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11.11.05
Carlo Alianello: L’eredità della Priora (1963) /2
Parte Prima. Parte Seconda.
Dopo Gerardo e Andrea, è un amico di quest’ultimo, Ugo Navarra, “primo tenente dell’esercito del Re", ad occupare la scena. Ha l’animo del poeta, imbevuto di classici, conosce il latino e ogni tanto cita qualche autore del passato, come Orazio, nativo di quelle parti. Sono, i tre, personaggi che rappresentano altrettante sfaccettature di quella guerra che si oppone al cambiamento, e reclama il diritto a perseverare in una condizione e stratificazione sociali consolidatesi nei secoli: perfino in quei miti e in quelle superstizioni che si perdono nella notte dei tempi, come quella che coinvolge Ugo, il quale, avendo baciata la moglie di Carmelo, Maria Palumba, quando questi era disteso morto sul letto, per ciò stesso viene considerato dalla donna “Marito mi sei, perché mi hai baciato avanti all’uomo mio morto e sulla tua bocca io ho accolto il suo respiro e sulla bocca tua isso m’ha ditto addio. Poi t’ha ripurtà a me, cca, al posto suo, nel letto dell’amore, pé sempe." Sono scandagli significativi coi quali l’autore riesce a farci entrare nello spirito di quel popolo considerato di straccioni, ma che conserva, più dei signori, il peso e l’orgoglio di una storia millenaria.
Anche Ugo quindi si trascina dietro di sé una figura di donna, Maria, come già avevano fatto Gerardo con Juzzella e Andrea con Isabellina. Queste donne, soprattutto Juzzella (“teneva la testa bassa col mento sul petto e rispose sussurrando quasi, ma la voce era ferma, ostinata: ‘So’ asciuta perché non voglio essere più la serva di nisciuno.’") e Maria (“gli cantilenava nenie di consolazione o di sortilegio perché lui s’addormisse"), incarnano più degli uomini l’anima del sud, nel suo essere, piuttosto che rassegnata, strumento del destino, e per ciò stesso mai piegata, mai vinta; orgogliosa e forte. Esse sono le più somiglianti alle descrizioni di una natura aspra, vibrante di superbia e di solitudine, con le quali Alianello non manca di punteggiare la sua storia: Juzzella ha “un corpo snello, sodo, un senso di vita e di ferinità quasi, che nessuna stanchezza era riuscita a sciogliere o a piegare."; Maria: “Qui soltanto Maria Palumba gli piace, perché anche lei è tutta natura, più delle altre donne che ha conosciute o ha sognate, che pure sono natura, ma immiserita e frivola." Ugo è un liberale; sta però coi borbonici perché i piemontesi gli hanno ucciso la sorella Marietta e il marito Sandrino, una coppia di giovani sposi che il maggiore generale Ferdinando Pinelli, ospite nella loro casa, ha fatto fucilare perché avevano in un cassetto “lu ritratte di Re Francisco e la riggina Sufie, ca don Sandrine e donna Marietta se li erano scurdate là dinto."
Sono troppo più forti i piemontesi e la ribellione di Rionero, Barile, Melfi, Ripacandida, Rapolla, Lavello, Venosa, dura appena “un lungo mese"; presto i capibanda, come Stancone, vengono arrestati mentre tentano la fuga, e non oppongono resistenza: “si sono fatti mettere le manette, ché non han neppure fiatato..." Dirà più avanti Andrea alla Madre Priora: “La rivolta contadina ci può giovare, ma non potrà mai sconfiggere un esercito regolare da sola..." e ancora: “il popolo basso, se nessuno lo tocca, se ne starebbe quieto per altri cento anni." Ma i piemontesi si muovono come vessatori (“Quasi nisciuno dei carcerati sape perché l’hanno messo in corsia."), assetati di denaro e di sangue, rinnegatori e dissacratori di Dio, della religione degli avi, ossia (“Poi c’è stato lu fatto della religione, frati sfratati, vescovi scacciati..."), e allora il contadino, lo zappaterra, quando occorre, sa sparare e combattere anche “senza altre armi che accette e falci".
