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01.11.05

Turismo e Letteratura (poche idee ben confuse)

di giuliomozzi

spiaggia.JPGQualche tempo fa è uscita nei giornali la notizia: il turismo è diventato la più grande attività economica del mondo. L'attività economica "turismo" consiste nell'offrire a chi vive una vita che percepisce come "non vera" una "esperienza" di "vita vera". In questo senso, è "turismo" anche l'andare a cena al ristorante keniano o messicano (ma di quelli "veri", naturalmente), o l'acquistare generi alimentari nei negozi del Mercato Equo e Solidale (perché loro hanno solo prodotti "veri", no?), o il comperarsi un batik (ma di quelli "veri", naturalmente) al mercatino dell'antiquariato. Naturalmente, come tutti sanno, c'è chi è in grado di procurarsi esperienze turistiche "vere", e chi riesce al massimo a procurarsi esperienze turistiche "fittizie": George Clooney che si compera la vitalla sul Lago di Como; il mio amico equo e solidale che organizza viaggi di "turismo responsabile"; l'altro amico che prende su la moto e parte, e va, e non si sa neanche odve va: costoro, che sono capaci (non è una questione di disponibilità economiche) di accedere a una "vera vera vita" possono guardare con disprezzo i forzati del turismo a pacchetti, a gruppi, a villaggi, che al massimo dei massimi riescono ad accedere a una "finzione di vera vita".

Ora, che cos'è la Letteratura se non la forma più economica di turismo? Che cosa chiede, il mio Lettore Immaginario, alla Letteratura, se non di fargli vivere un'esperienza di "vera vita", se non di permettergli di immedesimarsi in un'esperienza di "vera vita", se non di dotarlo degli strumenti (linguistici, intellettuali, immaginativi...) indispensabili ad accedere alla "vera vita"? Naturalmente, come tutti sanno, anche nell'ambito della Letteratura c'è chi è capace di procurarsi esperienze di "vera vera vita" (leggendo, che so, Alessandro Manzoni, John Dos Passos, Paul Claudel, Thomas Bernhard ecc.), mentre altri arriveranno al massimo alle esperienze di "finzione di vera vita" (e leggeranno Giorgio Faletti, Dan Brown, Christian Jacq, Louis L'Amour e compagnia briscola).

Possiamo dire dunque che oggi impera un "sentimento turistico della Letteratura"? Io propongo di dirlo (serviranno delle prove; io sto procedendo per esempi al volo). E propongo anche di dire che proprio questo "sentimento turistico" unifica la fruizione della Letteratura da parte di tutti i miei Lettori Immaginari: tanto quelli che leggono Giorgio Faletti quanto quelli che leggono Alessandro Manzoni.

A fronte di questa ipotesi, ecco qualche considerazione veloce che, qualora l'ipotesi fosse valida, ne conseguirebbe più o meno direttamente:

- se tanto il Lettore Immaginario Vip quanto il Lettore Immaginario Middle cult quanto il Lettore Immaginario Massificato si accostano alla Letteratura con un "sentimento turistico della Letteratura", allora tutte le geremiadi contro i "libri cattivi" che scacciano i "libri buoni" sono semplicemente fuori luogo (sia che si tratti di geremiadi dei lettori di T. S. Eliot e Octavio Paz contro i lettori di Agatha Christie e Carlo Lucarelli, sia che si tratti delle geremiadi inverse);

- se un'esperienza di "vera vera vita" sull'Hymalaya richiede l'investimento di molti più soldi, tempo, energie, sforzo fisico, ascetismo, eccetera eccetera di quanti ne richieda una tipica esperienza di "finzione di vera vita" quale, ad esempio, un fine di settimana a Riva del Garda, non si vede perché un libro di Thomas Bernhard o di Antonio Moresco debbano costare più o meno tanto quanto un libro di Isaac Asimov o di Tullio Avoledo;

ovvero, più in generale:

- non si vede perché le esperienze di "vera vera vita" debbano essere accessibili (in termini di: prezzi, facilità di reperimento, disponibilità di stock ecc.) tanto quanto le esperienze di "finzione di vera vita". Il caso classico è quello dei Rolex. Sintetizzo: una volta i Rolex erano orologi per principi, presidenti e capitani d'industria; costavano, mettiamo, 100.000 unità di credito. Poiché di principi, presidenti e capitani d'industria ce n'è, ma non poi così tanti, i signori della Rolex s'inventarono alcune linee di orologi supereconomici, tipo da 10.000 o addirittura solo 2.000 unità di credito (fissando lo stipendio operaio a qualcosa come 130 unità di credito). In questo modo i signori della Rolex fecero un pacco di soldi, ma si sputtanarono definitivamente: quale principe, presidente o capitano d'industria sano di mente indosserebbe mai un orologio che qualunque burino con due soldi si può permettere?

- siamo proprio sicuri che la Letteratura ci procuri "esperienze di vera vita"? Siamo proprio sicuri che abbia senso parlare della Letteratura come di un qualcosa che ci fa fare "esperienze di vera vita"? Non sarebbe ora di decidersi, e di separare definitivamente la Letteratura dalla vita? Non sarebbe ora di concentrare l'attenzione sulle risate che potrebbe farsi Jorge Luis Borges (per dirne uno) se qualcuno gli dicesse che la Letteratura porta a fare "esperienze di vera vita"? Non sarebbe forse il caso di pensare che le "esperienze di vera vita" si fanno vivendo la vita, e non leggendola? Non sarebbe forse il caso di togliere dalla groppa della Letteratura ogni carico pedagogico?

- e comunque: è possibile, oggi, una Letteratura Non Turistica, ovvero una Letteratura che imponga al Lettore Immaginario un sentimento (della Letteratura stessa) completamente non turistico?

[Alla facile obiezione: "Non è vero che i lettori si accostino alla Letteratura con un 'sentimento turistico'; magari sarà vero per alcuni, ma sicuramente non per i veri lettori, ecc.", rispondo preventivamente: "Io parlavo di un Lettore Immaginario".]


