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01.11.05
Impegnati o no, purché siano scrittori
[Questo articolo di Leonardo Colombati è apparso nel quotidiano Il giornale lunedì 31 ottobre 2005. gm]
«Gli editori si lamentano che il mercato del romanzo sia in declino. È stato sempre difficile scrivere un buon romanzo. Ma, in passato, bastava avere talento per riuscirvi. Ora, invece, le difficoltà sono aumentate in maniera incalcolabile, perché non è più sufficiente avere talento di scrittore per creare un buon romanzo».
Questa sentenza di morte fu decretata da José Ortega y Gasset nel 1925, soltanto tre anni dopo la pubblicazione dell’Ulisse e due anni prima che Proust avesse dato alle stampe il quindicesimo volume della Recherche. Ancora dovevano apparire L’urlo e il furore di Faulkner, Viaggio al termine della notte di Céline, e poi La cognizione del dolore, Lolita, Herzog, Cent’anni di solitudine, L’arcobaleno della gravità, Meridiano di sangue, Il teatro di Sabbath... tanto per citare alcuni dei romanzi che ci hanno fatto compagnia negli ultimi ottant’anni.
È, dunque, quella dell’intellettuale spagnolo, una profezia che lascia ben sperare: alla faccia dei periodici Armageddeon annunciati dai tifosi della “morte del romanzo", questo genere letterario sembra riuscire a mutare pelle ad ogni svolta della Storia, senza estinguersi mai.
I menagramo conducono le loro spietate analisi partendo dal dato di fatto che le trame sono in via di esaurimento. Sempre Ortega y Gasset scriveva che «nel romanzo esiste un numero limitato di temi possibili», e che sono stati già tutti utilizzati. Se questa contestazione è vera, è pure irrilevante. Stile e struttura sono l’essenza di un libro; le grandi idee non servono a nulla. Lo sapeva bene Giorgio Manganelli quando rimproverava Walt Whitman: «Il problema di Whitman, naturalmente sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee». È un giudizio, caustico, che bisognerebbe estendere a tutta la letteratura, soprattutto quando si agita da più parti lo spettro dello scrittore impegnato.
Non c’è nulla di male nell’essere un’artista engagée, ci mancherebbe altro. Ma da lettore sono propenso a controllare innanzi tutto se l’artista sia tale; che poi s’impegni, buon per lui. Ciò che mi risulta inaccettabile è però il risentimento di molta critica nei confronti del valore estetico della letteratura. Harold Bloom ha fatto giustamente notare che un lettore non s’avvicina ad un libro «per espiare colpe sociali, ma per dilatare un’esistenza solitaria». Del resto, a chi passasse nel 2005 un paio di sere in compagnia di Madame Bovary potrebbe mai interessare il fatto che il capolavoro di Flaubert sia una sferzante denuncia contro la borghesia francese del XIX secolo? Leggiamo forse Cervantes per informarci sulla Spagna del ‘500 o l’Amleto per saperne di più sul regno di Danimarca? Compito di uno scrittore di genio è quello dei reinventare il mondo, non di rappresentarlo. «Non chiedete mai se è vero un romanzo», diceva Nabokov; «Emma Bovary non è mai esistita: il libro Madame Bovary esisterà per tutti i secoli dei secoli. Un libro vive più a lungo di una ragazza».
Sempre Nabokov diceva che «la letteratura è nata il giorno in cui un ragazzo è accorso gridando “al lupo, al lupo!", e non c’erano lupi dietro di lui», e concludeva: «Ogni grande scrittore è un grande imbroglione».
Fermiamoci un momento sulla metafora del ragazzo che per scherzo grida al lupo, al lupo! Le nostre mamme ci hanno insegnato di non seguire il suo esempio, perché il giorno che un branco di lupi ci inseguisse davvero, nessuno ci crederebbe e finiremmo sbranati.
Stiamo parlando di rischio. Faulkner, a questo proposito, diceva che un’opera è tanto più riuscita tanto più alto era il rischio cui lo scrittore s’era esposto.
