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16.10.05

Gaetano Cappelli: Parenti lontani (2000) / 2

di Bartolomeo Di Monaco

(Mondadori) Parte Prima. Parte Seconda.


 Gaetano_Cappelli.jpgL’inverno è la stagione del silenzio, in cui la vita dei pochi giovani rimasti in paese si arresta. La primavera ha il segno di un risveglio non solo della natura, ma dell’intraprendenza, del coraggio e della speranza. Tutto viene avvolto da una luce diversa. Capita in paese una giovane e bella hippy, Giuditta, viene da fuori, da Roma, come da fuori verrà Mary Lodigiani in Malvarosa, il romanzo di Raffaele Nigro, uscito nel 2004. Trova bello il paese e i suoi dintorni, vorrebbe rimanere. Così che “A furia di sentirglielo ripetere quasi ci eravamo convinti che il paese non era poi il posto di merda che avevamo sempre creduto”. C’è un filo comune che unisce Cappelli a Nigro: il mito di un Nord luccicante, favoloso, e la scoperta graduale – generata da persone venute da fuori – delle bellezze del Sud, tale da far vacillare il sogno. Il romanzo di Cappelli, mentre lascia che il protagonista continui ad accarezzare la speranza di andarsene in America dallo zio ricco per fare fortuna e vivere una vita diversa, in realtà si muove anche per testimoniare una vocazione del Sud alla felicità, ove si facesse più attenzione alle sue speciali risorse tanto della natura quanto dell’uomo. Bisogna fermarsi ad osservare, a valutare, non correre dietro al miraggio di una felicità che si immagina sempre e soltanto lontana da noi. Essa invece è vicina, concreta, tangibile, e ciò è tanto più vero per un uomo del Sud. Quando vanno a trovare Giuditta a Roma, non è a caso che si accorgono che “Ha perso tutta la sua spontaneità, anche”. Non così accade a loro, invece, ragazzi del Sud, che dovunque si trovino, in paese, o a Roma o a Capri, portano con sé il proprio meraviglioso stupore, una frenesia di vivere spontanea, fresca, intensa. Dunque, è questo il vero Sud, il Sud da scoprire e da amare. Cappelli ha così tanta voglia di dirlo ai giovani del Sud, che il romanzo si alimenta di questo amore, e quei quadretti di vita disegnati con grazia rappresentano il dispiegamento di una verità che spesso nemmeno gli stessi giovani meridionali percepiscono. La raffinata sensibilità di Cappelli mette alla luce ciò che non si afferra, a volte, turbati spesso dalle miserie della vita. Ma la verità – ci fa capire – è che non c’è alcun mito che possa sostituirsi all’amore che un uomo del Sud ha per la sua terra. E se si scopre questo amore che alberga in ciascun uomo del Sud, non c’è solitudine che possa minare l’entusiasmo per la vita, nella quale è ricompreso – al Sud come in ogni altro luogo della Terra – l’entusiasmo per il sogno.

Mentre amoreggia con la sensuale Incoronata, la quale lo rimprovera di volersene andare in America: “pensai che aveva ragione, che le mie grandi speranze – il radioso futuro in America, la carriera di magnate al fianco di zio Richard o quella, anche più gloriosa, di scrittore – non erano che sogni di gioventù, che era ormai giunto il tempo d’abbandonarli.” Sono i primi segnali di una consapevolezza – ancora incerta, tuttavia - che lo sta avviando sulla strada della maturità. I giovani del Sud, insomma, non differiscono per niente dagli altri giovani, a qualsiasi latitudine appartengano: è un’età prodigiosa e strabocchevole per tutti, in cui la malinconia è unita a doppio nodo con il sogno: si alternano, si combattono, cercano di convivere, finché poi è la vita di tutti i giorni a vincere e a segnare la crescita di ciascuno di noi, che avviene a prescindere dai luoghi in cui ci troviamo ad esistere. È indubbiamente questo un tema fondamentale del romanzo, che emerge sempre più a mano a mano che il disegno delle vicende quotidiane si arricchisce di nuovi minuti avvenimenti, che altro non rappresentano che il lento dispiegarsi, attraverso l’esperienza, degli innumerevoli anelli che compongono la vita. Il viaggio in autostop fino a Christiania, il quartiere mitico in Amsterdam dove gli hippy si radunavano da tutto il mondo per stare insieme, ci fa ricordare un periodo del secolo scorso che ha del leggendario, e cinque giovani meridionali, Carlo, Rino, Apache, Tarcisio e Sebastiano, soprannominato Svizzero, lo vivono da coprotagonisti, in tutto simili agli altri. Però, in loro, è presente il desiderio del ritorno: “quella non poteva essere la mia vita. Avevo bisogno di certezze, punti fermi”. Sarà una continua altalena tra il desiderio di restare e quello di partire. Quando un nipote dello zio Richard, Charles, giunto in Italia per tenere delle conferenze, capita con la fidanzata Jennifer (Jenny) in paese, dove è venuto per conoscere le sue radici, il desiderio di andarsene in America ritorna a possedere il protagonista, a “sbrilluccicare” (un verbo ricorrente) dentro di lui: “presto sarei diventato americano, me lo sentivo.”
E infatti il cugino gli domanda: “E in America, non hai mai pensato di venirci?” Ma poi gli chiede di fare un piccolo sforzo e di immaginare che cosa “ci sia laggiù”.

