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20.10.05

I conti in tasca all'autore

di giuliomozzi

Tre giorni fa Loredana Lipperini ha pubblicato in Lipperatura una lettera di Trespolo che, per così dire, faceva i conti in tasca ai Wu Ming. Qui c'è la lettera, qui c'è l'articolo di Lipperini (con relativa discussione), e qui c'è la successiva risposta di Wu Ming 1 (con relativa ulteriore discussione).
Ora, a me pareva che i conti fatti da Trespolo mettessero in luce una cosa importante. La discussione in casa di Loredana è andata in tutt'altra direzione (in una direzione secondo me poco fruttuosa).
Allora riprendo l'argomento, sperando di riuscire a indirizzarlo nel modo che mi pare (posso sbagliarmi) più utile.
Trespolo si era messo a fare i conti a partire da una domanda: "Perché, se il modello Wu Ming funziona, ed è ampiamente dimostrato, nessuno fra i piccoli editori e la stessa comunità degli scrittori è stato in grado di replicarlo?" (domanda che derivava a sua volta da un intervento di Wu Ming 1 in calce a un articolo di Loredana che riprendeva un mio articolo in vibrisse: vedi come girano le cose...).
Ora, la domanda che ha posta Trespolo, formulata come la formula lui, interessa da qua fin là; e mi pare un po' malposta. La domanda che interessa a me è un'altra. Se la volete sapere, continuate a leggere.

I conti di Trespolo saranno o non saranno giusti. Non m'interessa: una volta che il foglio Excel è impostato, i dati in entrata si possono correggere. A me interessa il senso dell'operazione: tentare una stima di quanto vale, dal punto di vista strettamente economico, il lavoro di un autore. E la rilevazione del valore strettamente economico m'interessa solo in quanto mette in luce alcune cose.

Mi è successo spesso di domandarmi quale fosse il reale valore economico del mio lavoro. E' possibile assegnare un valore economico, ad esempio, a ciò che faccio qui, in vibrisse? Che valore economico ha una giornata spesa con un ragazzo che forse tra un anno farà un libro, e forse no? Che valore economico ha il tempo che impiego a leggere? Che valore economico ha il tempo che spenderò domani sera, 21 ottobre, per un incontro a Mantova con Ivano Bariani e Francesco Borgonovo organizzato da Davide Bregola? Che valore economico ha il tempo che spenderò domenica 22 sera, a Verona, per accompagnare Laura Pugno alla premiazione dell'Autumn film festival? Che valore economico ha la lettura che andrò a fare domenica 23 mattina alla Galleria Ricci Oddi di Piacenza?

Eccetera. Ora faccio un esempio.

Mi è successo di invitare nella mia città lo scrittore Tizio. Lui mi ha detto: "Guarda, vengo proprio volentieri, costo tot". E' chiaro che per lo scrittore Tizio il senso del prendere il treno, viaggiare fino a Padova, fare l'incontro pubblico, cenare, dormire a Padova, riprendere il treno per tornare a casa sta tutto in quel: "tot". Lo scrittore Tizio, in somma, considera i suoi libri un "investimento"; e le cose che ne conseguono, come ad esempio gli inviti a destra e a manca, sono il "ritorno". "Sai", mi ha detto, "in fondo io vivo di questo".

Mi è successo anche di invitare nella mia città lo scrittore Caio. Lui mi ha detto: "Guarda, vengo proprio volentieri, se riesci a far saltare fuori le spese del viaggio, bene; e sennò pazienza. Tanto mica vivo di questo".

Mi è successo infine di invitare nella mia città lo scrittore Sempronio. Lui mi ha detto: "Guarda, vengo proprio volentieri, costo tot". E io so benissimo che lui non vive di quello; anzi, so che ne ha così tanti da non sapere bene dove metterli. Infatti mi ha poi detto: "Prendo su, viaggio, faccio l'incontro, dormo fuori, rientro: sono ore della mia vita, è tempo che tolgo ad altro, anche semplicemente all'ozio. E, secondo me, il mio tempo vale tot".

Lo scrittore Caio è forse più buono o generoso di Tizio e di Sempronio? Ecco, questo è un bel modo sbagliato di porre la questione. Semplicemente, per questi tre scrittori le cose funzionano diversamente: per Tizio l' "indotto" della pubblicazione dei libri è un modo come un altro per campare; per Caio l'arte non ha prezzo, e quindi tanto vale che abbia il prezzo più basso possibile; per Sempronio l'arte non ha prezzo, e quindi tanto vale che abbia il prezzo più alto possibile.

Un altro esempio.

Lo scrittore Tizio legge vibrisse. Poi mi dice al telefono: "Dove li trovi i soldi per fare quella roba lì?".

Lo scrittore Caio legge vibrisse. Poi mi dice per email: "Dove lo trovi il tempo per fare quella roba lì?".

Lo scrittore Sempronio non legge vibrisse; quando gli racconto che cos'è vibrisse e come funziona, mi dice: "E quanto ti rende, quella roba lì?".

Ora, i Wu Ming non sono né Tizio, né Caio, né Sempronio. I Wu Ming sono, mi permetto di dirlo, un'impresa; e vorrei che valessero almeno tre significati della parola "impresa":
- impresa come organizzazione che punta a un'economicità, ossia a un profitto almeno bastevole a mantenere in vita l'impresa stessa;
- impresa come attività ammirevole per il rischio che comporta e il coraggio che richiede;
- impresa come "stemma", come "segno" posto davanti agli occhi di tutti.

Mentre Tizio, Carlo e Sempronio si pongono il problema economico in maniera del tutto individualista, i Wu Ming, proprio in quanto sono un' "impresa" (e il loro essere un collettivo c'entrerà qualcosa, credo, con questo), lavorano consapevolmente a un progetto (non solo narrativo, ricordava b.georg nella discussione in Lipperatura): è possibile, quindi, e ha un senso, domandarsi quali investimenti questo progetto abbia richiesto nel tempo.

Così si scopre, ad esempio, che l'investimento (al di là dei conti fatti da Trespolo) è sicuramente molto grosso; che è stato fatto quasi tutto in lavoro e non in soldi; che non solo non prevede profitto (gli utili dell'impresa vengono tutti reinvestiti nel progetto) ma che è strutturalmente organizzato come un investimento che non prevede profitto; che le dimensioni e i tempi e la redditività del progetto sono tali che mai un soggetto orientato al profitto (un editore, uno scrittore) si sognerebbe di investirvi; che i componenti del collettivo hanno sicuramente dovuto affrontare duro lavoro, sacrifici (e molto rischio) per realizzare ciò che hanno realizzato; eccetera. Tutte cose evidenti, dirà qualcuno: ma che i conti di Trespolo (non importa quanto azzeccati e quanto sbagliati) hanno messo in luce con più evidenza.

Wu Ming 1 in Lipperatura, dopo aver ricordato di che hanno campato i membri del collettivo in questi anni (i lavori più svariati) scrive: "Fatto salvo che non esiste un modello Wu Ming da riprodurre, se il loro 'sforzo' è stato compiuto mentre facevano tutti quei lavori, non si capisce perché simili 'sforzi' debbano essere fuori dalla portata di altri scrittori. Certo, loro sono un gruppo e hanno potuto dividersi compiti e fatica, ma anche un quinto del tempo che loro hanno speso a costruire la rete e un quinto delle presentazioni che hanno fatto loro, è comunque molto più di quanto facciano certi segaioli. Inoltre, formare un gruppo non è una scorciatoia, fa parte del lavoro, ma qui ci fermiamo altrimenti parte tutt'altra discussione".

E questo (come ha notato in Lipperatura anche un commentatore anonimo) è il punto. Un "progetto", un' "impresa", richiedono investimenti personali (affetto, passione, idealità, tempo sottratto ad altri affetti passioni e idealità) ed economici (denaro, tempo sottratto ad altre attività economiche). I Wu Ming sono l' "impresa", lo "stemma", la dimostrazione vivente che è possibile realizzare grandi investimenti pur non disponendo di rendite e capitali, e pur realizzando investimenti non orientati al profitto (nel senso che il profitto, quando si realizza, viene reinvestito nel progetto stesso: il profitto è strumento, non fine).

Attenzione: non vorrei che qualcuno si immaginasse i Wu Ming come delle anime belle disinteressate al denaro. Al contrario: proprio perché l' "impresa" richiede investimenti anche economici (se non altro per mantenere in vita i membri del collettivo nei periodi in cui decidono di dedicare all' "impresa" grandi porzioni del loro tempo) i Wu Ming sono interessatissimi al denaro. Solo che fanno i loro conti in maniera completamente diversa da come li fa Trespolo. Ad esempio, i Wu Ming non considerano gli editori delle edizioni cartacee dei loro libri come dei soggetti che "investono" sui loro libri: considerano sé stessi come soggetti che "investono" sull'editore, e pertanto esigono il controllo di tutta una serie di aspetti della produzione (la carta è il più evidente, ma non è il solo) e della promozione del libro.

Qualcuno si è mai domandato "quanto costa" Nazione indiana? Qualcuno ha mai chiesto a Giuseppe Genna "quanto gli costa" fare I Miserabili? Io stesso, ho un'idea abbastanza precisa di "quanto mi costa" fare vibrisse? Ha senso stimare la consistenza di queste iniziative (affettive, passionali, ideali) anche nel loro versante economico, se non altro per valutare anche sotto questo profilo l'efficacia dell' "impresa" messa in atto? E' chiaro che io non faccio vibrisse per promuovere la vendita dei miei libri o dei libri pubblicati da Sironi (anche se non mi dispiace, attraverso vibrisse, promuovere anche questi libri), ma la ragione per la quale faccio vibrisse mi è così chiara da resistere a un attento calcolo economico in stile Trespolo? Un attento calcolo economico in stile Trespolo non potrebbe essere utile (insieme ad altri calcoli, e ad altri pensieri che sono tutt'altro che calcoli) per decidere se gettarsi in un' "impresa" o in un'altra?

Ecco, queste sono le domande che mi interessano. Chiedo scusa se ho fatto un giro così lungo per arrivarci: ma la massa di fraintendimenti che ho vista nella discussione in Lipperatura mi ha convinto dell'opportunità di fare, appunto, tale giro così lungo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 20.10.05 14:42

Interventi

Bel pezzo. Due annotazioni:

prima annotaziopne) Davide Bregola NON organizza a Mantova - al massimo coordina. E' Scritturedannose che organizza.

seconda annotazione) Una domanda che non ti sei fatto è perché Alessio Tacchinardi prende quindici miliardi di vecchie lire all'anno per giocare dieci partite all'anno nella Juventus?
Credo che rispondendo a questa domanda si arrivi anche a determinare "il valore economico" di quello che uno scrittore fa.

Pubblicato da: Gerardo - 20.10.05 17:15

Alessio Tacchinardi non gioca più nella Juventus.
Attualmente è in prestito al Villareal.
Voleva giocare più di dieci partite all'anno forse...

Pubblicato da: WorkingClassHero - 20.10.05 17:26

E'una domanda che attiene di brutto alla propria visione della vita (quand'anche in senso meramente economico). Trovo che nella più diffusa considerazione della remunerazione economica di uno scrittore valga (a mò di esplicitazione del non-detto generale), il claim della campagna Mastercard. Quando una voce fuoricampo, commentando la scena di una donna che autografa il suo primo libro, nelle mani di un insegnante che l'aveva vivamente sconsigliata dal proseguire oltre nella scrittura, dice: "Certe cose non hanno prezzo". Una sorta di missionario che campa d'aria, allora ? Portato a questo grazie all'atteggiamento un po schizoide della "religione" e della "cultura" in merito al denaro (ah, "lo sterco del demonio...")? Da rimpiangere un approccio meno fariseo e un po più luterano. Di cosa dovrebbe campare chi fa su e giù dai treni in giro per l'Italia ? Siamo in America dove gli sceneggiatori sono pagati quasi più di un regista ? Non siamo nel paese dove chi irride ai martiri di Nassirya può serenamente fatturare, sia pure "senza fini di lucro", alla faccia del sistema che attacca ? I pubblicitari ? Gente che ha capito tutto.