Sugli errori dei piemontesi contano, infatti, uomini come Gerardo, Andrea e Ugo. Lo spaccato delle lotte che hanno portato all’unità d’Italia viene fuori tutto intero, crudele, esasperato ed implacabile, con le prevaricazioni, le ingiustizie, la ferocia che le hanno contraddistinte, un po’ come sarà per la guerra partigiana portata alla luce, grosso modo in quegli stessi anni, da Beppe Fenoglio nel suo Il partigiano Johnny. Il romanzo di Alianello (che, ricordiamo, è del 1963), in realtà, pur prendendo in esame un periodo storico diverso e più lontano e che riguarda il Sud dell’Italia, ha molto in comune, nell’intenzione che vi è racchiusa, con il capolavoro di Fenoglio. Vi si trova descritta la delusione che ogni guerra, specialmente se fratricida, porta con sé, e come ne “Il partigiano Johnny" ci sono delusione e tristezza per taluni crimini partigiani, nel romanzo di Alianello esse si manifestano nei confronti del comportamento tenuto dai piemontesi: “l’Italia unita l’hanno voluta i letterati. Libertà, eguaglianza, fraternità. Guardatevi attorno e ditemi dove stanno. Voi siete venuti qua come dentro l’Africa selvaggia senza sapere niente e ancora v’ostinate a non voler sapere niente. E avete stabilito che siamo inferiori a voi, soltanto perché siamo differenti." E ciò risveglia l’orgoglio di un popolo antico e nobile: “Noi siamo italici e voi... nu poco ‘e tutte cose... francesi, tedeschi, alpini, magari svizzeri, ma italici no. Abbiamo dormito, è ‘o vero, quanto tempo? Mille anni e più. Embè, ci siamo riposati. La fatica di Roma fu fatica nostra... e mo’ priate ‘o Pataterno che nun ce vulimmo sveglià n’ata vota." Non v’è dubbio che Alianello partecipa e dà voce appassionata a questa fierezza meridionale, mostrando quanto la verità della storia sia sempre unicamente ed iniquamente quella dei vincitori, spesso colpevoli di: “violenze che qui da noi finora nessun soldato del Borbone aveva osato mai." Gli stessi garibaldini sono autori di molte atrocità: “li garibbaldesi se spassavano a nce piglià alla mira, nuie senz’arme, meschini, pé se sfizià a lu bersaglio."
Quando si arriva alla caccia ai fuggitivi da parte dei piemontesi e dei carabinieri, Alianello apre un pertugio, e come ammaliati da uno scenario che non ci aspettavamo di sorprendere, noi lo ascoltiamo raccontarci una straordinaria e tragica storia d’amore, quella tra Ugo e Maria: “Core mio... lu bosco m’ha fatto tradimento... ma tu fuie... vai, vai via..." Ugo e Maria rappresentano il profondo di quanto sta accadendo. Se si odono come in superficie i colpi delle fucilerie, gli assalti tra eserciti e bande rivali, lo strazio dei morti, noi riusciamo tuttavia ad assorbirne la tragicità scomposta, assurda, cattiva, inquieta, odiosa e vigliacca, attraverso queste due figure che sembrano così differenti l’una dall’altra, quasi contrapposte, e invece infiggono la loro natura nella stessa matrice, fatta “di occhi, di occhi fulvi, neri, verdi, che ammiccavano e dal torrente altri occhi balenavano pel cristallo liquido dell’acqua, tra i sassi, dalle rughe dello scoglio.", che altro non sono che la quintessenza misteriosa e imperscrutabile della vita.
