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03.11.05
Un sospetto
di giuliomozzi
Cercare un senso alla vita (e all'opera, che ne fa parte) di Pier Paolo Pasolini a partire dalla sua morte, è o non è un'operazione finzionale? Nel momento in cui si considera la sua morte (per come, e quando ecc. è avvenuta, è stata trattata processualmente ecc.) come il portato di un destino, non si fa di Pier Paolo Pasolini un personaggio mitico? Di queste due cose, finzione e mito, abbiamo bisogno? O non abbiamo bisogno - almeno riguardo a Pier Paolo Pasolini - d'altro?
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.11.05 01:22
Interventi
Queste celebrazioni pasoliniane mi hanno stufata, anzi nauseata.
1. E' quanto di meno pasoliniano possa esserci ed è il trionfo del pensiero unico.
2. E' un momento di confusione socio-psico-politico-letterario: a. il Pasolini che resterà come un grande artista è il regista, autore di un paio di autentici capolavori; b. il romanziere e poeta è il più debole e spesso illeggibile; è difficile dirlo?
3. quello di cui noi abbiamo bisogno oggi è forse l'intellettuale e il polemista, ma domandiamoci:
-perché ne abbiamo così bisogno e ne sentiamo la mancanza?
-perché nessuno di quelli che contano ha il coraggio di dire cose pasoliniane? In questo caso su Paolini stesso?
-cosa direbbe oggi Pasolini?
-glielo lascerebbero dire quelli che oggi lo osannano? dove?
Pubblicato da: Silvia - 03.11.05 08:07
Pasolini è importante per me perché ha reso concreto il mio convincimento che cinema e scrittura (immagini e parole) sono entrambe Letteratura. Non è un caso che Pasolini, autore in principio soltanto di parole, abbia rivisitato i grandi testi della Letteratura universale reinterpretandoli attraverso il nuovo strumento delle immagini.
Per quanto mi riguarda, leggo un libro e guardo un film con lo stesso piacere, lo stesso entusiasmo.
Stasera vado ad un incontro organizzato da amici, che parleranno di Pasolini.
Tuttavia mi fa tristezza che altri scrittori non abbiano goduto e non godano della medesima attenzione.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.11.05 08:40
su questa cosa della morte di pasolini e di come dia forma a tutta la sua opera, o come tutta la sua opera sia progettata in funzione di una mitizzazione post mortem ha scritto un libro un po' troppo pedante e "partecipato"(con un entusiasmo ed un'adesione da dilettante, ma d'altronde questo dà sapore al libro) il pittore Zigaina: "Hostia", ed.marsilio, è uscito anche in economica... Mi pare che non abbia suscitato molta eco, eppure mi era parso suggestivo, quando lo lessi, anni fa....
Pubblicato da: dario - 03.11.05 09:21
L'aspetto "formale" della morte di Pasolini è affrontato anche da Alberto Garlini nel suo ottimo romanzo Fútbol bailado. Se interessa, ne ho parlato in ICL qualche mese fa: http://groups.google.com/group/it.cultura.libri/msg/c1ce4335c52717da
Sull'aspetto carnascialesco delle commemorazioni letterarie, invece, ho scritto qualcosa qui, sempre se interessa: http://letturalenta.net/2005/11/la-morte-dell-autore
Secondo me Pasolini, a vedere tutto 'sto fervore postumo, se la ghigna non poco.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 03.11.05 10:51
Nessuno, credo, se è serio, cerca un senso alla vita di pasolini. Tutte le vite hanno senso non solo quelle dei poeti anche se, indubbiamente, quando muore un uomo che "ha prodotto" e che amiamo, muore anche qualcosa di noi (come succede quando muoiono le persone che ci sono più care).
Il ruolo dell'intellettuale, soprattutto dell'artista, non è solo, come si crede oggi, di far vendere prodotti o idee o non-idee. Il ruolo è di mettere in crisi l'assodato, di rigenerare, di sconvolgere, di riordinare, di dare significato, non solo alla propria vita, ma anche a quella della collettività degli umani, di rendere pubblico quello che vede (perchè per caso, o volontà, si trova nell'unico punto dove il confuso prende forma). Dire questo non è da romantici, il romanticismo esaltò solo, e fino al parossismo, un concetto valido per tutte le epoche.
Perchè allora pasolini più di altri, che pure furono più grandi di lui in settori particolari?
Perchè Pasolini concentra meglio di altri su se stesso, questo bisogno universale. Pasolini è l'intellettuale italiano per antonomasia, per questo sperimentò tutte le possibili forme artistiche, cosa che forse gli impedì di essere grande in un settore particolare, ma certo lo reso grande (unico) nel suo complesso.