È qualcosa di impalpabile, il sogno, fatto soprattutto di emozioni, e una volta si avvicina, sembra tradursi in immagini, e poi velocemente si allontana, si perde in un vuoto siderale. Sono i contatti misteriosi che l’universo ha con la nostra anima. Un gioco atroce, dunque? Una conquista faticosa? Una irrisione? Allorché s’infrange il sogno, allorché si allontana e pare irrecuperabile, come accadrà qualche volta al protagonista, la delusione origina un imbarbarimento che diviene la soglia tentatrice di un annientamento esistenziale. Carlo, in quelle occasioni, è smarrito, pare perdersi nel corpo e nella mente. Un giorno, guardandosi allo specchio si domanda: “Chi era quell’individuo che mi fissava torvo, gli occhi a fessura, sotto le palpebre pesanti, il viso gonfio, grigio di barba?” Anche i suoi amici, separatisi da tempo per vivere le loro vite, non riescono a stare lontani dal loro paese. La lontananza crea solitudine, smarrimento. Ciò che pareva loro di avvertire quando vivevano in paese, la solitudine, l’insoddisfazione, ora li attanaglia dolorosamente e sentono che possono liberarsene solo ritornando. È la crudele altalena dei sentimenti. Charles fa giungere a Carlo l’invito alle sue nozze con la bella Jennifer, anche lei ricca ereditiera. Senza dire nulla a nessuno, soprattutto alla nonna, una mattina prende la corriera e fugge di casa, proprio alla vigilia delle sue nozze con Alba Chiara, la figlia di un uomo molto ricco che è entrato in società con la nonna. Su quella corriera non può fare a meno di pensare al suo paese che sta lasciando e alle parole che Silvia gli aveva detto in quel tempo ormai lontano: “È tutto così bello qui...”. E così: “La grande casa che aveva risuonato delle risate delle mie venti cugine, delle voci dei miei zii, di mia madre, di mio padre e delle centinaia di di Lontrone che ci avevano preceduto, presto sarebbe rimasta silenziosa per sempre.” E ancora: “ma cosa sto facendo? dove sto andando? mi chiedevo sconfortato.”

Il sogno è lì a due passi, ora che è sbarcato in America e Charles gli dice: “ci sono grandi progetti per il tuo avvenire.” Arriva perfino ad esaltare l’America che ancora non conosce e a disprezzare il suo paese: “preso dall’entusiasmo per la mia nuova patria, iniziai a parlargli con disprezzo del paese”. È il momento più significativo del romanzo, in quanto si decide da questo punto in poi la sorte delle due forze in gioco che stanno disputandosi la personalità del protagonista: la forza del passato che non vuole si dimentichino mai le radici della propria esistenza, e la forza del sogno che esige la dimenticanza e il risveglio dentro una nuova nascita, dentro una nuova dimensione.
Sembra che Charles gli legga nel pensiero, quasi infastidendolo: “non rinnegare mai le radici, Carlino: sono la cosa più importante che abbiamo.”
Lo zio Richard, uomo brusco e di poche parole (ma, vedrete, capace anche di commuoversi), “il borioso tycoon”, lo convoca nel suo ufficio e lo assume. Addirittura, “apprendista magnate”, avrà una segretaria a disposizione, Shirley: “iniziai a lanciare urla silenziose, a prendere a pugni l’aria.” Sulla poltrona di pelle “mi ruotai sul perno, e davanti allo scenario di Manhattan sentii che il mondo, come suol dirsi, era mio e non dovevo che godermelo.”
Il mondo che gli si apre davanti è tutto diverso da quello vissuto nel suo paese. È il mondo dell’alta finanza, dei ristoranti esclusivi, delle feste scintillanti di abiti e di gioielli, di donne tutte sorridenti e bellissime. Lo zio Richard gli marca il discrimine tra le due esperienze: “Una volta che uno decide di venir via dall’Italia, basta, chiuso, se no finisci che stai a leccarti le ferite per il resto della vita.” E anche: “guardare al passato è uno spreco di energia e a noi quella che abbiamo serve a guadagnar soldi. Quindi allontana qualsiasi cosa ti ricordi quel maledetto paese: la nostalgia è una specie di ladro che ti salta addosso appena gliene offri l’occasione.”

