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21.09.05
Il fallimento di Perceber
di Leonardo Colombati
1. Intervenendo nel bel mezzo di una polemica tra Citati e Cassola, sulle pagine de “Il Giorno” Italo Calvino esaltava il gusto dickensiano del “romanzo come spettacolo”. L'autore di Oliver Twist era l'editore, direttore e spesso unico collaboratore di fascicoli settimanali o mensili che consistevano principalmente in una dispensa illustrata di un proprio romanzo. “In una di queste rivistine”, scrive Calvino, “i romanzi erano presentati da un personaggio buffo che raccontava d'averne trovato i manoscritti nella cassa d'un vecchio orologio in una casa misteriosa: come negli antichi novellieri, una finzione faceva da cornice ad altre finzioni: quelle storie che i lettori avrebbero seguito come fatti di persone di loro conoscenza non nascondevano il loro carattere convenzionale e spettacolare, il loro uso degli effetti, in una parola la loro natura romanzesca. Le lettere che in molti lettori delle dispense scrivevano a Dickens perché non lasciasse morire un personaggio, erano prodotto non d'una confusione tra finzione e realtà, ma della passione del gioco, dell'antico gioco tra chi narra e chi ascolta, che esige la presenza fisica d'un pubblico che intervenga a far da coro, quasi provocato dalla voce del narratore”.
Un gioco siffatto è quello che Giulio Mozzi ed io abbiamo tentato nell'avviare il sito internet di Perceber; e si può dire che lo stesso romanzo sia nato già come un gioco - Gioco dell'Oca, carillon, raccolta enigmistica - il cui intento doveva essere né più né meno che quello di intrattenere il lettore, invitarlo a partecipare all'inganno per cui ogni racconto, all'interno, fosse percepito come nient'altro che un piccolo gioco di prestigio, un artificio, il vetrino colorato di una Lanterna Magica. Nelle mie intenzioni, ci sarebbe dovuti spingere oltre: un po' come in quel disco dei Beatles la cui copertina rivelava al suo interno dei cartoncini tratteggiati che l'acquirente avrebbe dovuto ritagliare per costruirsi i baffi e le mostrine del Sergente Pepe.
Sono un ragazzo di buon senso e di buone letture; inorridisco, perciò, ogniqualvolta sento parlare di “ispirazione” a proposito di una creazione letteraria. L'ispirazione non esiste, esistono le idee [*]. Anche chi insiste troppo sul concetto di “lavoro di artigianato” mi risulta mediamente insopportabile: scrivere un libro non è proprio come fabbricare un cassettone di mogano. E però, se mi concentro per ricordare le ore spese a scrivere il mio romanzo, mi ritorna un'immagine di me come di quel dopolavorista che costruisce velieri con la colla e gli stuzzicadenti. Contento nel fare, con la stessa serietà di un bambino che gioca.
E chi, poi, non ha mai barato facendo un solitario? Allo stesso modo, io, m'ingannavo per farmi tornare i conti, presupponevo d'aver letto libri mai letti, approssimavo cialtronescamente nell'addentrarmi in campi che per gli storici, i matematici, i critici le cui pagine percorrevo rapidamente con lo sguardo erano stati davvero dei campi di battaglia.
Sono stati bei tempi: notti insonni, pomeriggi sottratti furbescamente al lavoro, nella costruzione di un monstrum cui aggiungere ogni volta nuove rotelle, lunghissime viti a tortiglione, ingranaggi rococò… Nel trentaseiesimo capitolo di Perceber (pagg. 392-393), un fantomatico prof. Soggin parla di uno dei protagonisti del romanzo, quel Baldini, vecchio e pazzo furioso, che più di ogni altro è ricalcato su me stesso. E infatti non è lui, sono io, io che scrivo Perceber, la persona cui Soggin si riferisce quando dice: “Il suo problema è che non ha mai superato quella fase eroica quando ogni cosa succede per la prima volta consapevolmente e ogni libro promette un segreto. Baldini non storicizza ciò che legge e pone l'uno contro l'altro, con disinvoltura, Aristotele e Schopenhauer, Gilgamesh e Newton, Isaac Luria e Jackobson. Se si ritiene che la verità possa essere ricercata indifferentemente in Einstein o nei metodi per smaterializzarsi di Crowley si può arrivare a una sorta di modello dell'universo, all'edificazione di un palazzo che prima o poi ci crollerà addosso rovinosamente. Esso ci apparirà, allora, non più come un gigante ma come una creatura debole e malata, e però ancora viva. Di tutta l'imponente impalcatura che Baldini aveva costruito, gli sono rimasti pochi detriti, molti ponti sono crollati, molti lacci si sono spezzati”.
