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10.11.05
Carlo Alianello: L’eredità della Priora (1963) /1
Parte Prima. Parte Seconda.
Siamo nella seconda metà dell’800. Gerardo Satriano ha le mani inguantate; siede al bar, si preoccupa di non aver in tasca abbastanza soldi per pagare il conto, quando lo avvicina un vecchio amico, Massimiliano (Max) Schaub, “non più un giovanotto" e “uno che sa il fatto suo." Ce li hai i soldi per pagarmi il conto? Non devi preoccuparti di nulla, gli assicura Max, piuttosto ti piacciono le polacche? Le femmine polacche?
Comincia così questo romanzo del 1963 di uno scrittore quasi dimenticato (Roma 1901–1981), che ha dedicato molta attenzione alle problematiche del sud Italia, sia con questo libro che, ad esempio, con L’alfiere (1943) e Soldati del re (1952). L’ambientazione è a Napoli e poi, per la parte più consistente, in Basilicata, nella provincia di Potenza, e Alianello farà uso abbondante, non soltanto nei dialoghi, del dialetto napoletano e potentino che, come si vedrà, daranno un saporito profumo ed un vivace colore al suo stile.
Da poco il “Reame" delle Due Sicilie è passato sotto Casa Savoia, ma non tutti hanno accettato l’esito del plebiscito. Max tra questi. La polacca di cui ha parlato con Gerardo è Katia, “‘A iatta", la gatta, una cospiratrice, insieme con altri, che vuole ripristinare il vecchio ordine. Nella sua casa si riuniscono alcuni congiurati, tra i quali il duca di Pepoli, don Carlo Tucco. Trascinatovi per caso, Gerardo a poco a poco viene coinvolto. Gli dirà Max: “Guagliò, qui stiamo giocando con la corda al collo. Non so se ancora te ne sei reso conto." Dialetto e linguaggio popolare, dunque (“lo raccolse quella donna alta che le avevano ammazzato il marito."; “Se dovesse arrivare qualcuno, i cani lo sentono da lontano e guaiolano"; “la Priora continuava a guardarlo un po’ appenata, come se volesse vedergli quello che ci ha dentro."), contraddistinguono lo stile di Alianello, che li fonde in un modulo espressivo di grande efficacia e originalità, in cui si racchiude tanta parte della bellezza del romanzo. Originalità che resta nonostante che Gadda avesse già impresso una svolta decisiva alla libertà dello scrittore con i suoi romanzi maggiori. La cognizione del dolore esce, infatti, nello stesso anno de L’eredità della Priora, ma era già stato pubblicato in parte su Letteratura dal 1938 al 1941, e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana lo aveva preceduto nel 1957 (ma già apparso, sempre su Letteratura, nel 1946-47). I piemontesi lo cercano, Gerardo è rimasto “un borbonico sporco!" Una spiata, e manca poco che non cade nella trappola. Ci pensa il cavaliere don Michele Cataldo, che abita lo stesso pianerottolo, ad aspettarlo nascosto in strada e a dargli l’avviso. I suoi famigliari stanno bene, anche sua madre, ma lui non può tornare a casa. I piemontesi sono lì per arrestarlo. Con Katia va da Madame, la tenutaria di un bordello di lusso, anch’essa tra i simpatizzanti del vecchio regime (“madame è dei nostri: tutta per il Trono e l’Altare"), che ce l’ha con Garibaldi e i piemontesi, che si son portati al Nord tutte le ricchezze e il denaro: “Voi sapete che l’oro che noi tenevamo prima della guerra nei due Banchi, di Napoli e di Sicilia, era il doppio e più di quanto ne possedevano tutti gli altri stati d’Italia messi insieme". Tocca a lei e alle sue allegre ragazze di farlo ritornare, quel denaro: “Qua noi sole salviamo la situazione... Se non ci fossero le cosce delle donne, povera Napoli!"
L’atmosfera che si respira è quella delle cospirazioni segrete, ma anche la mollezza di Napoli si adagia sul lettore nelle lente situazioni che si sviluppano e nei personaggi: “Nella luce, un tavolo, tre sedie e un uomo. Questi era lungo e segaligno, tutto calvo e glabro in viso, fuorché due grosse basette arricciate che gli coprivano le mascelle; dalla fronte spoglia al mento incavato, su tutta la faccia legnosa, ostentava l’espressione annoiata e sprezzante dell’uomo di mondo."