Ma se è vero che non sono i contenuti a fare un grande romanzo – con buona pace degli scrittori cosiddetti impegnati – e che per scriverlo bisogna lavorare sullo stile, allora lo scrittore proprio con lo stile deve saper rischiare. Ecco l’impegno, quello vero.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 01.11.05 16:29
Interventi
Oh, ho letto con attenzione, ma spero di essermi sbagliata. 'Ci hanno fatto compagnia negli ultimi 50 anni'? Per fortuna non solo loro. Forse Colombati si è dimenticato che (Woolf, Compton Burnett, Pym, Banti, De Cespedes, Lessing, Drabble...uffa, mi fa male la mano a scrivere sempre questi nomi) esiste una 'letteratura femminile' che forse è 'il futuro della letteratura'? Forse un certo tipo di uomo non ha più nulla da raccontare? Non sono i menogrami o menogramo, in questo caso a sbagliare.
Certe trame sono 'esaurite'. E' un azzardo questa cosa che dico, d'accordo. Però potrebbe essere uno dei motivi della crisi: certe forme di 'eroismo' che stavano alla base di quella letteratura (Humbert Humbert, Herzog, tutta la letteratura di Roth con questi 'presi per il culo' sottomessi dalle donne, malmenati dalla vita, ma che palle) insomma, uno non è che può continuare a menarla sempre con la stessa storia, no? I romanzi (quelli) sono eccellenti, le storie sono grandi (quelle di questi autori) ma dopo un po' basta.
E poi: lo scrittore di genio. A me non piace. Su questo sono d'accordo con Wu Ming. Ho un'idea più 'compilatoria'dello scrivere. E meno male che Wu Ming nonostante che in questo momento sia 'impopolare' come presa di posizione (visto il 'ritorno del genio' che anche io non capisco cosa sia, visto che una 'visione del mondo' ce l'ha anche il mio cane, per quanto semplificata) continua, con le unghie e con i denti a sostenerla. Loro voglio dire, che hanno un largo credito e un largo pubblico.
Pubblicato da: angela scarparo - 01.11.05 17:43
...'visione del mondo' come 'reinvenzione' beninteso. ognuno di noi, 'reinventa'. non è che esista una reinvenzione di prima e una di seconda qualità. se no a pensarci bene, si arriva al corunuto e mazziato. uno che non ha potuto studiare perchè ha fatto il cameriere reinventa in modo più scadente? non è vero. ma neanche per idea.
Pubblicato da: angela scarparo - 01.11.05 17:48
Mi pare che l'articolo di Colombati sia una valida risposta alla teoria del "sentimento turistico della letteratura", anche se non concordo che per il romanzo ci sia solo un numero delimitato di trame e quelli che si divertono a classificare quante possibili trame ci possano essere (chi dice due, quattro, sedici o quarantotto)forse non sanno che per ogni classificazione c'è n'è già pronta un'altra che la supera....
Pubblicato da: nonpiùgiovaneholden - 01.11.05 17:53
Sono d'accordo con Angela quando, giustamente, propone i nomi di scrittrici, troppo spesso dimenticate e non citate, ma non ci trovo nulla di strano in quello che scrive Colombati: non leggo sicuramente un romanzo per capire il periodo storico nel quale è stato collocato. Forse a causa delle "rotture" di maroni ai tempi del liceo con il Manzoni. Capitato anche a voi?
E i menagramo mi han rotto, in tutti i campi, i maroni e non li sopporto più; anche se sono sempre esistiti e sempre esisteranno.
Per quanto riguarda il 'genio' solo una cosa posso dire: i geni sono, fortunatamente, molto pochi, ma che esistano mi pare innegabile. Poi ognuno è libero di propugnare, a suo uso e consumo, la tesi che preferisce e che più gli aggrada o che è più funzionale ai suoi scopi. Rimarrà comunque un'idea aleatoria, e questo indipendentemente dalle copie di libri vendute :-)
Buona serata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 01.11.05 18:04
Angela, secondo me (non so secondo Colombati) lo scrittore di genio non è quello che ha una visione del mondo, ma quello che, mercé una catena di cause ed effetti ancora non completamente spiegata dalla scienza psichiatrica, ha il dono di trasportare la sua visione del mondo sulla pagina in modo talmente geniale (scusa la tautologia) da riuscire a renderla leggibile da miliardi di esseri umani per secoli e secoli. Cervantes non saprei definirlo altrimenti che come genio. Se era anche engagée, dice Colombati, buon per lui, ma a me non interessa. Concordo interamente.
