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24.12.05

Scrittori Lucchesi: Francesca Duranti: L’ultimo viaggio della Canaria (2003) /1

di Bartolomeo Di Monaco Con i migliori auguri di Buon Natale.

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(Marsilio) Parte prima. Parte seconda.

Francesca_Duranti.jpgChissà perché, quando penso alla Duranti, subito mi affiora alla mente uno dei suoi personaggi più riusciti, Valentina Barbieri, la protagonista di Effetti personali, uscito per Rizzoli nel 1988.
Le deve assomigliare molto. Scrittrice dalla penna arguta, lascia trapelare, un po’ come accade in Giuseppe Pontiggia, la sua vena di intellettuale che deve fare i conti con una espressività che a malapena riesce a contenere il ricco connubio tra sentimento e pensiero che la caratterizza. Da qualche tempo trascorre buona parte dell’anno fuori dall’Italia, a New York soprattutto, sollecitata dalla sua curiosità di ricercatrice e di studiosa.
L’ultimo viaggio della Canaria, uscito nel 2003 da Marsilio, ha vinto il Premio Rapallo-Carige 2004, arricchendo, così, la già prestigiosa collezione di premi letterari vinti da questa autrice che, nata a Genova, capitò in Lucchesia quando era ancora una bambina.

Giuseppe Bianchi è il presidente e maggiore azionista di una Compagnia di navigazione che porta il suo nome, composta di “una flotta di piccoli velieri da passeggeri e da carico destinati al traffico nel Mediterraneo." Ha vari figli, tra cui Raffaella, la maggiore, e Egisto, Saverio e Eleonora, ancora piccoli. Ha lasciato, per intanto, che della Compagnia si interessino i figli dei suoi fratelli defunti, in attesa che i suoi diventino grandi. Battistina, sua moglie, è stata educata rigidamente ad essere una moglie fedele, priva di fantasie, sottoposta al sacrificio di sé per soddisfare gli obblighi coniugali. Giuseppe ha però un’amante, che frequenta due volte la settimana, in grado di riservargli quelle attenzioni amorose di cui si sente privato nei rapporti con la sposa, la quale, di poca salute, morirà tre anni dopo la nascita di Eleonora. Viene alla mente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, dove i rapporti tra il principe Fabrizio Salina e sua moglie, Stella, sono dello stesso tipo e mostrano una consuetudine ed una educazione della donna che non trovano differenze di latitudine, almeno in Italia. Anche il principe Salina, come Giuseppe Bianchi, mantiene un’amante in grado di esaudire i suoi capricci.

Tra le sue navi, ce n’è una che è l’orgoglio della Compagnia, la Canaria, affidata al comandante Costa, “il miglior capitano di lungo corso della Liguria, e quindi del mondo." Carica di merci, fa scalo a Londra, Canada, fino a raggiungere New York e New Orleans, e qualche volta l’Argentina e l’Uraguay.
La piccola Eleonora cresce affascinata dal mare, dai suoi misteri, e dalle leggende. La sua fantasia trova nella Balia Umilina (“figlia di Zelfa, la strega di Roncopianigi, ai suoi tempi una celebrità dell’Appennino.") e nel pittore Maralli, che le insegna a dipingere, stimoli ed arricchimenti che ben si inseriscono nella sua natura di giovane che, quando sollevava lo sguardo sugli altri, “sembrava conoscesse di loro più cose di quanto sapessero essi stessi." A diciassette anni, quando fa la sua prima uscita di casa da sola, non è bella, è piccola di statura, “ma bastava a Eleonora un fiore, un nastro, o anche solo il modo di camminare, di raccogliere la gonna con una mano quando saliva sulla carrozza, per apparire spavalda, diversa." L’autrice ha segnato qui, in questa rapida descrizione, i presupposti che incideranno sulla crescita del personaggio. La struttura si apre sin dal principio a vari percorsi nei quali incontriamo i diversi personaggi che saranno destinati a incontrarsi.