L’uomo, che ha un monocolo all’occhio e sfoggia un abbigliamento eccentrico, è don Alfredo de Curtis, “un mammamia che veste all’inglese. Ora mammamia vuol dire un grosso camorrista." Don Giustino Catello, invece, “una montagna di carne", che ha “un ditone come una salciccia" e “se la dormiva ronfando leggero leggero", che si trova anche lui nel bordello di Madame, lo hanno illuso che, ripristinato il vecchio Reame, sarà nominato nientemeno che “ministro e segretario di stato alle finanze..."; in realtà è un “pachioco, così si chiama a Napoli il balordo che i furbi sfruttano, il quale, per l’ambizione di diventare ministro, ora si lasciava piacevolmente mungere."
Aianello ha già messo in risalto, non solo qui, ma pure in occasioni precedenti (si veda lo stesso Max) il collegamento tra i cospiratori e gli uomini di malaffare, e soprattutto i briganti, che hanno, anch’essi, tutto l’interesse a ripristinare il vecchio mondo, dal quale avevano ricevuto benefici e dove avevano intessuto relazioni consolidate e fruttuose. I piemontesi, secondo loro, stanno impoverendo Napoli: “manco e bastimenti possono sbarcare la merce a Napoli, perché qui ci hanno messo tasse altissime e a Genova no... Nuie pavammo; curnute e mazziate." È sempre don Alfredo che parla, e conclude: “mille volte meglio brigante!" Dirà più avanti il canonico don Vincenzo Stella: “Banditi sì, camorristi no..."
Il brigantaggio, si sa, ha proprio le sue radici nel Sud, generate e alimentate da questo malcontento, connesso all’arrivo dei piemontesi, considerati “invasori".
Gerardo li sente come tali e la parola brigante lo scuote e lo attrae.
Ma prima ancora che la storia prenda l’abbrivo, noi già possiamo misurare di questo autore un talento espressivo che non è facile saper rendere a questo livello. Un esempio piccolo piccolo: “La monaca si tirò appresso l’uscio e volò via, biascicando di sotto il velo, ma il mento irto di verruche e di peli bianchi si vedeva: “Nu mumendo." Quel “si vedeva" a fine proposizione è come la firma del pittore in calce ad un suo quadro.
Oppure: “un po’ di sonno, molto sonno." Leggete questa frase che riassume molte delle qualità particolari della scrittura di Alianello: “La stanza era accogliente: un gran fuoco rombava nella focagna e una luce incerta, riflesso candido di neve, appena appena risicava, forzando l’impannata, di fare lì dentro chiaro."
Gerardo è inviato in missione a Potenza, rifornito di denari, con il grado di capitano dell’esercito borbonico, però lavorerà in incognito con un documento che lo qualifica come “ingegnere delle acque e delle foreste". Ma a Potenza l’autore ci fa incontrare un nuovo personaggio, la cui vicenda si intersecherà con quella di Gerardo, un giovane di trent’anni circa, il barone Alberto Guarna, che arriva nella città anche lui per servire Francesco II. È attraverso la sua visita al convento carmelitano che noi conosciamo per la prima volta la Madre Priora: “Dietro un tavolino e su un seggiolone a braccioli, più rigida dell’alto schienale al quale non s’appoggiava, stava una vecchia suora a guardarlo fisso, con occhio benevolo. Il velo le ombreggiava il viso, ma non glielo copriva, cosicché le fattezze ci apparivano tutte e le rughe anche. Un viso, più che vecchio, antico, ma bello ancora per il caldo pallore, la finezza dei lineamenti, e un certo che di dignità riservata e signorile, d’una pace duramente conquistata forse, ma pace, d’una vita mai incisa da passioni, né sconvolta da errori." Che è descrizione delicata e bellissima. Il suo nome è suor Agnese di Gesù, è un po’ sorda e viene assistita da madre Giovanna di Santa Teresa, di circa cinquant’anni, “ricevitrice nella comunità". Il loro modo di parlare, così come già abbiamo visto in altri personaggi, fonde armoniosamente insieme lingua e dialetto, rimarcando una meridionalità di antiche e profonde radici. Della Priora si leggerà più avanti che era “una santa con tanti difetti."; “na vera capa tosta..."
