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25.11.05
La struttura eccezionale di Melissa P. (dal libro al film)
[Su questo stesso libro, in Bottega di lettura un articolo di Toni La Malfa]
Per analizzare la struttura eccezionale del romanzo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. occorre partire dal Grande Fratello, o meglio dalla formula sottesa. Apparentemente il Grande Fratello fa agli spettatori questa promessa: vi mostrerò la vita in diretta, senza filtri, potrete stare seduti a guardare altre persone che compiono la loro quotidianità. Apparentemente. Perché in realtà i presenti sono scelti in base al loro essere personaggi, ci sono mano a mano prove da superare con conseguente progressiva eliminazione di tali personaggi, alla fine c’è un solo vincitore (l’eroe) che conquista il premio (vale a dire la ricompensa). Se avviciniamo la lente e acuiamo l’analisi, ci rendiamo bene conto come queste siano, di fatto, le funzioni della fiaba per Vladimir Propp.
Da qui bisogna partire, da qui e dal nostro voyerismo. Perché la struttura eccezionale del romanzo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire è proprio questa: da un lato ci presenta un’identità (reale o presunta) tra protagonista e scrittrice, dall’altro fa attecchire su questo materiale la struttura della fiaba. A grandi linee, la cosa si svolge così: dopo una serie di peripezie (sessuali) che degradano la giovane Melissa (che però, come l’eroe, acquisisce la sua consapevolezza tramite tali peripezie), a un certo punto, a pagina 123 (di 143 totali), immotivatamente compare una sorta di principe azzurro.
Che sia lui lo sappiamo già dallo sguardo, prima ancora che apra bocca, così come il Dolce Stilnovo prescrive. Che poi faccia una serenata, e stonata, va molto bene con la nostra Italia sempre neorealista.
Ora: vita dissoluta nuovamente o principe? La prima, salvo poi essere presi da folgorazione (Paolo verso Damasco) durante una sorta di orgia ricalcata su Eyes wide shut e non su Schnitzler, con tanto di mascherine in volto ai protagonisti. Lei scappa, torna da lui, si dicono ti amo, non fanno sesso perché è la comunione dei corpi e bisogna volerlo. Lei cambia il look della sua stanza (che ci aveva accolti in prima pagina e che è il centro della vicenda, per metonimia), le fa i muri azzurri. Redenzione.
Nell’ultima riga lei è una principessa (ma noi sappiamo che è anche un eroe al femminile), così siamo certi che si tratta proprio di una fiaba. E del resto su questo nessuno aveva mai tentato di mentirci perché i cento colpi di spazzola prima di andare a dormire sono quelli che le principesse si danno ai capelli per averli belli e luminosi, la madre di Melissa lo dice da sempre.
Ecco: la struttura perfetta che ci dà tutto, trasgressione e fiaba. Con una scrittura che è tutto sommato sobria e funzionale, con qualche sbavatura iniziale per poi prendere sicurezza – salvo nel finale, che è posticcio e si vede, ma senza il quale il cerchio non poteva davvero chiudersi.
Che sia tutta farina del sacco di Melissa o che ci sia il buon consiglio di Simone Caltabellotta a organizzare il materiale non importa, perché la struttura è riuscita e funzionale (tanto che il gemello Odore del tuo respiro, dove non c’è tutto questo lavoro di struttura, non ha davvero nessun interesse).
Ora: il film inizia da dove il romanzo finisce, e cioè dalla fiaba. Melissa è già redenta fin dalla prima scena, i tre momenti di sesso cui va incontro li detesta già prima di affrontarli, lo fa per dovere di trama. La dissipazione di sé vissuta come scoperta di sé, che era sicuramente l’unica cosa che poteva incuriosire il lettore, non c’è più. Quello che la struttura del diario permetteva, e cioè i brani intimisti in cui misuravamo Melissa, per forza di cose in un film non poteva esserci: in un film le cose si devono vedere, e il travaglio di Melissa non può che passare attraverso i rapporti umani. Ecco perché si moltiplicano le figure: la nonna Elvira inventata sulla sola pellicola, la madre che è quasi sempre in scena, l’amica cicciotella si cui non sapevamo quasi niente, il padre lontano cui la figlia tende, la classe a scuola con un professore di italiano temuto, sarcastico ma fondamentalmente fesso. Ci perdiamo il personaggio più intrigante, l’amico travestito, perché in una storia che è una fiaba fin dall’inizio non c’era posto per lui.
