« La stagista in casa editrice [6] | Main | Come accalappiare un uomo, come tenerselo stretto e come scaricarlo »
27.10.05
Matilde Serao: Il ventre di Napoli (1884)
Non è un caso che la ristampa datata 2003, per i tipi dell’editore Avagliano, dell’opera della Serao rechi una introduzione dello scrittore Giuseppe Montesano, autore pure lui di un libro che scende nelle viscere della città: Nel corpo di Napoli, pubblicato nel 1999. A distanza di tanti anni, infatti, dall’uscita, nel 1884, del lavoro della Serao, non molto sono cambiate le cose e l’auspicio della scrittrice di vedere sanate le piaghe sociali e civili dell’amata città - poiché, come scrisse alla baronessa Giulia de Rothschild, cui il libro è dedicato, Napoli è: “città mirabile" -, resta ancora un sogno e un forte ideale.
L’opera è il risultato degli articoli che la narratrice scrisse allorché Napoli, proprio nel 1884, era stata devastata dal colera, e la pietà e la rabbia che ella prova nel vedere lo scempio che vi si consuma sono parte essenziale di una ispirazione dettata da un grande amore. Diventa interessante per il lettore ricordare, oltre al libro di Montesano, che ne rappresenta in qualche modo la continuazione più di cento anni dopo, le osservazioni di un visitatore estraneo alla città, quel Renato Fucini, toscano, giornalista e scrittore pure lui che, nel suo Napoli a occhio nudo ci descrive Napoli com’era negli stessi anni (il libro è del 1878, appena sei anni prima). Si noti la coincidenza che il libro di Fucini si compone di nove lettere inviate da Napoli, e il libro della Serao, nella parte scritta al tempo del colera, di nove articoli; ma la coincidenza finisce qui, giacché diverso è il sentimento che ispira i due cronisti, assai più distaccato ed algido quello di Fucini che, quando incontra l’ingiustizia e la miseria che devastano interi quartieri, non riesce a dare alla sua indignazione la profondità e l’intensità, la partecipazione, che ritroviamo invece nella Serao.
La quale non fa mistero della sua irata e tormentata denuncia, attraverso uno stile volutamente eccitato e diretto. Se la prende con il Governo, infatti (“Sventrare Napoli? Credete che basterà?"), che poco ha fatto finora per la città, e che solo in occasione del colera è venuto a visitare alcuni quartieri, ma non i più poveri e umiliati: “Io sono una donna e non posso dirvi che sieno queste strade, poiché ivi l’abbiezione diventa così profonda, così miseranda, la natura umana si degrada talmente, che vengono alla faccia le fiamme della vergogna."
La sua denuncia non è senza proposta. Al governo che si preparava a sventrare Napoli, risponde: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla."
Rispetto al Fucini che annota l’animalità di buona parte del popolo napoletano, la Serao sottolinea che, pur vivendo in ambienti così luridi e contaminati, “non è una gente bestiale, selvaggia, oziosa; non è tetra nella fede, non è cupa nel vizio, non è collerica nella sventura. Questo popolo, per sua naturale gentilezza, ama le case bianche e le colline".
Tutto ciò che fino ad allora era servito a fare di Napoli un contenitore da intrattenimento salottiero, viene dalla Serao “sviscerato", portato in superficie, insieme con la tristezza e con la rabbia che discendono dalla sventura e dall’umiliazione: “Non è dunque una razza di animali, che si compiace del suo fango; non è dunque una razza inferiore che presceglie l’orrido fra il brutto e cerca volenterosa il sudiciume". È una ribellione che nasce dal profondo dell’anima nei confronti di una rappresentazione oleografica, così diffusa, della sua città. Ancora: “non la miseria dell’ozioso, badate bene, ma la miseria del lavoratore, la miseria dell’operaio, la miseria di colui che fatica quattordici ore al giorno." Le donne, per arrotondare il salario, s’ingegnano addirittura nei lavori più umili “che le espongono a tutte le intemperie, a tutti gli accidenti, a una quantità di malattie, mestieri pesanti o nauseanti, non fanno guadagnare a quelle disgraziate più di dieci soldi, quindici soldi al giorno. Quando guadagnano una lira, le miserelle, fanno economia e si maritano." Aggiunge: si “dovrebbe entrare nel segreto di quelle esistenze, che sono un poema di martirio quotidiano, di sacrifici incalcolabili, di fatiche sopportate senza mormorare."