Come Gerardo, pure Andrea, pure la Madre Priora sono assaliti da continue riflessioni, come se parlassero, in quel momento, a voce alta con se stessi. Una sottolineatura di Alianello per offrirci più di una chiave di lettura dei suoi personaggi, quasi li volesse collocare in una zona fuori del suo dominio. Liberi e più vicini a noi piuttosto che all’autore.
Andrea introduce la devozione e il sentimento religiosi nel romanzo (lo zio-cugino don Matteo, dirà di lui: “Tutto clericume è."), più ancora, e forse più intimi, almeno fino ad un certo punto, di quelli provati dalla Madre Priora, di cui è parente, sebbene alla lontana. La Priora, che – come più avanti farà il canonico Stella nei riguardi dell’indifferenza e del mutismo della Chiesa - non manca di lanciare frecce contro la corruzione del clero (“Sacerdoti veri ne conosco sì e no uno o due"), trova il modo di farlo restare a Potenza, non in incognito e vestito da capraio come si era malamente presentato a lei, ma con il suo titolo e nel suo vero aspetto. La scusa è che i piemontesi fra poco chiuderanno i conventi e lei, zia di Andrea, ha bisogno, ritirandosi nel suo palazzo, che “un congiunto si curi di me." Eppoi, da poco è morto suo fratello Donato (lo troveremo verso la fine con il nome errato di Tommaso), che ha lasciato una appetibile eredità. Perciò è naturale che un Guarna sia venuto a Potenza per “badare ai suoi interessi", visto che “voi siete l’unico mio parente utile". Il fratellastro Don Matteo, ateo, liberale e frammassone, schierato dalla parte dei piemontesi, ma con una odiosa ambiguità, si staglia, infatti, all’orizzonte come colui che lotterà fino in fondo - e lo si vedrà nel momento in cui la Madre Priora si deciderà a fare testamento (“Quella, ci fa l’ultimo scherzo"; “Io mi dovrei rassegnare?") - per assicurarsi tale eredità, che consiste, come dice il canonico don Vincenzo Stella in “qualche masseria, molte difese per il pascolo, greggi, un po’ d’armenti, qualche vigna e qualche casale. È agiatezza, per quel poco che la campagna rende, ma ricchezza no." In realtà, sapremo più avanti che si tratta in tutto di un valore di circa cinquecentomila ducati, “una somma grossa.", e lo stesso don Vincenzo ammetterà: “È un’eredità considerevole in terre, fabbricati, beni mobili e immobili."
La storia passa ininterrottamente attraverso il romanzo, con il suo bene e il suo male, ed anzi ne diviene presto protagonista, più delle vicende dei singoli personaggi, e quando al convento carmelitano si presentano le autorità per prendere possesso, per conto del Demanio, dell’edificio religioso, non possiamo trattenerci dal pensare ai corsi e ricorsi vichiani.
La coralità dell’affresco si allarga proprio nel momento in cui la Madre Priora, ritiratasi nel palazzotto avito, comincia a tessere, quasi invisibile e immota, la sua tela di padrona abituata a comandare. Sarà ricorrendo a lei che spesso i personaggi troveranno una risposta alle loro ansie, incertezze e paure.
Nella stessa casa vive anche il fratellastro don Matteo, che ha una figlia, Isabellina, che “aveva il naso piccolo, dritto, con le narici un po’ aperte, sensibili, e gli occhi cupi, fondi, che guardavano dritto, franchi, ma senza cordialità." La Madre Priora ricorda al fratellastro la sua condizione di figlio nato dal secondo matrimonio del padre (il quale “Figuratevi che avrà lasciato al mondo cinquanta o sessanta figli, un pizzico qua, un pizzico là, per ogni casa del paese. Non qui a Potenza, al paese."), con “la figlia di un cafone", nonché i suoi trascorsi di liberale che avevano indotto il padre a diseredarlo e privarlo del titolo nobiliare.
Ebbene, lei può rimettere in gioco tutto, ossia fare testamento e nominare sua unica erede Isabellina, se questa si accasa. Per esempio: sposando il cugino Andrea, che è barone e può ridarle anche il titolo.
Gerardo, di cui avevamo perso le tracce, intanto è arrivato a Potenza e marcia in groppa ad un “cavallino di Puglia, dal piede agile", in testa a “una truppa di cafoni" che provengono da Ripacandida (da cui discende il ramo baronale di Andrea) e da Avigliano, cafoni che, annota l’autore lasciando un segno degli usi e costumi del tempo, “si riconoscevano dalla differente foggia del corpetto."