Pubblicato da: cletus - 20.10.05 17:53

Giulio, mi permetto di segnalarti anche alcuni miei appunti che vanno in una terza direzione (o almeno, quello era l'intento): più banale, ma forse interessante per monitorare il rapporto fra letteratura e rete. Qui:
http://babsijones.typepad.com/babsi/2005/10/appunti_wu_ming.html

...Grazie per l'ospitalità :-)

Pubblicato da: Babsi - 20.10.05 18:05

Gli economisti hanno una risposta precisa alla domanda "quanto costa il tempo". Dicono: "il tempo vale il suo costo opportunità, ossia quanto avresti guadagnato impiegandolo nel modo alternativo più redditizio". Per esempio, per un avvocato, che è pagato a ore, il costo di dedicare una mattina di quattro ore al suo blog clandestino è pari a: tariffa oraria x 4. Chiaramente, per altre attività dove non ci sono tariffe orarie questi calcoli sono più complicati. Ma vale in generale che il costo economico di fare qualcosa è dato dal valore di ciò cui rinunci per farla (al limite, il semplice valore utilitaristico di riposarti in terrazza fumando una sigaretta invece di scrivere sul blog).

Pubblicato da: filter - 20.10.05 18:41

Ciao Giulio,
a me sembra che tu stia parlando di "utility". Nel senso che gli danno gli economisti e' un indicatore del tuo livello di soddisfazione. Es. La stessa identica casa ha due prezzi diversi a seconda della vista, perche' una finestra che guarda su un bel panorama ti da' "piu' soddisfazione" di una che guarda su un mucchio di rottami. E per questa "maggiore soddisfazione" qualcuno e' disposto a pagare di piu'.
Allo stesso modo Tizio, Caio e Sempronio traggono diversa soddisfazione dal fare le cose che descrivi(il che comprende fattori come: "gli piace"; "prendono spunti per future opere"; "discutere tanto gli chiarisce le idee"; e anche "vengono pagati").
Quindi, se tu valuti tanto il fatto che qualcuno ti inviti per parlare delle tue opere, sei disposto ad andare per meno soldi, perche' a te "costa di meno" che a Tizio, il quale valuta meno importante parlare delle sue cose. In questo modo, ogni discorso "monetario" diventa relativo.
Spero di essermi spiegato in qualche modo. ciao
Luca

Pubblicato da: Luca - 20.10.05 18:43

ma questi economisti sono per caso gli stessi che poi hanno inventato gli stages..?.. allora preferisco Seneca: "NULLA è più prezioso del Tempo, poiché esso non potrà mai esserci restituito, ma solo ricompensato".

Pubblicato da: marco v - 20.10.05 18:50

[Ok, posta in questo modo, la questione è più "a fuoco" e la discussione può essere proficua e scevra da contrapposizioni sterili.]

Una prima precisazione: il progetto Wu Ming è orientato *anche* a un profitto (o quantomeno al "ritorno" degli investimenti), tant'è che progressivamente stiamo abbandonando gli altri lavori e la porzione del nostro reddito complessivo derivante dalla vendita dei libri cresce di anno in anno.

Se non dovessimo dividere i proventi per cinque, se fossimo una persona sola, quella persona sarebbe ricca già da tre o quattro anni. Va detto, però, che una persona sola non sarebbe stata in grado mettere in piedi e portare avanti il progetto né sarebbe riuscita a scrivere "Q", "Asce di guerra", "54" e il nuovo romanzo collettivo (anticipo che il titolo di lavoro è "Mohawk"), quindi il ragionamento non vale, è solo un paralogismo pour parler. Inoltre, una persona sola si sarebbe divertita molto meno.

D'altronde, la poetica di Wu Ming ha a che fare con la dimensione collettiva del creare e del fare cultura. "La potenza del collettivo è al tempo stesso contenuto ed espressione del narrare", scrivemmo nella dichiarazione d'intenti del 2000.

Io, che ho scritto un romanzo solista di un certo successo, campo di sole royalties (in verità già da qualche anno, anche prima di "New Thing", grazie anche all'impegno come traduttore).

Anche WM2 potrebbe campare di sole royalties e se si tiene l'altro lavoro è perché ci ha investito molto in termini di impegno e passione.

Man mano che i nostri libri vengono tradotti e pubblicati all'estero (e, per buona sorte, vendono bene) anche gli altri membri vanno sganciandosi dalle altre attività.

Ma arriviamo al punto: fatte salve e messe da parte le specificità che impediscono di trarre dalla nostra esperienza un "modello replicabile", rimane comunque un grappolo di coordinate, meno certe di quanto hanno creduto alcuni, eppure ricercabili e indicabili sulla mappa. In parole povere: la nostra esperienza può insegnare qualcosa. In questo senso ho parlato di "case study" (non di "modello": non abbiamo bisogno di modelli e nemmeno di modellatori, se incontri il Buddha per la strada uccidilo!).

Alcune domande:

Perché solo un pugno (per giunta un pugno piccolo, mano di neonato) di scrittori italiani, in questi anni, ha contemplato e messo in pratica l'idea di farsi "impresa" collettiva (non tanto nel senso di azienda, intendo proprio nel senso di *avventura*, avventura comunitaria che ridefinisce l'idea stessa di autorialità)? Badate che non intendo affatto una impresa *come la nostra* (sarebbe un tentativo patetico), credo che le tipologie siano infinite e gli sviluppi imprevedibili, potenzialmente sorprendenti.
E' solo un problema di ipertrofia non-mediabile dell'ego, scarsa pratica dell'umiltà, assenza di sintonia ed empatia tra irredimibili narcisisti, o c'è dell'altro? *Deve* esserci dell'altro, la spiegazione psicologica mi pare lacunosa.
Forse gli scrittori sentono sulle spalle un gelido gravame, il peso culturale della famosa "ombra lunga dell'autore", dell'auteur, costellazione di miti e riferimenti che si è fatto vera e propria istituzione totale immateriale?

Ancora più importante: perché solo un pugno di scrittori italiani, in questi anni, si è dimostrato in grado di stare "sul pezzo", di interpretare nella propria scrittura e nella propria attività i profondi cambiamenti avviati dalla rivoluzione digitale, anche per quel che riguarda la pratica della scrittura?
Riscontro una carenza di riflessione su questo tema, la cui comprensione è invece determinante *anche a fini strategici*, per capire in profondità il rapporto tra letteratura e rete.
Chiedo scusa, cito un passo da una nostra intervista, per non doverlo ricostruire:

"Non crediamo che un atteggiamento digitale oggi sia 'meno visibile' in uno scrittore. Il passaggio dalla Olivetti al word processor, che poteva dirsi compiuto all'inizio degli anni Novanta, aveva già rivoluzionato il modo di comporre un testo. La crescita della rete ha fatto il resto. La 'ricorsività' della scrittura (cioè la possibilità di modificarla infinite volte senza distruggere il supporto provvisorio, 'sbianchettare', cestinare etc.), la fine del 'blocco da foglio vuoto', la funzione taglia-e-incolla, la rapidità con cui puoi spedire il testo ad altre persone per avere un parere, la facilità con cui si passa dal file al libro (una volta il dattiloscritto andava ricomposto su una lastra in caratteri di piombo!), la maggiore interazione tra scrittori e lettori tramite e-mail, blog, siti dedicati... Tutto questo cambia radicalmente la psicologia dello scrivere, l'approccio alla parola." (2004)

Questo è solo un miserando abbozzo di riflessione, la risposta alla domanda di un giornalista. La questione, però, è cruciale. Come è possibile interrogarsi sul rapporto tra letteratura e rete se non si indagano con metodo le trasformazioni dello stesso atto di scrivere scatenate dalla rete?

La riflessione di Babsi sul suo weblog mi sembra molto, molto importante. Non lo dico solo perché recensisce positivamente un sito a cui abbiamo dedicato un lavoro intensissimo e che tuttora "lecchiamo come l'orsa lecca i suoi cuccioli" (cito spesso quest'immagine che Virglio dedicò al labor limae, alla fatica della rifinitura), ma perché pone questioni strategiche, e lo fa in modo corretto.

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 20.10.05 19:15

WM1, devo correre a casa, dalle bimbe.
Solo una domanda: ma che razza di titolo è Mohawk???

;-) G.B.

Pubblicato da: gianni biondillo - 20.10.05 19:34

Nel senso: certo che voi di comunicazione non ci capite proprio nulla...
;-)))

Pubblicato da: gianni biondillo - 20.10.05 19:35

Non è giusto. Nessuno cita il finissimo volontariato culturale da me praticato attraverso "Cazzeggi letterari", il peggior blog della blogosfera (a detta di Barbieri):-/

Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.10.05 00:13

vorrei dire una cosa riguardo al post di wu ming 1. io più che avventurarmi in un'impresa collettiva nell'intento di superare l'ombra lunga dell'autore, io, dico, ( con questo io così orgogliosamente meschino, con la sensazione di essere amputato da sempre e per chissà quale motivo), io mi avventurerei in una scrittura che abbia come autore solo parti di me, brandelli di personalità che hanno ancora la forza di dire qualcosa.

Pubblicato da: alessandro garigliano - 21.10.05 10:44

Non so se è ancora di moda, ma ricordo che G. Bataille (vedi La parte maledetta) spiegava molto chiaramente che l'ottica del risparmio è l'economia ristretta un malinteso umano, mentre la legge della natura è lo spreco.
Chi si dedica alle *imprese* non ragiona in termini di solo riscontro (economico/morale/psicologico), ma ha proprio bisogno dello splendore che genera bruciando. Il che non è da tutti. E, stranamente spesso, genera comunque un ritorno non rendicontabile. C'è bisogno di fare esempi?

P

P

Pubblicato da: Paolo S - 21.10.05 11:42

"Forse gli scrittori sentono sulle spalle un gelido gravame, il peso culturale della famosa "ombra lunga dell'autore", dell'auteur, costellazione di miti e riferimenti che si è fatto vera e propria istituzione totale immateriale?".

Io - ma parlo per me, e però parlo da lettrice - non sento "il peso culturale" , "il gravame" di nessuna "famosa 'ombra lunga dell'autore'". O meglio adoro senire sulle spalle quel peso culturale.

Se potessi, come una volta esistevano i manicomi, chiederei di essere chiusa nella 'istituzione totale immateriale' della letteratura. Il perchè l'ho già detto. E' un mondo quello della letteratura in cui, a mio parere, le Cose stanno al loro Posto, o almeno ci Provano. Se devo essere sincera mi fa anche un po' orrore il fatto (come succede se uno lavori in gruppo) che io debba discutere se un Fesso (personaggio) è fesso perchè da piccolo l'avevano picchiato, o se è Fesso perchè è nato fesso. Con la rivoluzione digitale ci sono chilometri di schermi bianchi. Via tutti liberi a descrivere il loro fesso personale. Uno potrà farlo in gruppo, l'altro da solo. La stessa persona una volta lo farà in gruppo, l'altra volta da sola. Perchè questa tirchieria della Formula (il gruppo)?

L'unica vero aspetto positivo della rivoluzione digitale (che c'è, è fuor di dubbio) sta nel fatto di essere improvvisamente più Liberi? Perchè abbiamo paura di questo? Prendiamone atto! Non ci sono formule!

E che Dickens lavorasse ogni tanto con Collins, o Dostoevskji - nelle ultime sue opere 'grandi' - non potesse fare a meno della moglie per scrivere non toglie niente a quello che ne è venuto fuori. Il gruppo. Sì. Ci si conforta, e serve, perchè la leteratura è una strada dura. In tre si collabora, ed è cosa interessante e importante nella vita, nella vita reale, sì.

Ma l'opera? Che cambia? Dov'è sta 'sto difetto di non appartenere al " pugno (per giunta un pugno piccolo, mano di neonato) di scrittori italiani, in questi anni" che "ha contemplato e messo in pratica l'idea di farsi "impresa" collettiva" di cui parla wu ming? Chi ci dice che se l'avessimo fatto in tanti le cose non sarebbero andate anche peggio? Non capisco. Giuro. Per questo insisto. non ci sono ricette, lo ripeto, per fortuna! La vera rivoluzione della rete sta nel fatto che un'opinione valga davvero quanto un'altra!

Nella letteratura conta la descrizione delle paure umane che si sia capaci di fare. In uno, in due, in tre o in quattro. Highsmith o King oggi, raccontano come ieri faceva Hoffmann.

Mettiamo che King collabori con Highsmith. Che cambia? Uno dice, "Per dei poveretti come noi cambia. dal punto di vista economico cambia." Già l'idea di partire dicendo che siamo poveretti. ma insomma!

Ripeto. E'sempre è meglio confortarsi e confrontarsi uno con l'altra. sempre (oddio, non lo so) sempre è meglio viaggiare in due. si dividono le spese. ma è un'altra cosa.