Lo zio Richard sa, dunque, delle due forze che si contendono il momento del passaggio dalla realtà fino ad allora vissuta al sogno che sta per materializzarsi; lui stesso l’ha avvertita ai suoi tempi. Pone in guardia il nipote, vuole che ripeta la sua stessa scelta, che metta in campo la sua stessa determinazione. Ancora Richard: “segui solo i miei consigli e diventi ricco come neanche te l’immagini. Primo fra tutti: fatti americano.” Non è un gioco, si deve cambiare pelle. Cappelli si fa stringente intorno al suo protagonista, lo assedia, ne graffia ulteriormente le ferite lasciate da un distacco dalla propria terra che ancora non si è consumato. Richard mostra di riporre molta fiducia nel nipote italiano, l’unico probabilmente che possa sostituirlo a capo del suo impero, visto che il nipote Charles è “un intellettuale” e per giunta ha ereditato dal padre la tara dell’alcolismo. Cappelli, l’autore, e Richard, un suo personaggio, sono gli assedianti accaniti di Carlo, il secondo per trarlo a sé incondizionatamente; il primo per indagare con una certa partecipata curiosità l’esito dello scontro in atto nel suo protagonista. Pare di rivivere il momento finale in cui nel bel film di Alfred Hitchcock, Delitto perfetto del 1954, Tony, interpretato dall’attore Ray Milland, che ha tentato di far uccidere da un sicario la ricca moglie Margot, interpretata da Grace Kelly, si rigira in mano la chiave nel tentativo di capire come mai non abbia aperto la porta del suo appartamento. Cappelli sta dietro la porta ad osservare, proprio come nel film sta in attesa dietro la porta Hubbard, l’ispettore di polizia.

Ma Richard, siamo così sicuri che abbia tagliato davvero le radici con il suo paese d’origine? Cappelli ci fa capire che ciò è impossibile, impossibile anche per uno come Richard (un personaggio davvero notevole). Che cosa significa, infatti, quella visita che il decisionista Richard fa ad una specie di chiromante, “Lo Romita de la Muntagna”, all’indomani di una importante scelta di affari? La grotta in cui entra - il romitorio dove altri clienti sono in attesa e dove l’arredamento ricorda piuttosto “un bordello” - altro non è che la miniatura di un ambiente che ci si porta dentro sin dalla nascita, e per un uomo del Sud è il Sud carico di suggestioni e di mistero. Carlo si trova bene, è fortunato, sotto la protezione dello zio fa una carriera rapida, e a soli ventitré anni entra nel consiglio di amministrazione della grande azienda di Richard. I giornali danno l’annuncio a titoli cubitali e Carlo, ora, è anche famoso. Cappelli, attraverso alcuni personaggi, in particolare femminili, come Jennifer e sua sorella Cybill, entrambe bellissime (ma solo apparentemente felici), ci mostra un universo newyorkese scintillante, estroso, e ci fa viaggiare nel lusso delle auto, delle ville, delle feste, dei ristoranti esclusivi. Dobbiamo sempre tenere presente questo contrasto, voluto dall’autore, tra le due esistenze di Carlo che vengono di fatto messe continuamente a confronto: quella, un po’ monotona ma avida di conoscenza e di curiosità, vissuta nel suo paese, e quella, frizzante, euforica, immersa nel Sogno Americano. L’autore avrebbe potuto disegnare per l’emigrante Carlo una vita diversa, meno sontuosa, meno sfolgorante, ma ha scelto il massimo: “Ero ricco, importante, vestivo splendidamente e lavoravo in uno dei posti più ambiti del globo; ero divenuto esattamente ciò che avevo sempre sognato”. Perché? Sarà da questo confronto, nitido agli occhi del lettore, che scaturirà, infatti, il significato del romanzo. Cybill, viziata, fuggita da casa da ragazzina, ed ora sposata con un cantante famoso e viziato come lei, mostra all’improvviso a Carlo l’altra faccia del Sogno Americano. Cybill è fragile, scontenta, infelice, sebbene ricchissima; la sua bellezza, anziché salvarla, la trascina sempre più a fondo. Pare di rivivere il personaggio di Carmen, la figlia minore del generale Sternwood, del celebre romanzo di Raymond Chandler: Il grande sonno, del 1939, che ha avuto due belle trasposizioni cinematografiche, la prima di Howard Hawks, del 1946, con Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe, e l’altra di Michael Winner, del 1978, con Robert Mitchum come protagonista. Del resto, Jennifer ricorda Vivian, la figlia maggiore.