A Isabellina Guarna, cugina di Andrea, tocca un ruolo di donna diversa da Juzzella e Maria. Sebbene il padre abbia perso il titolo, è pur sempre una nobile, anche se non ha tutti “i quattro quarti di nobiltà", e, per giunta, ha studiato in Svizzera, a Ginevra. Per Alianello è giunto, dunque, il tempo di presentarci anche questo carattere della femminilità meridionale. È “saputa", Isabellina, e mostra un distacco quasi irritato nei confronti del cugino. Sa che la Priora si è espressa per un matrimonio tra i due, che metterebbe a posto anche le questioni di eredità, che stanno tanto a cuore a don Matteo (“ch’è traditore nato, faccia di Giuda."), padre di Isabellina e fratellastro della Priora, ma ciononostante, anzi proprio per questo, si mantiene sdegnata e altezzosa. Inizia una schermaglia tra i due giovani nella quale Alianello mostra la sua bravura nel saper cogliere gli aspetti più segreti e intimi della femminilità: “Isabellina non disse niente. Scivolò giù dal divano e se ne andò a passetti rigidi, col busto eretto, serissima in volto."; “È una bambina, pensò Andrea; che giuoca a fare la grande donna."; “se sposerò Andrea dovrò sposare anche il suo Dio... E perché no?"
Così noi possiamo, a questo punto, fare una nuova osservazione sulla struttura del romanzo, che è questa: a differenza delle donne protagoniste, che si distinguono tutte l’una dall’altra per sfumature psicologiche, in realtà non così secondarie come parrebbe a prima vista, gli uomini come Gerardo, Andrea e Ugo, soprattutto quando si rinserrano nei loro pensieri, mostrano una uniformità quasi calligrafica, che ne giustifica, peraltro, lo schieramento dalla medesima parte, sia pure avvenuto per motivazioni diverse. Se all’esterno possono tenere comportamenti che paiono differenti, nell’intimo si somigliano come gocce d’acqua.
La storia tra Andrea e Isabellina si dipana senza la forza e l’irruenza delle altre che abbiamo conosciute. È sulla punta del fioretto che si va aprendo un varco tra i due, attraverso il quale, se passano l’ironia e l’abilità di Andrea, da esse vengono a poco a poco scalfite la presunzione e l’arroganza di Isabellina, che ritrova infine nel rapporto con Andrea una fiducia nel prossimo che l’educazione calvinista aveva resa sterile: “le venne addosso una gran voglia, fanciullesca, giuliva, d’entrare sul momento in quel regno dove Andrea vive, di cui vive..."
Su questa capacità di Alianello di tessere l’intimo femminile, leggete la descrizione, tutt’altro che oleografica, che fa della serva della Madre Priora: “s’affacciò una cafona di Avigliano, come indicava la teletta gialla, tesa da due bacchette che quella portava sulla testa. Pareva vecchia, ma forse aveva soltanto passato la gioventù, come appaiono le contadine, dopo la prima figliata, massicce e tozze, se il lavoro della zappa le squadra. Aveva un faccione rosso, bozzuto e diffidente, da can mastino." La donna, che si chiama Apollonia, apre l’uscio ad Andrea allorché si reca a visitare la Madre Priora, che ora vive ritirata nel suo palazzotto (“Ma qui avete rifatto il convento, Madre Priora!") da quando i piemontesi l’hanno cacciata, circa due mesi prima, dal convento. In quel faccione c’è tutto il segreto, il vissuto e l’intimo di questa donna.
Ma se ne possono indicare altre: “C’era anche un gobbo, piccolo, secco, nasuto, che pareva fatto anche lui di ragnateli come quella vecchina che li aveva accolti. Eppoi un omaccione sbracato, ridanciano, dal mostaccio cordiale e nero di barba malfatta. Il gobbo vestiva tutto di nero e da persona civile, mentre l’altro portava il farsetto, i calzoni al ginocchio e le calze bianche dei popolani." Oppure: “Comparve la medesima donnetta che aveva un viso tondo di mela, ma di quelle non giunte a maturazione e già avvizzite, mezze verdi e mezze gialle.", la quale ha “occhi di cane mite".