A me interessa come uno scrittore (o più scrittori, ma che cambia? ripeto: è per la cena?) descrive le paure, le miserie, le grandezze, le vittorie, le sconfitte (le sue idee di) le capacità e le incapacità umane.

E, precisamente, mi piacciono le narrazioni - preepiche? sì, forse preepiche per l'interesse nei confronti dei Personaggi - che tengano conto di alcune discipline che sono state fondamentali nel 900: il marxismo, la psicanalisi, la storia del gusto (che è storia di come sono state lette o viste le opere d'arte durante i secoli, di come stati letti e visti i personaggi nei secoli, compresi quelli epici)

E a proposito di ombre, non nego che l'idea dell'ombra (fantasma) di Dickens (o di Gadda, o della Woolf, ma mi basterebbe pure una Morante, to', con cui ultimamente non mi piglio, addirittura un Moravia!) che mi passasse il suo freddo dito di morto sulla schiena, mettendomi paura, e indicandomi che cosa avrebbe voluto dire, o cosa io potrei dire, segendo tracce dei suoi romanzoni, mi piaccia da morire.

E l'idea che Dickens abbia lavorato tanto con Collins, per esempio, anche scrivendo romanzi, o che Dotoevskij senza la moglie fosse perduto, ripeto, non toglie niente al mio vedere Nastassja Filippovna come una 'creatura' di Fedor. E che mi piacca così. Tanto l'immaginazione (e per fortuna, speriamo non ci tolgano pure quella!) è comunque qualcosa di individuale. E se l'autore singolo è un 'invenzione', da un punto di vista diciamo 'radicale' lo sarà pure l'autore collettivo.

Non mi piace, non mi convince 'programmare l'autore collettivo'.

per me la letteratura è e resta Aglaja (invenzione, cascame... ma lo è anche l'idea dell'autore collettivo, cascame? sì.) che per i 'miei deboli nervi' è un ottimo sedativo, oggi.

E ancora: non me ne voglia wu ming. Mi va bene l'idea del 'gruppo di scrittori'. Alcune delle migliori sceneggiature di film importanti sono state scritte da 'gruppi di scrittori'. Si sapeva che esiste pure quella possibilità. Per la scrittura cinematografica secondo me è meglio essere in tanti.

Come sarebbe interessante costituire in più persone una casa editrice.

E ancora, wu ming dice: "perché solo un pugno di scrittori italiani, in questi anni, si è dimostrato in grado di stare "sul pezzo", di interpretare nella propria scrittura e nella propria attività i profondi cambiamenti avviati dalla rivoluzione digitale, anche per quel che riguarda la pratica della scrittura".

Lo ripeto. Mi pare pretestuoso. Balzac non era balzac perchè conosceva a fondo i cambiamenti che erano intervenuti nella scrittura. ma qui wu min mi risponderebbe, 'ah, l'ombra lunga dell'autore!". e allora?

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 12:52

POSTepiche! Mi ero stufata di scrivere il POST, e mi è venuto pre-epiche! Potere della PSICHE IMMATERIALE!

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 12:58

Non ho parlato di "autore collettivo" e nemmeno, a rigore, di "scrivere insieme". Ho parlato di impresa come avventura comunitaria, riprendendo e adattando uno dei significati proposti da Mozzi.

Tra i "letterati" è poco in voga la comunità. Al contrario, è parecchio in voga il clan, la cricca, il cenacolino, il conciliabolo, l'unione temporanea tra narcisisti che si dicono a vicenda quanto sono bravi e incompresi, nel lasso di tempo che precede il loro scazzarsi e mandarsi a cagare. E' molto in voga l'autonarrazione consolatoria ("Io sono un grande, ma non mi capiscono", "la cultura è morta, per questo non trovo spazi"), narrazione che diventa ineluttabilmente *circle jerk* (cioè il farsi reciproche seghe disposti in circolo) e questa inefficacissima terapia di gruppo viene addirittura spacciata per "resistenza", le si attribuisce addirittura un qualche valore "politico".

In questo tipo di comportamenti si sente sì, il "gelido gravame" del mito dell'autore (mito romantico, decadentista, "maledettista", ombelicale, in ogni caso tremendamente egocentrato e "antropocentrico" nell'accezione più negativa possibile). Pesa diverse tonnellate e curva le spalle proprio di chi si crede erede di una tradizione di schiena diritte, l'Autore in atteggiamento di sfida titanica, gambe larghe e pugni sui fianchi, sul promontorio dei secoli.

Sarebbe ora che i miei colleghi si "sgravassero" le spalle dal fardello di un'idea di autore che è in realtà recentissima, e riscoprisse (in questo anche e soprattutto la rete può aiutare) la dimensione *ecocentrica* dello scrittore. "Eco" viene da "oikein", abitare: lo "scrittore residente" di cui parla Peter Bichsel, il poeta/narratore come membro di una comunità, anzi, di tante comunità a cerchi concentrici, erede di figure che esistono dall'alba dei tempi, dall'aedo al griot, dal bardo al trovatore, dal cantastorie al puparo etc. La scrittura, la poesia, la narrazione come *doni alla comunità* e come mestiere di vivere con gli altri.

[La poesia che torna "ad alta voce" è un altro dei segnali di una presa di coscienza in questo senso. Peccato che alcuni autori "razzolino bene e predichino male", nel senso che sono in grado di fare serate belle e di nuovo *ecocentriche*, eppure teorizzano il peggior *antropocentrismo* artistico e *umbilicocentrismo* autoriale.]

Per una piena riscoperta dell'ecocentrismo in letteratura, occorre scollarci dalle ossa i muscoli infiammati e rattrappiti. Serve un massaggio energico. La rete ci costringe a fare i conti con una dimensione di "apertura" e ci sfida a confrontarci con nuove possibilità, col costante rischio di "sbracare". Ci obbliga a cercare un equilibrio. Ci costringe a mettere in discussione l'ego, a relativizzare la figura dell'Autore. Per questo, nonostante tutto, la amo come la pupilla dei miei occhi, come la pupilla degli occhi di tutti.

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.05 14:16

"la figura dell'Autore. Per questo, nonostante tutto, la amo come la pupilla dei miei occhi, come la pupilla degli occhi di tutti." Ah, be', allora ci siamo. Ho capito. Allora, sì. Ti adoro. Posso dire?

In tutta la prima parte ti sei spiegato. E hai ragione. Sì, hai ragione. Se non capivo è perchè io dei clan, delle conventicole, forse sbagliando me ne sono sempre un po' strasbattuta!

Non per virtù, eh, ma per provata, verificata e certificata 'inettitudine alla pratica clanesca'. Praticamente l'unica vera laurea che io abbia.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 14:26

Ehm... Amo la rete, non la figura dell'Autore. Quella mi fa pure un po' ribrezzo, lei e la sua ombra lunga che copre il sole e fa morire l'erba :-)

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.05 14:31

...però forse volevi dire la Rete!

No! Allora mi rimangio tutto. Io è Dickens che voglio. Ach! La rete la amo perchè mi aiuta a sapere tutto su Dickens, e mi costringe a leggere in inglese, e il fatto di sapere l'inglese, mi farà parlare con gli Inglesi, sì. Mi farà prendere i treni. E distendere i nervi. E fondare un 'Clan Dickens' che senza pratiche clanesche mi costringa ogni settimana a prendere un the con degli innamorati del bardo (2). Ma mentre parlo e sto sul treno, e prendo il the, è da Dickens 'che voglio tornaaaar....'. E' Dickens che 'sto a celebraaaaar'. E non voglio a questo piaceeeeeer rinunciar'.

Va be', purtroppo un po' diciamo la stessa cosa. Io sono un po' più 'ingenua' tu un po' più scafato.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 14:35

Nel senso che: Se dico che Dickens è Dickens è come dire che non è un Autore. Però è un autore. E alla sua Ombra mi rinfresco senza ribrezzo volentieri. E la 'comunità' se ha voglia che venga. E se no, che prenda il sole. Starò da sola. Pazienza. 'Sti giorni va così.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 14:39

Io ho l’impressione che la questione molto Wu Ming di vincere "perdendo la faccia" o la facciata di Autore sia fondamentale, ma non so se sia gestibile fino in fondo e con rigore...
C'è un'altra faccia della luna nel partecipare a questo progetto? O un inciampo inevitabile?

P

Pubblicato da: Paolo S - 21.10.05 14:41

Paolo, ci avevo provato, cambiandogli il soggetto, a fargli dire che "l'Autore. è la luce dei miei occhi" (più o meno). mannaggia! se n'è accorto.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 14:44

WuMing1. ***l'Autore in atteggiamento di sfida titanica, gambe larghe e pugni sui fianchi, sul promontorio dei secoli***.
Piccolino, hai presente la RETORICA DELL'ANTIRETORICA? That's it. Ti ho citato nella breve introduzione alla mia 'Lettera ad Edgar Allan Poe'(mio blog). Senza una *titanica* voglia di esprimersi come quella che avvertiva dentro di sé, Poe (e tanti altri come e più di lui, magari in campi diversi), si sarebbero arresi molto prima alle difficoltà riservate loro dalla vita. A rimetterci, naturalmente, saremmo stati noi.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.10.05 14:57

Un conto è la titanica voglia di esprimersi, un conto è la titanica voglia di rompere i coglioni al prossimo, che Angelini un po' condivide con l'Autore :-)

Pubblicato da: Franco Melloni - 21.10.05 15:00

Angela, in un commento precedente scrivi "Come sarebbe interessante costituire in più persone una casa editrice.", ma intendi *persone* persone o *persone* scrittori?

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 21.10.05 15:01

Lucio, faccio come te e mi autopromuovo. Sul mio rapporto con Poe, scarica "New Thing" e poi visita il forum del libro. Inoltre, è mia opinione che Poe ci abbia dato *molto meno* di quello che avrebbe potuto darci se non si fosse devastato il fegato e i nervi per poi morire giovane dopo un attacco di delirium tremens. Scusami, ma non ci tengo a imitarlo, mi scosto il più possibile dall'ombra lunga :-/

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.05 15:03

Grazie, Angela! Ecco il problema: l’autore vuole sparire, il lettore lo vuole vedere. Datemi un nome, anche vuoto, ma per Dio, un nome! Io ho subodorato questo "incrocio pericoloso" studiando Gianni Rodari. Lui voleva in qualche misura sparire come GRANDE AUTORE per far parlare i piccoli (nel suo caso proprio i bambini). Ma le maestre, dalla Russia a Reggio Emilia lo presentavano ai bambini come Grande Autore... E quando lui stava fra i bambini, vedevano il Grande Autore che si abbassava. Capisco perché soffrisse di questo.
Non è da meno con i pupari e tanto meno con i bardi. Volente o nolente, l’autore incarna qualcosa, che la comunità vuol veder splendere.
Se ne esce?

Pubblicato da: Paolo S - 21.10.05 15:05

Chiedo di nuovo scusa se, per l'ennesima volta, mi/ci auto-cito, ma sono questioni su cui riflettiamo da anni in modo intenso. Nel nostro reportage su Mantova 2002, abbiamo scritto:

Non nascondiamocelo, l'orizzontalità assoluta non è realizzabile e non è nemmeno auspicabile, il narratore di professione ha comunque un che di "sciamanico", qualcosa che arriva a noi dalle società di cacciatori-raccoglitori, qualcosa che non si è mai estinto del tutto, e va bene così. Non è possibile vivere senza partecipare a qualche rituale o liturgia. Tuttavia, è possibile *ridimensionare* lo sciamano, quando quest'ultimo comincia a peccare d'alterigia. L'umanità ha prodotto diverse leggende in cui i trucchi degli sciamani mostrano la corda e le comunità si prendono direttamente la responsabilità della creazione magica. Una in particolare, una storia amerindia, può funzionare da monito a molti colleghi, e da affermazione che a essere veramente, propriamente creativa è solo la comunità tutta:
"...gli sciamani, divenuti più aggressivi, insultano il sole e la luna, che quindi scompaiono lasciando ogni cosa avvolta dalle tenebre. Gli sciamani dicono di poter far ritornare il sole e si mettono a ingoiare alberi e a farli uscire dalle loro pance, a seppellirsi nella terra lasciando fuori suolo gli occhi, cominciano insomma a fare tutti i grandi trucchi magici sciamanici. Ma i trucchi non funzionano e il sole non ritorna. Allora i preti dicono che deve provare la gente. E la gente è composta da tutti gli animali. Questi animali-gente si dispongono in cerchio, danzano e danzano, ed è la loro danza a far sorgere una collina che cresce poi fino a trasformarsi in una montagna e diventare il centro elevato del mondo da cui vengono tutti i popoli della terra." (Joseph Campbell, Il potere del mito, TEA, Milano 1994)
In una famosa intervista a Repubblica (6 marzo '99), affermammo che "diventare scrittorucoli [...] da salotto o da talk show sarebbe una fine ingloriosa, e altri Blissett farebbero bene ad abbatterci come cavalli feriti."
Siamo ancora di quell'idea.