Sono i territori e i tempi che saranno esplorati più tardi da Raffaele Nigro e, così, quando leggiamo i nomi dei fiumi Bradano e Basento, riusciamo a rievocare anche le gesta narrate da questo bravo scrittore lucano.
I percorsi di Andrea e di Gerardo, dunque, sono destinati ad incontrarsi.
Ripacandida è una delle prime terre che si ribellano ai piemontesi e innalza di nuovo la bandiera gigliata dei Borboni. A liberarla, come arringa alla “plebe tumultuante" Crocco, un “gigante nero", “alto, massiccio, enorme" “battendosi il petto, sotto la grande barba corvina", è la massa “dei zappaterra", armati di bastoni, falci, pennati, schioppi, accette: “Guagliò, mò fernisce la rivoluzione dei galantuomini e comincia quella della povera gente... Comincia qua, la rivoluzione delle pezze al culo!"
Dovunque arrivino gli zappaterra (“detti anche caini, siccome sono razza maledetta") fanno paura; sono determinati a ripristinare il vecchio reame, convinti che i piemontesi sono venuti al Sud per impoverirli. Del resto, anche tra i liberali, i latifondisti, “i capintesta", i “sopracciò", ossia quelli “che tengono in mano il pane di tanta gente", serpeggia del malumore nei confronti dei nuovi padroni, e qualcuno non è del tutto convinto di essersi schierato dalla parte migliore, dopo che per generazioni la sua famiglia era stata fedele ai Borboni.
Come all’orizzonte di Andrea spunta la figura, non ancora ben definita, di Isabellina, all’orizzonte di Gerardo appare una ragazza delineata magistralmente da Alianello, che subito ci conquista, Juzzella, Juzzella Esposito, “una bella figliola", “bella davvero", la quale fa la serva in casa di don Gennaro Coronato, uno dei maggiorenti più rispettati, un “sopracciò", il quale ne dispone facendola giacere la notte con gli ospiti importanti della sua casa. È per questo motivo che la notte in cui Gerardo è ospite da don Gennaro lei bussa alla porta ed entra nella sua stanza “E senza arrossire, compostamente, cominciò a sciogliersi i legacci del corpetto."
L’affresco che Alianello compone va sempre più somigliando a un grande mosaico le cui tessere sono rappresentate da minimi episodi come questo, quasi sussurrati; non vi si incontra mai il grido, l’asprezza dell’urlo e della disperazione, ma un disegno compiuto con lenti tratti, amati e accarezzati sempre al loro apparire, come al realizzarsi di un desiderio nascosto che prende forma, un sogno che si tramuta e si può toccare grazie alla magia della parola.
Un altro esempio, lo possiamo fare, tra i tanti: il pranzo in casa di don Pasquale Forogna, un maggiorente che ha invitato Gerardo con lo scopo di ingraziarselo, come già aveva fatto don Pasquale, visto il titolo e l’incarico con cui si è presentato a loro. I ritratti dei commensali sono di una fattura squisita e così l’atmosfera che vi regna: “finché giunsero gli antipasti e gli strascinati, ché allora cambiò scena, la cortesia fu messa da parte e la gente riprese ognuno la sua faccia ch’era stizzosa e impensierita. Occupati a mangiare, non si nascondevano più." Più avanti troveremo un altra tavolata ben descritta, allorché i cospiratori borbonici si ritrovano, di sera, sotto la pergola in casa di Roccuzzo Sfregola per organizzare, guidati da don Ciccio Ventura (“che è come il fato, come Dio"), la resistenza ai piemontesi (“Adesso ci tocca fare come prima facevano i liberali.") nonché punire i traditori, coloro che hanno venduto il meridione agli invasori: “di questa mala razza, fossero pure mio padre o mio figlio, non uno ha da sopravvivere."
Si è già detto che dalla scrittura e dai vividi dialoghi è disegnata tutta la meridionalità dei personaggi e dell’ambiente. Basterebbero da soli a darci un’idea assai puntuale e precisa di com’era la vita in quegli anni di fine Ottocento, e di come lo sia ancora oggi da qualche parte. Leggete che cosa dice un servitore a Gerardo: “Gli uomini sono usciti tutti, Eccellenza; e allora chiudono dentro le femmine e gli lasciano il cane."