Della ricchezza ci si satura, sembra impossibile ma è così, ci fa capire Cappelli. Ne è satura Cybill e ne è saturo inaspettatamente anche il protagonista, divenuto un uomo molto ricco, il quale confessa, ad un certo punto: “Non m’ero mai sentito così depresso e, posso confessarlo?, rimpiansi amaramente i miei anni in paese. Li avevo trascorsi considerandoli come il triste preambolo a un radioso futuro, ma ora che le mie grandi speranze s’erano realizzate, mi apparivano i soli che avessi veramente vissuto e mi struggevo di nostalgia”. E ancora: “Che avrei dato invece per rivedere uno qualsiasi dei miei amici?” Quando la fortuna gli volta le spalle (“sembrava che il mondo intero ce l’avesse con me.”), allora ritorna forte in lui (per quell’alternanza dei sentimenti) il Sogno Americano, il desiderio della ricchezza e della bella vita. Quel qualcosa che non si possiede, ossia, è sempre lì davanti a noi, pronto a baluginare con le sue mille stelline di illusioni. Le afferriamo, le stringiamo nella mano e si rivelano per quel che sono, niente. Alla fine non resta se non una discesa lenta verso l’abbrutimento (“avevo la barba lunga di una settimana, ero sporco, lacero, ubriaco”), una parabola che deve compiersi per restituire forza a noi stessi, nel momento in cui ci si sente “l’essere più solo e infelice del mondo.” A questo punto, raggiunto l’estremo, basta una canzone che esce da una radio di “un mercatino di profughi slavi” a destarci dal torpore in cui si è precipitati, a scuoterci da una specie di sbornia dei desideri: “m’ero considerato l’essere più sfortunato del mondo, allora; avrei dato qualsiasi cosa per tornare a quel tempo adesso, e non riuscii a trattenere il pianto. Non feci che piangere in quei giorni.”
L’abbrutimento (“Continuai a ubriacarmi per giorni, settimane, mesi”) è tanto vicino all’annullamento della propria personalità che, ormai ridotto all’accattonaggio e a dormire “nelle camerate dell’Esercito della Salvezza”, Carlo ha soltanto nell’attesa di incontrare di nuovo Cybill il punto di contatto con il proprio passato ed una speranza per il futuro. Al culmine della abiezione (“Vivevo praticamente di alcol”) la memoria si mette in movimento: “Era come fossi tornato bambino. Alla mia vita di allora, nella casa della nonna.” Sono visioni, sogni quelli che cominciano ad accompagnarlo in quei momenti desolati. Vive attraverso quei sogni, quelle visioni. Toccato il fondo, essi gli consentono, come per un rimbalzo, una reazione della coscienza, un contrappasso, di elevarsi sulla realtà, di filtrarne i colori più belli, di illeggiadrirla. Si ha la sensazione di assistere alla gestazione di una lenta rinascita, fatta solo di luce, nella quale la vita vissuta al paese non si distingue più da quella che sta vivendo in quei giorni, a tanta distanza di spazio e di tempo, e vi si amalgama, seppure attraverso un sogno, ma un sogno tale che, pervadendo interamente il suo spirito non si differenzia più dalla realtà: “mi sentivo felice: Pit, era sempre lo stesso, alto biondo e leggendario e la vita ancora una promessa meravigliosa.”

Pare di vedere l’uomo tout court mentre muore marcescente nella sua miseria più atroce (“Tutto ciò che una volta era stato s’era dissolto per sempre, spariti quelli che avevo conosciuto, svanito ogni angolo dei miei ricordi, la mia vita stessa ridotta a un cupa voragine di nulla”), e dal suo corpo si alza una leggera iridescenza che va prendendo a poco a poco la strana forma di un qualcosa che si sta nutrendo delle luci di una umanità sognante resa, nel romanzo, attraverso gli occhi prima dell’invasata Gemma Cargallo, la sorella del mafioso Frank, divenuta più ricca del fratello e che ha risollevato Carlo dalla miseria, e poi quelli della sua assistente Veronica, che vuol diventare una rockstar, e altri stravaganti personaggi come Jeff B e Kenneth. Sulle tracce dell’introvabile Cybill, Carlo arriva in Canada e l’autore annota che: “m’ero tagliato i capelli cortissimi come da bambino e, guardandomi allo specchio, m’ero stupito di quanto poco la mia espressione fosse cambiata da allora.” Sono i piccoli segni di una conquista faticosa che Cappelli lascia disseminati lungo il percorso del suo protagonista. Tanto Carlo che Cybill, infatti, hanno pagato e stanno pagando duramente il sogno americano. Hanno rischiato e ancora rischiano il degrado e l’annientamento. Ma si cercano. Carlo forse è il solo ad intuire, grazie a quell’impulso prodigioso che lo fa sentire di nuovo un ragazzo, che unendosi a Cybill potrà rigenerare con il suo passato il sogno americano che, tuttavia, non potrà mai essere più quello di prima. È determinato, sa che non ci sono alternative, sa che, senza Cybill - questa ragazza estroversa, bizzarra, instabile, fragilissima e vittima delle proprie manie - sarebbe vana tutta la sua esistenza. La vita condotta nel suo paese avrà un senso, cioè, solo se affronterà il sogno americano dalla parte sconfitta e degradata in cui ora è rinchiusa Cybill. E quando arriverà a destinazione e vedrà Cybill, si troverà di fronte ad una stupefacente sorpresa che, nella suggestione di un mito che si fa leggenda, unirà definitivamente il presente al passato, la dura realtà alla speranza.
Dire che questo romanzo entusiasma per la scrittura brillante, per l’effervescente contenuto che riesce a tratteggiare con esemplarità una generazione di giovani meridionali affascinati dal mito di una vita diversa; dire che penetra l’America nella sua ricchezza e povertà, nelle sue stravaganze, nei suoi paradossi, dire che su oltre 400 pagine di testo non c’è una sola riga che segni un passo falso o annoi, dire che questo romanzo contiene gli attributi di una irreversibile attualità, dire che resterà giovane per come ha saputo parlare dei giovani, significa per me esprimere il maggior entusiasmo possibile e la maggior stima per un autore ed un romanzo che resteranno a lungo nella mia memoria. Un autore e un romanzo cult, non esito a dichiararlo. E che tutto ciò provenga dal Sud più profondo, e da un narratore che ha deciso di restare nella sua terra, non può che rendermi felice, pieno di orgoglio e di ammirazione.