Alianello sa che il lettore si aspetta l’evoluzione di un rapporto che già aveva intuito sin dal principio tra Gerardo e Andrea, suo superiore. Saranno amici per la pelle? Diventeranno rivali? E cosa fa? Fa incontrare le loro donne: l’aristocratica e presuntuosa Isabellina e la popolana, istintiva Juzzella. Gerardo, tornando a casa, un giorno trova Juzzella “seduta a terra, come una cagna, che strillava e singhiozzava perché voleva l’ingegnere suo..." I baroni Rovecchia, che l’avevano mantenuta in casa loro, a Melfi, sono stati arrestati dai piemontesi, e così Juzzella è fuggita andandolo a cercare, a piedi, fino a Potenza, e chiedendo di essere ospitata da lui. Ma la padrona, vedova, è gelosa e non vuole altre donne in casa sua, e allora Gerardo chiede ad Andrea di prenderla nel suo palazzo, dove vive anche Isabellina. Alianello tenta l’impresa, dunque, di un confronto al femminile assai più stimolante di quello tra gli innamorati delle due donne: “Juzzella s’era alzata e guardava quella signorina che le parve bionda, così fine, così diversa, con un sguardo lungo e dubitoso, dove non c’era ostilità, ma diffidenza sì." Si resta stupiti dal comportamento di Isabellina, la quale, scalfita nella sua rigida personalità dall’amore per Andrea, “le infilò un braccio sotto il suo." Nella casa, come si sa, vive anche la Madre Priora, che ne è la padrona. Tocca a lei di decidere se accogliere o meno la ragazza. E mentre sono presso la monaca, e Juzzella proclama la sua determinazione di non lasciare più Gerardo, nonostante che la sua presenza rappresenti un pericolo per lui, ricercato dai piemontesi, Isabellina “Guardava Juzzella e si riconosceva in lei: quel grido di donna ferita è anche il suo grido che finora ha tenuto nascosto e compresso."
È, dunque, l’amore furioso, caparbio di Juzzella che entra nel sangue di Isabellina e si fa, per miracolo, tenero, tremebondo e spalanca alla superba Isabellina le porte di un mondo nuovo e radicalmente diverso da quello in cui aveva vissuto fino ad allora. Si tratta di un passaggio notevole, che si insinua, pur in mezzo al pianto e alle grida di Juzzella, dentro il silenzio che sempre accompagna il contatto tra due anime, passaggio che si ripeterà con maggior forza la notte che le due dormiranno una vicina all’altra.
Qualche debolezza romantica (che compare, in realtà, anche in altri punti del romanzo), non ne riduce peraltro la valenza, che resta superlativa.
Ma Isabellina non è Andrea. La sua apparente fermezza è in realtà insicura e fragile. A cospetto di Andrea, paga lo scotto di una educazione formatasi lontana dal mondo. Deve maturare ancora, fare molta strada.
Con tale immaturità si confronta duramente Andrea che, in questo scontro, mette in risalto una differenza, prima nascosta, tra lui e Gerardo. Quest’ultimo è deluso dall’andamento della guerra, trova che i suoi capi sono indecisi e ambigui. Non vuol restare a Potenza, diventata troppo pericolosa per lui, e desidera far ritorno a Napoli. Lo confida ad Andrea e lo prega di salutare per suo conto Juzzella, “che si trovi un bravo marito che le dia tanta felicità, con la protezione della Priora e... digli che le ho voluto bene..." Se ne fuggirà travestito da frate, dopo che ha ucciso due carabinieri. Quell’uccisione, in realtà, lo riporterà al suo dovere di combattente.
È solo un momento di sconforto, quindi, in Gerardo, più sanguigno, più istintivo e quindi più vulnerabile, che manca in Andrea, il quale è consapevole e determinato nella sua scelta (Gerardo si sente più mercenario che idealista: “Io me ne fotto. Io nun tengo da pensà a niente. Non voglio che un’idea grande mi diventi tra le mani un fatto di sangue. Questo lo lascio ai fanatici. Io sono soldato mercenario."). Pur essendo di estrazione nobile, Andrea non accetta che la povera gente sia vessata e fucilata perché “Non hanno voluto che il loro campo fosse devastato, le loro donne fossero violentate, i loro beni rubati in nome dello stato". A Isabellina, che non si prova nemmeno a capirlo, lui scrive che resta a combattere “perché termini questo omicidio di tutto un popolo, uomo per uomo, minuto per minuto."
È un passaggio che crea ora una gerarchia tra i tre uomini che abbiamo incontrato: Ugo, quindi Gerardo, quindi Andrea, che diventano come le tre facce di uno stesso protagonista.
