituzione. Quando Eleonora morirà, vinta dall’emozione poiché aveva scambiato al telefono la voce di Paolo per quella del suo Sebastiano, Francesca, appresa la notizia a Gattaiola, sussurrerà dapprima, poi griderà: “La Canaria è tornata.” Il testimone è passato di mano. Morta Giugi, toccherà a Francesca, dunque, conservare quella tenacia del sogno, quella ostinazione della speranza, che furono il tesoro nascosto, e ogni giorno più prezioso, di Eleonora. Giugi Rossi Bagnara, che il padre Attilio aveva un giorno definito “un delfino d’alto mare”, nata il 30 marzo 1904, morirà il 21 febbraio 1978; Paolo Rossi sette anni dopo, il 24 maggio 1985.
(fine)
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 25.12.05 12:34
Comments
Vedo che hai postato la seconda parte, come mi/ci annunciavi.
Leggo più tardi, magari stasera. Adesso, perdona l'OT e la rapidità, ma mi reclamano a tavola. ^____^
Buone Feste, a Tutt*
Beppe
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 25.12.05 12:59
Caro Beppe,
spero che il pranzo sia andato a gonfie vele.
Poiché, causa periodo di vacanza del curatore di vibrisse, ed anche del sottoscritto che sarà in Val Badia (La Villa) dal 31 dicembre al 6 gennaio, auguro a te e ai lettori di vibrisse anche il Buon Anno. Ci incontreremo di nuovo con un altro autore, forse domenica 8 gennaio.
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 25.12.05 23:13