L'omosessualità stessa forse gli ha permesso, in un periodo particolare, di trovarsi proprio nel punto da dove si vedeva meglio il cambiamento che stava avvenendo in Italia.
Ieri sera ho visto dei vecchi filmati, di e su pasolini, c'erano delle interviste (fatte da pasolini) a giovani (uomini e donne). Pasolini faceva domande sul divorzio sulla verginità della donna e altre cose che poi ancora oggi chiedono ai giovani quando li intervistano, e ho capito, dalle risposte fresche, non conformiste, non banali, pacate, gentili, timide, perfettamente umane nel tono e nel modo di muovere la bocca per ninte nevrotiche, per niente impostate, per niente antiquate, ho capito cosa pasolini intendesse quando parlava di perdita della grazia da parte del "popolo" italiano.
Avevo già visto gli stessi filmati svariate volte, ma solo ieri sera ho realizzato completamente.
Ho sempre amato pasolini, ma (come forse succede a tutti) spesso mi ha dato un senso di disagio, di esagerazione, di fastidio anche quando parlava di perdità della grazia del "popolo", mi sembravano quei vecchi discorsi populistici dei vecchi quando dicono: si stava meglio prima, discorsi che tornano pntuali e identici a ogni cambio di generazione.
Invece ieri vedendo quei giovani, li visti per la prima volta, ho capito che lui vedeva quello che io (e tutti noi) oggi, e tutti allora, non sono in grado di capire da sola. Era avvenuto non un semplice cambiamento generazionale (che tutti siamo in grado di vedere sempre) era avvenuto un cambiamento epocale che solo chi si trova in un punto preciso e in una condizione precisa VEDE e VEDENDO può denunciare. Il vedere può essere di chiunque, anche il denunciare può essere di chiunque. Il vedere e denunciare è solo dell'intellettuale.
Pasolini è grande per questo suo essere intellettuale in un luogo critico della storia e di accettare, in piena consapevolezza, la sua funzione di denuncia fino, forse, ad esserne ucciso.
No, non credo sia un mitizzare qualcuno pensare così, ma prendere solo atto, con umiltà, di una figura di intellettuale che a volte la storia ci dona, è una figura rara e non tutti i tempi ne richiedono la presenza.
Questo trentennale (ricordato quasi da tutti) non dovrebbe provocarci fastidio (che è la reazione più banale) ma deve servirci a comprendere che l'opera di pasolini è un patrimonio del nostro dna civile e che studiarlo serve a capire meglio la nostra storia e ad aiutarci a ricercare quegli anelli della catena che abbiamo involontariamente (o volontarimente) spezzato e che non necessariamente sarebbe utile risaldare, ma che è indispensabile conoscerne e osservarne le cause per continuare a produrre "lavoro libero con le parola", in qualsiasi maniera vorremo, con qualsiasi strumento vorremo, ma da esseri umani, e non da automi un po' zombi, cialtroncelli e copiaincollisti del già scritto da altri al solo fine di vendere o di essere pagati da qualche giornale (comunque esso sia ma pur che paghi bene)
Nessun disprezzo per i soldi anzi (pasolini guadagnò un sacco), nessun disprezzo per il successo (semmai un po' di timore), ma non possono essere il fine principale dell'espressione di un'epoca, altrimenti è un suicidio epocale, un rendersi volontariamente schiavi.
georgia
Pubblicato da: georgia - 03.11.05 11:27
Che dire Giulio? Si può hitchockianamente condividere 'un sospetto'? Lo condivido.
Pubblicato da: angela scarparo - 03.11.05 12:19
Su "MicroMega" 6/2005, ci sono due articoli che parlano del mito di Pasolini, uno di Andrea Cortellessa "Grandezza e miseria di un luterano corsaro" e uno di Walter Siti "Il mito di Pasolini".
Il secondo conclude in modo diverso rispetto alle tue riflessioni:
«Che fare? Difendere Pasolini dal suo mito? Rimproverare a Pasolini di essersi "prefabbricato" per il mito (certo, fin dalle infantili imitazioni cristologiche, c'era in lui una vocazione all'esibizione "corporale" molto più forte di un semplice esibizionismo nevrotico, qualcosa che stava più vicino al teatro e alla santità, in un triangolo approssimativo tra Artaud, Karol Wojtila e Marilyn)? Auspicare che in tivvù, invece di cervellotici documentari in cui una telecamenra posta sul lunotto posteriore di un'auto mostra strade in fuga, mentre a squarci Pasolini pronuncia frasi pensose tratte dalle sue interviste, si vada a leggere e a discutere seriamente l'opera sua? Temo che il mito e la critica tengano strade diverse o addirittura appartengano a mondi separati. C'è un Pasolini che appartiene ai letterati italiani, e un Pasolini che appartiene a un microcapitolo di storia delle religioni. E non è affatto detto che il Pasolini del mito, tra i due, sia il meno interessante».