Letture consigliate: Michele Cogo, Emilio Panizio, Viaggiare senza andare. Guida al turismo virtuale, Minimum Fax 1999, pp. 86.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 01.11.05 11:32

Interventi

Più che alla ricerca del Vero a rimedio del Falso, mi pare che viaggiare e leggere apartengano soprattutto alla ricerca dell'ALTROVE e del DIVERSO rispetto all'ordinarietà-monotonia dell'esistenza quotidiana. Non parliamo poi dei VOLI mistici:-)

Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.11.05 13:57

Caro Lucio: ma questo "altrove" e questo "diverso", valgono *di più* dell' "ordinarietà-monotonia dell'esistenza quotidiana"? Se la risposta è: "Sì", allora non ho esitazioni a proporre che "ricerca dell'altrove e del diverso" e "ricerca di esperienze di vita vera" siano a un dipresso la stessa cosa.

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.11.05 14:08

io non so se non si possa parlare di una esperienza di vita vera, cioè nel senso di scriverla. però ricordo un capitolo di un libro di Fante dove lui ha paura di morire andando alla ricerca di una ragazza che si era gettata in mare.. mi sentivo davvero nell'acqua, cioè non è che mi sentivo proprio in mare ma sentivo il terrore presente della morte, sì. insomma la cosa turistica l'ho capita, ma non so cosa dire.

Pubblicato da: corridrice - 01.11.05 14:35

Caro Giulio, a un dipresso mi sembra che stiamo entrambi scoprendo l'acqua calda:-). Potrei anche aggiungere, alle opposizioni vero/falso; ordinario/straordinario, quella descritta qui:

http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/nascere-da-un-uovo-di-cigno/

ovvero tra DISORDINATO/ORDINATO. Mi autocito:

"Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo ["Il violinista", Andersen] in particolare, sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:

- mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
- tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca finge solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.

Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime. Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno a cui la narrazione ruota rimanga inidentificato? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato."

Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.11.05 14:47

a parte che qui si parlava di lettori? o no?

Pubblicato da: corridrice - 01.11.05 15:19

E di questi, infatti, stiamo parlando. Non te ne eri accorta?

Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.11.05 15:28

" Facciamo finta che il 'raccontare' sia un 'viaggiare'. e' lecito no? C'è un modo di viaggiare più semplice, (girare, mangiare, guardare) e uno più complesso (girare, guardare, studiare, cercare di capire come vivono gli altri, gli 'stanziali'). Tutti quelli che viaggiano però si muovono, giusto?

Ora, (parlavo con lello voce, in qualche post fa) tu parli giustamente dal tuo punto di vista, di valori (di scambio e d'uso) in riferimento alla letteratura e dici che deve far pensare. Io invece penso che stiamo parlando di una materia che ha come oggetto (la/una) descrizione/visione (del) di un mondo. E che questa descrizione possa essere fatta in molti modi (alcuni più banali altri meno, ma tutti validi).

Tornando al viaggiare è come se tu parlassi della stazione e io del treno. La stazione è il posto da cui il treno dipende, e senza cui il treno non ci sarebbe. Ma il treno dalla stazione, parte, e va da sè. e vede posti, e fa salire e scendere persone. Ed è un vecchio dilema, ben posto ma che io ho deciso di aggirare nel modo che ti ho appena detto questo di "A cosa serve la letteratura?". Stazione/treno. Tutti e due riguardano il viaggiare, ma non sono la stessa cosa.

la rete (le miriadi di persone diverse che parlano della stessa cosa) è un esempio di come parlando dello stesso argomento, ci possano esser miriadi di punti di vista da cui osservarlo. per quanto mi riguarda c'è da capire. resta vero che un maggiore grado di complessità, e una maggiore capacità di elaborazione dei concetti corrisponda spesso a una maggiore originalità. e per quanto mi riguarda, è da preferirsi a un grado di originalità minore. ma è il mio gusto, il desiderio. non è l'unico modo di vedere la letteratura, nè il migliore."

scusate l'autocitazione che fa sempre squinzio, ma visto che anche a me era venuta in mente l'idea della letteratura come viaggio. perchè però parlare di turismo? non si può paragonare il racconto solo a un 'viaggio'? e così c'è chi lo farà per 'turismo', chi per lavoro' (professori, giornalisti, non è detto che ci sia voglia di farlo, come quasi sempre è il turismo) e chi per svago e chi lo fa per raggiungere l'amante che ha la sua stessa passione. (scusate, ho visto troppo cassavetes)

Pubblicato da: angela scarparo - 01.11.05 16:07

Ci mancherebbe soltanto che la Letteratura ci facesse fare esperienze di vera vita.
La vita, appunto, si vive: la letteratura, appunto, si legge.
Che poi leggendola in alcuni casi si "senta" (termine poco felice) Qualcosa che in qualche modo fa vedere/gustare/odorare ecc. ecc. la propria vita sotto un punto di vista completamente diverso (di solito io lo chiamo l'incanto della letteratura, e qui ci stanno Manzoni, Dos Passos e via dicendo), o faccia dimenticare per alcuni momenti la propria vita (che ogni tanto fa bene anche questo, e qui ci stanno Faletti, Avoledo e via dicendo) è ovvio, perché la Letteratura è legata comunque, e in modi diversi, alla vita che si vive.
Per cui sì, si potrebbe accostare il leggere con il turismo, perché in entrambi i casi (anche nel turismo e nel leggere più "incantati") si tratta comunque e sempre di extra-ordinario, di un rapporto con la propria vita che non è la propria vita, perché quando si fa turismo non si vive la propria vita vera quotidiana esattamente come quando si legge, ma ci può spesso aiutare o a sentire lo scatto dell'incanto o a dimenticarla per qualche giorno.
Infine, però, il turismo letterario non mi piace.