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.05 15:09

Trespolo, intendo: persone scrittori, persone netturbine appassionate di letteratura, persone che ci capissero di soldi (se no per quanto ingenua lo so che non andrei - io, coi soldi faccio pena - da nessuna parte).

Persone 'accomunate' da un desiderio di 'fare romanzi', mica per forza scrittori.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 15:10

WuMing1. Ringrazia di non avere alle tue spalle l'"agghiacciante storia" che condizionò l'esistenza del povero Edgar. Melloni, per una lettera non ti chiami come Raffaella Carrà (Pelloni).

Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.10.05 15:14

Una nota breve a proposito dell'antropocentrismo, citato nel messaggio di Wu Ming: "Peccato che alcuni autori "razzolino bene e predichino male", nel senso che sono in grado di fare serate belle e di nuovo *ecocentriche*, eppure teorizzano il peggior *antropocentrismo* artistico e *umbilicocentrismo* autoriale"

Quegli autori dovrebbero anche tenere a mente che "antropocentrismo" è solo una concezione filosofica che mette l'uomo al centro dell'universo, ed evitare di delirare

Pubblicato da: Frisch - 21.10.05 15:22

Angelini quella di Poe - come quella di Vigo, sai l'Atalante, il regista che gira, stando 'sdraiato', quasi morente, che immagine anti-titanica per due film meravigliosi! - potrebbe anche essere definita una Sdraiata (invece che Titanica) voglia di esprimersi. Visto che fatto di tutto per non stare in piedi, ma Sdraiato.

Wu Ming, nello Sdraiamento (che opporrei al Titanismo. non può esserci Titanismo sdraiato, no? ecco. meno male. ) c'è implicita anche una forma di accettazione della Debolezza che a volte, in quanto umani, non è scelta. Poi, sono d'accordo con te, potendo, meglio una tisana che un devastafegato.

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 15:24

Babsi mi tira in ballo, di là
http://babsijones.typepad.com/babsi/2005/10/appunti_wu_ming.html#comment-10505435

Io le ho risposto così:

Babsi, lo sai, nella vita faccio l'architetto (anzi, come dico sfottendo: "il coordinatore di processi complessi").
Collaborare alla progettazione, insieme al mio socio, è una cosa normale, per nulla frustrante, anzi, entusiasmante.
E poi, il cantiere: Hai idea di che cosa sia un cantiere? Non c'è giorno, da oltre 10 anni di professione, che io non impari qualcosa da un muratore, da un idraulico, da un elettricista.
E, parlando di scrittura, l'esperienza della sceneggiatura cinematografica in tre è stata altrettanto divertente e arricchente.

Poi ognuno, insisto, faccia come vuole. Non è obbligatorio scrivere "in comunità". Ma è obbligatorio rispettare chi lo fa, senza tirare fuori miti romantici di geni incompresi.

Pubblicato da: gianni biondillo - 21.10.05 15:37

Lucio, che sia la voglia di esprimersi la molla che fa scrivere qualcuno, secondo me, è uno dei peggiori regali dell’età moderna. Anche se ci ha dato ottima letteratura, a volte.
Dipingo due estremi, ovviamente di solito siamo di fronte a degli ibridi:
A volte "c’è" qualcosa da dire che qualcuno intercetta. A volte al tavolino del bar emergono idee che pagatissimi think tank neanche sognano. Se chi intercetta questi "c’è" è uno scrittore, beh, è una fortuna per i lettori.
Se invece qualcuno che ha bisogno di esprimersi (in ambito accademico, di pubblicare per non perire) va in cerca di cose da dire e poi strombazza ehi! Guarda che bravo sono a dirle (=io sono il mio stile), secondo me fa un cattivo servizio ai lettori. Non penso a Poe, piuttosto a Derrida...

Pubblicato da: Paolo S - 21.10.05 15:52

su lipperatura cercavo sommessamente di far presente come, parlando di WM, l'argomento "uso della rete" non si potesse separare da quello "autore politico collettivo" (o "ridimensionamento dell'Autorialità"), e questi due dall'argomento "scelta post-postmoderna per l'epica"
(il che non vuol dire non che la rete non si possa usare proficuamente se si è da soli o se si scrive del proprio naso - così prenderemmo l'esempio di WM in modo feticistico - ma che occorre comunque il rispetto delle sue regole relazionali e di funzionamento: accetta di essere usato se vuoi usarla. Se la usi per farti pubblicità ma non dai niente in cambio, fallisci).

[ora viene il difficile, e se proseguite è a vostro rischio, poi non lamentatevi e non ridetemi troppo dietro]

OT:
Ma dicevo anche che occorre forse distinguere tutto ciò dall'altro corno del problema, cioè la questione del giudizio estetico (perché e come si scrive?).
Lo dico confusamente e come posso, perché ho dei limiti: come si costruisce nei fatti il giudizio estetico nel tempo dell'industria culturale e/o dell'intellettuale collettivo, ergo come opera la "piega" del discorso artistico sul materiale di senso offerto dalla coppia mercato-desiderio, che c'entra col giudizio estetico l'adeguatezza tra poetica e internità a un contesto? Che rapporto c'è tra giudizio estetico, ricezione e costruzione del proprio pubblico?

Il fatto che la riproduzione di sé di una società - leggi cultura - si giochi nella dimensione intimamente cooperativa del linguaggio - nei due lati qui possibili, industriale e sovversivo - non implica necessariamente una scelta per l'autore collettivo, a meno di non saper distinguere le lettera dallo spirito.
All'autore ridimensionato, che è molti anche e soprattutto restando uno, non viene per questo tolto il compito di torcere il linguaggio, di operare piegature coerenti, laddove la "sua" costruzione di mondi - o il parto di mondi da dentro il mondo - avviene nel gesto autoreferenziale del linguaggio che parla di sé parlando d'altro. Cioè, in altri termini, nella scrittura, come scarto.
E come si "giudica" se questo compito è assolto? Si può, anzi si deve, ma come?

Ecco, questa discussione, io credo, più importante della prima, non è ancora iniziata per mancanza di criteri condivisi, bloccati come siamo tra catastrofismi pseudo-francofortesi, ilari adesioni al marketing o escamotage ideologici (o tutto assieme secondo le convenienze)

In questa discussione mi chiederei: la scelta che a mio parere è "epico-postpostmoderna" di wm funziona davvero, nel corpo della sua scrittura? E risponderei, con tutto il rispetto e l'ammirazione e cosciente che io farei ben di peggio, che forse, no, non funziona (anche se "funziona"). Perché non funziona più la coppia brechtiana drammatico/epico - borghesia/proletariato - che, forse per mio difetto ottico, io scorgo dietro il tentativo e, forse, perché il postmodern si deve trapassare, non si aggira con un deus ex machina ideologico.

Pubblicato da: b.georg - 21.10.05 16:03

Mi chiamo come Fortebraccio, Angelini ;-)
E dico appunto: l'agghiacciante storia non è un prerequisito per fare lo scrittore. Certi "titanismi" col culetto ben al caldo, di autori nostri coevi, meritano solo prese per il...culetto, appunto.

Pubblicato da: Franco Melloni - 21.10.05 16:08

Vorrei aggiungere, rispetto a quanto fatto notare da Wu Ming1, che la costruzione del genio a tavolino, ha, in maniera esplicita, un valore politico REAZIONARIO (lo stesso Wu Ming1 lo ha scritto da qualche parte più volte, mi pare): il genio che si proclama tale vive sospeso tra lil mito dei defunti e la futura gloria (di se stesso). Nega tutto ciò che è vivo. Trascura il presente, lo liquida come insignificante. Non mi pare che sia la prima volta che accade, quello sdegno si è già visto, basta leggere la storia.

Pubblicato da: Frisch - 21.10.05 16:17

'E come si "giudica" se questo compito è assolto? Si può, anzi si deve, ma come?'

Trovo interessante questo abbozzo (OT, Giulio ci perdonerà!) di discussione di b.georg

provo a tradurre. voglio raccontare: mi armo di un
'armanetario' di riferimento (il giallo, il romanzo di formazione, il romanzo picaresco, l'epica). scrivo. ma a dire se la mia 'operazione' riesce cosa sarà? che cosa conforterà uno scrittore che sta andando nella strada giusta? che sono, le mail di affetto che riceve, a far dire a 'uno-che-scrive', che deve continuare in quella strada? o il fatto che rileggendo uno ritrovi - magari sbagliando - tracce di quello che gli piace leggere? o il successo di vendite? (ti dispiace se tralascio i catastrofisimi e gli escatomage ideologici)

Pubblicato da: angela scarparo - 21.10.05 16:29

Babsi dice che se uno arriva sul blog di Babsi in cerca di notizie su Gianni Biondillo, non trova informazioni su chi sia 'sto Biondillo, di che scrive, dove si trovano i suoi libri, eccetera. Tutto questo succederebbe perché Biondillo non ha un sito, Biondillo non è "in rete", quindi Babsi per creare un link attivo a Biondillo è costretta a usare un singolo articolo di Biondillo su Nazione Indiana, il quale articolo non contiene tutte le informazioni necessarie, per forza di cose.

Chissà perché a Babsi non è venuto in mente di piazzare il link attivo su un comunissimo http://www.google.it/search?q="gianni+biondillo" anziché al singolo pezzo di Biondillo su NI. Mah, va' a sapere.

Ho come la sensazione che, quando si parla di scrittori in rete, si faccia un bel miscuglio di temi molto eterogenei.

Nel caso Babsi-Biondillo il tema è la ricerca di informazioni su un autore. Nel caso Wu Ming il tema è quello della creazione di una comunità. Sono due cose diverse, mi pare, e mi pare ottimo che la "grande ragnatela" consenta di farle entrambe, senza obbligare Biondillo a creare la Biondillo Foundation o anche solo a "farsi il sito", se non ne ha voglia.

Un altro bell'equivoco è la contrapposizione fra una produzione letteraria frutto di "impresa comunitaria" e quella frutto del "genio solitario".

Il genio solitario chiuso nella sua cameretta a produrre opere immortali è un mito, e come tale andrebbe trattato. La realtà storica è che, anche in piena temperie romanticheggiante, gli scrittori che hanno lasciato qualcosa di buono non erano affatto eremiti. Flaubert frequentava la bella società parigina, andava regolarmente a puttane, era informatissimo sulle ultime novità librarie, leggeva i quotidiani, intratteneva fitte corrispondenze con decine di amici e colleghi.

I romanzi di Flaubert sono a loro modo romanzi collettivi, almeno nel senso che sono il prodotto di una cultura e di un'epoca in cui Flaubert era immerso fino al collo.

Poi, certo, quando si trattava di scrivere aveva bisogno di isolamento e silenzio assoluto, e si chiudeva davvero a doppia mandata nella sua cameretta, ma portando con sé un sacco pieno di vita e di comunità.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.10.05 17:13

è stupendo, qua: ognuno parla di un argomento diverso. :D

Pubblicato da: paolo beneforti - 21.10.05 18:27

Luca, se leggi il mio post con un po' di attenzione (te ne sarò grata:) ti accorgerai che il metodo Google (vedi link attivo su Genna) l'ho definito inutile, e ho spiegato il perché. La discussione è interessante: se riusciamo a non dover ripetere le stesse spiegazioni N volte si fa più interessante. Il metodo Google produce, come scrivevo, pochissime informazioni utili e molta spazzatura. Ovviamente bisognerebbe affrontare un discorso più ampio - indicizzazione, criteri di ricerca, uso appropriato delle fonti rss per "scremare" i risultati e i contenuti, ma il mio concetto era davvero semplice. Se cerco Mozzi in rete trovo per cominciare il suo diario e Vibrisse (= informazioni che lo stesso Mozzi desidera offrirmi), se cerco Biondillo trovo "chissà, qualcosa, varie, misto fritto". Lo stesso Biondillo, del resto, mi ha dato ragione. Specifico anche (c'è una tendenza a fare pulci, io mi cautelo:) che la mia riflessione non era minimamente da intendersi in senso qualitativo ("scrittore con sito web" = "scrittore migliore"): era il punto di vista di un internauta che cerca informazioni. Tutto lì. (Una cosa che mi sfugge è perché commentare il mio post qui e non su Lipperatura, che l'ha linkato, o direttamente da me: va bene la ricombinanza, ma la faccenda si fa ardua, sto perdendo domande e risposte in giro:)

Pubblicato da: Babsi - 21.10.05 18:55

WuMing1 i libri di Nicholson Baker li metterebbe al rogo, mi sa, ;)

Pubblicato da: paolo beneforti - 21.10.05 19:29

ciao Wu _

quello che dici a proposito dell'ecocentrico autore, come puoi immaginare, lo sottoscrivo, anche perchè è la 'filosofia' dello slam, così pure quanto metti tra parentesi a proposito della poesia ad alta voce. Un discorso che mi piacerebbe continuare, come quella volta con la Lippa in radio. Ma stavolta mi piacerebbe metterci un po' di pepe, perchè, detto tutto ciò che hai detto (che ho detto, facendoti eco) sul rapporto scrittore comunità, rimane da affrontare quello delle forme. Un'etica non è mai una poetica, semmai, eventualmente, il contrario. Le forme dunque. ( o come direbbe l'architetto Biondillo le strutture complesse)
E' una proposta irricevibile?
un abbraccione
lello

Pubblicato da: lello - 21.10.05 19:32

Babsi, è logico che un motore di ricerca restituisca di tutto un po', ma sono convinto che l'internauta medio sia in grado di prendere le sue contromisure e di separare il grano dalla pula.