Sebastiano Garrone è un giovane molto bello. Suo padre, che ha una azienda di Coloniali, lo considera un perdigiorno, uno scansafatiche. A sedici anni era scappato di casa per correre dietro a Garibaldi, ed era rimasto perfino ferito. Ora, per caso, passa proprio davanti a via Rivoli, dove vive la famiglia Bianchi, e vede uscire Eleonora. Ne è attratto e decide di aspettarne il ritorno, appoggiato al parapetto che dà la vista sul porto. Quando Eleonora, uscita per andare a comperare i colori per la sua pittura, fa ritorno, nel porto sta rientrando anche la bella ammiraglia della Compagnia, la Canaria. Tutti accorrono a vederla, e lo sguardo di Sebastiano s’incontra con quello di Eleonora, che pensa: “Io non so chi sei, ma tu sai dove abito io. Cercami. Trovami." Mi pare di poter dire che il ritratto di Eleonora è già tutto qui, rimarcando, ancora una volta, la capacità di questa autrice di entrare sottilmente all’interno dei personaggi femminili.

Ma a guardare la Canaria che rientra nel porto di Genova, c’è pure un altro personaggio importante, Attilio Bagnara, intelligente, dinamico, ben avviato nel commercio dei legnami, che incontreremo di nuovo assai presto. Intorno a Eleonora si muove anche il cognato di Raffaella, il farmacista Giorgio Rebora, che vorrebbe sposarla. La Duranti continua ad aprire i suoi percorsi, e il romanzo, appena agli inizi, è gia ricco di personaggi che il lettore non tralascia di osservare, spostando sguardo e fantasia ora qua ora là nella loro direzione. Sa già che il loro destino è quello di incontrarsi, e tra le righe, nelle fisionomie, nei gesti, nelle parole, cerca i segni che ne anticipino e rivelino il momento. È uno dei primi risultati della struttura che l’autrice sta disegnando per la sua storia. Genova con il suo porto e i suoi traffici commerciali, intanto, assume via via colori e rilievi da protagonista. La grande famiglia Bianchi, come I Buddenbrook di Thomas Mann o gli Essenbeck de La caduta degli Dei di Luchino Visconti, coagula intorno a sé tutti gli umori, i fermenti, i dinamismi, della grande città industriale, in cui le vite dei singoli sono strettamente legate e sottomesse alle leggi del grande capitale. Raffaella sta intessendo una tela per far sposare Eleonora al cognato farmacista Giorgio, fratello di suo marito Luigi Rebora, notaio. Ci si muove nelle sfere dell’alta borghesia, che è una caratteristica costante di questa autrice, che ha sempre amato ambienti raffinati, da cui, peraltro, proviene, descritti non solo con proprietà, ma anche con una qualche vocazione al piacere, se non al compiacimento. Non è la sola, ovviamente. Mi vengono in mente la Austen e la Wharton. Sbrigativa nella descrizione dei paesaggi (“Il mare era una lastra immobile, un usignolo cantava tra i cespugli." E anche: “La notte era calda, la finestra era spalancata. Il cielo era limpidissimo, pieno di stelle."; “Le aiuole al centro del piazzale Principe erano gonfie di aster blu in piena fioritura, gli uccelli sugli alberi erano in amore per la seconda volta e cantavano le loro canzoni nuziali."), è alla tessitura psicologica dei personaggi che dedica la sua attenzione e per la quale mostra una speciale attitudine, come accadde con Valentina Barbieri. Per Eleonora è previsto qualcosa in più: un destino annunciato: “C’era qualcosa di esageratamente franco, in quello sguardo. Mancava di quella timidezza, di quel riserbo che si addiceva a una giovane sposa."