Pubblicato da: Roberto Tossani - 01.11.05 16:40

Sul tema letteratura e vita ascoltate cosa ha da dire al riguardo Antonio Spadaro. File audio:
http://www.antoniospadaro.net/pietrediscarto.wav

Pubblicato da: Annamaria - 01.11.05 16:40

Caro Lucio, d'accordo sull'acqua calda. La domanda è: se esiste una letteratura "consolatoria" (riesumo questo termine così di moda nelle polemiche di tanti anni fa: "consolatoria" e cioè apportatrice di "ordine", di "finzioni di vita vera" ecc.) e una letteratura "non consolatoria", che senso ha che la letteratura "non consolatoria" cerchi (e penso al caso Quiritta, per il quale vedi qualche post fa) di "stare sul mercato"?
Se i libri di qualunque scrittore consolatorio hanno un prezzo di copertina tra i 14 e i 17 euro (più o meno), i libri di un qualunque (sono pochissimi) scrittore non consolatorio, non dovrebbero avere almeno un prezzo di 500 euro? Dopotutto, la bigiotteria costa meno della gioielleria...

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.11.05 16:49

Consolatoria, certo, a volte. Ma non solo. Anche in grado di aiutarci a interpretare la realtà e di farci tornare ad essa in qualche modo più "attrezzati". E bla bla bla.

Pubblicato da: http://www.lucioangelini.splinder.com - 01.11.05 17:21

Qualche giorno fa in ICL, uno pratico di queste cose faceva notare che oggi per leggere l'Adone di Marino tocca sborsare 160 euro. Ora, a parte il fatto che non ho idea di quanti aspiranti lettori di Marino possano esserci in circolazione, a me pare che centosessanta euro per un classico della letteratura italiana siano decisamente troppi.

Esercizio: quante copie ha venduto l'Adone di Marino a 160 euro? Quanti lettori porterebbero a casa una copia dell'Adone se costasse 16 euro? Se questi lettori fossero più di dieci volte le copie vendute, non sarebbe più conveniente stampare l'Adone di Marino a 16 euro?

Esercizio di riserva: se il prossimo libro di uno bravo e già conosciuto e "non consolatorio" - Michele Mari, diciamo, o Voltolini (Mozzi no, ché sarebbe piaggieria) - costasse centosessanta euro, quante copie venderebbe?

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 17:37

La domanda di Luca credo non abbia, al momento, alcuna risposta e per un motivo semplicissimo: se escludiamo i libri "rari" (roba da bibliofili per capirci) non esiste nel lettore la percezione di "valore" dell'opera in quanto tale, ma di valore inteso come veste editoriale del libro.
Che i libri da 100 e passa euro non vendano, pur non essendo un esperto e chiedo aiuto a chi ne sa di più per conferme o smentite, non credo sia del tutto vero; parlavo tempo fa con un libraio storico di Brescia che conosco molto bene (Serra & Tarantola la libreria) e mi diceva di aver venduto un "sacco" di libri fotografici sulla storia della Ferrari a 120 euro l'uno!
Non proprio due lire. E cosa c'è di diverso in un libro ben rilegato che parla della Ferrari e in un libro ben rilegato, per esempio, di Voltolini?
Non è forse la percezione di "valore" che il nome Ferrari evoca e porta il lettore a spendere senza battere ciglio 120 euro?

Trovo appropriato l'esempio di Giulio legato alla Rolex, tant'è che la Rolex, per ovviare a quel problema di "perdita di valore percepito", si è poi inventata una linea di orologi da 100.000 crediti e più e ha ricominciato a farsi gli orologi in casa.

Lo so, sto mercificando e banalizzando un prodotto prezioso come i libri, ma forse potrebbe valere la pena farlo, o magari sto scrivendo l'ennesima stronzata...

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 01.11.05 18:23

PS: mentre scrivevo " non esiste nel lettore la percezione di 'valore' dell'opera in quanto tale" utilizzavo me stesso come lettore 'tipo' e generalizzavo. Ovvio che non ho elementi per generalizzare una simile affermazione, ma potrebbe essere un punto di partenza...

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 01.11.05 18:27

Trespolo, non stai affatto banalizzando, secondo me. Il valore percepito delle merci è l'anima del commercio, come conferma l'esempio dei Rolex. Ma qui l'oggetto da smerciare si chiama Letteratura (con la L maiuscola), e il valore percepito della Letteratura, specialmente di quella contemporanea, è prossimo allo zero, purtroppo.

La domanda è: si può pensare di proporre un libro di Letteratura (italiana contemporanea) a 160 euro? Tolti i bibliofili danarosi e le biblioteche, chi lo comprerebbe?

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 18:58

Luca, a fronte della tua domanda me ne pongo un'altra: qualcuno si è preoccupato di capire quanto sono disposte a spendere le persone per la "letteratura" in generale indipendentemente dalle L maiuscole o minuscole?

Secondo me, e mercifico per l'ennesima volta, si può vendere tutto a qualunque prezzo (vedi i libri sulla Ferrari), sempre che il "valore" attribuito dal venditore sia percepito come tale anche da chi acquista. In caso contrario crolla tutto.

Da questo punto di vista il mercato dei "quadri" è molto meglio organizzato del mercato letterario, anche se tratta merce diversa ovviamente. E poi perché cercare a tutti i costi un "conflitto"?
Faccio un paragone irriverente: Ferragamo, produttore di scarpe costosissime, campa benissimo vendendo poche (relativamente) paia di scarpe molto costose, così come campa benissimo la Keys che ne vende a centinaia di migliaia. L'unica differenza è, probabilmente, lo sforzo (e i costi) sostenuti per trasmettere a chi acquista un'idea di "valore" diversa. E la Keys produce anche scarpe che costano meno, ma non per questo di minor valore reale (non quello percepito), targate Ferragamo.

Per tornare all'esempio turistico: libro da gita fuori porta e libro da crociera. E non è detto che siano i contenuti a determinare la lunghezza del viaggio e il costo...

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 01.11.05 19:21

Prima di tutto perchè presupporre che certe letture siano esperienze di "vera vita"? Su quale base? Il godimento infantile di leggere "Le tigri di Mompracem" e il cambiamento che ha provocato in certe ragazze la lettura delle "Piccole donne" o del "Diario di Bridget Jones" non sono "esperienze di vita vera"? No, solo perchè non c'è la sanzione della critica letteraria? Dentro a quei libri non ci sarà la vita vera ma c'è in chi li legge, nel mondo di fantasie che muovono. Questo non conta? Non ha un valore?