(fine)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 16.10.05 20:36

Interventi

Bartolomeo! Hai scritto davvero delle cose bellissime. Grazie. Parenti lontani è ormai di cinque anni fa e che se ne continui a parlare è per me una grande gioia. Per scriverlo ho impiegato quattro anni. Ci ho perso un bel po' di salute anche. Sì, di recensioni buone ne ho avute ma l'esito complessivo, inizialmente, è stato talmente deludente che ho rischiato di perdere del tutto anche quel po' che mi era rimasta - di salute, intendo. Mi ricordo, per dire, la volta che lessi l'elenco dei flop dell'anno su L'espresso e il mio romanzo non era tra i flop. Ebbi un vero crollo! Certo avere un crollo perché il tuo libro non sta tra i flop è davvero il massimo. Ma il fatto è che Parenti lontani non era considerato "nemmeno" un flop. Non era considerato e basta. Poi, invece, poco a poco le cose sono andate meglio. Pedullà, a distanza di un anno e mezzo dalla pubblicazione, e davvero senza nessuna sollecitazione, lo premiò e addirittura nel 2004, dopo ben quattro anni quindi, a un concorso indetto da Bookmark, i lettori lo hanno votato come uno dei cinque migliori romanzi pubblicati dal 2000. Adesso le parole di Bart, le immagini che attraverso quello che lui scrive arrivano ancora vivide e potenti, me ne confermano il valore e ne sono felice. Stanotte dormirò meglio!

Pubblicato da: Gaetano Cappelli - 16.10.05 22:53

Caro Gaetano, il tuo è un gran bel romanzo, devi andarne orgoglioso. Mettendo insieme autori italiani e stranieri, il tuo è uno dei più belli che abbia mai letto. Ha dentro una vitalità che non lo farà mai invecchiare. Spero tanto che Mondadori se ne accorga finalmente e faccia qualcosa in più per farlo conoscere e tradurre.

Di nuovo tanti complimenti e grazie per aver scritto Parenti lontani.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 16.10.05 23:36

grazie bart non conoscevo cappelli, (tra l'altro che bella faccia intelligente che possiede!) grazie a te cercherò di saperne di più
georgia

Pubblicato da: georgia - 17.10.05 00:20

Georgia, Georgia: dell'ultimo romanzo di Gaetano ha parlato l'Indice dei libri del mese (rivista che per prima ha segnalato i suoi libri: salvo correzioni dell'autore, che sono le benvenute), Ttl, Stilos e tutta la stampa nazionale. Questo non per farti un appunto, ma per segnalare che, a volte, quelli bravi sono riconosciuti da tanti e non solo dai volontari della blogosfera, del blogspace o come si chiamerà.

Pubblicato da: giovanni - 17.10.05 12:14

giovanni, per un romanzo di questa levatura tanto la critica quanto Mondadori (soprattutto) hanno fatto molto poco e debbono fare molto di più.

Del resto la testimonianza di Cappelli riportata nel suo commento è assai esplicita e segna una imperdonabile colpa di chi avrebbe dovuto rendersi conto che di un grande romanzo si tratta, e ci farebbe fare una gran bella figura anche all'estero..

Vediamo se chi conosce qualcuno in Mondadori, tira le orecchie ai responsabili e gli fa capire che hanno in mano un autentico gioiello e non se ne sono accorti (perché di questo si tratta: non se ne sono accorti - che altro si può dire? -, occupati a star dietro a delle autentiche stupidaggini).

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.10.05 13:42

beh caro giovanni non sempre si legge tutto l'indice, tutto stilos, tutte le pagine culturali, tutti i post dei litblog se fosse così sarebbe una pacchia per gli autori;-), alcuni rimangono colpiti da un articolo, altri ci scivolano sopra, e poi io (e così molti) raramente compro o leggo un libro perchè viene recensito, anzi direi che più viene recensito e più lo scarto. Attirare l'attenzione è un processo misteriosissimo. E' una miscela delicatissima.
Ad ogni modo in un modo o nell'altro stavolta è stato burt a rompere il muro di gomma della mia attenzione e magari chissà quanti altri ne ha citati (e ne citerà) senza che io me ne sia accorta e ci sia scivolata sopra ;-).
Tu mi hai segnalato un sacco di cose che altrimenti avrei sorvolato e ora sto sempre attenta a quello che scrivi se mi capita sott'occhio.
La carta stampata da sola conta ormai poco, la rete da sola forse è anche stupida, un interscambio è fondamentale e poi ... naturalmente ci vuole l'autore. probabilmente comprerò cappelli se mi piacera scattera il passaparola (che è sempre la cosa più magica, misteriosa e sommersa) altrimenti ... come tanti libri da me comprati resterà in silenzio in qualche scaffale alto della mia libreria del corridoio. A volte però mi è capitato di scartarli indispettita e recuperarli poi anni dopo entusiasta.
georgia