È la sua Balia, Umilina, a liberare Eleonora dalle rigide consuetudini familiari e da un’educazione estremamente puritana: “Se la Balia non fosse stata con lei, la famiglia sarebbe riuscita a chiuderla, senza che lei neppure se ne accorgesse, nella stessa rigida corazza di austerità che avvolgeva le sorelle?" È diversa dalle sorelle, ma anche dalle altre ragazze dell’alta borghesia genovese. Raffaella, in un colloquio con Eleonora, le dice, a riguardo degli uomini e del matrimonio: “Il fatto è che l’inizio della vita matrimoniale è umiliante, persino... ridicolo... doloroso... ti sembra che tutti i sogni anneghino in una realtà inaccettabile." Ma, innamorata di Sebastiano, è lui che Eleonora decide di sposare, anziché il cognato proposto dalla sorella, e, alla vigilia delle nozze, marca ancora di più la propria differenza mostrandosi poco interessata a tutti quegli impegni mondani legati alla “scelta del corredo, le visite alla sarta e alla modista", ai regali che stavano arrivando, ai dettagli della cerimonia, alla “scelta delle musiche, dei fiori. Eleonora sembrava poco interessata a tutto questo." Delega la sorella a sbrigare tali incombenze. Come Raffaella, anche suo marito Luigi Rebora, notaio, è molto attivo in casa Bianchi. È il primo a far osservare a Giuseppe Bianchi che ormai è tempo di rinnovare la flotta di velieri sostituendoli con le navi a vapore, che un ingegnere navale inglese prospetta come le più valide e, alla fine dei conti, più economiche e di sicuro avvenire. Propone perciò di provvedersi dei capitali necessari al rinnovamento graduale della flotta, vendendo la Canaria, veliero ambito da un “gruppo svizzero" che vorrebbe farne un “ristorante galleggiante", disposto a pagarla profumatamente. Risponde Bianchi: “Ho rinunciato al mare: non chiedetemi di rinunciare anche al mio orgoglio."

Il romanzo è condotto sul filo e con il ritmo di una ricostruzione, anche fantastica, della storia di una famiglia, che poi è quella appartenente all’autrice. Lei stessa lo premette nelle poche righe dedicate ai “figli, sorella, cugini, nipoti, zii".
Quando vengono a poco a poco delineate le figure dei giovani studenti Francesco Rossi e Giovanni Semeria coi quali Eleonora, nelle sue vacanze a Bordighera, prima da nubile, poi da sposata, trascorre molte ore della sua giornata, e soprattutto quando Giovanni farà la sua scelta di farsi prete e diverrà un seminarista, corre alla mente il bel romanzo di Corrado Alvaro: L’età breve che ha due personaggi simili: Luigi e l’amico seminarista Rocco. A differenza della scrittura di Alvaro, così densa di implicazioni, quella della Duranti è asciutta, decisa, il cui livello di lettura è uno solo e trasparente: quello enunciato nella dedica, anche se taluni personaggi si arricchiscono della sensibilità dell’autrice particolarmente rivolta alle figure femminili, come quella di Eleonora. La quale, allorché la Canaria, su cui Sebastiano è imbarcato come secondo ufficiale, viene data per dispersa e l’equipaggio considerato perito in mare, risponde ai familiari, impegnati a consolarla: “Io so che Sebastiano è vivo e sta cercando di tornare da me, e nessuno mi vuole dare retta." In questo triste frangente, Eleonora, che ha già una figlia, Iride, è in attesa del secondo figlio, “appesantita dalla gravidanza". È uno dei passaggi che segnano la discriminante di Eleonora rispetto al mondo in cui è vissuta fino a quel momento: “Genova non aveva niente a che vedere col gruppetto di creature radunate in quella soffitta. La vera Genova era diversa." La soffitta è quella del pittore Maralli, dove Eleonora si reca per dipingere, insieme con la Balia e la piccola Iride. Poco più sotto, si legge: “Sebastiano era vivo e sarebbe tornato: lei lo sapeva, ma Genova non l’avrebbe seguita nella sua certezza." Inizia così la sua sfida: “Decise che se doveva essere la sua fiducia nel ritorno di Sebastiano la sola cosa a mantenerlo in vita, lei avrebbe dovuto sapersi trasformare in una testimone attendibile."

