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31.10.05

Intervista a Franco Del Moro

di Emanuele Pettener

Franco Del Moro ha pubblicato tre pamphlet sul mondo editoriale italiano: Il libro è nudo. Rivelazioni sul mondo letterario ai lettori che non sanno (Stampa Alternativa, 2000); Faccio libri, vendo libri. Storie divertenti dal mondo editoriale (Biblioteca dell'Immagine, 2001); Le vie dei libri. Scrittori, editori, poeti, cani, gatti e altri animali da compagnia (La Vita Felice, 2005) – oltre a diversi testi di carattere saggistico per i tipi della Ellin Selae, quali L'arte della narrazione. Un manuale e un monologo per il teatro di narrazione(2003), e l’ultimo, nel 2005, Riposare nel cuore della tempesta. Il coraggio di esporsi alla sofferenza senza perdere la serenità. Suoi scritti e articoli (non solo sulla situazione editoriale) appaiono regolarmente sulle pagine del bimestrale di arte e letteratura "Ellin Selae", di cui è il direttore da quasi tre lustri e che viene pubblicato dall'omonima casa editrice da lui fondata.

Signor Del Moro, gli editori e gli agenti, negli Stati Uniti, setacciano le riviste letterarie alla ricerca di nuovi talenti. È così anche in Italia?

Magari lo fosse.
In queste settimane si sta tenendo sulle pagine culturali dei (grandi) giornali italiani il solito e annoso dibattito che puntualmente, ogni 5-10 anni, ritorna di moda. Alcuni illustri colleghi (in genere ex o tardo sessantottini), provando nostalgia per i loro amici intellettuali che non ci sono più, si alzano dai loro scranni e cominciano a dire che "in quest'epoca non ci sono più né libri né scrittori del calibro di quelli che c'erano una volta". Nel tempo mi sono ormai definitivamente convinto che l'editoria italiana è costituita da due mondi simili e contigui, ma indipendenti e non comunicanti. Il primo è abitato da pochi Prìncipi prestigiosi e potenti: casate nobili con amici importanti in tutte le corti, che sono i grandi editori; il secondo da tutti gli altri che invece sono, per lo più, una massa di gente ricca solo di sogni e ingegnosità.Tutto quello che succede sul primo pianeta attira moltissimo l'attenzione dell'intera galassia mediatica anche quando è solo fumo o acqua fresca (il che non è evento raro), e siccome tutti credono che quello sia l'unico pianeta dove vivono gli scrittori e succede qualcosa in fatto di libri, quando lì non succede niente ecco che si diffondono con toni corrucciati notizie, ovviamente false, del tipo "la letteratura è morta", "oggi non ci sono più i Pasolini né i Calvino di un tempo", e così via.

E invece?

Naturalmente si accorgerebbero subito che questo non è affatto vero se ogni tanto facessero una visitina anche sul secondo pianeta, quello degli squattrinati e degli emarginati, dove a ben vedere di buoni libri e di bravi scrittori ne circolano invece parecchi. Purtroppo però in tutte le corti imperiali le opinioni dei poveri contano poco e a nessuno importa granché della loro esistenza, non solo perché non hanno parentele né amicizie influenti, ma anche perché vivono in case così piccole e scalcinate che persino quelle poche anime pie che si sforzano di fargli visita ogni tanto stentano a rintracciarli: le famose "piccole case" editrici, abitate per lo più da misera gente con le pezze al culo, dove non si danno mai né fastosi ricevimenti né prestigiosi convegni. Ahimé, "piccolo è bello" è soltanto un'altra delle tante magre consolazioni che circolano fra i poveri; in realtà significa solo che pochi hanno tutto e tanti non hanno niente, e non solo nel mondo dei libri: è forse bello questo?

Direi di no. Ma da cosa dipende?

Fra la gente del nostro Paese sopravvivono da secoli alcuni pregiudizi che sembrano proprio inestirpabili, e fra questi il peggiore è quello che coniuga ricchezza e talento in misura direttamente proporzionale, per cui quando scarseggia la prima è indice certo di penuria anche del secondo. Stando così le cose quindi, che si può fare?

Mi dica.

