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08.11.05

Helikopter-Quartett

di giuliomozzi

[Questo articolo è apparso nell'ultimo numero di Medicine Show, la rivista musicale più cialtrona d'Italia (scaricabile gratuitamente). gm]

karlheinz_stockhausen.JPGNel 1991 Karlheinz Stockhausen ricevette una commessa dal Festival di Strasburgo. Si trattava di scrivere un pezzo per il Quartetto Arditti.
«Feci un sogno», dichiarò successivamente Stockhausen. «Vidi e sentii i musicisti del Quartetto che suonavano dentro quattro elicotteri in volo. Nello stesso tempo vidi, a terra, molta gente seduta dentro una sala fornita di materiale per la riproduzione audio e video; e altra gente all’esterno, raccolta in una grande piazza. I musicisti eseguivano per la maggior parte del tempo dei trèmoli che ben si armonizzavano con i timbri e i ritmi delle pale degli elicotteri, che diventavano così quasi degli strumenti musicali».
Io ho sempre pensata una cosa, di Karlheinz Stockhausen: e cioè che dev’essere completamente pazzo, o giù di lì. Non trovo che sia una cosa da pazzi decidere di scrivere un doppio quartetto per quattro musicisti (due violini, viola, violoncello) e quattro elicotteri. Trovo che sia una cosa da pazzi motivare la decisione di scrivere un tale doppio quartetto dicendo, in sostanza: «Me lo sono sognato» e «Mi piace il suono delle pale e dei motori: è così languido!…».

Personalmente sono in attesa di qualcuno che si decida a scrivere un pezzo per freni di treni e banda militare. Qualcuno mi dirà che pezzi musicali per freni di treni e banda militare ne sono stati eseguiti moltissimi, dall’invenzione del treno a oggi: e invero anch’io ne ho sentiti eseguire, le poche volte che Buone Autorità si sono degnate di raggiungere in treno la mia cittadina. Ma, come avrebbe detto Edgar Varèse, c’è una differenza tra il suono come viene viene, e il «suono organizzato».

Si può discutere su che cosa «organizzi» il suono. John Cage diceva ai musicisti di farsi una passeggiata nella campagna, e di suonare quanto e quando ne avessero avuta voglia: e questa, a lui, pareva una «organizzazione del suono» più che sufficiente e del tutto rispettabile. Quand’ero chierichetto facevo a gara per essere ammesso a suonare le campane: ci appendevamo alle corde in tre o quattro, buttandoci da un soppalco, perché le campane della chiesa di San Martino in Sottomarina di Chioggia erano belle grosse, e noi tutti leggerini. Ci buttavamo, ci aggrappavamo, rovinavamo in terra, ci arrampicavamo di nuovo sul soppalco: se non è «organizzazione del suono» questa, voglio dire, che cosa lo è?

Qualche giorno fa, sugli Appennini, ho sentito uno scampanio. Dopo un poco mi sono accordo che era uno scampanio di quelli di una volta: niente motorini, niente carillon, ma semplicemente le campane tirate con le corde. Tutta un’altra faccenda. Tutta un’altra «organizzazione del suono». I carillon, confesso, non li sopporto tanto. Il bello delle campane (me lo diceva anche, tanti anni fa, la signora Osanna Brustolon, che dal padre aveva ereditata non solo la fonderia e un nome impegnativo, ma anche la passione) sta proprio nello sfasamento. Il suono delle campane viene «organizzato» dal lavoro del corpo di chi le suona (oltre che dalle caratteristiche fisiche delle campane, del campanile ecc.), non da un progetto preciso circa la sequenza di note da emettere.

Ma parlavo di Stockhausen. Sì, certo, avrà pensato che i trèmoli degli archi armonizzavano bene con il rotare delle pale. Fattostà che la possibilità di «organizzare» il suono in senso tradizionale (cioè stabilendo, almeno all’incirca, quali suoni – e gruppi di suoni, e sovrapposizioni di suoni – dovessero essere emessi, e in quale sequenza, e da quali direzioni) in una situazione come quella da lui «sognata», e per quanto lui sia bravissimo a darsi da fare con microfoni e altoparlanti più o meno direzionali: be’, sembra pochina.

Un mese e mezzo fa, a Vienna, in quello che mi è sembrato il negozio di dischi più fornito del mondo (e magari non lo è, e magari a New York c’è una cosa tale che questo qui di Vienna al confronto sembra un cesso, ecc.), ho trovato un cd con la testimonianza di quella che è stata, se ho ben capito, l’unica esecuzione della faccenda (ripetuta tre volte in un giorno, il 26 giugno 1995). Trentuno minuti e quarantotto secondi di musica violinelicotteristica della migliore qualità. Io non saprei descriverla. Immaginate, semplicemente, quattro elicotteri in volo; quattro suonatori a bordo, uno per elicottero; una telecamera a bordo di ciascun elicottero, che riprende il suonatore (sistemata in modo che, attraverso i vetri della cabina, alle spalle del suonatore si veda la terra); e naturalmente microfoni (tre per elicottero) e tutto quel che serve.

