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25.10.05

Che cosa sognano gli atomi che si disperdono nella chiarità azzurra dell'essere?

di Demetrio Paolin

bianco.gifIl silenzio e il bianco dominano le pagine di Tutti i bambini tranne uno, che però non comunicano nessun senso di quiete.

E’ strano; ho saputo presto che, nel caso venisse scritta, la storia sarebbe incominciata con lo sfolgorio bianco di queste immagini. Quattro parole formano una serie di cui si deduce ogni cosa. La neve. La ghiaia. L’eco. Il lago.

Questo biancore profondo non ha nulla della purezza, ma s’impone alla nostra fantasia come una tenebra luminosa, come un nulla accecante, il colore – quando il bianco si stinge nel grigio degli inverni – di un inferno quotidiano. Ma il bianco è il colore dei bimbi e bianca è la loro bara. Bianco è il foglio sul quale l’autore, Philippe Forest, scrive la storia di sua figlia Pauline:

Ho fatto di mia figlia un essere di carta. Ogni sera ho trasformato la mia scrivania in un teatro d’inchiostro dove ancora si recitavano le sue avventure inventate. Il punto finale è messo. Ho riposto il libro in mezzo agli altri. Le parole non danno nessun soccorso.

Questa è la storia di un dolore tremendo, tanto che chiuso il libro ci chiediamo come l’autore abbia avuto il coraggio di scriverne: è la narrazione asciutta e precisa come una incisione nella carne dell’ultimo anno di vita di sua figlia, aggredita da un cancro raro quanto venefico, che la porterà alla morte.
Il libro è tutto qui, i fatti finiscono nella cronaca quotidiana di un padre che vede la figlia lottare con il male (o il Male?) e poco alla volta soccombere senza scampo o remissione alcuna; ma è questo un libro terribile perché pieno d’amore, un sentimento così forte e lancinante che turba i lettori, tentati più volte di chiuderlo, perché quel bianco iniziale, rischia veramente di incenerire ogni cosa.
E allora bisogna armarsi di coraggio per leggere una frase come questa: “il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita", e tenerla come un amuleto.

Quindici parole lasciano muti e stupefatti, e a libro chiuso, il pensiero ritorna a questa bambina, che ama le storie di Peter Pan e che ogni sera insieme al padre e alla madre le reinventa, lottando in maniera (segreta?) contro quella malattia che la sta divorando. Viene naturale pensare a Pauline che ha 3 anni e sa usare il condizionale e il congiuntivo, che parla con proprietà di linguaggio; così come sorridi all’orgoglio e all’affetto di un padre, quando spiega che sua figlia era realmente così e che nel libro non c’è nessuna finzione narrativa, neanche nel resoconto della chemioterapia.

L’effetto dei farmaci è insolitamente violento. I primi giorni Pauline dorme molto. Crolla la stanchezza alle sette di sera e quando, alle nove di mattina, entriamo in camera sua vestiti di blu, sonnecchia ancora. L’aplasia è grave. Compaiono effetti collaterali finora ignoti, che le medicine riescono a contrastare solo in parte. La bocca e la gola sono doloranti, irritate da afte. Le mucose appaiono decorticate. [...] Il corpo reagisce in un modo anomalo, e per vari giorni emana un odore asfissiante di cavolfiore troppo cotto, che penetra attraverso le mascherine.

La letteratura ci ha abituato il disfacimento di un corpo, all’ostentazione violenta di una malattia e del suo male: il grottesco in questo caso, un grottesco d’autore mai gratuito e sempre pieno di pietas, sta tutto in questo duplice registro della descrizione, in cui i termini medici convivono con un’immagine, il profumo del cavolfiore, più bassa e parlata. Questo registro ci salva e ci fa da schermo per non guardare direttamente in faccia la nudità del reale.
E’ il corpo di una bambina (neanche quattro anni) quello che stiamo vedendo già notomizzato, tagliato, intubato, operato, cucito.
Gli occhi con cui noi vediamo tutto questo male sono quelli del padre di Pauline, saggista e critico, grande lettore di libri, che cerca proprio nella letteratura di trovare un conforto una spiegazione a questo evento terribile che gli sta accadendo. Vengono evocati i grandi scrittori che si sono confrontati con il male. Ecco Dostoevskij, Mallarme, Hugo Joyce, Camus. E il romanzo, la scrittura, diventa qualcosa che ha strettamente a che fare con il corpo.

Ecco perché il romanzo è sempre inchiesta condotta sulla modalità biologica propria del nostro breve manifestarsi nel tempo. Perché quest’ultimo, noi non lo percepiamo subito nella sua bianca astrazione di concetto, o nell’istante regalato dalla grazia. Ci arriva sotto forma di un divenire pesante di organi. Un corpo cresce nella matrice impensabile di un ventre. Un giorno affiora nella comune durata, poi vive la propria vita da corpo, giorno dopo giorno. Arriva un altro giorno; gli chiudono gli occhi, lo calano nella terra che, ci dicono, compie in silenzio il suo lavoro all’indietro, sfacendo carni, liberando ossa, soffiando infine via tutta quella polvere di essere.