La banalissima ricerca http://www.google.it/search?q="gianni+biondillo" restituisce nelle prime 10 posizioni: interviste all'autore; recensioni e schede dei suoi libri; link a librerie online: moltissime informazioni utili e poca spazzatura, secondo me.

In secondo luogo non vedo perché le informazioni che un autore offre su di sé debbano essere più interessanti o attendibili di quelle offerte da altri. Anzi, spesso è vero il contrario.

In terzo luogo, ho risposto qui perché ho visto qui l'osservazione di Biondillo e, folgorato dal suo innato fascino, non ho resistito alla tentazione di commentare.

In quarto luogo, e questo vale anche per il frastornato paolo beneforti, è naturale che la discussione si ramifichi e anche che ognuno parli di un argomento diverso, dato che il tema si amplifica e si complica man mano che si discute. Un po' dispersivo, certo, ma anche molto divertente.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.10.05 19:46

Tassinari: "I romanzi di Flaubert sono a loro modo romanzi collettivi, almeno nel senso che sono il prodotto di una cultura e di un'epoca in cui Flaubert era immerso fino al collo."

Non c'è autore che non sia figlio della propria storia, della propria cultura e della propria epoca. Va senza dire. Non semplificatemi fino alla ***banana***-lità.

Pubblicato da: Lucio Angelini - 21.10.05 20:08

Luca, certamente Google non è del tutto inutile: come dici tu, bisogna saper "scremare". Non sempre l'utente lo sa fare, ahimè, e non trovo molto utile costringelo (costringerci, in effetti: anch'io uso Google:) a dover rovistare. Probabilmente non ci stiamo intendendo sulla definizione di "materiale, informazioni utili" (niente di grave, si chiarisce in un attimo): io parlavo di ricerche un po' più approfondite, che vanno oltre i semplici dati biografici/bibliografici e qualche intervista (spesso datate, ecc.)... Insomma, il paragone era con il sito Wu Ming: quella *quantità + qualità* paragonata a qualche intervista e qualche scheda di Ibs. Su una tua affermazione nutro qualche perplessità: io credo che - volendo approfondire la conoscenza di un autore - sia bene avere materiale di "prima mano" e materiale "altrui", possibilmente assemblato. Che è appunto quel che trovi sul sito di Wu Ming (rassegne stampa, ecc.)

Pubblicato da: Babsi - 21.10.05 20:23

Lucio Angelini, è ovvio ribadire l'ovvio quando la discussione verte principalmente sull'ovvio.

Babsi, non so tu, ma io se proprio voglio documentarmi su un autore, un movimento, un collettivo o che so io, non mi fido *solo* di quello che trovo in rete. Faccio male? può darsi, ma tant'è.

Giusto per conservare gli esempi in corso, onde non frastornare ulteriormente il Beneforti, per documentarmi su Biondillo non mi fermo alla ricerchina su Google, ma leggo qualche rivista cartacea in cui Biondillo compare (o non compare, anche questa è un'informazione), in libreria leggo le quarte di copertina dei suoi libri e qualche pagina dei suoi romanzi, e così via. Sono un caso anomalo? non credo.

Insomma, la rete è *una* fonte di informazione, non *la* fonte, e nemmeno la fonte primaria, almeno per me.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.10.05 21:29

Luca, fai benissimo. Per me è prioritaria quasi sempre, per due ragioni semplici: ho un padre malato terminale di cui occuparmi e non godo di grande tempo libero per girare per la città, e perché - nel caso si tratti di materiale a pagamento - la rete me lo offre gratis.

Pubblicato da: Babsi - 21.10.05 21:45

E.c.: ..."nel caso dsi tratti di materiale a pagamento, la rete me ne offre *altro* gratis". O così si spera. 'Notte.

Pubblicato da: Babsi - 21.10.05 21:46

" Un attento calcolo economico in stile Trespolo non potrebbe essere utile (insieme ad altri calcoli, e ad altri pensieri che sono tutt'altro che calcoli) per decidere se gettarsi in un' "impresa" o in un'altra?"

Bella domanda. Ti faccio una piccola premessa. Io calcoli di questo tipo li faccio per lavoro. Credo di capirne un po.

Il modo giusto di intendere questi "modelli" è quello che hai dato tu dalla lipperini (confesso che mi hai lasciato con un palmo di naso).

Però, e qui credo di stupirti un po io, non esiste una risposta. Dipende da come li hai "costruiti".
Quando un cliente viene e mi dice "fai tu" io li reputo poco utili. Posso al più dare un idea, ma anche li è relativo. Perchè il "vero" valore di questi calcoli è nel farli, nel costruirli insieme. Si tratta di pesare tante cose, convenzionalmente li pesiamo in soldi, ma il concetto non cambia. E' nel pesare un componente in rapporto all'altro, nell'essere costretti a vedere le cose da un diverso punto di vista, è proprio li il "valore aggiunto" di questi studi.

Quando sono fatti cosi, credimi, difficilmente sbagli. Li ho provati sulla mia pelle. Io e un mio collega abbiamo studiato una nostra impresa, era fallimentare. Però non siamo stati abbastanza onesti con noi stessi, e siamo andati avanti comunque.

Non sono formulette magiche. Certo nelle grandi imprese li costruisci in modo diverso, ma anche li la logica è quella. Poi, lo sai meglio di me, spesso si costruiscono non per "capire" ma per "dimostrare": ma questo è un altro discorso.

Pubblicato da: Lucis - 21.10.05 21:52

Lello, tu mi inviti a nozze. Conosci il nostro percorso e sai bene che la nostra riflessione sulle forme è costante e complessa.

[A dire il vero non mi piace molto la parola "forme", per me le poetiche - come da etimo, in fin dei conti - sono *pratiche*, sono azioni e quindi sostanza, contenuto ed espressione sono la stessa bestia, vista dentro mirini diversi.]

Se alcuni nostri libri li abbiamo chiamati "oggetti narrativi" e abbiamo negato loro la qualifica di "romanzi" i motivi c'erano e non abbiamo esitato a spiegarli, a volte anche in buffi "Titoli di coda" che erano parte degli oggetti narrativi stessi. Anche le nostre produzioni che più rientravano nella forma-romanzo sono i risultati di tentativi di scardinamento, forzatura di regole e stilemi.

Ho già avuto modo di accennare un motivetto che ritengo importante trasformare in qualcosa di più compiuto, forse lo farò in uno dei prossimi "Nandropausa". Ne canto qui alcune battute:

Quello che non capisce o non vuole capire chi blatera di "genere", "dittatura del genere", "dittatura del narrativismo", "monopolio della forma-romanzo" è affine a quel che non voleva capire Adorno quando straparlava di dittatura commerciale del jazz, del jazz come musica "militaresca" e para-fascista etc.

Negli ultimi anni, in Italia, diversi autori hanno "attraversato" la letteratura di genere, usandone gli stilemi in modo eterodosso, forzandone la gabbia, superandone i confini.
Contemporaneamente, purtroppo, altri autori hanno deciso di adagiarsi comodamente dentro quella gabbia, usare quegli stilemi in modo pedissequo, camminare lungo quei confini senza mai osare un passo fuori.

E' un po' - qui casca l'asino - come la distinzione tra un improvvisatore jazz e un musicista da piano bar di ultima: può darsi che entrambi suonino la stessa canzonetta ("My Favourite Things", prima che la prendesse in mano Coltrane, era un valzerino del cazzo, piuttosto insignificante), solo che il primo *parte* dalla canzonetta e crea qualcosa di diverso, la "de-standardizza", l'altro la ri-esegue così com'è e se possibile la standardizza ulteriormente, la rende ancora più piatta e banale, per incontrare un ipotetico gusto medio che tra l'altro non credo esista.

Insomma, noi abbiamo cercato di sottoporre la materia prima offerta dai "generi" (il gotico, il thriller, il romanzo d'avventura, la fantascienza, il western etc. ma non solo: anche il poema epico, l'inchiesta giornalistica, la storia orale, il "cunto" dei pupari, la "zirudela" dei cantastorie emiliani, la prosa poetica etc.) a un trattamento simile a quello che Charlie Parker riservava agli standard: ne utilizzava le sequenze di accordi per trasfigurarle, costruire tutt'altra melodia, introducendo fraseggi inusitati.
Ripeto il verbo: "destandardizzare".
[Altri, invece, compongono canzonette il più possibile simili a quelle che hanno orecchiato.]

In che direzione abbiamo cercato di "forzare"? Nella direzione dell'epica, come faceva notare bgeorg. "Ancient to the future", come dice l'Art Ensemble of Chicago. Cercare il futuro nell'antico. L'antico è la narrazione corale, comunitaria, moltitudinaria.

[Solo che bgeorg, dopo un po', non riesce più a seguirci, perché - per uno scherzo ottico, un abbaglio, un nistagmo - pensa al teatro epico di Brecht anziché al western archetipale di John Ford :-) Pensa che il nostro lavoro si basi sulla coppia antitetica drammatico-borghese / epico-proletario, quando noi invece abbiamo una poetica del caos deterministico, del seguire una storia nel marasma moltitudinario. Più che il proletariato la specie, insomma.]

Ora, vi sono critici che sbagliano bersaglio in modo clamoroso, perché non fanno la minima distinzione tra questi due approcci. Non a caso si è tirata in ballo una pseudo-categoria, il "realismo thrilleristico".

Lello, tu mi inviti a nozze, il problema qual è? E' che molto spesso il dibattito sulle forme è tutto una superfetazione di discorsi inutili e accidiosi: "ma sarà ancora attuale il romanzo?", "è più importante la narrazione o la lingua?", e via idiotizzandosi. A me, a noi, lo dico chiaramente, quel tipo di discorsi non interessa. Parafrasando Deleuze e Guattari: una poetica è utile se serve a passare da una pratica all'altra, una pratica è utile se serve a passare da una poetica all'altra.

Se vuoi, possiamo continuare a confrontarci ad libitum in privato, e magari ne viene fuori qualcosa di interessante.

Ok, preparo il bagaglio, riparto, nel week-end sarò senza connessione.

Pubblicato da: Wu Ming 1 - 21.10.05 21:54

Babsi, auguri per tuo padre (dico sul serio: ci sono passato quindici anni fa, so cosa vuol dire). E comunque le quarte di copertina del Biondillo sono gratis!

Pubblicato da: Luca Tassinari - 21.10.05 21:56

Ragazzi, è tutta la sera che mi fischiano le orecchie! ;-)

Pubblicato da: gianni biondillo - 22.10.05 01:30

Affare fatto, Wu!

ci sentiamo in privato e proviamo a metter su una piazza di discussione 'a tema'. Ci sentiamo in privato per 'pubblicare'.

Per intanto, però, lasciami dire che su una faccenda mantengo il punto: l'uso che D&G fanno del termine 'poetica' è troppo generico e fuorviante: quando tutto (qualsiasi cosa nella sovrastruttura) è poesia ( o arte) nulla lo è più.
Poi magari è quello che ci proponiamo, ma cosa è generarlo virtualmente con un trompe l'oeil critico, altra realizzarla nella realtà. Insisto: Un'etica non è mai una poetica, semmai, eventualmente, il contrario.

