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02.11.05
Meglio vivi che moderni
[Questo articolo di Piero Gadda Conti è apparso nella rivista Ausonia dell'aprile 1940. gm]
Essere moderni è, spesso, una delle preoccupazioni fondamentali del narratore: sopratutto agli inizi. Si vuole che aria nuova, aria fresca circoli pel racconto; che non sappia di rinchiuso, di muffito. Si ha la sensazione che qualcosa di stantio ristagni tra le arcate dei grandi monumenti narrativi dell'ottocento. Ed il narratore perplesso si chiede se non esista qualche segreto per imprimere alla sua prosa quel mordente e quella speditezza che meglio echeggino il nostro tempo rapido e crudele. Si mette allora alla scuola di quelle opere che hanno lasciato in questi anni più profonda impronta nella immaginazione dei lettori e che parevano dischiudere vie nuove, le fruga ansiosamente, cercandovi una illusoria, ambita chiave di modernità.
I nomi degli scrittori più accanitamente perquisiti a tal fine sono noti: sono i soliti Proust, Joyce, Huxley, Dos Passos; sono la Woolf, la Stein (filtrata attraverso Hemingway e Saroyan): ed altri; solitari, o commisti, secondo gli inquieti itinerari degli assetati cercatori. E poiché, come è ovvio, non si possono imitare i temperamenti, ma solo i procedimenti, ecco far breccia, o capolino, anche nelle nostre lettere la psicanalisi ed il monologo interiore, l'abuso del presente storico e lo stile stenografico-documentario. Queste mode prese a prestito sono, in parte, già tramontate: altre nascono, nasceranno.
Quello che ora mi preme di mettere in chiaro è che le frettolose importazioni di voghe d'oltralpe non possono rendere "moderno" uno scrittore italiano. Non già che quegli scrittori non meritino d'esser letti: tutto ciò che ha reale valore artistico ha diritto al nostro rispetto, ed è giusto cercarlo, conoscerlo: è il secondo momento, quello del travasamento di quei germi nella nostra cultura, - che ci deve trovar molto cauti. Non già per una sorta di gretto protezionismo letterario; ma perché ci si deve persuadere che è vana speranza quella di poter diventare moderni per assimilazione.
Quelle letture si possono, magari si devono, fare: ma senza la maliziosa - e pigra - illusione di carpire a quegli autori metodi, espedienti, segreti che valgano a regalarci la vagheggiata modernità.
Se, ad esempio, vogliamo fare dei romanzi a struttura "sinfonica" - nel senso che ho illustrato, a proposito di Dino Terra, nel mio recente volume Vocazione Mediterranea - i modi e le leggi di questi nuovi tentati organismi dobbiamo cavarceli dal nostro petto: prendere il metodo Dos Passos o la ricetta Huxley (da qualche tempo già stanca anche per lui) non fa approdare a nulla.
Il miglior modo per riuscire nuovi e attuali è di non proporselo affatto. Se, poi, cominciando, sentiamo il bisogno, come è naturale, di aggrapparci a qualcosa, teniamoci agli usi di casa nostra, che sono sanissimi. Di tradizione letteraria dietro le spalle ne abiamo anche troppa: non è dunque il caso di cercar lontano...
Per poco che uno ci pensi si accorge che, in fondo, non occorre affatto essere moderni: occorre essere vivi, che è molto di più. Per essere vivi bisogna essere sinceri. Non si è mai moderni per imitazione: lo si è solo per naturalezza.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.11.05 19:02
Interventi
"non occorre affatto essere moderni: occorre essere vivi, che è molto di più. Per essere vivi bisogna essere sinceri. Non si è mai moderni per imitazione: lo si è solo per naturalezza."
Scritto 65 anni fa? Nascevo due anni dopo, ma sottoscrivo.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.11.05 21:45
Talmente ovvio da sembrare quasi banale: come tutte le cose importanti.
Buona serata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 02.11.05 23:09