Napoli è città da sempre superstiziosa, scrive ancora la Serao (“Tutte le superstizioni sparse pel mondo sono raccolte in Napoli e ingrandite, moltiplicate."), poiché la sua credulità è frutto dell’ignoranza, della miseria e delle sventure. Tra queste il colera. Esso colpisce ripetutamente la città. Per parlare solo degli ultimi anni: nel 1865, nel 1867, nel 1873 e nel 1884. Nel 1872, l’eruzione del Vesuvio aveva fatto piovere cenere su Napoli, come era accaduto a Pompei secoli prima: “Al quarto giorno non uscì il sole; una nuvola fittissima di cenere copriva Napoli, cominciava a piovere cenere, come a Pompei; le popolane, in tutti i quartieri, fecero delle processioni, piangendo, gridando, in una tenebra lugubre."
Il gioco del lotto (“l’acquavite di Napoli") è il solo a cui si appiglia la speranza dei poveri. Per tutta la settimana sognano una vincita che consenta di avere finalmente le cose semplici di cui sono privati, e soprattutto una casa pulita, dei mobili dignitosi, e poter mangiare “i maccheroni e la carne ogni giorno". Si affidano a personaggi particolari che si fanno una reputazione di uomini saggi, o preveggenti assistiti dagli spiriti. Tra questi il monaco: “Il monaco sa i numeri: questo è il domma." Non gli danno tregua, arrivano perfino a torturarlo, e accade spesso che un monaco che ha dato i numeri giusti debba chiedere di essere trasferito per liberarsi dai questuanti e dalle violenze.
Se mancano i soldi per giocare al lotto o per altri bisogni il popolo napoletano ricorre all’usura, “il vero cancro, di cui muore."
Da questi articoli, ciascuno dedicato ad un particolare aspetto di Napoli, emerge l’anima antica, calda, viva e nello stesso tempo immutabile, che permea di sé ogni abitante di questa città. Certi personaggi, come quelli che incontriamo nei capitoli dedicati all’usura e al lotto, certi quartieri, come quelli descritti nel capitolo dedicato al pittoresco, si colorano e si ravvivano della partecipazione accorata dell’autrice che, mentre denuncia mali e vizi conclamati, ad essi si lega con il laccio suadente della sua napoletanità. L’occhio indagatore della Serao, dunque, non è quello del cronista che è sceso a Napoli per dare al proprio lettore le suggestioni che lo hanno colpito e avvinto, ma è l’occhio scrupoloso ed implacabile di una sua cittadina che ne conosce i segreti, e dal pittoresco e variegato mondo che l’ha nutrita sa estrarre l’essenza di una natura portentosa, che si perpetua e si rinnova ma sempre nel dolore: “Ma in realtà è molto, molto crudele che tutto questo esista ancora, e che creature umane lo subiscano, e che uomini di cuore sopportino che questo sia."
Il cuore è proprio ciò che non manca alla povera gente. Non potendosi soccorrere con il denaro, che non hanno, si scambiano l’aiuto reciproco: se una mamma non può allattare il figlio, vi provvede un’altra donna; se non gli può badare perché lavora lontano, c’è sempre una vicina che si presta; se una donna è sterile, ecco che adotta un trovatello. La cuoca di una famiglia agiata preferisce digiunare per poter offrire il proprio cibo “ai due bimbi della portinaia".
La Serao vi si dilunga nel nono capitolo che ha il titolo: “La pietà", al quale consegna, più intensamente che agli altri, il suo grande, incommensurabile amore per questo popolo. Il capitolo illumina di sé, infatti, tutta la prima parte, scritta nel 1884, che ci sembra la migliore. Seguono altre due parti: una scritta vent’anni dopo (“cioè solo due anni fa") e l’ultima “è di ieri, è di oggi".
La seconda parte, composta nel 1904, ha il titolo: Adesso ed è costituita da quattro capitoli.