Risposte certe non ne ho nemmeno io, ma penso che si può - si dovrebbe - fare questo: sforzarsi di portare nella propria vita quei cambiamenti che si vorrebbero vedere nel mondo. In genere non serve a niente, salvo a morire con la coscienza tranquilla. Ma è uno sforzo che a ben vedere né i ricchi né i poveri sono troppo disposti a fare, ecco perché le cose continuano ad andare come vanno. E questo non solo nel mondo dei libri.

Restando al mondo dei libri - qual è l'errore più comune del giovane autore inesperto quando presenta un proprio pezzo a una rivista, o più generalmente a un editore?

Coloro che scrivono per diletto hanno scarsa dimestichezza con la parte "faticosa" del processo di scrittura, che consiste nel rileggere, rielaborare, cancellare, riscrivere... e poi ricominciare da capo... e poi ancora da capo sino a quando non subentra quella sensazione di "meglio di così non posso fare", che sancisce la conclusione del lavoro. Questa sensazione è quella che pone fine anche all'ansia creativa, è proprio una sorta di campanello psicologico noto a tutti gli scrittori professionisti che "sentono" che il lavoro di scruttura si è concluso. Finché il campanello non suona il pezzo non è finito. In genere i dilettanti (sempre nell'accezione positiva: coloro che scrivono per diletto), quando terminano la prima stesura del loro testo tendono invece a considerarla già sufficientemente buona da poterla proporre a degli interlocutori professionali... i quali invece al secondo paragrafo fumoso, inutile, mal costruito, ridondante si fermano, laddove magari valeva la pena andare fino in fondo. La fretta e una autostima leggermente sovradimensionata sono i talloni d'Achille che io riscontro più frequentemente...

Nella presentazione di un testo, vuoi a una rivista, vuoi a una casa editrice, quanto conta la lettera di presentazione?

Dovrebbe contare moltissimo, in genere è un orpello che si guarda con disattenzione; pertanto più è breve, meglio è. Un fatto curioso che negli anni non ha mai cessato di stupirmi è che talvolta gli Autori scrivono lettere di presentazione che sono più interessanti, ricche di idee e consistenti del testo che poi propongono. Ritengo che questo succeda perché la lettera di presentazione si scrive in forma sciolta, disimpegnata e - scusate la retorica - col cuore; viceversa "l'opera d'arte" ha sempre un che di cerebrale, ricercato e forzato che uccide talvolta la spontaneità. Qualche tempo fa, prima che la recente crisi economica e l'antica crisi del libro uccidesse per sempre la mia voglia di fare libri curiosi, avevo progettato di fare un libro che raccogliesse appunto le migliori (o più belle, o strane...) lettere di presentazione giunte in redazione. C'era già la prima bozza, era un libro bellissimo. Ma, come ho detto, i piccoli editori italiani sono troppo poveri per potersi permettere il lusso di buttare 4-5.000 euro in una operazione letteraria puramente sperimentale...

Cosa è importante sottolineare nella lettera di presentazione e su cosa è bene glissare?

Io apprezzo quelle che dicono con pochissime parole di cosa esattamente si tratta e cosa esattamente l'Autore vuole. Tipo: "Gentile redazione, vi invio questo racconto breve nella speranza decidiate di pubblicarlo sulla vostra rivista, di cui sono un assiduo lettore." Ecco, questa è quella che preferisco, soprattutto l'ultima parte...

Ci sono autori pubblicati dalla rivista "Ellin Selae" che hanno poi spiccato il volo?

Sì, certo, qualcuno lo ha fatto, ma non ho la presunzione di dire grazie a "Ellin Selae". Coloro che sono saliti di grado nella gerarchia editoriale lo hanno fatto in genere più con le loro gambe che grazie a noi. "Ellin Selae" è stato talvolta soltanto il gradino più basso della loro ascesa, addirittura quello dove forse hanno rischiato di inciampare (nel senso che ci è capitato, come a tutti, di stroncare autori che sono poi stati apprezzati in altre e ben più prestigiose sedi...)

Vuol farmi qualche nome, sia dei primi che dei secondi?