Cortellessa cita all'inizio del suo articolo, dalle "Osservazoini sul piano-sequenza" da "Empirismo eretico": «"finchè siamo vivi, manchiamo di senso", per cui "la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita" e "solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci"».
Non intendo con questo rispondere alla tua quesione, che credo rimanga comunque aperta.
Pubblicato da: dada - 03.11.05 13:42
Questi miei quesiti nascono dalla lettura di Turismo e Letteratura (poche idee ben confuse), da questo post e dal commento di georgia.
-Perché leggiamo e studiamo Shakespeare, Dante, Leopardi o Pasolini? Per scoprire cosa c’è di individuale e/o universale in loro? O cerchiamo altro? Se sì, cosa?
-L’artista ci ricorda ciò che abbiamo cessato di percepire o ci fa percepire ciò che non abbiamo mai percepito? O nulla di tutto questo?
-La letteratura è una istituzione sociale che utilizza, come suo mezzo, il linguaggio, che è una creazione sociale. Lo scrittore/poeta è a sua volta un membro sociale. E ancora, la letteratura è il campo stesso in cui si sovverte il linguaggio.
Domando: siamo certi che la letteratura ha una funzione sociale, un “uso”?
Riuscire a sovvertire la letteratura significa anche riuscire a sovvertire la società? Se oggi non si riesce a far questo, allora la letteratura non ha più un “uso”, non ha più una funzione sociale? O forse la Letteratura non è mai stata una istituzione sociale? Siamo certi che lo scrittore è un membro sociale?
Pubblicato da: Francesco Sasso - 03.11.05 15:45
Tutto questo clamore personalmente mi lascia un po' perplesso, sarà perché col tempo (e con l'età) sono riuscito a liberarmi persino della tv e dei suoi clamori e continuo a evitare tutte le forme di clamore.
Un artista, scrittore ma anche altro in questo caso, è bravo se scrive bene e piace. Di Pasolini ho letto poco e in tempi lontani, ma quel che ho letto mi piace e continuerebbe a piacermi anche se non fosse morto e pur non condividendo alcune sue scelte di vita.
E' come se questi momenti celebrativi servissero più ai vivi che ai morti. Per farne cosa però, non mi è del tutto chiaro :-)
Buona notte. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 03.11.05 23:29
È esattamente così, Trespolo: la celebrazione del defunto serve ai vivi. Sono talmente d'accordo che non devo far altro che riportare pari pari un mio commento di oggi al post che ho citato poco sopra:
Gli anniversari, le ricorrenze, le rimembranze, vorrebbero forse dare a noi mortali l’illusione dell’eternità: il grande poeta che cavalca i secoli, la sua memoria che mai si spegne, eccetera. Belle immagini consolatorie, apotropaiche perfino, ma fino a un certo punto.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 04.11.05 00:19
E'davvero singolare constatare come la celebrazione del mito sia in realtà celebrazione di un'icona.
In effetti, nulla si dice dei contenuti dell'opera (letteraria o filmica) di Pasolini; semplicemente, si ripropongono immagini (in genere giganti) del suo volto, oppure brevi filmati televisivi.
Non credo si tratti di 'paura' del suo messaggio, bensì del generale rifiuto dei contenuti.
Basta ostentare (o -dal nostro lato- guardare) una foto e si ha l'impressione di aver offerto (e noi padroneggiato) tutto il contenuto dell'opera; del resto analogo appagamento dà in sé l'accumulare i volumoni più o meno prestigiosi di storia (/della letteratura) allegati ai quotidiani
PS: io ne compro parecchi.... mi pare fosse Longanesi a dire che l'intellettuale è un tizio che fa rilegare libri che non ha letto.
Pubblicato da: gioacchino / ilpoveropiero - 04.11.05 09:41
Concordo con gioacchino / il poveropiero (esiste anche una forma breve del tuo nickname?): l'esposizione della salma costa poca fatica e dà un immediato senso di gratificazione; tutto il contrario della meticolosa autopsia dell'opera.