Pubblicato da: georgia - 17.10.05 15:32

Riviste letterarie, supplementi librari e web sono mezzi diversi, che usano lingue differenti. Coesistono senza dànno, tanto piccolo è il mercato; e l'Indice potrebbe forse essere stampato con un po' di colori in più e caratteri più grandi.

Pubblicato da: giovanni - 17.10.05 16:24

Be', sì, dice bene Giovanni, quelli dell'Indice sono stati tra i primi a segnalarmi. Lui stesso ha scritto per Il primo una bellissima recensione di cui vado fiero. Bart. Dice bene anche Bart. Alla Mondadori hanno trattato Parenti lontani con una certa sufficienza, per usare un eufemismo. Comunque recensioni, anche entusiastiche, ne sono uscite. In realtà, anche Georgia dice bene quando scrive che "Attirare l'attenzione è un processo misteriosissimo. E' una miscela delicatissima."
Quanti autori sono rimasti per anni fuori dal gruppo di quelli conosciuti? Pensate a Fante - che adesso lo conoscono tutti - o al nostro Silvio D'Arzo. E quanti ne rimarranno fuori per sempre? In questo conta ancora il carattere degli scrittori. C'è chi trova noioso proporsi e preferisce concentrarsi sulla scrittura. Chi sa solo proporsi. Ma c'entra molto anche il destino. Io ci credo. Nel destino. Quanti scrittori ci sono attualmente in Italia? sarebbe divertente censirli. Davvero quelli conosciuti sono sempre i più bravi? Per mezzo secolo, dopo la sua morte nessuno sapeva chi fosse Bach. E stiamo parlando di una delle vette della musica occidentael. Quanti come Bach sono stati dimenticati per sempre? Non credo alla razionalità della storia. Mi sforzo di scrivere bene. Questo quasi sempre mi basta. Ogni tannto mi becco 'na botta di depressione ma anche questo è normale. Come diceva in una sua bella poesia il mio amico Beppe Salvia "Il vento il sole le corolle rosse e blu, i sogni mai sognati i nostri sogni. Questa è la nostra vita e nulla di più".

Pubblicato da: Gaetano Cappelli - 17.10.05 19:09

sei amico di salvia??????
E' il più grande poeta della sua generazione, eppure quanti lo conoscono? Io personalmente l'ho scoperto solo recentemente da una recensione di trevi sul manifesto e da allora sono convinta che nessun altro poeta (della sua generazione) è grande come lui, se non leggevo trevi continuavo a pensare che non esistesse :-(

Pubblicato da: georgia - 17.10.05 19:36

Sono pienamente d’accordo con Livio quando dice che Gaetano Cappelli “prova un piacere che si avverte erotico nel raccontare storie”. Immagino la medesima cosa anch’io di lui. Mi veniva in mente a tal proposito Errori, il romanzo precedente a Parenti Lontani, con un finale sorprendente, inaspettato e bellissimo. A pieno titolo un altro libro che appartiene alla produzione letteraria che Livio chiama d’intrattenimento, con quella costruzione narrativa serrata, gli intrecci articolati e i vari rimandi interni, con quelle storie nelle storie e i personaggi che ritornano, etc. Del tipo che riponi il libro e per giorni stai a ripensare alla trama e ti meravigli dell’intreccio e degli incastri. E tutto con una lingua che è sempre su di giri, divertente, ironica, disincantata, morbida nell’avvolgere e contaminare qualsiasi ambiente o situazione. La morbidezza della scrittura, appunto. Beh, per questo Cappelli, pure secondo il mio miserello parere, è davvero un narratore naturale e dissacrante, uno dei pochi che in tempi non sospetti era un contaminatore ante litteram (Errori è del ’96, Sporco al Sole, l’antologia curata con Verrengia e Trecca è dell’anno dopo mi pare – si legga la sua introduzione-manifesto, fra l’altro, che ha per titolo: “terroni e omologati”; dopo sarebbe venuto quel rinascimento culturale del sud, dal cinema dei Winspeare e dei Piva alla letteratura importante celebrata in Disertori, alla musica dei gruppi di ricerca e delle notti delle tarante); Gaetano è uno che ha preso il sud, il contesto, il microcosmo (culturalmente fra i più retorici, chiusi, orgogliosi di radici e identità, diffidenti: i lucani sono scorza tosta più o meno come i calabri) in cui vive e gli ha dato un sound moderno e metropolitano, diciamo jazzistico e tragicomico. Per divertire e finalmente parlare delle cose nostre senza l’angoscia del provincialismo non per forza e sempre “marzapanato-sciamanato” (parole dello stesso Cappelli) o folcloristico e consolatorio che faceva sbottare anni prima persino il buon Troisi in “Ricomincio da tre”, con quell’ossessivo motivetto che passa e ripassa per tutto il film: “Napoletano?”, gli chiede sempre qualcuno. E lui: “Sì, ma no emigrante. Non ho capito perché un napoletano non può viaggiare!” Parenti Lontani è un libro straordinario, avete ragione.