Lo stile è assai più controllato, mancando della veemenza con cui la giornalista, più che la narratrice, si era interessata della sua città nell’anno del colera. Ora, con più calma, torna per verificare l’attuazione dei cambiamenti promessi e necessari. Le opere eseguite, in realtà, sono poche e assai parziali, che mascherano appena le vecchie e sporche case di un tempo, rimaste in piedi. Il nuovo mostra tutti i segni dell’incompetenza e della fretta. Palazzi mal disegnati, strade con ampi dislivelli, quando addirittura non completate, possono ingannare l’occhio di un forestiero, ma non quello di un napoletano. La Serao è lì per una constatazione, a venti anni di distanza, di ciò che è stato fatto, e il suo giudizio è spietato questa volta, e manca della pietà che aveva ispirato la prima parte. Ci sono strade che continuano ad essere frequentate da ladri che sbucano dai vicoli e aggrediscono passanti e perfino carrozze lungo il nuovo Rettifilo, il quale doveva, ahimè, rappresentare la rinascita, il risanamento, la redenzione della città, che ora conta “seicentomila anime". Ci sono vizi e deformità che paiono insanabili e la Serao non vuole più sopportarli, e condanna coloro che si sono limitati a costruire bei palazzi, spendendovi molto del denaro destinato al risanamento, e trascurando i quartieri più poveri, dove il degrado è rimasto immutato: “Ma che, accanto, a dieci passi, viva nella lordura, nella miseria, nelle stamberghe, nelle caverne, tutta una parte di popolo, per cui si volle il risanamento edilizio e igienico, che questa parte di popolo a cui si destinarono cento milioni, muoia di tutte le infezioni, dopo averne vissuto, alle spalle di tutti i nuovi palazzi: questo è che fa sollevare di dolore e di rimpianto il nostro cuore e ci fa sembrare una beffarda ironia la maestà esteriore dei nuovi edifici, dietro i quali vi sono il putridume e la cancrena!"
Opera di denuncia appassionata, dunque, questa della Serao, rilevante per quei tempi difficili, e assai coraggiosa, che fa ricordare, rivolta com’è ai governanti (“Da quanti anni non viene, qui, un sindaco, un assessore?"), il J’accuse di Zola, di poco anteriore, pubblicato, infatti, il 13 gennaio 1898, sul giornale L’Aurore.
Non si vuol capire, sostiene la Serao, che se si costringe il popolo a vivere nella miseria e nello squallore più totale, “questo popolo non resiste agli antichi istinti, al bisogno di vivere come che sia, al bisogno di vendicarsi di questa società ingrata e traditrice".
Per sottolineare l’incuria dei governanti (“mali governanti") cita l’esempio delle case popolari che sono state costruite per il popolo, onde sollevarlo dalla umiliazione dei “bassi", ma “con tale imprevidenza, con tale ignoranza presuntuosa, con tali calcoli sbagliati, che questi quartieri non sono serviti a nulla, a nulla, e sorgono, nei sobborghi della città, sulla riva di Santa Lucia, enormi, massicci, brutti, già lerci, già quasi cadenti, mentre il popolo non vi abita!"
Sembra di leggere il resoconto di taluni scempi edilizi commessi, or non sono molti anni, non solo a Napoli, ma un po’ in tutta Italia, a causa dell’intreccio doloso tra politica e malaffare (“chi ha costruite quelle case non sapeva niente, ignorava tutto e, intanto, ha fatto un’ottima speculazione, poiché tutte quelle case sono affittate", oppure, riferendosi ai milioni concessi per il “Risanamento": “nessuno, naturalmente, vuol dare più milioni, quando i primi sono stati spesi male o perduti"). Si tratta di abitazioni che vengono offerte in affitto a prezzi proibitivi per la povera gente, e che sono destinate di fatto, perciò, ad una classe più agiata: “operai eleganti, diciamo così, e tutta la piccola borghesia, piccoli impiegati, commessi, contabili, uscieri, scritturali e, persino, dei cancellieri di tribunale".
E il popolo napoletano? “Il popolo napoletano è restato nei suoi bassi dei vecchi quartieri".
Serao si fa risoluta paladina di questo popolo costretto a vivere nell’abiezione e che nessuno in concreto vuole redimere. Si facciano pure progetti grandiosi per attirare a Napoli i forestieri, “Ma si permetta a un’anima solitaria e ardente di passione, pel suo paese, come è la mia, di chiedere una parte di tutto questo, una povera piccola parte per migliorare le condizioni igieniche e morali del popolo napoletano."
