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15.11.05

L'origine dei romanzi [8]

di Pierre-Daniel Huet

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Io metto quì, forse, con troppo ardire quell'Atenagora, sotto il nome di cui si vede un Romanzo intitolato, Del vero, e perfetto Amore. Questo Libro non si è veduto in altra lingua che in Francese, per la tradizione di Fumée; il quale dice nella sua Prefazione, aver avuto l'original Greco da Monsignor di Lamanè Protonotario del Signor Cardinale di Armagnac, e di non averlo giammai veduto altrove. Io quasi oserei aggiungere, che nessuno dipoi l'ha giammai veduto; mentre, per quel che so, il suo nome non si è mai trovato nelle liste delle Biblioteche; e s'egli ancor susiste, bisogna che sia nascosto nella polvere del gabinetto di qualche ignorante, che possiede questo tesoro senza saperlo, o di qualche invidioso, che ne può far parte al pubblico, e non vuole.

Il Traduttore dice appresso, ch'egli lo crede un'Opera di quel celebre Atenagora, il quale ha scritta un'Apologia per la Religion Cristiana in forma di Legazione, indirizzata agl'Imperatori Marco Aurelio e Comodo, e un Trattato della Resurrezione. Egli si fonda principalmente sullo stile, che truova conforme a quello di quelle Opere, e di cui ha potuto formarne giudizio, avendo gli originali in suo potere. Finalmente, egli la prende per una vera Istoria, per mancanza di cognizione nell'arte de' Romanzi. Per me, benché io non possa parlarne con sicurezza, non avendo veduto l'esemplare Greco; nulladimeno su la lettura che ne ho fatta della traduzione, non tralascerò di dirvi, non esser senza apparenza ch'egli l'attribuisca ad Atenagora Autore dell'Apologia. Ecco le mie ragioni. L'Apologista era Cristiano: questo parla della divinità d'una maniera che non conviene se non ad un Cristiano: come, quand'egli fa dire a i Sacerdoti di Ammone, che non si truova se non un Dio, di cui ciascuna Nazione volendo rappresentare l'essenza a i semplici, ha inventate diverse immagini, le quali non esprimono se non una medesima cosa: che la lor vera significazione essendosi perduta col tempo, il volgo aveva creduto che vi erano altrettanti Dei, quante immagini si vedevano; donde è venuta l'idolatria: che Bacco fabbricando il tempio di Ammone, non vi pose altra immagine che quella di Dio; perché, siccome non vi ha che un Cielo, il quale racchiude un Mondo, così in questo mondo non vi ha che un Dio che si comunica in ispirito. Altrettanto fa dire a certi Mercadanti Egiziani; cioè, che i Dei favolosi danno a vedere le differenti azioni di questa sovrana e unica divinità, che è senza principio e senza fine, e ch'egli chiama oscura e tenebrosa, perch'ella è invisibile e incomprensibile. Altri ragionamenti fanno questi Sacerdoti e questi Mercadanti sopra l'essenza divina, li quali sono molto simili a quelli di Atenagora nella sua Legazione. Quell'Apologista era un Sacerdote di Atene; questo era un Filosofo di Atene. Tutti e due sembravano Uomini di buoni sentimenti e di erudizione, e pratici nell'antichità. Ma dall'altra parte, molte cose possono far sospettare, ch'egli non solo non è l'Atenagora Cristiano, ma ancora che quest'Opera è supposta.

Fozio avendo parlato con molta esattezza de' componitori de' Romanzi che l'hanno preceduto, questo lo passa sotto silenzio: non se ne vede alcuno esemplare nelle Biblioteche, e quello ancora di cui se n'è servito il Traduttore, non si è veduto dipoi. Per altro, egli rappresenta il soggiorno, la vita, la condotta de' Sacerdoti, e de' Religiosi di Ammone, così simili a i Conventi, e al governo de' nostri Monaci e delle nostre Monache, che non si confà a quel che ci fa sapere l'Istoria del tempo, in cui è cominciata la vita Monastica, o si è perfezionata. Quel che a me, adunque, pare verisimile in questa oscurità, è, che l'opera è antica, ma più nuova dell'Apologia; mentre vi si vede un sapere così profondo nelle cose della natura e dell'arte, tante cognizioni de' secoli passati, tante osservazioni curiose, che non sono state prese dagli antichi Autori che abbiamo, ma che vi si rapportano, e gli mettono in chiaro; tante espressioni Greche, che si veggono a traverso della traduzione: e sopra tutto un certo carattere di antichità, che non può contraffarsi, sa persuadermi che questa non sia una produzione di Fumée, la cui dottrina era mediocre, e che nemmeno i più dotti del suo tempo, avessero potuta far cosa simile. Se Fozio non ha parlato di lui, quanti altri grandi e celebrati Autori, sono stati omessi dalla sua cognizione e dalla sua diligenza? E se a' tempi nostri non si è trovato, che un solo esemplare, che, forse si è perduto dipoi, quante altre Opere eccellenti hanno avuto il medesimo destino? Se questo non vi soddisfa, e che voi vogliate obbligarmi ad avanzare le mie conjetture, per procurare di trovar precisamente il tempo, nel quale ha fiorito, io non posso appoggiarle, che sopra un passo della Prefazione del suo Romanzo, in cui egli si lamenta della ferita sanguinosa, che riceveva Atene sua Patria nella disoluzione universale della Grecia. Questo non può intendersi che dell'irruzione degli Sciti nella Grecia, succeduta sotto l'Impero di Gallieno, o di quella di Alarico, Re de' Goti, avvenuta a tempo d'Arcadio e di Onorio; mentre dopo Silla, Atene non era stata giammai posta a sacco, lo che avvenne, circa trecento cinquant'anni, prima dell'invazione degli Sciti, e non fu se non circa settecento anni dopo quella de' Goti. Or io vi truovo più ragione di applicare le parole dell'Autore alla conquista di Alarico, che a quella degli Sciti, perché gli Sciti furono subito scacciati d'Atene, senza avervi cagionato molto disordine; e i Goti la trattarono più malamente, e vi lasciarono deplorabili vestigi della loro barbarie. Sinesio, che fiorì a quel tempo, parla ne' medesimi termini del nostro Autore; deplora come lui la rovina delle lettere, cagionata da que' barbari nel luogo della loro nascita, e 'l guasto del loro Impero. Che che ne sia, l'Opera di Atenagora è inventata con ingegno, condotta con arte, sentenziosa, piena di bei precetti di Morale; i successi sono verisimili, gli Episodj, sono tirati dal suggetto, i caratteri distinti; l'onesta osservata per tutto: niente di basso, niente di forzato,né simile a quello stile puerile de' Sofisti. L'argomento è doppio, che è quel che faceva una grande bellezza della Commedia antica; mentre, oltre le avventure di Teogene e di Carida, racconta ancora quelle di Ferecida, e di Melangenia. In che si vede l'errore del Giraldi, il quale ha creduto, che la multiplicità delle azioni era invenzione degl'Italiani. I Greci, e i nostri antichi Francesi, gli avevano moltiplicati prima di essi: quegli con dipendenza e subordinazione ad'un'azione principale, seguendo le regole del Poema Eroico, come l'ha praticato Atenagora, ed ancora Eliodoro, benché con minor esattezza; ma questi senza ordine, senza categoria, e senz'arte. Essi sono stati imitati dagl'Italiani, li quali prendendo da essi i Romanzi, ne hanno presi i difetti.

[continua]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 15.11.05 08:46

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