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31.10.05

La chiusura di Quiritta

di Luca Tassinari

Qualche giorno fa è balzata agli onori della cronaca (si fa per dire) una triste notizia: la casa editrice Quiritta chiude i battenti. Come dici, o lettore aduso allo zapping internettico più inconcludente? Non te ne sei accorto? Be', stavolta non è tutta colpa tua. La notizia è stata riportata solo da un paio di blog, Nazione indiana e Lipperatura, e dai commenti ai relativi articoli mi pare di intuire che molti dei lettori letterati della blogosfera italiana manco sanno cosa sia o dove stia di casa, la casa editrice Quiritta. O, se lo sanno, poco importa loro che il suo fondatore Roberto Parpaglioni abbia deciso di chiuderla.

Donde procede cotanta ignoranza? da dove tanta indifferenza? L'ignoranza è quasi certamente legata al fatto che Quiritta non è presente in rete. Perfino tu, lettore errante e sbadato, avrai notato che il link a Quiritta all'inizio di questo articolo punta alla definizione del lemma quiritta sul dizionario De Mauro. Scelta obbligata proprio perché non esiste un sito Web della casa editrice Quiritta, ma anche scelta ragionata, perché Roberto Parpaglioni ha tratto il nome della sua creatura editoriale dal significato di questa rarissima parola italiana: proprio qui.

Continua a leggere l'articolo in Lettura Lenta di Luca Tassinari.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 31.10.05 12:13

Interventi

A me dispiace. Che se po' dì? Ho comprato il libro di Mari. Di recensioni. Mi è dispiaciuto che abbia chiuso. E' una perdita. Si poteva evitare (di chiudere)? Parpaglioni era giustamente stanco? Non aveva più soldi? Da un punto di vista umano m'interessa. Che se 'ppo 'ffa?

Pubblicato da: angela scarparo - 31.10.05 15:08

Che dire, Angela? L'impressione che ho ricavato io dall'intervista e dalle risposte di Parpaglioni su NI è che si tratti di decisione irrevocabile. Non è una questione di soldi, ma di fedeltà al progetto originario. Parpaglioni dice che, per restare sul mercato, Quiritta dovrebbe diventare qualcosa di molto diverso da ciò che è, accettando qualche compromesso con le tendenze e le mode.

Parpaglioni, da autentico duro e puro d'altri tempi (e, come dicevo nel mio post, non privo di qualche tratto donchisciottesco), sceglie di chiudere.

Beppe Sebaste gli ha risposto su NI dicendo che secondo lui Parpaglioni ha torto a voler chiudere. Chissà, se basta Sebaste può anche darsi che Parpaglioni ci ripensi. Io ci spero.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 31.10.05 18:32

L'errore di Parpaglioni è stato, dunque, di voler "stare sul mercato". Faccio un'ipotesi: se esistesse un "secondo mercato", diverso e distinto da quello dove imperversano le Grandi Industrie Editoriali - un mercato inevitabilmente meno "popolare" e più "elitario" - forse non solo Quiritta avrebbe potuto sopravvivere; ma addirittura prosperare.

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.11.05 09:56

Credo anch'io, Giulio, che se esistesse il secondo mercato Quiritta andrebbe avanti, e mi pare di capire che sarebbe d'accordo anche Parpaglioni.

Lui però, analizzando le ragioni della chiusura di Quiritta, conclude che quel secondo mercato non esiste. Per esempio quando dice (nei commenti all'intervista di Jacopo Guerriero su NI):

«la mia decisione è esclusivamente di carattere culturale. In sintesi, i lettori del nostro Paese non sono interessati al mio lavoro.»

e ancora:

«Sono certo che i lettori del nostro Paese, potenzialmente, rappresentano una buona giustificazione per un’impresa come la mia. Il fatto è che loro, di Quiritta non sanno neanche l’esistenza. Così come ancora non lo sanno molti librai.»

E poi conclude in modo alquanto icastico e perentorio: «In Italia non c'è bisogno di Quiritta.»

La domanda sorge spontanea: c'è o non c'è questo mercato "culto" in Italia? Potrebbe esserci ed essere già saturato dalle offerte esistenti; potrebbe esserci e non essere raggiunto da offerte nuove; potrebbe non esserci, e allora addio Quiritta (ma allora addio anche Astrolabio, Quodlibet, Archinto, SE e chissà quanti altri).