Pubblicato da: vincenzo corraro - 17.10.05 21:37

Io citerei anche il bellissimo Volare basso e Mestieri sentimentali. Giorgia, hai ragione, anche per me Beppe Salvia è un poeta di gran classe. Basta vedere come svetta dalle ultime antologie (mi sono-inutilmente- abboffato)in un mare affollato di presuntuosa mediocrità. Tornando a Gaetano Cappelli, sono anni che mi dico che è come il miglior De Carlo ma con una marcia in più per l'humour (totalmente assente in De Carlo). Ecco perché sono anni che mi stupisco che non venda come lui.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 18.10.05 08:48

Caro Giancarlo, ho letto vari romanzi di De Carlo, di cui alcuni dicono un gran male, ma è uno scrittore assai dignitoso (ne scrivo sul mio sito alla voce Le mie letture), ma Cappelli di Parenti lontani non è paragonabile a De Carlo. Ti sembrerà incredibile quello che dico, ma supera, a mio avviso, il Kerouac di On the road. Il quale, fa una analisi dell'America di quegli anni e scrive nella parte messicana davvero pagine memorabili, ma Cappelli fa una radiografia della gioventù meridionale e trasferisce, attraverso il protagonista, questo risultato nel confronto con il Sogno Americano, facendo un percorso in cui il conflitto interiore è sempre presente, pur nella scanzonatura e ironia della scrittura.

Confermo, come un romanzo cult è On the road, a maggior ragione - secondo me - lo è Parenti lontani.

Ti auguro che il contatto letterario (oltre l'amicizia) con Cappelli attraverso la vasca da bagno, ti sia foriero di molte soddisfazioni :-)

L'inserimento che ho voluto fare nella mia lettura del tuo nome è un omaggio al fatto che sei stato tu a farmelo conoscere.
Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.10.05 09:27

Bart, sottoscrivo la "cultaggine" dei Parenti Lontani. L'accostamento a De Carlo era solo per dire che Gaetano produce una narrativa di qualità che ha anche grosse potenzialità commerciali, perchè piacevolissima.

Pubblicato da: Giancarlo Tramutoli - 18.10.05 09:49

Bart, il fuoco incrociato tuo e di Livio Romano mi ha beccato in ogni dove: non conoscevo Cappelli (e mi son già dato del tondinaro per questo...).
Dovrò rimediare e, dopo averlo letto, infilerò anche una recensione nel mio piccolo blog: il passaparola se lo merita tutto e sono fiducioso ancor prima di leggerlo: fino ad ora i tuoi consigli si sono sempre rivelati preziosissimi!

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 18.10.05 10:45

Caro Vincenzo non vedo ancora pubblicato il tuo commento delle 10,45 che mi è arrivato per conoscenza.

Lo trascrivo qui:
"Bart, il fuoco incrociato tuo e di Livio Romano mi ha beccato in ogni dove: non conoscevo Cappelli (e mi son già dato del tondinaro per questo...).
Dovrò rimediare e, dopo averlo letto, infilerò anche una recensione nel mio piccolo blog: il passaparola se lo merita tutto e sono fiducioso ancor prima di leggerlo: fino ad ora i tuoi consigli si sono sempre rivelati preziosissimi!

Buona giornata. Trespolo."

per dirti grazie. Il libro altroché se vale! Ne uscisse uno all'anno di quella levatura noi saremmo i primi nel mondo!

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.10.05 12:00

Conosco Cappelli dai tempi di "Floppy disk", forse era il 1997, non ricordo l'ho sempre letto con piacere. Di tempo ne e' passato tanto e con il tempo, inevitabilmente, e' cambiato anche il suo stile, rimanendo tuttavia intatta la sua ironia e il suo modo divertente e scansonato di raccontare le storie. E di storie in Parenti Lontani c'e'ne sono tantissime.
Sono daccordo con Giancarlo quando parla di narrativa di qualita'.
Un saluto a tutti.

Pubblicato da: Paolo Satriani - 18.10.05 12:19

Qua devo tappare la falla, date le vostre eccellenti segnalazioni: leggerò Cappelli a breve. Grazie, ragazzi.