Non so se, visto l'orario (le 8 appena prima di andare a scuola) mi sono spiegato bene.
Anche per me le poetiche sono pratiche. Ai tempi del Baldus dicevo che la poesia è un progetto, ma un progetto che si teoprizza solo a valle, dopo la prassi della scrittura. Ma la parola forma non mi dà nessuna inquietudine. Ciò di cui mi piacerebbe disutere poi sono faccende generali a monte del 'genere' romanzo o della 'forma' poesia. Ma comunque, dovessimo discutere di romanzo, che sarebbe comunque discutere di un genere e non di tutta la letteratura, mi interesserebbe piutosto discutere faccende pratiche del tipo:

come è possibile una narrazione lineare che tratti ancora lo scorrere del
tempo come appartenente a uno spazio euclideo?
è ancora possibile la gestione e la costruzione di personaggi? O almeno
è possibile farlo utilizzandoli come mattoni dell'illusione diegetica?
Non si ribelleranno forse i personaggi? O ancora come si costruisce un
personaggio in modo, se vuoi, cubista...
come può essere gestito il problema delle 'voci', chi parla e per chi
parla, da dove e quando parla? E parla o, piuttosto, scrive? (in
italia i dialoghi sono ancora tutti belli infarciti di "lui disse" ed
"ella rispose" ed amenità ridicole del genere, tipo verbale della
Madama, hanno letto tutti gli americani che hanno scritto due righe
due , ma si sono persi il Vargas Llosa di Pantaleòn e le visitatrici)
Come può la narrazione diegetica, lineare e basata sul nesso di causa
effetto, gestire il problema che tanto angustiò Gadda nella stesura
dell'Incendio di Via Keplero, cioè quello della narrazione di eventi
'contemporanei', simultanei, che a mio modesto modo di vedere è precisamente il
problema nodale da risolvere nell'epoca della Rete?

La discussione sui 'generi' non mi interessa, il romanzo in sè è un 'genere', e allora?

Alla fine su una cosa concordo: fate bene a sottrarvi alla definizione romanzo, a sottolineare la materialità dicendo li nostri sono oggetti narrativi, perché infine, sarà pur vero, con F. che le parole non sono le cose, ma le parole, poi, in quanto tali, in sè, SONO cose, concrete cose, come avrebbe detto Haroldo de Campos.

Abbi pazienza se magari ho mischiato ovvietà e qualche buono spunto, è l'ora e un po' l'età ;-))

O se dovessimo parlare di poesia, più che discutere delle 'colpe' ( I CCCHE PALLEEE!) del Gruppo 63, mi concentrerei sul fatto che grazie allo spoken word, con mossa di lato, come cavallo sulla scacchiera, la poesia si è sottratta definitivamente allo spazio della letteratura.

Ma insomma basta vado a spiegare Foscolo che è meglio.

ti chiamo

lello

Pubblicato da: lello - 22.10.05 08:14

Lello: romanzo sta a oggetto narrativo come cieco sta a non vedente o come netturbino a operatore ecologico:-/

Pubblicato da: Lucio Angelini - 22.10.05 10:00

Lucio: sei proprio sicuro? narrazione non è sinonimo di romanzo, anzi le prime narrazioni sono in versi. Dunque i tuoi esempi sono un po' zopparelli, mi pare.

dimmi una cosa: sei sempre così sicuro di quanto affermi? Senza polemica, beninteso...

lello

Pubblicato da: lello - 22.10.05 10:04

lello, quello che tu dici - i quesiti che poni - per esempio sui 'personaggi' sono veri e giusti.

però quando dici 'i romanzi sono ancora infarciti di lui disse e lei andò' sottivaluti una cosa: per chi scrive c'è il piacere di seguire un 'percorzo', la famosa storia appunto del 'lui andò e lei disse' - dove comunque c'è ancora la possibilità di aprire delle porte dove la tappezzeria non sia più quella di balzac, ma i mobili dell'IKea. dove comunque c'è lo spazio per riflettere anche su quali siano i 'rapporti di potere' fra le persone. dove comunque c'è ancora lo spazio per parlare di 'emozioni' - tu chiamale se vuoi.

questo stesso piacere (che non so e non mi interessa se nasca dal'identificazione, dal fatto che faccia 'addormentare', o sognare o rispecchiare - magari lo prova anche il lettore. sto parlando un po' a braccio, ma, ti faccio una domanda: perchè un romanzo di tipo 'modernista' - che si interroghi cioè sulla funzione, i modelli e gli 'scopi' del romanzo (chiamalo come te pare, opera oggetto narrativo) - dovrebbe escludere un romanzo di tipo più tradizionale? che cos'è una 'condanna'? è il cattolicesimo di ritorno, per cui qualsiasi cosa dia 'piacere'in Italia è guardato con un po' di sospetto? scusa la foga ma sono anni - tutta l'esaltazione del gurppo '63, Eco che da una parte passa all'altra...- che cerco di 'prendere una decisione' su questa roba.

Pubblicato da: angela scarparo - 22.10.05 11:11

@ angela

Credo che per lo scrivere ci sia una regola aurea, che è quella che ciascuno scriva come si sente di fare, sia per contenuto che per forma. E' più facile che nascano in questo modo i buoni romanzi, secondo me, che sono un po' all'antica.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.10.05 11:40

parlavo da lettrice, bart, in questo caso. perchè leggere i sei personaggi o un'opera della woolf, - roba che presupponga 'impegno' oltre che 'svago'-, non da alla fine meno soddisfazione del tomo de I miserabili. soddisfazione 'diversa'.

Pubblicato da: angela scarparo - 22.10.05 11:52

Lello: non trovi che, invece della parola forma, e invece delle gabbie dei generi, potrebbe essere più comodo (e conveniente) parlare di differenti usi del linguaggio "all'interno" della scrittura (poi canonizzata come poesia o prosa, ad esempio)?

"...Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.": qui Leopardi non usa la il linguaggio esattamente come farebbe se dovesse comunicare: "passami la mela".

"La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.": qui Hemingway si avvicina di più a "passami la mela", da un punto di vista formale, ma credo che molti direbbero che, nonostante si tratti di un romanzo, la frase riportata E' poesia.

Pubblicato da: Ivan - 22.10.05 12:02

@angela

mi riferivo all'accenno che hai fatto al gruppo 63 e, di conseguenza, ai continui dibattiti sulle forme e sui contenuti.

Quando si crea qualcosa di artificioso se ne sente sempre la puzza. Insomma, per scrivere come Céline o Joyce (sono solo gli esempi più clamorosi) bisogna avvertirlo già dentro il grembo materno:-).

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.10.05 13:09

Cari amici,

vado un po' di corsa e spero di non risultare troppo superficiale:

Angela che c'entra il piacere della lettura con l'arte? L'arte non è intrattenimento è pensiero, se no il valore di scambio si mangia il valore d'uso e buonanotte. Non è problema di scomuniche, è problema di dati di fatto.


caro Ivan, ma perché tu hai una parola (un concetto, un pensiero) differente da 'forma' per confrontarti con l'arte? Il problema non è mai in ciò che si dice, ma in come si dice, e - a seconda di come si dice - ecco che cambia anche ciò che si dice. No il pezzo di Hemingway, non è poesia è prosa con uyn po' di cursus e un po' di intensità in più del solito. La poesia c'è quando si va a capo: è un problema di ritmo, di accenti di respiri. Trovare poesia ovunque, insisto, è nasconderla del tutto. E' una vita che si va avanti a definire 'poetico' ogni ogetto artistico che ci coinvolge intensamete. Poesia non è sinonimo di intensità,: poesia è sinonimo di poesia.

Scusate se sembro sbrigativo, ma è la pentola che bolle che mi tiranneggia, c'è Jac che arriva e deve mangiare.

abbracci a tutti

lello

Caro Bart dire che scrivere come Joyce è cosa che nasce dal grembo materno, non prendertela, ma è una solenne corbelleria. L'arte la scrittura è sempre cultura mai natura, è progetto, pensiero.

Pubblicato da: lello - 22.10.05 13:24

PS: @Ivan, sui generi invece sono d'accordo con te, i copnfini sono lì apposta per essere violati, ma questo è tutt'altro discorso

lello

Pubblicato da: lello - 22.10.05 13:25

@lello

pensavo che tutti i passaggi affinché Joyce diventasse quello che è diventato me li risparmiassi:-).

Certo che ci vuole cultura e molto esercizio per mettere a fuoco la propria vocazione per un certo tipo di scrittura. Ecco, questo voglio dire: che l'embrione di quella tal natura ci deve essere.

Ma il discorso è complesso - concorderemo su questo, penso -, tuttavia la sostanza del mio convincimento resta quella. Sono convinto, ossia, che come siamo unici come individui, lo siamo anche come scrittori. Persino quelli che copiano dagli altri hanno una loro specificità, non solo quella di essere epigoni o più semplicemente imitatori.
La cultura genera stimoli diversi a seconda del soggetto su cui agisce, ed essa produce il suo massimo effetto laddove vi è l'innata predisposizione a farla germogliare. Quando cade su terreno sterile, essa rimane fine a se stessa e, soprattutto, eguale a se stessa. Per mutare e crescere e fare passi avanti deve trovare il suo ovulo o il suo spermatozoo, insomma :-).

Spero che Jac abbia mangiato. Io vado ora a pranzo.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.10.05 14:05

Lello. Il racconto (nelle sue varie forme, in versi o in prosa e quel che vuoi tu) nasce da un bisogno di affabulazione (di 'storie') insito nell'inconscio dell'uomo. Ognuno di noi ama inventare o sentire delle storie in cui proiettarsi e far rivivere il proprio alter ego (processo di identificazione/immedesimazione):inseguiamo tali figure fittizie, per noi esemplari nel bene e nel male, come se fossero vere; viviamo il loro destino come una catarsi (= purificazione delle nostre passioni, liberazione da conflitti interiori)o se vuoi anche come qualcos'altro e bla bla bla. Ma alla fine, la storia è sempre quella: qualcuno fa qualcosa da qualche parte in qualche segmento del tempo. Non esiste narratività se non c'è nessuno e non succede niente:-)

Pubblicato da: http://www.lucioangelini.splinder.com - 22.10.05 14:09

@ Bart: sì Jac ha mangiato ;-)) e scusa Bart non volevo farti passare l'appetito a botte di Finnegans. Il problema, comunque, non è quello di negare la soggettività, ma più semplicemente dire che si tratta di una costruzione, tanto aleatoria, quanto progettata e progettabile, anche in questo caso, insomma, di una 'forma'.

@ Lucio. io non so bene cosa significhi 'insito', so bene invece cos'è un meccanismo catartico, e anche sui bla bla sarei d'accordo, ma che c'entra con quanto discutevamo prima? O è la mia digestione lenta che mi ottunde?

lello

Pubblicato da: lello - 22.10.05 14:55

WM1, la possibilità del nistagmo non è da escludere e io per primo non l'ho esclusa, anche se come direbbe il poeta, guarda il nistagmo nel tuo occhio prima di... ;)

sulla prima parte del tuo intervento concordo: a mio parere voi, come ho provato a dire con un uso mi perdonerai un po' sbarazzino delle formule tipico degli autodidatti, fate dell'epica post-postmoderna. Il nome della rosa (cozzo di colto e pop, destandardizzazione dei generi) + l'epica (insisto, brechtiana nello spirito - la famosa dichiarazione contro l'arte drammatica vi calza come un guanto).

Tu dici, e lo rispetto, che però la coppia, il dualismo, borghese-drammatico vs. prolet-epico brecht, non c'è nella vostra scrittura, c'è la molteplicità. Qui si va a percezioni, ovviamente.