Immaginatevi poi di essere in una sala da concerto. Nella sala non ci sono i suonatori (sono a bordo degli elicotteri), ma ci sono altoparlanti e schermi. Voi potete ascoltare la musica, che naturalmente è mescolata ai suoni dei motori e delle pale degli elicotteri, e vedere i suonatori. Se non avete trovato posto nella sala da concerto, potete stare fuori, nel piazzale: dal quale potrete osservare i quattro elicotteri in volo sentire la musica diffusa da appositi altoparlanti (oltre al rumore, in diretta, degli elicotteri).

Dice Stockhausen: «Dall’inizio alla fine dell’esecuzione, i quattro elicotteri descrivono dei cerchi dal diametro di circa sei chilometri sopra il luogo dello spettacolo, variando individualmente l’altitudine del volo. Devono sforzarsi di volare a un’altezza tale che il rumore delle pale direttamente percepito dal pubblico sia molto meno forte di quello ritrasmesso dagli altoparlanti – o, meglio ancora, che non sia percepibile del tutto». E ancora: «L’opera è integralmente strutturata al decimo di secondo. A bordo degli elicotteri, gli interpreti possono sincronizzarsi grazie alla ricezione via casco di segnali di misura [clic]. I quattro musicisti suonano per lo più dei trèmoli, eseguendo dei glissandi che si sovrappongono; sono stato pertanto obbligato a usare quattro diversi colori per identificare i percorsi rispettivi delle linee di altezza e delle curve, per una migliore comprensione delle traiettorie melodiche».

Non so. La verità è che non so che cosa dire di questa musica. Sono semplicemente stupefatto da questo: che Stockhausen è riuscito a immaginarsi la cosa, a realizzarla, e a farne cavare addirittura un cd e un piccolo film (che, naturalmente, sto cercando di procurarmi). E la musica è bella, accidenti, c’è poco da dire: l’ascolto e la riascolto, e la sostanza è tutta qui: è bella.

La domanda è: che cosa è un genio? La risposta è: colui che fa ciò che vuole.

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Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 08.11.05 15:01

Interventi

e ciò che fa è bello

Pubblicato da: fabrizio venerandi - 08.11.05 18:32

Mmmmm, bello non saprei, incosueto sicuramente, interessante anche di piu'
Non sapevo che esistesse anche un filmato della cosa, mi sa che dovro' procurarmelo...

D.

Pubblicato da: D. - 09.11.05 09:08

Se fosse una cosa interessante si diffonderebbe da sola, non trovi?

Pubblicato da: plinio - 09.11.05 10:05

io credo che un artista segua un proprio percorso individuale i cui presupposti e le cui finalità sono (probabilmente) chiare nel suo fare produttivo: da questo punto di vista il problema della diffusione spontanea diventa un problema se il fine del prodotto era quello di essere diffuso, in che termini e soprattutto tra chi. le cose interessanti si diffondono da sole tra coloro che in qualche modo, consapevolmente o meno, condividono o comprendono il percorso di cui sopra.
se il percorso non è -per scelta o per fortuna- un percorso di massa, la diffusione sarà differente da quella dell'ultimo disco di eros ramazzotti.

Pubblicato da: fabrizio venerandi - 09.11.05 10:19

si, scusa, non intendevo questo. condivido pienamente il tuo discorso. Penso sia essenziale che esistano percorsi paralleli. ho semplicemente sbagliato a postare

Pubblicato da: plinio - 10.11.05 12:32

Il video del concerto è stato trasmesso qualche settimana fa da Cult (su Sky), nell'àmbito di un'intervista al compositore. Il cd non ne è la registrazione, il pezzo è stato rifatto in studio.

Pubblicato da: Andrea Raos - 11.11.05 13:07

Dici, Andrea? Da ciò che ho letto nel libretto annesso al cd (che non ho qui sottomano: sono fuori casa; lunedì controllo), mi era parso di capire che fosse una registrazione d'epoca.

Pubblicato da: giuliomozzi - 11.11.05 14:08

Anche in questa recensione si fa intendere che lo spettacolo sia stato riversato in cd:
http://www.orfeonellarete.it/recensioni/cd.php/idcd=00145

Pubblicato da: giuliomozzi - 11.11.05 14:11

Mentre nel sito ufficiale di Stockhausen, giustamente, si spiega tutto com'è (cioè come dici tu, Andrea). E così adesso mi tocca anche spendere 55 dollari per acquistare la registrazione del concerto originale...
http://www.stockhausen.org/heli_mp3.html

Pubblicato da: giuliomozzi - 11.11.05 14:22