Ma Forest sta parlando di un romanzo o del corpo di sua figlia? Per l’autore, in realtà, non si dà romanzo che non sia anche il corpo di sua figlia; proprio perché corpo e romanzo collimano, Forest può dire di aver fatto di sua figlia un essere di carta. Ed è proprio in questa coincidenza che si spiega come la letteratura abdichi a qualsiasi intento consolatorio o salvifico; il romanzo è la storia di un corpo, la cui polvere di essere verrà soffiata via. Ecco perché il libro viene riposto, messo da parte e accantonato, perché la consolazione vale per coloro che sono sopravvissuti.
Il Male, dice Forest, colpisce buoni e cattivi, e non è detto che a sopravvivere siano i migliori, quelli che maggiormente ci hanno creduto. E’ questa la vulgata che viene propinata alle televisioni e ai giornali, dove può raccontare solo chi è tornato, ma chi è morto non ha voce. Ed è proprio chi non ha voce colui che può dire la verità sul Male e sulla morte.

La verità è che non ci si batte contro la malattia. La malattia è un fantasma del quale non si incrocia mai lo sguardo. [...] Non si può lottarle contro, afferrarla per le spalle, gettarla per terra, respingerla, colpirla. Non le si può sputare in faccia, non ha volto. [...] Vi raccontano che la medicina vincerà, spianterà uno dopo l’altro i mali. [...] E quando, nonostante tutto, dovrete morire, vi faranno stendere in una bella stanza dalle pareti color cielo, sentirete una musica angelica, donne soavi vi terranno la mano detergendo con gesto materno il sudore che vi colerà sulla fronte.

C’è dunque una morale nella favola sanguinosa dell’esistenza. Bisogna essere caritatevoli e pietosi verso coloro che affondano, ma i veri eroi positivi che la società reclama sono quelli che escono vincitori [...] Hanno raccolto ciò che avevano seminato. I loro sforzi sono stati ripagati. Tutto ciò è giusto. Ciascuno ottiene ciò che gli spetta. Ma cosa spetta ai morti?

Nell’universo, letterario, ma anche filosofico teologico, di Forest non c’è redenzione; non redime la sofferenza, né la medicina, anche la scrittura ha perduto questa funzione. Non resta altro che amare il corpo morente fino allo spasimo e alla follia. Sperare che l’amore non cancelli la morte, ma che prolunghi l’agonia all’infinito: un amore quindi che non vince la morte, ma differisce in eterno la fine.
Un amore così lucido che sceglie l’sofferenza protratta alla scomparsa, al silenzio, al bianco alla neve

E la vita potrebbe anche durare così in eterno. Loro resterebbero ai piedi del letto e scruterebbero sul volto della bambina l’ipotetico breve momento di risveglio tra ondate di sonno medicale. Se gli venisse offerta, accetterebbero come una grazia questa vita di battiti di ciglia nell’orrore. Si riterrebbero fortunati a poter respirare entro limiti così stretti, inventando tutto un universo immobile di sogno tracciato sul risvolto bianco di un lenzuolo di ospedale. Ma nemmeno questo gli sarà dato.

No, nemmeno questo gli sarà dato perché per quanto tu possa amare un corpo, questo corpo alla fine muore e si spegne e diventa polvere di essere.

Che cosa sognano gli atomi che si disperdono nella chiarità azzurra dell’essere? A che pensano gli atomi che si arrampicano lungo una canna fumaria verso la libertà improbabile del cielo?

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.10.05 10:34

Interventi

ho finito di leggerlo ieri .......
non posso dire nulla se non del mio cuore divenuto piccolo e del mio stomaco contorto.
Delle tante lacrime che mio malgrado sono uscite, della voglia di smettere di leggerlo, arrivato alla fine della prima operazione.
Sono del '63, praticamente coetaneo dell'autore.
Non si può dire nulla di fronte a dolori così enormi, che svuotano di significato qualunque attività in cui si affanna il nostro essere il quale cerca disperatamente di trovare una giustificazione alla necessità quotadiana dell' esserci.
Non resta che il patire insieme alla bambina ed alla famiglia.
La morte di un figlio è la natura che violenta se stessa, l'orologio del tempo le cui lancette girano all'indietro, l'agonia che non redime nulla perché nulla ha da redimere, la grautità del non significato della sofferenza quando questa logora chi non ha alcuno strumento per rielabolarla, è l'assenza manifesta di un dio padre che ama le sue creature.

Pubblicato da: bruno - 19.01.06 18:13

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