Secondo, nell'ipotesi - assurda ma tant'è - di concordare sul giudizio di esperienze letterarie di "vera vita", perchè dovrebbero essere più desiderabili delle "finzioni di vera vita" e quindi avere un valore di mercato maggiore? Mozzi fa l'esempio del Rolex ma il Rolex (o la Ferrari, per quanto in effigie, di Trespolo) sono status symbol, non esperienze di "vera vita" o "finzioni di vita vera" (anzi, in un certo senso sono proprio finzioni). Allora dovremmo pensare alla lettura di Musil, per esempio, come uno status symbol non solo per la ristretta cerchia dei Lettori Bravi ma per tutti. Musil (proprio il contenuto dell'uomo senza qualità, non l'oggetto-libro che magari ha un valore antiquario, e perciò di mercato) come un "oggetto del desiderio" di massa tale che salga il suo valore di mercato e che i pochi che possono accedervi si sentano dei privilegiati e i molti facciano debiti per comprarlo? Perchè, a quanto pare è bene ricordarlo, non è la fatica fatta per scriverlo o per leggerlo che fa di un libro (ma il discorso vale anche per altri oggetti) un oggetto costoso sul mercato ma proprio il suo valore di oggetto desiderabile, domandabile. E, se anche fosse così, non diventerebbe, allora, letteratura con funzione consolatoria, ovvero finzione di una vera vita, come se Musil fosse un SUV?

Il fatto è che diamo per scontato che certe opere letterarie abbiano un grande valore (e ce l'hanno, sì) ma non è un valore di mercato bensì un valore d'uso, per quanto simbolico ("esperienze" di "vita vera"): si tratta di un valore etico e/o estetico e/o affettivo e/o politico e/o religioso. Pegagogico non direi ma euristico più spesso. Siamo abituati a mercificare tutti questi "valori" ma poi cadiamo in equivoci pesanti quanto ridicoli. Th. Bernardt non è da paragonare a una spedizione alpinistica e al suo costo materiale ma, piuttosto, a qualche oggetto di scarso valore di mercato ma a cui siamo affezionati e da cui non ci separeremmo, un oggetto che non venderemmo mai, un oggetto che ci serve ma che non è uno status symbol. Ma lo stesso vale per i Dumas. Ecco perchè in libreria, in un negozio dove sono solo merci, costano uguale.

Pubblicato da: caracaterina - 01.11.05 19:48

Per Luca. Ci sono libri quasi fatti apposta per essere venduti alle biblioteche comunali, meglio se classici. Duemila copie dell'Adone a 160 euro l'una sono un piccolo business per l'editore.

Pubblicato da: http://www.lucioangelini.splinder.com - 01.11.05 20:34

Lucio, non ho dubbi che sia come dici. L'Adone da 160 svanziche è un'opera di pregio in tre volumi, curato da un nume della caratura di Marzio Pieri. Non c'è dipartimento di italianistica, italiano o foresto, che possa permettersi di non averlo in biblioteca. A ciò si aggiungano i bibliofili d'ogni latitudine e longitudine. Saranno duemila? mille? cinquecento? sia come sia, sempre fior di svanziche sono.

Però, se non ho capito male il problema, Giulio Mozzi qui non sta parlando di rarità per specialisti o bibliofili, ma di letteratura contemporanea da destinare a lettori selezionati, sì, ma non in quel senso. Tu, per dire, compreresti un Voltolini a 160 euro?

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 21:00

Caracaterina, le tue argomentazioni non fanno una piega e mi trovano d'accordo. Semplicemente focalizzavo un aspetto molto più banale: anche gli scrittori per vivere devono vendere, a meno che non abbiano un mecenate alle spalle che li mantiene, e alla fine anche il libro (indipendentemente dai contenuti, sui quali mi astengo) è un "bene di consumo". Brutta parolaccia lo so, ma rende evidente questo aspetto il brevissimo commento di Lucio che individua un mercato (le biblioteche) al quale non avrei mai pensato.

Ciò che volevo evidenziare è che i lettori (è un'ipotesi) non sempre attribuiscono ai libri un "valore" che corrisponde al "valore" attribuito da chi il libro lo propone (scrittore, editori, critici, addetti ai lavori, intellettuali). A fronte di questa considerazione (ipotetica) mi chiedevo il perché. Non sono pienamente convinto della tua considerazione finale - "in un negozio dove sono solo merci, costano uguale" - e qualcosa mi sfugge.

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 01.11.05 21:08

No, Voltolini preferisco farmelo regalare da Andrea Barbieri:-/

Pubblicato da: http://www.lucioangelini.splinder.com - 01.11.05 22:08

Letto giusto oggi: "Nient'altro. I libri sulla Sicilia non servono a nulla. E anche gli altri libri che parlano delle cose di questo mondo, a che servono? Questo mondo lo conosciamo fin troppo." [Con la faccia per terra, di Piero Chiara]

Pubblicato da: mauro - 01.11.05 22:16

Parlando del mercato "normale" (non so come definirlo in termini specialistici) ed escludendo i circuiti specifici dei bibliofili, degli antiquari e delle biblioteche, intendevo dire che l'oggetto-libro ha un prezzo medio determinato dai costi di produzione sostenuti dagli editori in quanto impresa o industria e compatibile col mercato, ma indipendente dal valore (che non è un valore economico) che scrittori e lettori (di qualsivoglia categoria) gli attribuiscono. Sul mercato trovi Dante e l'Odissea a prezzi stracciati, edizioni che costano meno, per dire, di un libro di Mozzi :)) Un De Lillo costa meno di un Faletti appena uscito. Ma perchè non dovrebbe essere così se si guarda solo all'oggetto-libro? Un conto è il valore economico, di mercato, un conto è la serie dei valori "culturali" che investono l'oggetto. Non possiamo fare l'errore di sovrapporli. Però è' vero, naturalmente, che anche il valore di mercato è un valore culturale e che anche gli scrittori - e gli editori - devono vivere e guadagnare. Ma non possiamo, ancora, pensare che a più alto valore "letterario" debba corrispondere necessariamente un più alto valore di mercato. Il valore di mercato corrisponde alla desiderabilità dell'oggetto, non al suo valore "intrinseco", posto che ne abbia uno, e la desiderabilità non deriva dal suo costo, come ipotizza Mozzi già da un po'. Il problema è: come si fa, comunque, ad avvicinare le due serie di valori? Come si fa a far leggere DeLillo anche se costa come (o meno) di Faletti? La soluzione non è aumentare il suo prezzo, ma allargare il mercato. Far crescere il desiderio di leggere i De Lillo. Dimmi 'na caccola.