(ma perdonami, il western di Ford non è un argomento contro la mia analisi: la ricezione postmodern di Ford - cioè la nostra - è piuttosto il problema. Ford è già tutto consumato nel postmodern, sia come "attraversamento" del genere, sia come recupero degli archetipi - e perdonami di nuovo, il "recupero dell'archetipo" è la quintessenza della degenerazione del postmodern, laddove il rifiuto "postumano" dell'approcio critico degenera in arcaismo a funzione attuale, come i nostri amati D&G dicono. Come uscire è il problema)

Mi perdonerà Beneforti se divago: come qualcuno prova a dire da 10 anni al Professore che entrambi conosciamo bene, la moltitudine non è un fatto di volontarismo, né basta evocarla se il concetto non gli sta dietro affatto. Perché dietro a certe cattive moltitudini, come ai cattivi infiniti, o a certe cattive molteplicità, a D&G in salsa padovana, alla fine scopri il buon vecchio dualismo che occhieggia, e certe troppo facili trasposizioni in sceneggiature politiche di piazza - e non mi riferisco alla letteratura - ahimé lo rivelano in modo tanto scoperto quanto imbarazzante. (e il dualismo è sovente solo un monismo artefatto, la buona vecchia metafisica che rientra dalla finestra).
Quindi non posso che ammirare la tua dichiarazione in favore del "caos deterministico" o della specie. Solo ricordo che tener ferma la molteplicità è la cosa più difficile. Occorre una radicalità che non è più quella delle avanguardie moderne che imho emerge dai problemi che pone Lello.

Così, se il maledettismo sentimentale da parrucchiera uelbekiano, che va tanto di moda, non mi soddisfa, ugualmente nell'agiografia di molteplicità ne vedo poca...

Pubblicato da: b.georg - 22.10.05 15:23

ciao b.geeorg!

se imho significa -in my hopinion - ma chissà, io ne capisco poco di short writing, e se dunque ciò che scrivi significa che i problemi che io pongo appartengono a un ambito da avanguardia moderna, sorry, ma ti sbagli: sono integralmente postmoderni. Sono l'altra faccia del moderno. Laddove avanguardie e neo-avanguardie hanno individuato il problema (i problemi) e hanno reagito indicandoli con l'interruzione della comunicazione, a noi tocca 'romanicamente' ricostruire, ma a partire dai medesimi problemi: entropia, principio di indeterminazione, teoria delle catastrofi, frattali, ecc. son sempre lì che pongono al postmoderno le stesse domande che ponevano al moderno. Ciò che è mutato radicalmente è piuttosto (marxianamente)la struttura. Voglio dire: non c'è nessuna acquisizione successiva che abbia rimesso in gioco la possibilità della linearità diegetica, né, tanto meno, storicismo alcuno a tener lo strascico della diegesi. Si tratta piuttosto di una 'dimenticanza'. Qualche giorno fa, discutendo con Babsi in privato mi è scappato da tastiera di definire il romanzo attuale un 'genere di seconda mano'. Ecco: una cosa così.

Sulle moltitudini del professore padovano, invece, permettimi di sottoscrivere, convintamente


lello

Pubblicato da: lello - 22.10.05 16:04

Lello, scusa, ci sono scrittori che ti sanno intrattenere e far pensare e altri che sanno solo farti pensare e altri che ti sanno solo intrattenere. Però è vero che tutte e tre le categorie hanno lo stesso obiettivo: raccontare. No?

Facciamo finta che il 'raccontare' sia un 'viaggiare'. e' lecito no? C'è un modo di viaggiare più semplice, (girare, mangiare, guardare) e uno più complesso (girare, guardare, studiare, cercare di capire come vivono gli altri, gli 'stanziali'). Tutti quelli che viaggiano però si muovono, giusto?

Ora, tu parli giustamente dal tuo punto di vista, di valori (di scambio e d'uso) in riferimento alla letteratura e dici che deve far pensare. Io invece penso che stiamo parlando di una materia che ha come oggetto (la/una) descrizione/visione (del) di un mondo. E che questa descrizione possa essere fatta in molti modi (alcuni più banali altri meno, ma tutti validi).

Tornando al viaggiare è come se tu parlassi della stazione e io del treno. La stazione è il posto da cui il treno dipende, e senza cui il treno non ci sarebbe. Ma il treno dalla stazione, parte, e va da sè. e vede posti, e fa salire e scendere persone. Ed è un vecchio dilema, ben posto ma che io ho deciso di aggirare nel modo che ti ho appena detto questo di "A cosa serve la letteratura?". Stazione/treno. Tutti e due riguardano il viaggiare, ma non sono la stessa cosa.

la rete (le miriadi di persone diverse che parlano della stessa cosa) è un esempio di come parlando dello stesso argomento, ci possano esser miriadi di punti di vista da cui osservarlo. per quanto mi riguarda c'è da capire. resta vero che un maggiore grado di complessità, e una maggiore capacità di elaborazione dei concetti corrisponda spesso a una maggiore originalità. e per quanto mi riguarda, è da preferirsi a un grado di originalità minore. ma è il mio gusto, il desiderio, non è l'unico modo di vedere la letteratura, nè il migliore.

Pubblicato da: angela scarparo - 22.10.05 22:27

@ Lello: "
caro Ivan, ma perché tu hai una parola (un concetto, un pensiero) differente da 'forma' per confrontarti con l'arte?"

Non uno, molti. Non è una questione di termini, ma alcuni termini danno luogo ad equivoci: "forma" presuppone che una certa forma esista davvero, mentre la poesia ha spesso "alcune caratteristiche" (ad esempio: uso del linguaggio evocativo, abbastanza più raro nella prosa)

"Il problema non è mai in ciò che si dice, ma in come si dice, e - a seconda di come si dice - ecco che cambia anche ciò che si dice."

Sono d'accordo, ma ci sono dei limiti. Il "cosa" e il "come" alla fine, nella poesia, spesso coincidono.

"No il pezzo di Hemingway, non è poesia è prosa con uyn po' di cursus e un po' di intensità in più del solito."

La pentola ti ha distratto. Ho scritto che molti direbbero che è poesia, infatti non lo è neppure secondo me. Anticipavo eventuali distinzioni canoniche: ad esempio, che sia poesia ciò che è scritto in versi, non è vero (non c'è bisogno di provartelo scrivendo quattro versi schifosi, basta immaginarli). Che la poesia debba essere *per forza* scritta in versi, mi pare che sia un'affermazione discutibile. Se usi il termine nell'accezione comune, devi accettare che si possa dire poetico sia "il sabato del villaggio" che la Pastorale di Beethoven, sebbene nella seconda non vi sia, quasi sicuramente, nessun concetto espresso: ma vi sono ritmo, accenti e l'equivalente dei respiri. Riguardo l'intensità non ho dubbi, altrimenti basterebbe un buon thriller a far poesia, mentre credo che non sia la cosa più comune.

Nel frattempo avrai digerito,

Iv

Pubblicato da: Ivan - 23.10.05 00:07

@Cara Angela, dubito che lo scopo di un buon narratore sia, tout court, raccontare: piuttosto sarà comprendere il reale, ogni arte è un'operazione di conoscenza. Al di là del fatto che mi intrattenga o meno. Se si limita ad intrattenermi si tratta, come dice la parola stessa, di letteratura da intrattenimento, che con l'arte non ha nulla a che fare, piuttosto ha a che fare con Liala, absit iniuria verbis..

Mi pare poco generoso costringere un romanziere alla sola descrizione, almeno ad oggi, a circa due secoli dalla fine del 'realismo borghese' e posto che ciò che tu chiami 'descrizione' sia davvero un'operazione che è possibile effettuare con contezza ed efficacia.

Anche per quanto riguarda la 'originalità' è dai tempi di Verga che sappiamo che l'artista non è un tipo che scrive cose originali. L'originalità è concetto schiettamente romantico, che non serve affatto a comprendere il valore della poesia e della prosa (e dell'arte) precedenti e successiva. Non serve ad esempio a spiegarci cosa ci sia di così importante nella tragedia e nella poesia greca, ma ti dico cose che certamente saprai, cose che, come ricorderai, Girard ha definitivamente dimostrato nel suo indimenticabile La violence et le sacré.

Credimi non è problema di gusto (Della Volpe alttrimenti mi si rivolta nella sua laicissima tomba, e padre POzzi pure, nella sua gesuitissima sepoltura). Che c'entrra il gusto con la poesia e il romanzo? non si tratta mica di scegliere unpantalone e le scarpe da accoppiarci a colore... Insomma, altro che treni e stazioni


@Ivan caro,

sia detto con il solito affetto e la solita stima, io ho digerito ottimamente, ma mi pare che lo stesso non si possa dire di te.

Poesia è la poesia, tutto il resto è musica, prosa, pittura, ecc...

Ciò non toglie che io possa definire 'pittorico' un certo modo di descrivere di uno scrittore, ecc.

La poesia deve ***per forza essere scritta in versi*** se no è un'altra cosa, magari ancora più interessante ma un'altra cosa. La Pastorale di B. ha a che fare con la musica sinfonica. Che poi si dica che ha dei passaggi molto poetici, è una metafora critica. Nulla più di questo.

Dire che i generi si devono attraversare non significa che i generi non esistano, se così fosse non ci sarebbe proprio nulla da attraversare.

L'accezione comune del termine 'poesia' non è quella utilizzata nelle chiacchere da bar, ma quella comunemente accettata in qualsiasi discussione seria al proposito. O no?

Scusa, ma da te mi aspetto un po' più di prudenza nell'utilizzare categorie e termini. Se no finiamo tutti in un gran ambaradan in cui tutte le vacche sono nere (o bianche).

"Il "cosa" e il "come" alla fine, nella poesia, spesso coincidono." O mio dio... Il cosa e il come coincidono, in tutte le arti, nella misura in cui saussuriamente sono due facce del medesimo foglio. E allora? L'arte è forma. Altrimenti confonderemo un romanzo che parla di Genova 2001 con un buon romanzo, *solo* perchè parla di Genova.

Identificare la poesia come l'arte che utilizza un 'linguaggio più evocativo' se non fosse così schiettamente vetero-Romantik, sarebbe addirittura una frescaccia. (come al solito, senza polemica)

Spero che nel frattempo avrai digerito anche tu ;-))

Un saluto a tutti

lello

Pubblicato da: lello - 23.10.05 08:45

@Ivan, Post scriptum: negli anni sessanta Haroldo de Campos (il mio maestro) e i suoi sodali 'Noigandres', dichiararono 'concluso il ciclo storico del verso', e iniziarono a praticare la poesia 'concreta', Haroldo poi scrisse Galaxias, la più fantastica operazione di prosa poetica del secondo Novecento. Tutto ciò non significa affatto, però, che qualsiasi cosa intensa e che abbia ritmo, sia poesia. Le parole dell'Haroldo 'concreto' si collocavano liberamente nello spazio della pagina e comunicavano anche attraverso il loro aspetto 'concreto' (il corpo, il colore la grandezza dei caratteri). La poesia, come scrisse al proposito JAcottet, non voleva più rappresentare nulla, rappresentava semplicemente se stessa. Qualcosa di simile all'astrattismoi in pittura, o alla stessa pittura concreta. Ma ciò non significava affatto che la poesia avesse perso la propria 'individualità', piuttosto il contrario. Il problema è che 'poesia' da che era un fiero sostantivo è divenuto un aggettivo passe partout. E a noi poeti questa funzione ancillare sta sulle palle. A noi non verrebbe mai in mente di pensare che dire che una poesia o un romanzo hanno passaggi cinematografici significhi che quel testo (quell'ogetto estetico9) sia cinema.

Mercy, Ivan, non scivolarmi via anche tu!!!!!

Pubblicato da: lello - 23.10.05 08:58

@Angela. Post Scriptum:

tu non ci crederai , ma buona parte dei guai che abbiamo col copy e con la libera diffusione del sapere provengono proprio da lì dal romantico concetto dell'arte come originalità. E' il Romanticismo che , nello stesso momento in cui identifica arte ed originalità (genialità) inventa - per davvero, legalmente - anche il concetto di proprietà intellettuale e di conseguenza il diritto d'autore. Dunque....

lv

Pubblicato da: lello - 23.10.05 09:12

@ lello

categorie e generi sono classificazioni di comodo: strumenti per intendersi. Li dò già per assunti, in questo caso. Tu discuti dello status della poesia, e non ci siamo minimamente intesi, tu discuti della definizione, ma è pacifico che la conosciamo entrambi. A partire da una certa definizione comunemente accettata, "Saussurianamente" osservo che la comunità (e non le comunità del bar, che in ogni caso contano, perché la lingua non si riforma per volontà di uno solo) sta modificando il significato della parola, e senza riferimento al verso: il verso, ritmo, la cadenza, le cesure, etc. sono la forma esteriore di un lingua che non dichiara ma evoca. Punto a cui volevo arrivare: forma esteriore.

"Il cosa e il come coincidono, in tutte le arti"

Appunto!

"Il problema è che 'poesia' da che era un fiero sostantivo è divenuto un aggettivo passe partout. E a noi poeti questa funzione ancillare sta sulle palle."