È una implacabile accusa scritta con l’impeto della indignazione e della delusione, acuita dal convincimento che si tratta di un’aspirazione disperata, per la quale occorre profondere tutte le stille del proprio sangue e del proprio amore. La Serao non le risparmia e quando, a conclusione della seconda parte, avanza delle proposte ispirate da questa urgenza del fare, supplica e grida: “Che chiedo io, infine, per i miei fratelli del popolo napoletano, che chiedo io, come tutti quelli che hanno cuore e anima, salvo che finisca l’oblio e l’abbandono?"
Qualche mese dopo, nell’autunno del 1904, scrive la terza parte che ha il titolo: L’anima di Napoli, costituita da otto capitoli.
È la parte più frammentaria e composta da articoli di “cronista scettico e pessimista" che trattano un po’ di tutto: dall’invocazione all’onore, ove lo stile risente di una retorica che, venendo dal profondo dell’animo, si insinua e si diffonde a piene mani, trascinando i suoi riflessi anche in taluno degli articoli successivi, agli sprechi di denaro per la costruzione di un fatiscente Rione della Bellezza, all’esaltazione di via Toledo, come strada nobile più delle altre, dove palpita la vita, allo spregio per i politicanti che spargono solo menzogne e si camuffano: “Napoli dice questo: [...] Non voglio ladri, io, al Comune [...] Io voterò per chiunque mi risulti, in faccia al sole, che egli sia un galantuomo.", agli insediamenti industriali che debbono sorgere “alla luce del sole, senza transazioni equivoche, senza concessioni losche e senza premi, senza provvigioni", al sostegno “a questi cinquemila operai, che, da circa settanta giorni resistono a ogni tristezza fisica e morale e da Torre Annunziata danno un esempio di fermezza, di costanza, di sacrificio veramente ammirabile.", all’analfabetismo (l’istruzione è “il pane dell’anima") che opprime la povera gente (“voi sentite il rammarico acuto di tanta barbarie e di tanta oscurità"). La Serao, in questa parte conclusiva cronista più che mai, si lega agli avvenimenti quotidiani, attenta a che nulla si frapponga e ostacoli il risanamento materiale e morale del suo popolo. Dando ancora una volta voce alla sua città, proclama, nell’imminenza di elezioni amministrative: “Io voglio degli uomini onesti; io voglio delle coscienze sicure: io voglio delle anime austere." Auspicio che mantiene intatto il suo valore oggi, qui da noi e in tutto il mondo.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.10.05 07:29
Interventi
Mai come in questa occasione, caro Bart, il riferimento cronologico mi sembra cruciale. Tra l'84 e il 904 c'è di mezzo uno scorcio temporale tra i più mesti ( in tal senso ti consiglio La Storia di Napoli, opera in due volumi di Antonio Ghirelli,Einaudi 77, il cui primo analizza le vicende della città dalle origini greche, il secondo si intitola La storia di Napoli dal 1860). In effetti la Napoli del primo quarantennio unitario vive una crudo processo di emarginazione, le cui cause vanno ricercate nella perdita del rango di capitale, sia pure di un regno fuori Storia, nel tramonto di un'economia protezionistica e direi dal disinteresse antropologico e culturale che caratterizza i primi atti del nuovo Regno. Tutto questo, sia chiaro, non ha nulla a che spartire con le secolari lamentazioni di cui il Sud è stato ed è tanto maestro. Una cosa è certa: lo stato di abbandono della città è certificato da numerose interpellanze parlamentari dell'epoca - la Serao non è dunque una voce isolata- che i governi sia di Destra risorgimentale che di subentrante Sinistra non accolgono con l'urgenza dovuta. E non è un caso che proprio in quegli anni l'azione unitaria veda stingere la spinta ideale in sporca etichetta di operazione coloniale ( in proposito è bene leggere le lettere dei soldati del Regio Esercito, per lo più padani, mandati a combattere il brigantaggio meridionale).
Il colera dell'84 funge da scoperchio, come sempre in Italia ma non solo, e il disgusto pone al centro dei fatti la questione meridionale. Il Risanamento da te citato attraverso la lettura della Serao costituisce la risposta dello Stato in termini di cieco e, in mancanza di meglio, salvifico abbattimento di quartieri malsani, intervento ripetuto dalle gestioni laurine ( nascita del nuovo rione Carità) e reiterato col terremoto dell'80 con l'abominevole deportazione a Scampia.