Fra gli autori che hanno pubblicato un racconto su "Ellin Selae" poco prima o poco dopo aver pubblicato con un grande editore mi viene in mente d'acchito Marco Drago, un amico che ora pubblica con Feltrinelli; Ascanio Celestini, che ora è considerato una rivelazione internazionale del teatro e pubblica con diversi grandi editori, pubblicò un breve saggio in un nostro libro(L'arte della narrazione), quando aveva appena pubblicato il primo libro e stava cominciando a farsi conoscere. Riccardo Humbert, un regista televisivo, esordì sulla nostra rivista, poi gli pubblicammo un bellissimo libro (I cavalieri del binario morto, che ristampiamo regolarmente), arrivò poi a pubblicare una manciata di libri con altri editori. Proprio in questi giorni sta uscendo il suo secondo libro con noi, Angeli su Torino. Ce ne sono altri ma, come vede, si tratta sempre di artisti che hanno una loro intensa attività artistica parallela alla scrittura e certo non limitata a Ellin Selae. Per questo non ritengo rilevante nominarli, sarebbe fuorviante, darebbe l'idea - CHE IO NON VOGLIO DARE - che sono diventati quello che sono diventati grazie a noi. Sono tutti intellettuali o artisti che si sono mossi a più livelli e in più direzioni contemporaneamente, ed "Ellin Selae" è stata soltanto una tappa del loro percorso (e, forse, la meno rilevante nel loro curriculum...)

Oltre alla rubrica di recensioni di Sebastiano Malatesta, “I buoni e i cattivi", mi ha stupito della vostra rivista la rubrica “Perché no" in cui diversi lavori proposti, pur non pubblicati, vengono commentati, e con una certa durezza. Non é una pratica un po' impietosa?

Mettiamola così: in Italia c'è una scarsa proprensione a dire come le cose veramente stanno. È tutto un minuetto di sottintesi, ammiccamenti e "hai capito cosa voglio dire, no?". La verità la si dice sempre sottovoce, a porte chiuse, dopo essersi guardati bene in giro... noi italiani lasciamo sempre che a osare o a esporsi sia qualcun altro. A me invece è sempre piaciuto strappare la maschera, gridare che il re è nudo e dire chiaro e tondo: guarda, questa cosa che hai scritto è veramente brutta. Pubblicai un libro con un altro editore (Stampa Alternativa) che si intitolava proprio Il libro è nudo dove dicevo pane al pane e vino al vino su alcune questioni letterarie. A volte, e questo tutti gli editori lo sanno, arrivano in redazione cose che sono talmente brutte che uno ha persino il sospetto che si tratti di uno scherzo, o di una provocazione... e invece no. Come dicevo prima gli scrittori dilettanti hanno in genere un ego ipertrofico e non si rendono conto che ci sono dei parametri tecnici e comunque universali per valutare un'opera d'arte, qualunque opera d'arte. Non si può rovesciare un barattolo di vernice su una tela e poi invocare l'astrattismo di Picasso per dire "questo è un capolavoro". Niente trucchi, per favore. Lo diceva Carver, lo ripetiamo spesso anche noi.

Come mai i commenti sono anonimi?

Un tempo non era così. Si scatenarono risse condominiali da non credersi con attacchi personali livorosi e inutili. Poi ci siamo detti: quando uno pubblica un libro o un racconto, non conosce nome e cognome dei suoi lettori, né sa quello che il lettore dirà ai suoi amici dopo che avrà letto il libro. Quello che noi chiamiamo "il lettore generico e imparziale" esiste, siamo tutti noi quando leggiamo un racconto o compriamo un libro. Così abbiamo tagliato la testa al toro e le recensioni riportano soltanto i pensieri e le sensazioni che "il lettore generico e imparziale" ha provato nel leggere il testo che gli è arrivato sotto gli occhi... La professionalità consiste anche nel sapersi dimenticare del proprio ego, e chiedersi, quando si riceve una critica: come mai quel lettore ha avuto questa reazione dopo avermi letto? Il che non significa né doverne per forza tener conto, né prendersela. Ognuno poi è libero di continuare a fare come gli pare. Ma uno scrittore che vuole progredire, anche artisticamente, deve sapere che effetto fanno le sue pagine ai lettori...