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 12:32

Caro Luca, la mia risposta è: questo "secondo mercato" in Italia non c'è. Di queste cose parlavo qualche giorno fa nell'articolo "Ieri e oggi (centralità e marginalità nella letteratura)" [ http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/10/ieri_e_oggi_cen.html ]. Ti faccio notare che in calce a quell'articolo tu hai scritto tra le altre cose:

"giuliomozzi, la separazione del grano dalla zizzania va rimandata al tempo del raccolto, come saggiamente suggerito dall'evangelista. Perché togliere all'ottimo Voltolini quella piccola probabilità d'essere portato a casa per sbaglio dal lettore d'inclinazione moccesca? [...] La Letteratura (con la maiuscola) è sempre stata un prodotto per le élites. Lo è stata in passato per motivi eminentemente pratici [...]. Lo è anche oggi che tutti sanno leggere e hanno, chi più chi meno, tempo per farlo, perché magari preferiscono forme più sane di divertimento, come recarsi in animate balere o chiassosi ritrovi pubblici, piuttosto che immergersi anema e core nella Récherche. Il lettore colto d'oggidì non si distingue dall'incolto per censo, quanto per la pervicace volontà d'essere a tutti i costi lettore colto: legge riviste letterarie, s'aggiorna, s'informa, e quando entra in libreria sa bene cosa chiedere, e chiederà Voltolini con invidiabile sicumera, foss'anche circondato da pile di Moccia alte tre metri. Per concludere: no, non credo che l'alto e il basso vadano separati mai. In natura coesistono da sempre, peraltro, e con ottimi risultati, come ben sa il saggio agricoltore della parabola: la zizzania non impedisce al grano di crescere, quindi perché affrettarsi a strapparla correndo l'inutile rischio di sradicare con quella il grano buono".

Non ti pare che il caso di Quiritta dimostri, o almeno induca a pensare, che la zizzania impedisce al grano di crescere?

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.11.05 12:52

Qualche tempo fa Giulio ha parlato di elite: noi siamo elite in quanto lettori avvertiti, scafati, individualmente formati. Non credo che la comunità di questi lettori possa costituire un mercato, cioè Quiritta non poteva basarsi su questi lettori come potenziale target; mi spiego: se anche solo l'uno per diecimila degli abitanti italiani, cioè 5800 persone, leggesse abitualmente in modo da configurarsi "elite" (non comprando solo Dan Brown o Moccia ma anche Voltolini o Moresco o Mozzi, per dirla banale), ognuno di questi sarebbe comunque capace di costruirsi un suo percorso di lettura cercando un proprio filo e a quello legandosi. Ora, quante Quiritta esistono in Italia, cioè quante piccole case editrici che lavorano anche sulla qualità? Io potrei citarne almeno una cinquantina, più o meno stabili; quanti libri di qualità (o per elite) ha in catalogo ognuna di queste? Almeno una decina. Avremmo dunque 500 libri di qualità (senza considerare quelli, che pur ci sono, delle medie e grandi case) per 5800 persone. Quanti libri l'anno comprano queste persone? Dovrei dire circa 10 ma dico zero o quasi, trattandosi in massima parte di operatori del settore: chi legge molto, suo malgrado, diventa un operatore del settore, gli mandano i libri a casa e inizia a collaborare a siti-riviste. Non spende più, insomma; è un cane che si morde la coda, una cosa un po' strana. Per me Parpaglioni, se ne ha disponibilità economica e voglia, dovrebbe ripensarci, cercando di vendere di più producendo anche dei Moccia (se ci riesce). I discorsi di qualità-quantità vogliono oggiogiorno farli solo le case piccole e se iniziano a chiudere queste, come non parlare di "genocidio culturale"?

Pubblicato da: GiusCo - 01.11.05 15:35

Caro Giuseppe Cornacchia, se fosse vero che "chi legge molto... gli mandano i libri a casa... non spende più", io avrei risolti metà dei miei problemi economici (forse più di metà). In altri termini: credo che tu abbia detta una sciocchezza. (Esempio terra-terra: la mia spesa in libri, nell'ultimo fine di settimana, è stata di 78 euro).

Il problema di una piccola casa editrice - io vorrei che questo si capisse, una volta tanto - è che perché un libro sia appena appena *visibile*, in Italia, visto come funziona il sistema della distribuzione, bisogna fare delle tirature imponenti, il cui costo è imponente: perché esiste un unico mercato del libro nel quale confluisce tutto, dal libro di grande smercio al libro per pochi. Una piccola casa editrice non va a remengo perché non ci sono compratori per i suoi libri: va a remengo perché, nella lotta per la visibilità, deve combattere contro i giganti.

Bene notava Tassinari che "Quiritta non è presente in rete". La rete è il mezzo più economico per far circolare informazioni. Certo: in un piccolo àmbito; ma se quel piccolo àmbito è esattamente l'àmbito nel quale i libri che pubblichi hanno le maggiori chances di essere acqusitati, allora la rete può essere utilissima.

Io ho sempre davanti agli occhi la storia del Mercato Equo e Solidale, di Slow Food e compagnia briscola. Si tratta di costruire un altro mercato. Chiedere a un piccolo editore di stare nello stesso mercato dei grandi editori, è come chiedergli di suicidarsi (e, per uno come Parpaglioni, invitarlo a pubblicare "anche dei Moccia" equivale a chiedergli un suicidio intellettuale).

