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19.11.05

Chi ha paura di Thomas Hardy?

di Bartolomeo Di Monaco

Hardy.jpgIeri la postina mi ha consegnato l’ultimo Stilos, 8 -21 novembre 2005, (mi pare che il periodico letterario non abbia numerazione). L’ho aperto, scorso in molte parti, ma la sorpresa piacevole è stata quella di leggervi un articolo di Barbara Pasqualetto dedicato a Thomas Hardy, in particolare al suo breve romanzo Una romantica avventura, pubblicato quest’anno da Sellerio. Per la verità, l’editore palermitano aveva già fatto uscire l’opera di Hardy nel gennaio 1994, nella collana “Il castello", con la stessa immagine di copertina (Assia Noris nel film omonimo di Mario Camerini), ma in un formato più grande e in un numero di pagine conseguentemente ridotto a 122. Non si tratta, quindi, di una novità in assoluto ma, se potessi, darei ugualmente un premio alla Pasqualetto per aver ricordato a tutti noi uno degli autori più importanti della letteratura di tutti i tempi, non solo quindi “dell’età vittoriana", di cui si parla sempre troppo poco.

Il mio incontro con Hardy risale al 1975 e ne rimasi subito affascinato. È suo uno degli incipit che ritengo più riusciti, e appartiene a Vita e morte del sindaco di Casterbridge, del 1886: “Una sera, sul finire dell’estate, prima che il nostro secolo avesse raggiunto il trentesimo anno, due giovani, un uomo e una donna, che portava in braccio una bambina, s’avvicinavano a piedi al borgo di Weydon-Priors, nel Wessex Superiore. Erano vestiti con semplicità, ma non male, sebbene la densa polvere accumulata sulle scarpe e sugli abiti, evidentemente durante il lungo viaggio, desse ora al loro aspetto un che di frusto che non gli tornava certo di vantaggio." (trad. Luigi Berti). Quando iniziai a leggere questo incipit era il 27 aprile del 1975, e terminai il romanzo il 10 maggio. Poche settimane prima, il mattino del 1 marzo avevo finito di leggere Via dalla pazza folla, che è del 1874. L’11 maggio cominciavo Tess dei D’Urberville (1891), che terminai il 28 giugno. Il 6 luglio sarà la volta di Giuda l’oscuro (1895), finito di leggere il 18 agosto.
Tra Via dalla pazza folla e Vita e morte del Sindaco di Casterbridge, lessi Il ritorno del nativo, del 1878. Dunque: credo di poter legittimamente celebrare i miei “primi" 30 anni dal fortunato incontro con questo grande artista, di cui, debbo confessare, mi resta ancora da leggere il grande affresco disegnato in Nel bosco, che è del 1887.

In realtà, si dovrebbe stare alla larga da uno scrittore come Hardy, che ha della vita una concezione tragica come pochi altri, e forse nessuno dell’età contemporanea. A mio avviso, bisogna risalire ai grandi tragici greci come, ad esempio, Sofocle, Euripide e Eschilo, per ritrovare una cupezza che le assomigli. Il destino non è mai benevolo in Hardy. E nemmeno indifferente, come taluni credono, alla presenza dell’uomo. Anzi, si compiace di studiare tutte le trappole possibili per disseccare sul nascere ogni germoglio di ottimismo e di felicità. C’è sempre un momento di distrazione nella vita dell’uomo; ebbene in quell’attimo - una specie di orrido buco nero - il destino insinua il suo inganno devastatore e da quell’istante tutto ciò che può rappresentare il delirio e la miseria dell’esistenza si rovescerà addosso ai personaggi, che si riveleranno tanto fragili quanto privi di volontà. Succede in Via dalla pazza folla al ricco fittavolo Boldwood, innamorato della bella Batsceba, al quale un violento temporale distrugge la fattoria e alla sventurata Fanny che avrebbe potuto sposare il soldato Troy, se non si fosse recata il giorno delle nozze nella chiesa sbagliata. O al sindaco di Casterbridge Michael Henchard che, a seguito di una ubriacatura, vende al mercato moglie e figlia, e ne pagherà la colpa fino ad arrivare a scrivere quel suo terribile testamento: “Che non si dica nulla ad Elisabeth-Jane Farfrae della mia morte per non arrecarle dolore; che non mi si seppellisca in terreno consacrato; che non sia chiamato il becchino a sonar la campana; che nessuno veda il mio cadavere; che nessuno accompagni il mio funerale; che non sia piantato alcun fiore sulla mia tomba; che nessuno si ricordi di me."
E non vi fa rabbia la lettera di Tess che va a finire sotto lo zerbino, dimodoché il fidanzato, alla vigilia delle nozze, non la trova e non può leggervi la sua generosa confessione, ossia che era già appartenuta al cugino? In Hardy c’è la ferma convinzione che sull’uomo incomba un destino, un mostro, che lo dileggia e si accanisce a umiliarlo e a smascherarne la nullità. Ciò che capita anche a Jude, infatti, dopo che troppo precipitosamente ha sposato Arabelle. La orribile fine dei suoi tre bambini, e la solitudine desolata in cui trascorre gli ultimi giorni della sua vita, sono quanto di più angoscioso si possa trovare in letteratura, degno della Medea di Euripide.

Che cosa, allora, ci attira di questo tragico narratore?
La sua capacità di irretirci, la sua scrittura, che inanella cerchi concentrici fino a trasformarli in una punta acuminata che incide la nostra anima; la natura che partecipa muta e onnipresente ai giochi perversi del destino. La natura ha in Hardy un ruolo fondamentale: essa, attraverso gli ampi e misteriosi, cupi, paesaggi della brughiera dà testimonianza della piccolezza e vulnerabilità dell’uomo, il quale appare sempre come uno sperduto camminatore, mai sicuro della propria meta, e anche nei momenti in cui sembra che la felicità lo possieda, egli porta dentro di sé l’ombra spettrale dell’annientamento. L’uomo è sorretto soltanto dalla propria fragilità, dunque, in modo tale che egli, nel momento in cui crede di essere arrivato, crolla precipitosamente, senza poter opporre nemmeno una minima resistenza. La natura diventa così una complice e fascinosa protagonista del dramma dell’uomo. È per suo tramite, infatti, che riusciamo a leggere la maschera tragica dipinta sul volto dei personaggi. I silenzi della brughiera sono i lamenti della nostra anima. L’erica, che come un tappeto sterminato ricopre la brughiera, assume l’inquietante valore di una vita contorta, aspra, dove la lusinga di una bellezza e di una felicità durature si scontra con l’aridità di una terra che non sa produrre se non piccoli arbusti.
Se è vero che amo altri scrittori di pari grandezza, quali Dickens, Zola, Balzac, è vero anche che nessuno di questi sa trafiggere come Hardy non il cuore ma quello spirito che patisce e si umilia dentro ciascuno di noi. La scrittura di Hardy, ossia, è, per il nostro spirito, strumento per la scoperta di quella parte buia della nostra esistenza, a cui non sappiamo dare un nome e un volto, e che ci fa sentire degli esseri dispersi in una immensità mostruosamente schierata contro di noi.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 19.11.05 07:43