Pubblicato da: Franz Krauspenhaar - 18.10.05 19:12

per Georgia. Ero amico di Salvia. Nel senso che come saprai, lui è andato nell'85, ovvero ben ventanni fa. Quest'anno a Potenza, la sua e la mia città, s'è tenuto un memorial day per ricordarlo. Beppe lo vedevo anche a Roma, dove ero finito studente fuorisede nei terribili anni '70. Tutti e due li vivevamo male, ma Beppe con una componente creativamente, come dire?, "anacronistica". Le sue bellissime poesie ti lasciavano interdetto. C'era il recupero del verso e del sentire classico. Erano come piccoli oggetti che splendono vagamente nel buio, preziosi di una patina antica come delle lacche cinesi. Io, invece, ero praticamente negli anni 80. Pensavo a un romanzo veloce come un video clip. Con una struttura stilistica simile alla musica minimale, ottenuta dall' assemblaggio di tanti piccoli segmenti melodici. Beppe mi guardava sornione. Magari si divertiva ad ascoltarmi. Io, però, le sue poesie su quelle deliziose riviste che erano Braci e Prato pagano - soprattutto Braci con le sue copertine pastello e i piccoli lievi disegnini spesso proprio di Beppe - le ho conservate e a distanza di tanti anni poi, c'è qualcosa, un sentire comune che adesso in qualche misterioso modo ha finito per unirci. La poesia che ho citato nel mio post l'ho messa in esergo al mio ultimo romanzo. E non era solo per un omaggio all'amico di un tempo.

ps. sempre quest'anno è uscita un'antologia delle più belle poesie di Beppe Salvia. Si intitola "I begli occhi del ladro" pubblicata da Il ponte del sale. email:ilpontedelsale@libero.it

Pubblicato da: Gaetano Cappelli - 18.10.05 20:45

per Georgia. Ero amico di Salvia. Nel senso che come saprai, lui è andato nell'85, ovvero ben ventanni fa. Quest'anno a Potenza, la sua e la mia città, s'è tenuto un memorial day per ricordarlo. Beppe lo vedevo anche a Roma, dove ero finito studente fuorisede nei terribili anni '70. Tutti e due li vivevamo male, ma Beppe con una componente creativamente, come dire?, "anacronistica". Le sue bellissime poesie ti lasciavano interdetto. C'era il recupero del verso e del sentire classico. Erano come piccoli oggetti che splendono vagamente nel buio, preziosi di una patina antica come delle lacche cinesi. Io, invece, ero praticamente negli anni 80. Pensavo a un romanzo veloce come un video clip. Con una struttura stilistica simile alla musica minimale, ottenuta dall' assemblaggio di tanti piccoli segmenti melodici. Beppe mi guardava sornione. Magari si divertiva ad ascoltarmi. Io, però, le sue poesie su quelle deliziose riviste che erano Braci e Prato pagano - soprattutto Braci con le sue copertine pastello e i piccoli lievi disegnini spesso proprio di Beppe - le ho conservate e a distanza di tanti anni poi, c'è qualcosa, un sentire comune che adesso in qualche misterioso modo ha finito per unirci. La poesia che ho citato nel mio post l'ho messa in esergo al mio ultimo romanzo. E non era solo per un omaggio all'amico di un tempo.

ps. sempre quest'anno è uscita un'antologia delle più belle poesie di Beppe Salvia. Si intitola "I begli occhi del ladro" pubblicata da Il ponte del sale. email:ilpontedelsale@libero.it

Pubblicato da: Gaetano Cappelli - 18.10.05 21:01

bellissime le cose che hai detto su salvia, mi sei piaciuto molto, comprerò il tuo libro, non subito ma entro novembre di sicuro, conosco I begli occhi del ladro . Ho visto ora, e non lo sapevo, che è stato ristampato nel 2005 dalla Crocetti. La poesia che hai citato è bellissima.
Io credo che il classico (verso o prosa che sia) possa convivere contemporaneamente alla velocità del video clip, l'importante è solo il risultato :-)

Pubblicato da: georgia - 18.10.05 22:31

Ho commesso un errore nel mio precedente post ho scritto che Floppy Disk era del 1997, non puo' essere era forse il 1987, scusami Gaetano, comunque le date non significano molto, continua sempre cosi' e non ci far attendere molto per il prossimo romanzo.

Pubblicato da: paolo satriani - 19.10.05 15:52

per Paolo. Floppy disk era dell'88 ma se ne trova in circolazione una ristampa, in economica, sempre per Marsilio. 'nsomma di anni ne sono passati! Io stesso ho dovuto rivedere la data sul volume. Quindi, caro Paolo, nun te sta a preoccupà e grazie per l'attenzione. Grazie anche a alla deliziosa Georgia che mi dedica un bellissimo spazio sul suo blog, pubblicando tra l'altro la bella recensione che Giovanni Choukadurian ha voluto dedicarmi su L'Indice. Io, purtroppo, per farla apparire sul mio sito, essendo del tutto inabile alla bisogna, dovrò rivolgermi a chi me l'ha creato. Dio mio com'è tutto così complicato!

Pubblicato da: Gaetano Cappelli - 19.10.05 20:10

complicato e minimale!

Pubblicato da: ninni - 19.12.05 19:33

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