Toccherà a Gerardo mostrarci la battaglia sul torrente Volina - descritta minutamente, e con mano sicura, da Alianello - tra i piemontesi e l’esercito degli straccioni comandati da Crocco, “alto, grande, col dorso nudo e i potenti muscoli guizzanti.": “I piemontesi erano già arrivati alla sponda opposta del torrente. Ogni dieci passi, facevano ginocchio a terra, sparavano con calma, mirando accuratamente, poi si levavano su e ricominciavano la marcia."; qua invece siamo nel campo dei borbonici: “Passava sul loro capo un turbine di piombo; le pallottole fischiavano finché non trovassero un bersaglio qualunque, albero, terra, carne d’uomo. Tagliavano ramoscelli, sfrondavano frasche, si configgevano nei rami più grossi che ne tremavano e restavano così vibranti per un po’ e ne veniva giù una pioggia di rametti, di foglie, di bricioli di corteccia."
Juzzella, l’abbiamo lasciata in casa della Priora. Viene a sapere che il suo Gerardo, che ha ucciso due carabinieri, si è rifugiato nel campo di Crocco ed ora è ricercato dai piemontesi, che vogliono fucilarlo. Per lei è l’occasione per sentirsi la donna di Gerardo, una brigantessa a fianco di un brigante: “E già si vede, con la pistola alla cintola, la carabina a tracolla, galoppare sul suo ginnetto, a fianco di Gerardo per burrati e valloni; coricarsi con lui nei cespugli, preparargli le armi e far l’amore sempre, mangiando e bevendo, al sereno sotto il cielo grande, o in fondo a una grotta o nel fitto di una foresta."
È il momento in cui la figura di Juzzella cresce e si eleva sulle altre che abbiamo incontrate: Maria e Isabellina. Lo stacco si ha nel momento in cui fugge da quella specie di “quasi convento, un mezzo convento", “’o cunventino", che è diventato il palazzo della Priora. Non ha incertezze o paure, Juzzella (“impaurita e subito senza paura, disperata e con una speranza nuova nata a quel punto."), come, tra gli uomini protagonisti, non ne ha Andrea, che sa sempre trovare, ricorrendo alla sua formazione di soldato (“Il tradimento non è il suo forte e neppure la furberia"), una risposta ai suoi dubbi, tra i quali: “che me ne faccio di me?", e infatti, se si eccettui la sorte di Ugo e Maria, sarà il solo di cui, insieme con Isabellina, conosceremo il destino. La determinazione di Juzzella è il risultato della selvatichezza del suo amore. I suoi istinti sono legati alla terra, più di quelli di Gerardo; la sua poesia è grido e lamento insieme della natura, più che in Ugo e in Maria. Arrestata, viene presa in casa di un piemontese, il delegato don Firmino Rua, come serva, ma soprattutto per profittare della sua bellezza. A Gerardo “Sta femmena gli sta mettendo nu cuofano ‘e corna con don Firmino ‘o delegato!", “non ne può più di stare lontana da Gerardo e di questo schifoso che se la tiene per sua puttana e lei neppure lo capisce quando parla." Sono le tappe di un cammino acerbo, duro, ma forte e deciso: “Vuoglio í addò Gerardo mio, vuoglio Gerardo mio, Gerardo!" e ancora: “Tutto è mieglio della luntananza..." e leggete questa confessione che fa a Isabellina: “Ah! signoria! Gerardo mi fiorisce in corpo come na rosa, a me..."
Anche se poi la vita non è d’accordo, vedrete, coi suoi propositi.