Questo è un altro discorso, e temo sia vero. Ma è da tempo che la poesia è delegittimata come forma d'arte, almeno in Italia (sebbene qualcuno mi faccia presente che i libri di poesia vendono, ma non credo sia importante).

@ Lello

"E' il Romanticismo che , nello stesso momento in cui identifica arte ed originalità (genialità) inventa - per davvero, legalmente - anche il concetto di proprietà intellettuale e di conseguenza il diritto d'autore. Dunque...."

La critica dell'intellettuale-monaco di Hegel, è divertente quanto le persone fingano di non sapere, nel momento in cui resuscitano nella letteratura un concetto mummia come il genio romantico...


In ogni caso, sono piuttosto OT, proseguo in privato

Pubblicato da: ivan - 23.10.05 10:34

Lello, ho detto "descrivere un(il) mondo". Raccontare è descrivere. La descrizione può essere effettuata - realizzata, fatta, consegnata agli altri - attraverso il racconto. A volte ci sono cose che non si comprendono. davanti a cui bisogna stare muti. Aspettare che passino. Raccontare sereve anche a questo.

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 11:11

Volpe, per esempio è 'narratore molto originale', forse così mi spiego. Come è narratore particolare per ciò cge riuguarda la complessità Girard.

Peraltro, gli esempi della 'torta' della 'stazione e del viaggio' come modo di spiegare la letteratura sono presi da N. Frye, 'geniale' studioso di miti, modelli, narrazioni, strutture. Mica sempre la semplificazione è 'abborracciamento'.

Tutto il discorso sul romanticismo, Lello, scusa, non ho capito che c'entri. Se dici 'Romanticismo' ame googloghiana fatta e soprattutto finita mi 'compare' certo meraviglioso realismo di "monet, courbet, l'artista, il popolo...ma è il popolo che va all'artista o l'artista che si rende conto che esiste un fruitore". per dire. non capisco l'unidirezionalità. la freccia del empo che va in avanti fino ad arrivare a noi. può essere che sia così, ma non ci sono - e credo per fortuna . più abituata. solo questo.

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 11:19

Scusa Angela,

ma a quali romanzi (racconti, novelle, ecc.) di Volpe o Girard ti riferisci????

;-)))

nessuno parla di abborracciamenti. Diciamo che la tua tesi mi pareva un po' OT. N. F. lasciamolo dov'è, il fatto che un autore serio faccia degli esempi validi non significa che sia possibile estrapolarli in qualsiasi contesto.

Il discorso sul Romanticismo 'lampantamente' c'entra eccome! Scusami se sono apodittico, ma...

Temo poi che identificare narrazione ( e romanzo) con descrizione sia tesi tutta tua e difficilmente condivisibile per molti altri.

@Ivan: la comunità (quale?) potrà pure modificare i sensi delle parole, ma per la comunità degli studiosi, che adoperano un codice arbitrario chiamato linguaggio, occorre che i significati siano stabili ed univoci, pena la confusione babelica. Inoltre il fatto che la gente (la comunità, la MOLTITUDINE) decide di utilizzare un termine a sproposito non modifica lo stato dei fatti. La gente utilizza come sinonimi le parole virus e batterio, ma questo non ci induce a modificare i protocolli d'uso degli antibiotici. Il termine 'evocativo' mi provoca un subitaneo e violento mal di pancia, ma questo è ovviamente un problema mio. Cercherò di tener duro ,-))
Ma sono Ot anch'io. Dunque

un'abbraccione pubblico, prima di proseguire in privato

lello

Pubblicato da: lello - 23.10.05 12:07

PS: l'apostrofo tra *un* e *abbraccione* va inteso quale segno di solidarietà ad Andrea Inglese autore di uno splendido racconto su NI. Andateci e capirete perché.

tutti gli altri strafalcioni sono farina del mio sacco affetto da alzheimer e artrosi alle dita

lello

Pubblicato da: lello - 23.10.05 12:10

"per la comunità degli studiosi, che adoperano un codice arbitrario chiamato linguaggio, occorre che i significati siano stabili ed univoci, pena la confusione babelica"

Certo, il più stabile possibile. Quanto ad idiosincrasie, tuttavia, ne ho una particolare per il concetto moderno di "specialista", che è il fregio della comunità degli studiosi. OT, continuo in privato.

Ciao Lello e tutti

Pubblicato da: ivan - 23.10.05 13:56

Lello, scusa. Che cosa sono i discorsi di 'critica' se nn 'grandi narrazioni'? In questo senso 'visioni del mondo'? Ma non è una mia 'tesi esclusiva', eh?

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 14:30

Per carità angela, se vuoi così, basta intendersi, anch'io ammiro molto i romanzi stilcritici di Spitzer e le novelle semiologiche di Eco

lv.

Pubblicato da: lello - 23.10.05 15:00

Perchè le novellette citazioniste di Auerbach? E i racconti paradigmatici di Longhi? Certo. Uno può dire, 'E' perversione. Così tutto è letteratura...'.

no. non è vero. è vero però che a cominciare da qui a me interessa il 'discorzo'. qui ho davvero davanti il 'baratro' della letteratura: assieme di testi, foglietti, libri, pagina web ( pagine funzionali alla messa in scena, teatrale e cinematografica?. e forse di quelli sono costretta a parlare? a dire, sì, ma la qualità? che cosa fa la qualità di un testo letterario? la corrispondenza, l'aderenza a un modello? il successo di vendita? i complimenti sinceri degli amici? le mail? cosa? (è il motivo del pezzo che ho postato, l'ultimo: la torta riuscita o no)

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 15:13

dopo cinemotografica?) c'è una parentesi chiusa.

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 15:16

Giusto una nota di colore

@ Angela: il criterio dell'aderenza ai modelli temo che non serva a nulla. Non ci sono modelli prima di "oggetti" e "fatti" da catalogare. E, soprattutto, un modello, in quanto modello, non è né buono né cattivo, perché prescinde dai casi particolari.

"che cosa fa la qualità di un testo letterario?"

Non capisco. La qualità è, né più né meno, la caratteristica o l'insieme di caratteristiche di un dato oggetto narrativo, di un dato romanzo, di un dato pezzo di mondo. Non è una domanda, è una tautologia interrogativa. Ogni testo ha certe qualità e non altre: per le qualità "è quel testo" e non "un altro testo"

Pubblicato da: ivan - 23.10.05 15:40

Sì, ivan, anche io in linea di massima - tanto per fare tautologie - risponderei così.

e probabilmente si torna a: Dostoevskij ha la qualità a e b; che per Naobokov non sono del tutto qualità, ma possono anche essere difetti. Conrad ha le qualità f e g che lo accomunano a James, ma ha anche le p e t. che sono sue proprie. ecco, questo mi pare un buon modo di procedere. e allora, torniamo indietro di un passo. vale la pena di parlare direttamente dei testi? probabilmente si. e su questo forse ci siamo.

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 16:22

ciao lello
in effetti ho divagato un po' troppo, mi sa che dovremmo smettere di infestare i commenti di giulio e aprirci un blog ;)

cmq, sì, in my HUMBLE opinion: i problemi che ponevi in quel commento, e che dici attraversano anche noi, a me a dire il vero paiono problemi di adeguamento del realismo ai vari principi di indeterminazione ecc ecc: la realtà non se ne va bel bella secondo gli antichi - non poi tanto, invero - linearismi da buon senso comune o da telefilm, ma sta diversamente. A noi dirla in modo adeguato, come è: caotica, non lineare eccetera

(ps: ma se è caotica, non sta; e "dirla" così o cosà non fa differenza. Semmai si può dire, "narrare" il principio caotico, ossia la mente che lo dice e cosa ne consegue; ma voler adeguatamente dire la "realtà" posto sia caotica è un compito piuttosto bizzarro e contraddittorio. Sempre se ho capito - magari ho malinteso del tutto. Occorrerebbe, per essere davvero adeguati e com'era nel programma presto abortito di qualcuno, farla "esordire" da sé, la lingua-mondo [La scorciatoia qui è il mito, mi pare, o la sua riedizione attuale. Che, come provavo a dire sopra, finisce proprio nella padella che voleva evitare]).

Sicuramente mi sbaglio (e parlo da totale infiltrato dato che non scrivo una riga) ma penso che il punto non sia più quello che ponevi. Su questo terreno la distruzione del buon senso borghese operata delle avanguardie ha i suoi eredi da un bel dì e stanno nelle agenzie di pubblicità (e gli incendi verbali, su questo piano, sono frittura d'aria che si insegna al liceo, ruggiti di pecora. Non questo è il nostro problema con il mercato). Così come l'apparente linearità postmoderna - o quella pop da telefilm - non c'entra nulla con quella moderna ottocentesca, e pensare di doverla torcerla col neocubismo per aggredire la struttura facendo nostra la lezione dei padri, è scambiare un fondale di teatro per la facciata di casa nostra. secondo me, obiettivo sbagliato.

Pubblicato da: b.georg - 23.10.05 19:02

Hai ragione b.georg dovremmo smetterla di infestare i commenti del povero Giulio!

Ma comunque: lasciami dire almeno questo. Che una parte dell'eredità delle avanguardie storiche stia nelle agenzie di pubblicità è vero, che l'altra sia quanto di meglio ha prodotto 'dopo' l'arte nel mondo lo è altrettanto.

La linearità diegetica è la linearità diegetica. mi rendo conto che cambiando i contesti, cambi anche il valore dei segni, ma ciò non significa che un vecchio arnese riprenda di colpo a funzionare. Qui non si tratta di neo-cubismo, si tratta di fare i conti con certe acquisizioni, che stan lì a dirci: hai voglia a pensare che sia il sole a girare intorno alla terra, intanto...
Ma hai ragione, io che insegno per davvero ai licei non manco mai di insegnare quella frittura d'aria, perchè quella frittura d'aria ha liberato il pensiero e l'immaginazione dell'uomo assai più del mito romantico da elegia rilkiana, o delle derive neo-ermetiche. Il nostro problema con il mercato è lo stesso (per molti versi) che percepiva Manzoni quando si rivolgeva ai suoi trenta lettori. Per altri versi, invece, è certamente cambiato, ma non è cambiato il rapporto valore d'uso valore di scambio che è alla base di tutto ciò.

Il problema del 'realismo' rimane uno dei problemi nodali dell'arte, perché è quello del suo rapporto con la realtà: 'realismo di secondo grado' così faceva il punto sulla situazione, già a fine 80, Cepollaro sul Baldus (sorry per il souvenir!)

Una descrizione del caos (ma non ti perdonerò mai di avermi costretto a citare Adorno, che per altri versi mi convince poco!) non è una descrizione caotica. La faccenda credimi è più complessa. C'è, insisto, un'aria da 'seconda mano' da 'mercato delle pulci' che usmo in giro. Ma forse sono solo ubbie da vecchio poeta invelenito. E ora sgombro lo spazio di Giulio:

un abbraccione!

Lello

Pubblicato da: lello - 23.10.05 19:43

Credo che giulio sia solo contento che il suo blog venga frequentato. Soprattutto se da persone appassionate e competenti. Non so se vi interessi o se vi cambi qualcosa, ma io per esempio, vi leggo, e la trovo una interessante discussione, anche se non rispondo punto per punto.

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 19:59

perdonerete se ho invertito il soggetto, vero? lello. ne approfitto anche per dire: di questi tempi di vintage, usare 'mercato delle pulci' è fare un complimento?

Pubblicato da: angela scarparo - 23.10.05 20:13

sarebbe bello proseguire, lello, ma la vedo complicata sia perché siamo al commento 90, sia perché dovrei tirare in ballo un po' di altri argomenti - su questo rapporto così poco idilliaco tra avanguardie e postmoderno - e allora la mia formazione dilettantesca verrebbe fuori :)

faccio però notare, per salvarmi in corner: non puoi rifiutare la linearità narrativa e poi pretendere la linearità storico-epistemologica ("fare i conti con certe acquisizioni"). Inoltre una descrizione del caos non caotica dovrebbe porsi la domanda: da dove sto parlando, io che a quanto pare mi trattengo sul bordo del caos? Dov'è mai questo bordo? Nel caos o fuori? A quel punto la domanda si fa interessante e il realismo si sfonda, forse.

Pubblicato da: b.georg - 24.10.05 18:08

B.georg,

se tu hai una formazione dilettantesca allora io voglio un mondo popolato da dilettanti!
Ma hai ragione col mio siamo a 91.
Hai la mia mail
se vuoi proseguiamo in privato, o magari postiamo qualcosa alle blogcase nostre
a presto

lello

Pubblicato da: lello - 24.10.05 18:37