Pubblicato da: caracaterina - 01.11.05 22:24

Vorrei capire perché un fine settimana a Riva del Garda dovrebbe essere "finzione di vera vita". Mi ci metto d'impegno ma proprio non lo capisco.

Pubblicato da: gianni biondillo - 01.11.05 23:16

Cara Caterina il prezzo del libro non è determinato dai costi di produzione, ma dalle aspettative di redditività. In altri termini: il costo del libro, così come di ogni altra merce, è semplicemente il più alto possibile, ovvero il prezzo più alto che il produttore (sulla base della conoscenza che ha del mercato) suppone possa essere pagato da un certo numero di compratori (previsto, anch'esso, sulla base della conoscenza che il produttore ha del mercato).

Quando tu dici: "Non possiamo, ancora, pensare che a più alto valore 'letterario' debba corrispondere necessariamente un più alto valore di mercato", che cosa intendi dire con quell' "ancora"? Intendi dire che *in futuro* potremo "pensare che a più alto valore" ecc.? (Faccio questa domanda perché non ho capito).

Quando dici: "La soluzione non è aumentare il suo prezzo, ma allargare il mercato", stai parlando di tutt'altro. Il problema che io sto cercando, prendendolo da varie parti, di porre non è del tipo: "Come aumentare il numero dei lettori di buoni libri (o come far leggere più libri ai lettori di buoni libri)". E' invece: "Come evitare che nei prossimi cinque anni quasi tutte le piccole case editrici di qualità chiudano i battenti". Per queste case editrici il mercato attuale è "troppo largo"; lavorare per "allargarlo" equivale più o meno a ucciderle. La mia opinione - per la quale non ho ancora sufficienti argomenti, anche perché sono tutto fuorché un economista - è che [1] se esistesse un "secondo mercato", più ristretto del "grande mercato onnicomprensivo" che oggi c'è, in questo mercato le piccole case editrici di qualità potrebbero vendere i loro libri con minori costi di distribuzione (i costi di distribuzione sono enormi), e quindi guadagnando di più per ogni singolo libro venduto; [2] probabilmente riuscirebbero anche a vendere più copie; [3] sicuramente non perderebbero uno solo dei loro attuali lettori.

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 09:36

Infatti è sempre la stessa domanda, alla quale però tu hai già dato una risposta. Creare un mercato "protetto" visto che le piccole case editrici non reggono la "concorrenza". Per come hai impostato il problema l'unica soluzione che mi viene in mente è trasformare le librerie attuali in qualcosa di diverso, in "salotti" dove creare quella percezione di valore in più. Se vuoi creare un oasi non vedo altre strade. Ma, anche ammesso che funzioni, dove ci porterebbe? In altri termini, hai dato degli assunti così stringenti da rendere scontata la risposta: l'ambiente è ostile, non vuoi adattarti per cui è obbligatoria la strada dell'oasi protetta. Non ti nascondo delle perplessità, piuttosto forti.

Pubblicato da: Lucis - 02.11.05 10:41

Mah, secondo me la strada da seguire non può essere quella del salotto protetto, no. E sai perché? perché nei salotti protetti ci vanno poche, pochissime persone. Tu allora dici (se non ho capito male): abbassiamo i costi di distribuzione e di promozione, e magari alziamo pure, provocatoriamente, i prezzi di copertina oltre la soglia del "massimo ragionevole": quei pochi compreranno ugualmente i piccoli libri. Io dico invece che "quei pochi" siano appunto troppo pochi, (e magari, chi lo sa, comprano pure piuttosto poco...), mentre invece fra i "tanti" potrebbero esserci moltissimi lettori. Io credo (ma se no non si spiegherebbe la pazzia che stiamo facendo) nei lettori inaspettati. E insospettati. Come si fa a stanare quelli, col sistema che proponi? mi sembra difficile.

Pubblicato da: untitled io - 02.11.05 13:41

La mia impressione è che, in parte, si stia ripetendo un "disguido" classico legato alla gestione di situazioni come questa: cercare di identificare "la soluzione".
Difficilmente esiste "la soluzione" per temi di questo genere che coinvolgono il mercato, quasi sempre si tratta di un insieme di "soluzioni" da raggruppare in una "strategia".

Pensare che un'unica "botta" possa generare risultati significativi mi pare quasi ingenuo. Il mercato dei lettori potenziali è talmente vasto e diversificato da richiedere "soluzioni" diverse.

Riprovo a rifare la domanda iniziale: qualcuno si è preoccupato di capire quanto e per cosa sono disposti a spendere i lettori?

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 02.11.05 14:26

Grazie per la correzione, giulio. "Aspettative di redditività" mi mancava proprio come espressione e, certo, incentrare il discorso sui costi di produzione e aggiungere, vagamente come ho fatto, "compatibilità col mercato" risulta decisamente impreciso e, in definitiva, sbagliato. Ho usato "ancora" per intendere che ribadivo nuovamente un concetto già esposto, non sottindendendo un auspicio, che non faccio mio. Rispetto al problema ti ha già risposto untitled_io. Scusa lo stile sbrigativo ma, al momento,sto "rubando" una connessione in gran segreto e devo essere telegrafica :)

Pubblicato da: caracaterina - 02.11.05 15:21

Caro Lucis, voglio esagerare. Per impedire che certe specie vegetali o animali si estinguano, l'unica soluzione finora trovata è la riserva naturale (o al limite l'orto botanico o lo zoo). E non sto scherzando.
Non è un'idea mia, che l' "ambiente" sia "ostile". Quiritta, per dire, ha chiuso o no? Theoria, gloriosa casa editrice degli anni Ottanta e Novanta, è andata a remengo o no? Le Librerie Feltrinelli hanno o non hanno minacciato di espellere tutti i titoli che non garantiscano un tot di redditività minima? (Nonché quegli editori i cui titoli non garantiscano ecc.). Questo non è un "ambiente ostile"? Se le condizioni chieste al piccolo editore per sopravvivere in questo ambiente sono [a] incrementare le tirature e la diffusione, [b] abbassare i prezzi, [c] aumentare l'investimento promozionale, [d] pubblicare titoli dal potenziale commerciale analogo a quello dei grandi editori; se, in somma, le condizioni chieste al piccolo editore sono di mettersi a fare la concorrenza ai grandi sul loro stesso piano; non allora posso dire che questo ambiente è "ostile"?
Untitled dice: "Credo nei lettori inaspettat
i". Ma quanto bisogna disseminare i libri, per trovare i "lettori inaspettati"? Qual è il costo da sostenere per incontrare "lettori inaspettati"?