Una notarella a margine dell'articolo: secondo me Colombati cita troppo. Ricordare a ogni piè sospinto che una propria idea è anche idea di Bloom o di Nabokov lascia la sgradevole sensazione che l'autore, tolte le autorevoli stampelle, s'ammoscerebbe come un sacco vuoto. Dato che tutti noi sappiamo che nel Colombati c'è buona sostanza, ci piacerebbe ch'egli facesse vedere quella, più che le innumerevoli fonti.
A margine della nota a margine: Proust arrivò a pubblicare la seconda parte di Sodoma e Gomorra nel 1922, anno in cui lasciò questa valle di lacrime. Il resto uscì postumo. Il troppo citare fa anche questi brutti scherzi.
A Colomba': cita dde meno!
Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 18:44
"1925, soltanto tre anni dopo la pubblicazione dell'Ulisse e due anni prima che Proust avesse dato alle stampe il quindicesimo volume della Recherche"
ad essere pignoli ... andrebbe sottolineato che ... va beh che i grandi non muoiono mai, ma nel '27 il povero Proust non poteva dare nulla alle stampe ;-) sarebbe come dire che nel 2003 pasolini ha dato alle stampe la seconda edizione di Lettere luterane che non era riuscito a dare alle stampe neppure nel 1976.
A me personalmente però piace molto questa immortalità dei geni nel dare alle stampe ;-)
Pubblicato da: georgia - 01.11.05 20:27
ops vedo che era già stato fatto notare anche se con più delicatezza.
Pubblicato da: georgia - 01.11.05 20:39
"Quando l'Empire State Building esplose in una palla di fuoco dopo essere stato colpito del 747, la notte di Natale dello '06, la punta del pilone d'attracco per dirigibili schizzò via come un razzo" Matt Ruff, in "Acqua, luce e gas", 1997
"La sua guerra era stata la Guerra dello '07 per il libero commercio nell'Africa Subsahariana, combattuta per dirimere una disputa sul controllo dei depositi di carburanti e minerali nelle aree spopolate dalla Pandemia dello '04", sempre Matt Ruff, in "Acqua, luce e gas", 1997
Secondo me Romanzo e Realtà si rincorrono sempre, ci sono casi in cui è il primo a descrivere meglio la seconda, e altri casi in cui la seconda prende il sopravvento e riempie le pagine del primo. Comunque, in linea di massima, sono d'accordo con chi sostiene che i contrabbandieri della morte del romanzo sono gli autori o i critici che a breve intendono fornire vitalità al romanzo con una loro opera (non è il suo caso per fortuna),
tuttavia, esiste un altro caso meno dissezionato, il caso di opere che non vogliono nascere come tali, oppure non intendono aprire alcun dibattito critico, opere autosottraentisi, se così si può dire....
Pubblicato da: Giorgio Tesen - 01.11.05 23:03
Quanto a Proust, credo che Leonardo abbia scambiato il 1927 con il 1917; quanto a Joyce, la prima edizione dell'Ulisse, quella parigina, apparve il 9 febbraio 1921. Quanto a me, ho sbagliato a scrivere (ora ho corretto) il titolo dato da Leonardo al suo pezzo. Avevo scritto: "Intellettuali no, purché siano scrittori", anziché: "Intellettuali o no, purché siano scrittori". Il senso è ben diverso. Me ne scuso con Leonardo, con i lettori e con le lettrici.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 10:33
"Ma se è vero che non sono i contenuti a fare un grande romanzo – con buona pace degli scrittori cosiddetti impegnati – e che per scriverlo bisogna lavorare sullo stile, allora lo scrittore proprio con lo stile deve saper rischiare. Ecco l’impegno, quello vero."
Forse per gli scrittori non sono i contenuti a fare i grandi romanzi...
Per i lettori, invece, (i lettori "puri" come li chiama Franchini), il contenuto fa eccome il grande romanzo.
Un grande romanzo dovrebbe avere contenuto e stile. E non è neanche detto che, pur avendoli, sarebbe un grande romanzo.
Pubblicato da: klemja - 02.11.05 10:37
No, il 9 febbraio 1922. Oggi con i numeri mi va proprio male.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 10:39
Giulio, il 1927 è esattamente l'anno di pubblicazione dell'ultimo volume della Récherche, ma non fu Proust a darlo alle stampe, perché Proust morì nel 1922.
Questo per la precisione, ma non vorrei che questi esercizi di tetratricotomia facessero perdere di vista il nòcciolo dell'articolo di Leonardo Colombati.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.11.05 11:08