C'entra niente (o quasi), ma noto che nel bellissimo sito campaniliano che linki manca l'indispensabile estratto da Celestino e la famiglia gentilissimi. Se sei interessato a colmare la lacuna, mi offro fin d'ora come copista e ammanuense.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 04.11.05 10:20
Dice trespolo:
E' come se questi momenti celebrativi servissero più ai vivi che ai morti.
dice tassinari:
È esattamente così, Trespolo: la celebrazione del defunto serve ai vivi.
dice georgia
ma questa è una "catalanata"
Beh ma mi sembra una cosa così scontata che ...
Scusate, ma tutto quello che si fa serve ai vivi, vorrei anche vedere il contrario :-).
Pasolini di per sè è un uomo come un altro, se esiste la vita eterna (e sembra sia cosa tutta da stabilre) con i morti, e con i vermi, se la vedrà lui.
L'opera di pasolini invece appartiene a tutti i vivi: sicuramente a quelli di oggi, se poi servirà anche ai vivi di domani "ai posteri l'ardua sentenza". Se i poeti, gi artisti, gli scienziati, i musicisti ecc ecc. non servissero ai vivi .... beh sarebbe un bel casino sinceramente.
Ma voi, nelle commemorazioni, cosa vorreste fare, le sedute spiritiche?
Certo che a girare in rete se ne leggono delle belle :-)))))
Pubblicato da: georgia - 04.11.05 10:37
Hai perfettamente mancato il punto, georgia. Non era facile, ma ci sei riuscita: i miei più vivi complimenti.
La celebrazione dei morti dà ai vivi l'illusione d'essere davvero vivi: questo è il punto. Il resto è letteratura (e sentimentalismo d'angiporto).
Pubblicato da: Luca Tassinari - 04.11.05 11:04
Ma quanto è borioso 'sto luca...
Pubblicato da: dario - 04.11.05 11:27
giulio mozzi sencondo me fai troppe domande, e poi ci si confonde e così si amplia troppo una questione, e poi se ne passa a un'altra e a un'altra ancora..
tra poco arriveranno a dubitare se dovevano prendere uno o due kili di mele al mercato..etc etc
no?
Pubblicato da: corridrice - 04.11.05 11:48
Mi pare interessante questo articolo uscito oggi su "l'avvenire"-
Su Pasolini intellettuali narcisisti-
Davide Rondoni -
Ora che sta cessando questo trentennale di Pasolini, forse si può dire. Pasolini è passato. E aggiungo: è finalmente finita l'orgia mediatica e narcisa intorno al più tragicamente narciso degli intellettuali italiani. Lo dico con il massimo rispetto per colui che si definì proprio «una forza del passato» e vide in Narciso la propria controfigura fin dalla giovinezza. Anzi, con il massimo amore per chi si è giocato la vita in una passione famelica e dolcissima. Ma dico, con buona pace dei tanti che ci hanno intrattenuto su Pasolini come se fosse il nostro presente: no, Pasolini è passato. Perché Pasolini (che è un autore importante da studiare e anche da svelare ancora) difficilmente ci serve per comprendere quest'epoca nostra. Che è post-pasoliniana. Siamo oltre a quella che lui chiamava l'omologazione, e in misura e per motivi da lui inimmaginati. E siamo ben oltre alla perdita del sacro della vita, da lui accusata a destra e a sinistra. Siamo dove Pasolini non aveva visto. Lui ci ha lasciato le sue interessanti analisi, la sua disperata vitalità appassionata. E alla fine, il suo cinereo lamento, la sua dura perdita di ogni speranza, anche nei giovani sottoproletari che rappresentarono l'ultimo sogno di Narciso. Siamo in un'epoca dove Pasolini c'entra poco. Perché siamo oltre alle malattie da lui diagnosticate e di fronte alle quali arretrò infine, disperatamente. Per chi vive con il mito degli anni Settanta, Pasolini rappresenta un leggiadro scrupolo di coscienza. È così bello vederlo nei filmati oggi, e dire: aveva ragione lui. Intanto, come è stato detto talvolta, tanti costruivano il proprio discorso artistico e culturale all'opposto di lui. E mentre Calvino cresceva in rispetto e considerazione Pasolini moriva. E mentre Fellini (che non volle produrre «Accattone») cresceva in rispetto e considerazione, Pasolini si avvolgeva nella propria disperanza. E mentre le accademie abbracciavano la morta poesia di neoavanguardia, la lingua materna e incivile di Pasolini veniva esclusa dai canoni. Certo, è ancora interessante sondare Pasolini, come ad esempio fa nel suo libro Gianni