Pubblicato da: giuliomozzi - 01.11.05 17:06

La risposta esatta alla tua domanda, Giulio, è non lo so. Non so se la creazione di un circuito di vendita dedicato al libro "colto" avrebbe salvato Quiritta. Quel che so, in base alla mia esperienza di lettore, l'ho già detto nella risposta che citi tu: chi vuol leggere Voltolini chiede Voltolini, e lo ottiene.

Nella mia città c'è un libraio bravissimo che quando mi vede entrare si mette le mani nei capelli, perché sa che invariabilmente gli chiederò di ordinare libri che lui non ha disponibili, non perché sia un cattivo libraio - ho già detto che è bravissimo - ma perché la sua libreria è piuttosto piccola. Essendo lui bravissimo, i libri che gli ordino arrivano senza fallo, nel giro di una settimana o dieci giorni.

O io sono una mosca bianca, cosa che non credo, oppure sono uno dei tanti che sta lì a dimostrare che quel secondo mercato di cui parlavi tu esiste. Se esiste, il problema è come fare a raggiungerlo efficacemente. Un problema di marketing, insomma.

Può darsi che il canale riservato sia una soluzione, ma non ne sono sicuro. Il lettore ha le sue abitudini di acquisto, frequenta le librerie che già ci sono, legge riviste, eccetera. Secondo me bisogna andarlo a scovare lì, durante i suoi giri abituali.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.11.05 17:07

E' un'eco che mi porta qui. Una delle rare che in questi giorni mi stanno illuminando, da fuori, sulle dimensioni e sulla profondità dell'impronta che Quiritta lascerà con la sua scomparsa.
A prima vista, mi sembra di poter dire che l'oggetto era piccolo ma pesante. Ringrazio, quindi, chi di quella profondità custodirà il ricordo e, magari indicando l'impronta, vorrà invitare altri a prolungarne il percorso.
Io non ho pentimenti, né ripensamenti di alcun genere. Felice di quanto ho fin qui realizzato, decido di fermarmi. Lo si fa anche al termine di un bel viaggio, semplicemente perché si è stanchi. O perché il panorama va cambiando e l'idea di dover adattare lo sguardo ci stanca ancora di più.
Ho iniziato da "adulto" ed ho rischiato di dovermi fare largo in una massa di "non adulti".
Il nostro caro ospite chiama "colti" gli uni ed "incolti" gli altri. Chissà, forse stiamo parlando della stessa cosa. E, se è così, confesso il piacere di scoprirlo.
Detto questo, però, devo anche riconoscere che se il mio viaggio, seguendo i migliori itinerari, s'è concluso lì, forse c'è poco da inventare. Di là, quegli altri stanno facendo il loro viaggio, stanno montando i loro accampamenti. E non è un Deserto dei Tartari: loro non sanno neanche che noi esistiamo.

Pubblicato da: Roberto Parpaglioni - 02.11.05 01:31

"forse c'è poco da inventare"

Mi pare che l'esperienza di Quiritta lasci poche speranze. Se può essere difficile, allora, creare una rete alternativa, unendo le forze comuni strumenti di produzione, distribuzione e vendita - nei quali strumenti continuo a credere), resta la meno costosa (ma sempre assai impegnativa) educazione dei lettori. La rete e le riviste, come vibrisse, possono fare molto. Ho letto ieri che la Lipperini, sul suo blog, segnala (non è la prima volta) testi di piccoli editori, lontani dal grande giro. Si potrebbe seguire questa strada, magari ampliarla e migliorarla.

Se la grande editoria si serve dei grandi quotidiani e dei critici famosi, la piccola editoria potrebbe trovare nella rete il suo specifico supporto. Un servizio che la rete potrebbe fare gratuitamente, alleviando - per questa parte - i costi di produzione.

Forse non ci resta che approfondire questa strada.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.11.05 07:39

Ho l'impressione che un eventuale secondo mercato potrebbe perdere ben presto la sua connotazione di secondo per diventare "primo"; questo sia perchè le grandi case editrici non vorrebbero mai rimanere fuori da nessuno mercato, neppure un secondo, sia perchè i lettori del secondo mercato aumenterebbero immediatamente per il solo fatto che nessun non vuol essere considerato lettore di serie B.
Il risultato sarebbe che la letteratura di elitè venderebbe di più, ma con le grandi case editrici che si accalappierebbero subito gli scrittori migliori, e il problema delle piccole case editrici, quello cioè della sopravvivenza, resterebbe. Il loro solo e irrisolvibile problema è l'essere piccole.

Pubblicato da: Laura - 02.11.05 15:39

Cara Laura, che gli editori grandi si accalappino gli scrittori scovati dagli editori piccoli, succede regolarmente da anni.
Quanto all'invasione del "secondo mercato" da parte dei grandi editori: nei negozi del Mercato Equo e Solidale, trovi forse i prodotti Barilla e Nestlè?

Pubblicato da: giuliomozzi - 02.11.05 17:51

Rileggo solo ora il mio commento. Mancava la parentesi di apertura qui:

"unendo le forze (comuni strumenti di produzione," eccetera

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.11.05 22:45