Alianello ferma la sua guerra alle porte di Potenza, quando i reazionari sono dati ormai per vincitori. Tutto è pronto per accoglierli. Ma non arrivano. Andrea li attende invano con la sua terza compagnia pronta a sostenerli. Ma quella vittoria non piaceva al brigante Carmine Donatello Crocco, ecco perché non arrivano. A lui della politica interessava poco. Interessava il suo avvenire, e se i reazionari avessero vinto, prima o poi si sarebbe fatta la secessione e il Sud si sarebbe separato dal Nord, e i borbonici di uomini come Crocco non avrebbero saputo più che farsene. “E chi sarebbe tornato a comandare? I signori, i nemici eterni, che vogliono l’ordine per godersi in pace la proprietà. E della sua rivoluzione, quella delle pezze al culo, che ne sarebbe avvenuto? Finita, morta, schiacciata dai gendarmi e dai soldati la rivoluzione dei poveri. Sarebbe ricominciata quella dei ricchi." Perciò convince i capibanda a rinunciare alla presa di Potenza e si vende al nemico, patteggiando la prigione contro la morte.
E così, ci fa intendere Alianello, la grande storia è passata attraverso questo piccolo, sconosciuto brigante.
Sarà l’intuizione della Priora (“Era una che vedeva più lontano") a tentare, invece, attraverso il lascito della sua eredità, di costruire un ponte per cancellare gli orrori della guerra civile e unificare tra loro vinti e vincitori.
Una considerazione particolare, infine, va fatta sui molti vocaboli insoliti, ma estremamente felici, di cui Alianello cosparge come gocce di profumo il romanzo: ammontonato, mence, interito, stramazzo (per giaciglio), ammartenati, springava, attorceva, sconocchia, tonfano (per pozza d’acqua), bruttare, pacchebotto a vapore, indolito, appetare, sfessata, abballinata, chiercuti, appaura, grifo, scandolezzato, per fare qualche esempio.
Un bel libro, dunque, ingiustamente dimenticato e da recuperare. E certamente, per le crude verità, scomodo a tanti.
(fine)
(Da Quarantatre letture – Il Sud nella letteratura italiana contemporanea, Marco Valerio Editore, 2005)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 11.11.05 07:08
Interventi
Non ho letto il romanzo di Alianello. Anzi, ne ho appreso attraverso le Quarantatre Letture. Abbastanza per farmi un' idea, non tanto per fromulare un giudizio . Epperò la rivolta di un certo Sud post unitario mi ricorda l'attuale sedizione parigina. Anche qui, come allora, un'umanità ghettizzata - gli immigrati di seconda e terza generazione come il Mezzogiorno risorgimentale- e soprattutto l'identica risposta di uno Stato incapace di comprendere i bisogni o - peggio ancora- non disposto a esaudirli. Il coprifuoco e la impaurita repressione francese (il divieto di assembrarsi sugli Champs Elisèe non si spiega se non come cieca fobia) ricordano la lotta - pur doverosa- di un'Italia ugualmente prefettizia ed estranea a se stessa.
Le analogie terminano qui. Colpisce, infatti, di quel Sud lontano e polveroso l' appoggio di una certa borghesia illiberale al brigantaggio, inteso come innesco di un'improbabile restaurazione. Vengono allora in mente le simpatie di un certo sicilianismo per Pisciotta e Giuliano, le sottili - e remunerative - connivenze del mondo professionale con mafia, kamorra e 'ndrangheta. A riprova che una fetta di borghesia meridionale( a parer mio minoritaria) ha pratiche antiche con la teppa assassina.
Pubblicato da: Carlo Capone - 12.11.05 13:21
e. c. 'ricordano la lotta al brigantaggio di un'Italia ugualmente prefettizia ed estranea a se stessa'.
Pubblicato da: Carlo Capone - 12.11.05 13:33
Quello che mi ha colpito nel romanzo di Alianello è la denuncia aperta dei crimini compiuti dai Piemontesi. Si sapeva già della collusione tra borbonici e brigantaggio, ma questa collusione del brigantaggio poi si sposta a favore dei Piemontesi, come dimostra il comportamento di Crocco.
Ho trovato un parallelo, a mio avviso interessante, tra quanto denuncia Alianello a carico dei Piemontesi e quando denuncia Fenoglio a carico di alcuni gruppi partigiani.
Vedrò di postare la mia lettura de Il partigiano Johnny, fra non molto, per confrontare le due letture.
Se posso darti un consiglio, leggi I fuochi del Basento di Raffaele Nigro, un romanzo che tratta grosso modo lo stesso periodo.