Il personaggio, che prima poteva apparire un po’ stravagante e capriccioso, ora mostra la sua natura forte e tenace, al punto che affida alla sua volontà tutta l’energia necessaria a mantenere in vita un uomo che tutti credono morto. E anche “aveva capito che per farlo tornare c’erano cose che da quel momento avrebbe dovuto tenere per sé." Nel frattempo, Giuseppe Bianchi è morto, in casa dell’amante; ed è stato fatto trasferire in tutta fretta nel suo palazzo per evitare uno scandalo. Eleonora, ancora in attesa del secondo figlio, ha ventitré anni. Quando si discute sull’eredità del padre e sui cambiamenti da apportare alla società, risponde con determinazione ai congiunti che solo al ritorno di Sebastiano si sarebbero potute prendere delle decisioni. È un momento difficile per la Compagnia. Di lì a poco, la sua attività comincia a restringersi, ad immiserire, così che al piano terra gli uffici vengono affittati ad Attilio Bagnara, l’astutissimo e giovane imprenditore che già abbiamo conosciuto, convinto che “La maggior prova di intelligenza consiste nel saper passare per sciocchi." La scomparsa di Sebastiano, il tramonto della Bianchi Navigazione sembrano incidere a poco a poco sul carattere di Eleonora, che questa volta accetta di dare alla secondogenita, Ezzelina, quel nome appartenente alla zia, che aveva rifiutato, perché bizzarro, per la primogenita. Il giovane Francesco, che è diventato avvocato e si è dato alla politica, allorché la incontra di nuovo a Bordighera, a Villa Paradiso, la trova invecchiata e senza più il mordace e allegro spirito degli anni precedenti, allorché l’aveva conosciuta, e ne scrive al cugino Giovanni, a sua volta fattosi sacerdote impegnato nel ministero apostolico, e spesso comandato per volere di Papa Leone XIII. È Giovanni, quando si reca a farle visita con Francesco, che ne trae la convinzione che dentro la donna così compunta e formale si nasconda la Eleonora di sempre: “Forse si è camuffata a quel modo perché ha bisogno della solidarietà della famiglia, della città... Come se il miracolo del ritorno di Sebastiano dipendesse da loro." La stessa autrice ce lo confermerà più avanti: “Quando si ritirava in camera sua, sia pure con qualche anno di più, tornava a essere la stessa donna di sempre, quella che Francesco e Giovanni tanto rimpiangevano."

Un’altra prova, dunque, della volontà forte di Eleonora di tenere in vita Sebastiano. La speranza non è nascosta soltanto nel suo cuore, infatti, ma si è materializzata nella tenacia e nel sacrificio di sé. Mentre intorno alla sua persona tutto continua a muoversi nell’effervescenza e nello scintillio di una vita raffinata che si dispiega, la sua ostinata e possente immobilità si impone al centro della narrazione, quale testimonianza di una lotta che si combatte oltre la ragione, ma anche oltre la follia. È il motivo forte, quasi allucinante e morboso, tuttavia audace e splendido, che l’autrice mette in campo, sottilmente lavorando nelle maglie di una tessitura non facile. Attilio Bagnara ha sposato Maria Gualino, ha avuto un figlio morto a cinque mesi; e la seconda volta che Maria è rimasta in cinta ha abortito. Teme ora di non avere eredi. Francesco Rossi, intanto, pur essendo molto più anziano, ha messo gli occhi sulla figlia di Eleonora, Iride, che ora ha diciassette anni. La ragazza è assai bella, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Francesco, invece, affermato nel suo lavoro (dirà Eleonora a Iride: “Guadagna molto con la sua professione, anche se non disdegna le cause meno redditizie."), è piccolo di statura, e ha “una grossa testa che i capelli tagliati cortissimi facevano apparire ancora più quadrata, il torace a botte." Mentre si stanno muovendo molte cose intorno a Eleonora, ella, che sembra apparentemente parteciparvi, resta chiusa nella sua battaglia, cieca alla realtà e proiettata nell’illusione del sogno, alimentata da una speranza tenace quanto assurda. Iride si sposa con Francesco, dopo un fidanzamento brevissimo. Eleonora è riuscita a convincere la bella figlia parlandole del declino in atto della loro famiglia e mettendole davanti, come alternativa, la incoraggiante prospettiva di vivere con un marito, sì brutto, ma ricco abbastanza e destinato perfino ad una brillante carriera politica. Sbrigativa perfino con la figlia, dunque, giacché ancora proiettata e prigioniera del suo sogno: “Chissà se a Sebastiano piacerà Francesco.", convinta che “Per rendersi credibili occorreva affrontare certi sacrifici.", e che “Bisognava tener duro per tutta l’attesa, non importava quanto sarebbe stata lunga."

(continua)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 24.12.05 19:38