Ma il 1904 secondo me è cruciale per un altro motivo. Dopo le convulsioni di fine secolo, culminanti con i fatti di Bava Beccaris, l'Italia trova un periodo di pace sociale e sviluppo con Giolitti. E del rinnovato clima, come accadrà più tardi nei 60, la città si giova. Il 904 è l'anno dell'inaugurazione delle acciaierie ILVA, se non ricordo male, un motore di ricchezza e ragguaglio civile che darà luogo a una certa rinascita negli anni 10. Da quel momento Napoli si avvia a diventare la terza città operaia del Paese, e la traccia del cambiamento è ravvisabile in 'Tre operai', di Carlo Bernari, un romanzo del 33 sulle lotte sindacali - secondo certa oleografiea appannaggio esclusivo del proletariato settentrionale - di tre lavoranti di una fabbrica napoletana.
Certo, in questi interventui dall'alto la Serao già ravvisa i sintomi di una malattia. 'Io voglio i galantuomini', mi sembra reclami. E al Sud ce ne sono tantissimi,ma stanno zitti. O abdicano, come il principe di Salina, a favore di Don Calogero, il Sindaco trasformista di Donnafugata.
Un'ultima sommessa osservazione: sbaglierò anche, ma ventre e corpo non sono proprio la stesa cosa.
Saluti
Pubblicato da: Carlo Capone - 27.10.05 15:50
e.c. leggi: nel disinteresse antropologico e culturale...
Pubblicato da: Carlo Capone - 27.10.05 16:03
Che piacere, Carlo, leggerti. Se ogni mia lettura di un romanzo generasse interventi come i tuoi, toccherei ogni volta il cielo con un dito.
Spero che anche ad altri interessi la Serao, donna, come si è visto, coraggiosa e combattiva.
Giovedì, se non ci saranno intoppi, posterò Montesano "Nel corpo di Napoli". Sono due libri diversi per stile e struttura, però scendono entrambi dentro la città. Immagino che il titolo di Montesano sia stato ispirato proprio dal libro della Serao. Se Montesano ci leggerà, potrà chiarirlo lui stesso.
IL riferimento al brigantaggio mi fa venire in mente il bel libro di Raffaele Nigro: "I fuochi del Basento", ma anche Carlo Alianello con L'Alfiere", "Soldati del Re" e "L'eredità della priora". Dopo Montesano, cercherò di postare qualcosa di Alianello.
Grazie con tutto il cuore, Carlo.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.10.05 16:08
Caro Bart, con le tue recensioni mi hai invitato a pranzo, essendo da sempre vittima di un'irragionevole fame di lettura. Poichè temo che il tempo caino non consentirà di approfondire tutti i tuoi autori - al pari di tanti, nostri e altrui- trovo il tuo lavoro un potente lenitivo a quella bulimia.
Credo poi che il libro si possa tranquillamente adottare nei Licei meridionali (nel caso di scrittori provenienti da quell'area, è chiaro, altrimenti il discorso è valido per l'intero territorio nazionale).
Non so, ti lancio un'idea per il futuro.
Un caro saluto
Carlo
Poscritto. Di Montesano, come sai, ho letto tutto, quella lingua mi rimane nella testa (Io mi sfamavo!, dice l'io narrante di A capofitto). Di Nigro devo assolutamente comprare i Fuochi del Basento. Il guaio è che ho in contemporanea Percebar, Il Premio - di Vasquez Montalban - le Quarantatre letture e il tuo romanzo. Meglio soprassedere.
Pubblicato da: Carlo Capone - 28.10.05 00:21
Caro Carlo, l'editore del mio "Quarantatre letture - Il Sud nella letteratura italiana contemporanea - è uno dei tanti editori piccoli che non hanno grandi mezzi, immagino. Comunque alla prima occasione (quando gli invierò il materiale della prossima raccolta) gli parteciperò della tua idea. Sarebbe davvero una grande soddisfazione per il mio lavoro, ma possono mai capitare cose belle così?
Quando avrai finito con i romanzi che hai programmato di leggere, vedi di aggiungere anche I fuochi del Basento, gran libro, secondo me, permeato anche di storia.
Questi scambi che ho con te sono proprio ciò che mi immaginavo di ottenere quando cominciai a postare le mie letture. Ossia, dare le mie emozioni, ma anche riceverne, come stai facendo tu.
Grazie di cuore.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.10.05 07:38




