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23.11.05
La narrazione "è" collettiva? (con un dubbio e un sospetto, in coda)
di un anonimo ferrarese
[Il primo testo è estratto dai commenti a questo post in cui riportavo una recensione del romanzo Lo Zar non è morto. Il secondo è estratto dai commenti a questo post di Lipperatura. Entrambi sono firmati da Wu Ming 1. gm]
Tra l'altro, noi abbiamo sempre detto e ripetuto in tutte le salse che non c'è niente di nuovo, la narrazione *è* collettiva, lo è sempre stata, lo è anche quando l'attribuzione è individuale, per motivi che abbiamo sviscerato risalendo all'alba dei miti dell'umanità (creazioni comunitarie par excellence), per poi passare al poema epico ("sintesi" di diversi episodi e leggende plasmate e rifinite per secoli), alle chansons des gestes e ballate medievali (idem), al teatro elisabettiano (in cui l'autorialità singolare era "stemperata" in diverse fasi in cui tutti mettevano mano a tutto, dalla stesura alle prove alla prima), all'interazione fra scrittore e lettori nel feuilleton e nei romanzi seriali (il pubblico dava espliciti suggerimenti e faceva proposte su come dovesse proseguire la storia), al gioco di ruolo etc. La forma-romanzo (o il genere-romanzo, as you like it) non esisterebbe nemmeno senza questa dimensione *collettiva* del narrare che ha caratterizzato i suoi antenati. [...]
"Chi scrive non può né potrà mai chiamarsi fuori dalla società in cui vive. Nessuno può farlo. L'individualismo non esiste, è un'allucinazione, un voler-essere che non ha attinenza con la realtà. L'essere umano non potrebbe nemmeno esistere senza la vita associata, senza l'aiuto dei suoi simili, a cominciare dal primo cerchio concentrico, la coppia bimbo-madre. L'essere umano, al contrario di altri mammiferi, nasce senza pelliccia, con la vista offuscata e totalmente incapace di ambulare. Se non ci fosse la famiglia ad aiutarlo, sostentarlo e farlo crescere, non sopravviverebbe un giorno. L'essere umano è 'animale sociale', come diceva quel tale. 'Letteratura sociale' è dunque una tautologia: non esiste nulla di non-sociale.
Certo, esiste una letteratura del narcisismo autoriale, dell'egocentrismo espressivo, dell'autocontemplazione, del disgusto per le relazioni con altri umani... Ma anche quella è letteratura sociale: è la letteratura di chi preferirebbe non riconoscere alcunché ai suoi simili e non dover dare un contributo alla comunità intorno. C'è addirittura chi crede che questa sia LA letteratura. Credano quel che vogliono [...]"
[Ho un sospetto. Che la letteratura sia semplicemente uno dei modi in cui si organizzano le relazioni (le comunicazioni, le condivisioni di conoscenze, di immaginario ecc.) tra gli individui, mi pare difficile da mettere in dubbio. Che il mito dell'artista creatore sia, appunto, un mito, mi pare anche questo difficile da mettere in dubbio. Ma se la frase: "L'individualismo non esiste, è un'allucinazione" significa che quando io penso me stesso come un individuo sono in una allucinazione (sottolineo: se vuol dire questo, ché non sono così sicuro di aver capito bene), allora ci ho dei dubbi. Come, non posso forse pensare me stesso come un soggetto parzialmente autonomo? Se una rete è fatta di fili e nodi, non posso pensare me stesso come un nodo - un nodo fatto di fili ma, in quanto nodo, parzialmente autonomo? E il sospetto è: ma questo dell'autore collettivo, non sarà a sua volta - come quello dell'artista creatore romantico - un mito? (E non sarò certo io, quello che negherà l'importanza dei miti: su cosa ci fondiamo, se non su dei miti?). gm]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 23.11.05 16:35