La principale novità della fiaba cinematografica è la nonna Elvira. È lei che ha introdotto la nipote al rito dei cento colpi di spazzola, e non più la madre, e il segno del rito è tutto diverso: risale a una dissennata giovinezza parigina di Elvira e le serviva per far diventare i capelli da ricci lisci ed essere un’altra dopo che l’amato l’aveva abbandonata. Insomma: un fatto reale. – E poi Elvira è bellissima. Non solo nella foto giovanile, ma anche come donna anziana, così da far ancora innamorare di sé un coetaneo. In questa innaturale bellezza e vitalità non vediamo una nota stonata, un patto col diavolo fatto proprio alla maniera delle fiabe. Da Elvira ci aspettiamo incantesimi come da una maga.
Lo stile cui si ispira il film è quello di un grande raccontatore di fiabe cinematografiche, e cioè Pedro Almodóvar (del resto, Elvira è Geraldine Chaplin). È esattamente un film à la Almodóvar: peccato che sia brutto, che regista e sceneggiatori siano andati a scuola dallo spagnolo troppo distrattamente, che la produzione italo-spagnola non abbia convocato maestranze adeguate. (Forse la piattaforma su cui lavora il padre di Melissa sa un po’ di Onde del destino, ma forse no visto che le onde del mare qui si vedono solo da lontano e il destino non c’entra niente con la vicenda). Tra i cattivi maestri c’è anche il brutto Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enza Negroni. – Infine, alla scrittura più che dignitosa della giovane siciliana non corrisponde un linguaggio cinematografico neppure passabile. Peccato.
Se nei mesi scorsi la Melissa reale aveva innescato una polemica nei confronti del film in lavorazione dicendo che la si faceva passare per una prostituta (tra l’altro, reagire così significa avallare del tutto l’identificazione scrittrice-io narrante), oggi a bocce ferme sembra il contrario. Questo film non ha niente a che vedere con la trasgressione, con la perdizione, con la dissipazione. La polemica avrebbe dovuto avere segno opposto, Melissa si sarebbe dovuta lamentare dicendo: ma che senso ha risalire alla fine se non si è discesi prima?
Una cosa però il film forse l’azzecca. Il principe azzurro non viene incollato nel finale, ma è un compagno di classe presente fin dall’inizio. Certo, come nel libro basta un’occhiata per capire che è lui, ma almeno non è inserito forzosamente quando si sente il bisogno di chiudere. (Ma forse anche questo è un male: Marco De Angelis, il compagno in questione, è la prova visibile del fatto che la redenzione e non la perdizione è il segno di questa storia, fin dall’inizio).
Resta una cosa: mentre mi alzavo per andarmene chiacchieravo con l’amico paziente che mi aveva accompagnato. Un titolo di coda però mi è entrato nella coda dell’occhio, e cioè tra altri nomi c’era anche quello di Piergiorgio Bellocchio. Cerco in rete e vedo il ruolo: istruttore di nuoto. Che si vede di sfuggita, giusto un attimo, nel film. Per cui non so dire se si tratti di omonimia e se ci sia un altro Piergiorgio Bellocchio attore oppure si tratti dello storico animatore de «I quaderni piacentini» e «Diario». Quello che tutti conosciamo ha già recitato per il fratello (da ultimo nel film La balia). Non so cosa pensare, però glielo si può chiedere.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.11.05 14:36