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 15:26

Caro Giulio, l'esperto di editoria sei tu, non io. Se mi dici che l'ambiente è "ostile" per me è legge. Mi "ingegno e mi impegno" di scovare qualcosa sulla base dei tuoi assunti. Sperando di essere utile, confindando in un "hai visto mai?".
Io i tuoi assunti non li ho mai contestati.

Però ti invito a riflettere su due punti:

a) Con questi vincoli la risposta è abbastanza scontata. Davvero non si può altro? (io non lo so, domando a te)

b) Ammettiamo che si crea questo mercato "alternativo" e funziona: che impatto avrà? Già oggi alcuni autori sono moda, tu ti proponi di rendere "moda", "culto", "nomechenonmivienefatevoi", etc etc un intero settore editoriale. Cioè spostare l'attenzione dall'autore all'editore. Quali le conseguenze?

In ogni modo, come hai impostato il problema, la soluzione mi sembra quella: un lavoro a 360° su una "comunità" per creare la percezione di un di più.

Pubblicato da: Lucis - 02.11.05 17:51

Un costo enorme. Ma non si può parlare solo in termini di costo economico. Tu sai per esempio (perché te l'ho raccontato) che facciamo un gran giro per riuscire a far arrivare i nostri libri in visione direttamente nelle mani dei librai che ci piacciono. Il costo è qui in termini di tempo, di imbarazzo, e anche di inventiva. Se non possiamo andarci noi di persona, ci facciamo andare un amico che abita in quella città (dando una terna in regalo a lui, e una terna da dare in omaggio al libraio). Se poi da quel libraio non ci può proprio andare nessuno, allora PRIMA gli spediamo i libri in omaggio e POI, dopo qualche giorno, chiediamo al libraio se li ha visti, se gli piacciono, e se ha voglia di tenerne un po' in conto vendita. E per "un po" intendiamo "quanti gli pare", non un minimo tot. Così si va da due a settanta libri per libreria - e settanta non è poco, e due diventano a volte quattro e poi sei nel giro di pochi giorni. Se ne va un sacco di tempo e un sacco di energia, mentre in termini di soldi, se ne va di sicuro il costo di una terna e di una spedizione "a fondo perduto" per ogni libraio raggiunto via posta, e di due terne (sei libri) per ogni libraio raggiunto via intermediario amico. Ora si può discutere se questa sia una modalità di promozione un po' pazzoide, però ha sicuramente un punto di forza: non si chiede al libraio di fidarsi a scatola chiusa, e lo si coinvolge soltanto se vuol essere coinvolto. Se a quel punto hai guadagnato un libraio motivato a promuoverti, hai guadagnato anche alcuni lettori adatti alla specie di libro che fai. E se poi sei elastico nella contrattazione, e se sei veloce nei rifornimenti, succede che quando gli telefoni il libraio è tutto contento. E consiglia il tuo libro alle persone che secondo lui sono più propense a comprare quel tipo di libro lì. (Ovvio che escludo, da questo discorso, le catene librarie).

Pubblicato da: untitled io - 02.11.05 17:53

(mi rivolgevo a Mozzi ovviamente, non avevo visto il commento di Lucis qui sopra)

Pubblicato da: untitled io - 02.11.05 17:59

@untitled, devo ammettere che a un certo punto mi sono perso con le terne "omaggiate". Ammetto anche che è una modalità che può funzionare e che funziona anche per altre tipologie di vendite, ma una domanda/considerazione però mi viene: sarà possibile reggere questo ritmo e questa tipologia di vendita quando i libri non saranno più 3, ma diventeranno 6, o 12 o 24? Con i resi come pensate di fare?

@Lucis, a me l'idea della "riserva" non è che dispiaccia poi così tanto; sarà perché quando dicono vita da cani e a me toccano due ore di coda in autostrada e il cane della Signora del pianerottolo di fianco è lì che se la dorme pacifico e tranquillo...

Buona serata. Trespolo.

PS: untitled, li avete in qualche libreria di Brescia?

Pubblicato da: Trespolo - 02.11.05 19:04

No ma vendiamo anche online :))

Pubblicato da: untitled io - 02.11.05 19:31

per i resi non ci preoccupiamo troppo per ora: il nostro espositore contiene centotré libri, quindi reggerebbe bene anche l'ipotesi "intera collana" occupando sempre il medesimo spazio, cioè 20 x 40 cm di appoggio su banco. Ed è lo spazio che costa in libreria, non altro.

Pubblicato da: untitled io - 02.11.05 19:36

Untitled, scrivi: "Se ne va un sacco di tempo e un sacco di energia, mentre in termini di soldi" ecc.
Bene: quel tempo e quell'energia, in termini di soldi, quanto valgono?
Ovvero: qual è il costo *reale* dell'operazione, a prescindere dal fatto che ci mettete un sacco di lavoro gratis?