Dato che le piace gridare che il re è nudo, non posso non approfittarne per chiederle a quale autore (pubblicato) direbbe “ guarda, questa cosa che hai scritto è veramente brutta"?

È incredibile la quantità di libri veramente scadenti che diventano invece best seller, tanto per dire: Dan Brown e il suo Codice... tutte cose scritte da altri autori (da cui lui ha generosamente attinto) prima e meglio di lui, che ha poi riciclato in un romanzone mal scritto, e pieno di luoghi comuni. Ha un solo pregio: è furbo, fa sentire intelligenti gli stupidi. Per questo ha avuto così tanto successo. Per restare a casa nostra penso a Melissa P... poveretta! Ha avuto successo perché ha scritto un libro porno (e tutti gli italiani suuuubito a comprarlo), ma il seguito è, a mio avviso, più pornografico (nel senso di artistico) del precedente. Le hanno rovinato la vita, le hanno fatto credere di essere una grande scrittrice in una età (l’adolescenza) in cui i danni sono irreversibili, le resteranno addosso tutta la vita. E andando a ritroso... Giorgio Faletti... Susanna Tamaro... Margaret Mazzantini... ma qui mi sembra veramente di sparare sulla Croce Rossa. Sono tutti libri che io definisco “catodici", nel senso che parlano a quelle menti semplici abituate a guardare la televisione.
Noi italiani siamo un popolo di gregari naturali (è la Storia, le molte dominazioni che si sono contese il nostro Paese che ci han fatto diventare così), leggiamo questi best seller solo per due motivi: 1) ne parlano tutti; 2) abbiamo visto il personaggio in televisione. Di nomi di autori sopravvalutati ne ho parecchi altri in mente, ma io sono il due di picche dell'editoria, un moscerino irrilevante, e allora giustamente chiunque avrebbe ragione a dirmi: ma tu da che pulpito ti permetti di predicare?
E avrebbero ragione.

Un'altra cosa che mi ha stupito di "Ellin Selae" è che, diciamo, reca in sé un regalo artistico...

Una caratteristica che la rende una rivista unica in Italia e, per quanto ne sappiamo, al mondo, e sì, ha a che fare con l'arte: ogni numero di "Ellin Selae" contiene un'opera d'arte originale (e non una riproduzione seriale), numerata e firmata, realizzata da un artista contemporaneo. Questo significa che OGNI COPIA della nostra rivista è unica e irripe­tibile co­me l'opera d'arte che contiene. Questa pagina è stata pensata per essere collezionata o incorniciata dai lettori che così, di numero in numero, daranno vita a una piccola raccolta d'arte contemporanea a un costo irrisorio. E sono tutte opere originali, non riproduzione seriali. Uscirà fra poco il numero 74 di "Ellin Selae". Questa iniziativa è iniziata con il numero 22. Questo significa che ci saranno a breve 52.000 opere d'arte originali in circolazione su (e grazie a) "Ellin Selae". Ora, provi a pensare se uno solo fra questi fosse il Kandinskij o lo Chagall del prossimo secolo: sarebbe valsa o no la pena d'esser lettori di "Ellin Selae"?
Son sicuro che se una iniziativa del genere, anche su scala ridotta(per una sola volta soltanto) fosse stata messa in atto da un grande editore, i giornalisti avrebbero starnazzato fino all'altro capo del mondo. Ma l'abbiamo fatta noi, e la stiamo facendo da più di 10 anni. Se mi chiede come mai non ne ha mai sentito parlare prima le rispondo come le ho risposto alla prima domanda.

A parte questo, cosa la inorgoglisce di più di "Ellin Selae"?

Il fatto che non sono io a far vivere lei, ma lei a far vivere me...


[Altri libri di Franco Del Moro]

Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 31.10.05 23:56

Interventi

Non lo conoscevo. Un editore coraggioso, da ammirare.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.11.05 10:04

Dice l'intervistato: "Ci sono dei parametri tecnici e comunque universali per valutare un'opera d'arte, qualunque opera d'arte".
"Universali" è una parola grossa, trovo:-/


Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.11.05 11:49

P.S. Ah, scusate, mi ero dimenticato di spammare come mio solito:

http://www.wumingfoundation.com/ourbooks/news.php?extend.54

Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.11.05 11:52