Al pranzo che Gerardo ha consumato in casa di don Pasquale, “non c’erano donne a far servizio", ma solo uomini, e anche sedute a tavola c’erano soltanto donne anziane, mentre le giovani erano tenute nascoste: “non ne avevano per casa o per prudenza, per decoro o secondo l’usanza, le avevano mandate a mangiare in cucina."
Il lettore che ami circondarsi anche delle atmosfere che palpitano intorno ad una storia, qui trova il suo habitat più rigoglioso e fecondo, tanto da richiamare alla mente romanzi più famosi, come, ad esempio, I Viceré di Federico De Roberto e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di fronte ai quali, tuttavia, la tessitura e la cura che qui vi prodiga l’autore non sono certo da meno, egualmente degne di annotazione.
Le furberie, la codardia, le paure, i voltafaccia dei “gattopardi" di questo lembo di terra lucana, esplodono con l’arrivo dei reazionari. Il popolo assiste impotente, rassegnato dalle ragioni prevaricatrici della storia: “Per la strada la gente era poca; qualche donna sull’uscio col bambino in braccio; una frotta di monelli che correva su e giù, ma frettolosa, senza strilli, come chi si muove ad eseguire un ordine, non a giocare; uomini qua e là coi visi chiusi e con le grinte dure, che pareva bighellonassero, ma si guardavano attorno e improvvisamente sparivano nei vicoli."
Sono pronti tuttavia ad acclamare il vincitore, come a Rapolla, dove arrivano i borbonici: “gran festa di popolo.[...] La gente urlava: ‘A morte i gatti! Morte ai liberali! Viva Francesco II!’" e ad armarsi per ingrossare le file degli insorti: “I cafoni che avevano svaligiato l’armeria della guardia nazionale, avevano tutti il loro fucile a tracolla o bilanciato su una spalla e la giberna coi fregi dei Savoia e le due lettere d’ottone G.N. che gli sbattevano sulle natiche."
Oppure a Melfi: “Morte a Gallibardo!"
Tutta questa esultanza è comunque “l’eco d’una interminabile agonia", giacché si sa che “il nuovo regno d’Italia fino a quel punto non aveva mosso che un minimo della sua vera forza, esercito e gendarmeria, contro la massa sbracata e stracciona dei cafoni che si facevano chiamare reazionari, patriotti o partigiani e la partita vera ancora doveva cominciare".
A Melfi, le strade di Gerardo e di Andrea s’incontrano. Non è la prima volta che si vedono, apprendiamo. Andrea ha il grado di maggiore ed è infastidito dalla troppa confidenza che il capitano Gerardo si prende nei suoi confronti, visto che è un suo superiore.
Comincia il momento delle battaglie, dello scontro tra i piemontesi e l’esercito dei cafoni, che avviene alle porte del paese di Barile. Alianello osserva la scena dalla parte dei cafoni (gli “scutariani, che sono gli abitanti di Barile), alcuni dei quali sono asserragliati nella casa di un cacciatore, Carminuccio. Quando questi, unitosi ai borbonici, viene colpito e muore, il canto funebre ("i guatimmi") della moglie (“quasi bella, come un’immagine antica, prima dei romani, dei greci, forse...") si leva straziante per la casa e reca con sé l’orgoglio e la disperazione della povera gente: “Che te credive, né? Che te credive? Pò vince lu cafone, Carminuccio?"
Stancone, un cafone che ha i gradi di colonnello, spiega ad Andrea, che vorrebbe tenere a freno la truppa sguaiata dopo la momentanea vittoria sui piemontesi: “Se al cafone non gli lasci fare ammuina, stanotte, lui piglia e se ne va. Voi siete un signore e ste cose non le potete capire... Lui, per questo... il cafone per questo combatte e magari ci lascia la pelle... per rifarsi". Alianello è in questo modo, attraverso soprattutto i dialoghi, che ci presenta le ragioni di una ribellione del popolo meridionale al nuovo regno d’Italia.
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 10.11.05 07:17
Interventi
bartolomeo
leggo con calma. comunque, grazie!
melp
Pubblicato da: Melpunk - 10.11.05 09:13
Ne hai facoltà:-)
Domani metto la parte seconda.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 10.11.05 09:26
letto letto bartolomeo. strana sensazione perché rileggere di letture passate porta altrove.
ancora grazie
melp
Pubblicato da: melpunk - 11.11.05 19:33
Grazie a te, melpunk, per il tempo che mi hai dedicato.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.11.05 19:55