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 19:51

La GDO (grande distribuzione organizzata) ha fatto fuori i piccoli negozi e molte attività collaterali. A questo si aggiunge il fatto che le catene di distribuzione vendono molti prodotti a loro marchio che facilmente sbaragliano quelli delle Grandi Marche (non vengono publicizzati, non hanno bisogno di fare pressione o pagare per stare a 'scaffale' e sono di buon prezzo e qualità). Per le grandi Marche che non dispongono di circuito di distribuzione in proprio s'impone l'uso massiccio di spese pubblicitarie (anche se la cosa ha inizio ben prima della concorrenza delle varie GDO) e la trasmutazione delle merci in sogni, aspettative, status o altro per tenere alto il prezzo, realizzare profitto e pagare pure l'advertising. Se non si riesce a restare sul mercato come Marca Privata si fallisce o si diventa copacker delle catene distributive o altro che non so.
Sono fenomeni che la carta igienica, le marmellate, l'acqua in bottiglia, le mozzarelle ecc... conoscono, come distribuzione, da più di quindici anni.
Possibile che l'editoria non si sia mai resa conto che questi processi anche al suo interno, in misura diversa e forse minore, stavano diventando non solo dominanti, ma 'unici'?
Al punto in cui siamo se dovessi 'produrre' libri e cercare di venderli per guadagnarci, ma non avessi speranza in una distribuzione decente comincerei di nuovo a guardare la realtà piuttosto che interrogarmi sulle possibilità molto metafisiche di vendere i libri in base al loro 'valore' formativo o 'esperienziale' o vacanziero.
-A ben guardare ci sono dei gruppi (GAS=gruppi di acquisto solidali) che cercano di bypassare i sistemi della GDO o di quella tradizionale (e quì entrerebbero in ballo eventuali lettori desiderosi di gasificarsi :-).
-Ci sono le botteghe eque e solidali che, con tutti i loro limiti, cercano di sostituire una catena di vendita 'equa' con una che evidentemente non lo è.
-Si possono valutare poi delle strade che non sono state ancora esplorate e quì ne viene in mente una che butto lì: visto che ormai nei musei si vende un sacco di gadgettistica perchè non provare a valutare la possibilità di coinvolgere le biblioteche pubbliche/musei in un discorso di vendita libri? visto che queste istituzioni sono capillarmente diffuse sul territorio nazionale si potrebbe chiedere (ammesso che l'Italia abbia ancora qualche ministero che si occupa di cultura) di destinare un'area alla vendita di libri della piccola editoria facendo riconoscere il valore che questa ha per la crescita culturale del Paese. Sempre che la Mo'ratti non destini l'idea a certi 'editori' suoi amici :-)
In qualche città probabilmente esistono dei caffè letterari (bar dove puoi trovare libri da leggere) e anche quei luoghi sarebbero da incentivare. Se tutti quelli che mettono su una piccola casa editrice aprissero uno spazio di quel genere si potrebbe creare un circuito di luoghi di lettura e vendita libri consorziato a livello nazionale.
Sto facendo un piccolo brainstorming in solitaria, ma quì mi fermo per evitare di dire altre cazzate e parare sulle nuvole. Spero che sia chiaro il mio consiglio alle piccole case editrici: se non avete dei grossi capitali, non disponete di un sistema di vendita e distribuzione, non vi sentite di fare la Rivoluzione, non resta altro da fare che aguzzare l'ingegno.
Per quanti non credono che l'abisso che intercorre tra i Giganti e Davidi possa essere sanato sappiate che alcuni generali cinesi :
'evocano differenti opzioni di grammatica dell’arte della guerra asimmetrica. Danno per dimostrato il deficit di gap: più ristretto è il gap tecnologico dei contendenti, più clamoroso sarà il successo del contendente più tecnologizzato; se il gap è ampio, invece, si rischia la patta. '
è il Genna
http://www.carmillaonline.com/archives/2003/02/000022print.html
che recensisce, in un vecchio articolo di carmilla, il libro 'guerra senza limiti' (di due generali cinesi)e fa tutta una serie di considerazioni (che forse ho capito e forse no), ma questa frase mi sembra indicare che il punto di forza della piccola editoria è il suo gap e che solo creativamente, combinatoriamente (generali cinesi+G. Genna) e collettivamente (mia personal opinion) se ne può venire fuori e creare qualcosa di nuovo e diverso :-)
Besos

Pubblicato da: spettatrice - 02.11.05 19:52

@Spettatrice, mi piacciono le tue considerazioni e, parere personale, sarebbero da valutare.

@untitled, visto che a Brescia non li avete facciamo così, passo da voi a comperare i miei tre e me ne date due coppie da tre da piazzare in due librerie storiche di Brescia: che se non me li prendono poi li "sputtano" come tirchioni al circolo del bridge :-)))) Tornando a considerazioni diverse: va bene il raccoglitore con tante copie, ma una volta superata la fase "eroica" dell'inizio di un'attività, prima o poi i conti saranno da fare. Sicuramente ci avete già pensato e non dico nulla di nuovo.

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 02.11.05 20:44

perchè giulio mozzi, non fa che aggiungere domande, e così stringere ancor più i nodi della matassa? :)

Pubblicato da: corridrice - 02.11.05 21:20

@ spettatrice. Non sono d'accordo. Però non vorrei andare ot. Se vuoi ne parliamo via mail

Senti giulio, provo a buttarla sul concreto. Dimmi tu che ne pensi.

Presupposto FONDAMENTALE: un accordo tra un "buon" numero di case editrici piccole.

1) Creazione di un "premio strega", che possa rivaleggiare con l'originale, riservato alla "piccola editoria di qualità" (serve sponsor)

2) Creazione di un canale di distribuzione "particolare". In pratica alcune picole librerie si trasformano in distrubutrici di servizi di "qualità" quindi: più che semplici luoghi di vendita diventano un estensione delle case editrici: vendono libri, incontri con autori/editori, salotti (o caffè), scuole di scrittura, lettura manoscritti, riviste etc etc.

3) sfruttamento internet modello wuming/giuliomozzi (modello in senso lato, nessun algoritmo)

4) contatti con le scuole (imho gli insegnanti sarebbero contenti)

5) Creazione di una lobby efficace (date na camomilla alla cerasella pls)

6) varie ed eventuali (ce vo sempre)

Pubblicato da: Lucis - 02.11.05 21:43

Quanto scrive Spettatrice mi fa tornare in mente uno dei must elencati da Sun Tzu ne L'Arte della Guerra: trasformare in vantaggio uno svantaggio.