Grazie, Carlo.
Un caro saluto.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.11.05 21:42
bartolomeo
qualcuno ha parlato di "pulizia etnica" perpetrata dai piemontesi nei confronti dei "cafoni" del sud in rivolta. ci sono foto che ritraggono soldati sabaudi posare per una foto con le teste tagliate dei briganti o con tutti i cadaveri messi in bella mostra ritti come in posa.. piu in generale va condannata la spoliazione di ogni risorsa presente nell ex regno delle due sicilie di risorse economiche compreso lo svuotamento delle riserve bancarie. il sud paga ancora oggi anche quei fatti. per cui ancora oggi viva alianello
melpunk
Pubblicato da: melpunk - 12.11.05 22:25
Melpunk, spero che tu sia riuscito a compiere la faticaccia di leggerti il lungo pezzo su L'eredità della Priora, gran libro.
Nella prima parte sono riportate le parole di Madame, la tenutaria di un bordello di lusso, che ce l’ha con Garibaldi e i piemontesi, che si son portati al Nord tutte le ricchezze e il denaro: “Voi sapete che l’oro che noi tenevamo prima della guerra nei due Banchi, di Napoli e di Sicilia, era il doppio e più di quanto ne possedevano tutti gli altri stati d’Italia messi insieme”.
Anche ne L'Alfiere e ne I soldati del Re, Alianello mette in evidenza questa triste spoliazione del Sud. Alianello va apprezzato, inoltre, per lo stile, davvero di gran pregio, secondo me. I suoi romanzi dovrebbero essere ristampati.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.11.05 23:00
certo, bartolomeo, certo. mi appassionavo a una questione per me "viva". saluti
melp
Pubblicato da: melpunk - 13.11.05 01:06
L'eredità della priora, sette puntate in due DVD.
Tutti gli appassionati di Brigantaggio possono richiedere il rarissimo sceneggiato contattando g.padula@email.it
Pubblicato da: Giancarlo Padula - 15.12.05 22:33
ATUTTI GLI APPASSIONATI DI STORIA D'ITALIA E BRIGANTAGGIO. RICHIEDETE L'EREDITA' DELLA PRIORA, A: g.padula@email.it
Pubblicato da: Giancarlo Padula - 25.12.05 11:31
...questa fa parte di quella storia che i testi ufficiali continuano a negare o non menzionare, ma i veri meridionali questa storia non la possono rinnegare, omore a chi difese la nostra Terra unita nei suoi confini geografici per ben 8 Secoli, disonore per chi ci ha invaso ed imposto bandiere usi e costumi non nostri.
Per chi volesse questo film in formato divx come "Bronte - cronaca di un massacro" di Florestano Vancini e "Li chiamarono...Briganti" può scrivermi all'e-mail suditalia@libero.it
Pubblicato da: Luis76 - 28.01.06 12:27
Carlo, ti consiglio di visitare i siti www.eleaml.org e brigantaggio.net forse ti farai un'idea diversa del fenomeno. La verità è ke le Due Sicilie furono ibùnvase (senza dichirazione di guerra) ed saccheggiate da garibaldeschi e piemontesi...
qlk giustamente ha citato i soldi del Banco delle Due Sicilie, infine sappi che qui si stava sviluppoando un sistema industrial, fa delle ricerche: Mongiana, Ferdinandea, Pietarsa.
Mi contatasse chi vuole lo sceneggiato inq uestione insieme a tanto altro materiale RARISSIMO sul periodo in questione e nn solo
http://stores.ebay.it/emporiogiovani
Pubblicato da: Enzo - 20.02.06 22:36
Il libro di Alianello è un romanzo da far leggere nelle scuole superiori perchè illustra come sia possibile che la storia non sia sempre quella scritta sui manuali scolastici.
lei crede veramente nelle parole Di Alianello?
io credo fino all'unltima parola perchè è impossibile che il popolo napoletano si sia arreso così presto al popolo piemontese.
Ma io le chiedo secondo lei quali siano state le cause del crollo del Regno borbonico?
Pubblicato da: Fabio - 23.02.06 17:28