D'Elia, leggendo insieme al poeta di Casarsa l'altro poeta, immenso, di Recanati. O sfrucugliare nel non-romanzo «Petrolio» per vedere le analisi socioecoomiche e le antivedute sulla globalizzazione. Ma, insisto, noi abbiamo un altro problema. Dentro al problema della immensa omologazione e della perdita del sacro, cioè del reale, noi abbiamo oggi un altro problema, su cui Pasolini ha lasciato soli proprio l'Italia e i giovani che ha amato da morire. Saint-Exupéry aveva trovato un'immagine efficace: hanno tagliato loro le braccia e le gambe e li hanno lasciati liberi di camminare… C'è un'amputazione profonda dell'io, della persona. Come una paresi in noi, dinanzi alla quale gli appelli di Pasolini al senso del sacro, al comunismo popolare, alla tradizione cadevano come cadeva, fiaccata, la sua speranza. C'è stato uno strano, vasto, generalizzato "effetto Chernobyl", che ha ammalato la libertà. Ovvero l'energia primaria che può animare il singolo nel rapporto con il reale e per leggere la propria esperienza. C'è questo, ben più della omologazione. La mutazione antropologica che Pasolini vide avanzare, e di cui incolpava il solo capitalismo, ha un volto più sfuggente e più tremendo. Lui toccò con le dita questo tempo in cui siamo, e ne avvertì il fuoco e il gelo. Ma dentro ci siamo noi, e lui non ci ha accompagnato. È restato alle nostre spalle, con la sua passione e la sua abiura.
Pubblicato da: Silvia - 04.11.05 12:16
beh, già se qualcuno ti da l'illusione di essere vivo non è poco, ma se poi riesce addiritturaa fare di te un VIVO invece di uno zombi (cosa che capita raramente), un vivo che lotta per i vivi, quello è veramente un grande e vale la pena di celebrarlo per i secoli avvenire :-), però... di solito solo tra vivi ci si intende, poi ci sono addirittura i nonnati, che ancora non lo sanno e si beano nei loro limbici stagni, anche se combinano ugualmente guai, ma questo è un altro discorso.
georgia
Pubblicato da: georgia - 04.11.05 12:40
Che Pasolini abbia notato come la morte sia paragonabile al montaggio cinematografico, in quanto sceglie retrospettivamente ciò che è stato significativo di una vita facendone una "storia", non significa, a mio parere, che sia la morte il punto da cui si debba partire nel considerare una storia.
La morte è ciò che, in quanto "fine", "stop", limite, fa "precipitare" la storia (il suo senso) rispetto al magma (come avrebbe detto PPP stesso) in cui essa è disciolta e confusa (finché la morte non sia ancora giunta).
Poi però è la storia che conta, non la modalità della morte. Questa modalità di morte è lei che prende senso dal senso della vita (quello che emerge una volta che la vita sia appunto finita).
Ciò che conta insomma è il senso che la vita e le opere di Pasolini, hanno avuto e/o possono avere per noi.
In questo senso è incluso, penso, anche il processo di mitizzazione che lui stesso ha in qualche misura promosso. Non bassamente però, non solo narcisisticamente ecc., ma perché dopotutto davvero aveva (viveva secondo) una visione mitica o religiosa della realtà.
Il punto è che noi forse, ha ragione Mozzi, non abbiamo bisogno di un personaggio mitizzato, di altarini o rigetti degli altarini stessi.
Abbiamo invece molto bisogno di fare i conti con questa figura di intellettuale e poeta così fuori norma rispetto alle comuni regole che hanno governato la vita intellettuale e letteraria in Italia.
Pubblicato da: Anna - 05.11.05 09:27
Noi possiamo stare qua a farci tante belle domande sulla vita e sulla morte di un intellettuale, ma rimane un fatto: che chi ne ha parlato tanto sono i mezzi d'informazione, e ne hanno parlato soltanto perché fu una morte "scandalosa", che ancora fa vendere. La morte di Calvino (ricordate? sono giusto vent'anni...) fa meno scalpore, quindi fa vendere meno, quindi se ne parla meno. In questo senso, sono d'accordo con Giulio Mozzi: partire da un'operazione mediatica per parlare di letteratura significa mescolare due piani che non hanno niente a che vedere l'uno con l'altro.
Pubblicato da: VitaDaProf - 05.11.05 19:02
però da settembre la biblioteca sormani a milano dedica i suoi spazi proprio a calvino..
Pubblicato da: corridrice - 06.11.05 15:01