Ora, qui si sta ragionando di editoria (grazie a a Giulio Mozzi per aver scritto una sequela di post a questo riguardo davvero illuminanti), nella fattispecie si sta cercando di capire in che modo il piccolo editore può sopravvivere al grande "boa constrictor" editore, giusto?
Allora, partiamo da Sun Tzu (proviamo, che ci costa?): quali sono gli svantaggi della piccola editoria? Non ha grossi capitali da investire, ha - pertanto - maggior difficoltà a pubblicare opere di prevedibile successo (tuttavia, qui ci sarebbe da aprire un lungo capitolo a parte), maggiori costi di fornitura e un minor delta, una minore visibilità sui media, e - last but not least - un organico professionalmente meno competitivo (mi pare ovvio, le risorse economiche non si dedicano solo a reperire buoni scrittori/distributori/mezzi di promozione/annessi e connessi, ma anche i migliori professionisti del settore, con tutto ciò che ne deriva: mi permetto di farlo notare solo perché nessuno finora - se non sbaglio - aveva toccato quest'argomento; e che nessuno si indigni, è ovvio che ci sono molte eccezioni alla regola). Che altro?
Ora c'è solo da capire come trasformare questi svantaggi in vantaggi. Una bazzecola.

Di contro, se guardiamo ad altri esempi (prendendoli sempre con le molle: il prodotto libro contiene in sé delle variabili maggiori rispetto a un prodotto "standard"), mi verrebbe da dire che il vantaggio della piccola azienda è soprattutto uno: la maggior flessibilità. Che è un termine che vuol dire tutto e non vuol dire niente, ma è ciò che può - davvero, e oggi più che mai - fare la differenza.

Pubblicato da: Fainberg - 02.11.05 22:11

Lucis, non so su cosa tu non sia d'accordo, a me pare che anche il tuo discorso continui nel senso di trovare delle soluzioni pratiche/praticabili in un ambito che sembra non avere altre vie d'uscita oltre la lenta agonia della biodiversità editoriale. Le mie osservazioni forse erano un pò 'forzate'? non so, può essere. Spero che a nessuno venga da pensare che io condivido l'andazzo del Mercato globale. Solo che, salvo poco praticabili soluzioni di nicchia e a meno che non si voglia procedere con una Rivoluzione, bisogna darsi da fare con nuove idee e pratiche. Quelle che tu indichi non mi dispiacciono e molte altre potrebbero saltare fuori, poi si tratta solo di vedere che impegno richiedono, come possono integrarsi (se si integrano) e che fattibilità si prospetta.
Se insisti nel volere continuare il discorso in privato: mi arrenderò :-) Fammi sapere
besos


Pubblicato da: spettatrice - 02.11.05 22:31

PS
la mail che compare in fondo non è la mia e-mail. Sorry. Lo faccio per evitare spam. Spero che la cosa non vi offenda, prometto di comportarmi bene e non sporcare anche se voglio restare anonima :-)
besos

Pubblicato da: spettatrice - 02.11.05 22:35

@Lucis, dimentichi un dettaglio (accennato alla voce sponsor) e che metterei prima delle varie ed eventuali: una paccata di soldini ;-)

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 02.11.05 23:06

@spettatrice, diciamo sulla proposta "genna", però era per discutere, un disaccordo nell'accordo :) Certo che se la tua è una mail "tarocca" o ci diamo agli ot (con gran gioia di giuliomozzi i presume) oppure mi devi scrivere tu (se vuoi posso darti account gmail, utile anti spam) :-P

@ trespolix. In effeti era implicito nell'accordo tra un "buon" numero di case editrici. Da soli credo si possa fare poco.

Pubblicato da: Lucis - 03.11.05 00:24

Lucis, quela che chiami la proposta Genna è una mia licenza, ehm, poetica. Il buon g.g. non parlava di editoria, ma a me la frase è parsa utile e l'ho ripresa decontestualizzandola :-)
'notte

Pubblicato da: spettatrice - 03.11.05 00:38

Al volo, alle 0.55 di notte, avendo la sveglia tra meno di cinque ore, e una giornata di un sacco di ore sulle spalle (cioè: se scrivo cose insensate, non prendétevela).

Per la Spettatrice: mi pare di poter essere d'accordo sulla sostanza del ragionamento.

Per Lucis: al punto 2, domando: perché delle "piccole librerie"? Perché non delle grandi librerie? (Magari arrivandoci col tempo, alle grandi librerie). Ma su questo farò un ragionamento più esteso in un altro momento.

Per la Corridrice: be', io mi faccio delle domande. E - anche nel post che ha originata questa discussione - dico: sto ragionando su delle ipotesi. Ho l'impressione che molti ragionamenti su queste cose siano viziati dalla scarsità di domande - dal presupporre che le domande siano chiare.

Pubblicato da: giuliomozzi - 03.11.05 01:01

@ Giulio. Per motivi pratici. Se ho ben capito si dibattono tra mille difficoltà, dovrebbero essere più ricettive verso una "scomessa" di questo tipo. Una grande libreria (finchè tira) non sarà ben disposta verso il cambiamento. Nel tempo si, hai ragione.

Anche perchè nel "cambiamento" è implicito un punto: queste nuove librerie dovranno vendere solo piccola editoria (anche qui magari non da subito, ma nel tempo).

Pubblicato da: Lucis - 03.11.05 10:28

caro mozzi
trovo questo passo il più sacrosanto di tutto il testo pubblicato. condivido in pieno. ricordo che una volta da queste parti ho sostenuto una discussione con tale giannozzi (mi pare) su pessoa...

siamo proprio sicuri che la Letteratura ci procuri "esperienze di vera vita"? Siamo proprio sicuri che abbia senso parlare della Letteratura come di un qualcosa che ci fa fare "esperienze di vera vita"? Non sarebbe ora di decidersi, e di separare definitivamente la Letteratura dalla vita? Non sarebbe ora di concentrare l'attenzione sulle risate che potrebbe farsi Jorge Luis Borges (per dirne uno) se qualcuno gli dicesse che la Letteratura porta a fare "esperienze di vera vita"? Non sarebbe forse il caso di pensare che le "esperienze di vera vita" si fanno vivendo la vita, e non leggendola? Non sarebbe forse il caso di togliere dalla groppa della Letteratura ogni carico pedagogico?

saluti
melpunk

Pubblicato da: Melpunk - 03.11.05 18:25