2. Quando ho letto su L'Indice l'articolo in cui Giovanni Choukhadarian parlava di Perceber come di un romanzo non tanto postmoderno quanto premoderno, “al cui centro sta in bella vista il suo compilatore con la sua cultura vasta e sregolata”, l'ho trovato un giudizio particolarmente esatto: il mio modello, in questo senso, era quel Francesco Marucelli, fiorentino, che nel XII secolo attese alla stesura di una bibliografia universale ordinata per argomento; un'opera dal titolo Mare Magnum che il nipote sistemò in centoundici volumi. Ma quando Giovanni ha parlato di “fallimento programmatico” del mio libro, attribuendomi tale giudizio sulla scorta di alcune interviste da me rilasciate, non ha compreso che tale fallimento era in relazione alla mia ambizione di voler includere in sole cinquecento pagine tutto lo scibile umano. È ovvio che l'obiettivo fosse fuori dalla mia (e dall'altrui) portata, così come per Antonio Baldini risulta impossibile la riuscita di un Piano che preveda la realizzazione di una mappa 1:1 della città di Roma.
Al contrario, la mia autoproclamata “bancarotta” non si riferiva ad un genere narrativo. Dopo aver ben osservato che Perceber somiglia ad un pastiche admiratif, Giovanni contraddice se stesso parlando di “iperromanzo”, facendo riferimento alla lezione calviniana sulla Molteplicità e all'esempio di La vita: istruzioni per l'uso di Perec. “Letto Perec”, conclude, “chiunque voglia provarsi in un romanzo del genere sa che la strada è già stata percorsa in maniera definitiva”.
Giusto. Ma Perceber è l'esatto opposto del romanzo di Perec. La vita: istruzioni per l'uso si prefigge lo scopo di racchiudere il mondo in un condominio parigino; ogni capitolo corrisponde ad un appartamento. Il libro finisce dove finisce quel palazzo. È il trionfo della forma. In Perceber, Antonio Baldini tenta qualcosa di simile, con la differenza che al posto del condominio c'è la città di Roma. Ebbene, il suo Piano fallisce. E con esso il mio romanzo. Parafrasando un'intuizione di Giuseppe Genna a proposito del mio libro, se per Perec vale l'asserzione: “La forma può vedere se stessa”, per me vale piuttosto la domanda: “Può la forma vedere se stessa?”.
A quanto ho appena enunciato si può obiettare che - così come sottolineava Calvino - è proprio del romanzo iperrealista o postmoderno il voler dimostrare l'impossibilità di una riduzione del caos del mondo ad uno schema o ad un'idea. Postmodernismo - ci hanno insegnato - fa rima con Antistoricismo. Ma Perceber ha un finale che è tutto l'opposto di tali intenzioni: i tre protagonisti del romanzo, ognuno a suo modo, trovano infine quello che Paolo Bonolis chiamerebbe “il senso della vita”, realizzano il proprio Tikkun, raggiungono uno stato di “perenne comunione con Dio”. Le loro vicende, che si dipanano irregolarmente attraverso le cinquecento pagine di Perceber, attraversano tutto sommato indenni la forma di quest'ultimo, scavalcando la fatidica domanda: “Può la forma vedere se stessa?”. Nati come pezzi di una scacchiera, prendono vita, escono dal Gioco, vanno incontro al loro destino.
In coda al romanzo ho inserito questa citazione: “Immaginiamo che una porzione del suolo d'Inghilterra sia sta livellata perfettamente e che in essa un cartografo tracci una mappa d'Inghilterra. L'opera è perfetta; non c'è particolare del suolo d'Inghilterra, per minimo che sia, che non sia registrato nella mappa; tutto ha lì la sua corrispondenza. La mappa, in tal caso, deve contenere una mappa della mappa, che deve contenere una mappa della mappa della mappa, e così all'infinito” (James Royce, The world and individual).
Qual è il particolare che impedisce al Piano di Baldini (che è poi Perceber) di realizzarsi? Lo veniamo a sapere nell'ultimo episodio: “Quando aveva completato il Plastico preparatorio per il Modellino della Cerchia dei Rioni, [a Baldini] era sembrato che dall'insieme delle Conformazioni scaturisse una certa Qualità vitale, quasi fosse la Città miniaturizzata un Organismo Vivente, o meglio l'Organo di un Corpo in movimento. Aveva tentato di organizzare ogni Rione e ogni Quartiere, in corrispondenza di una Cosmogenesi che prendeva le mosse dalle dieci Ipostasi divine, organizzando Roma in un processo di Contrazione ed Emanzazione da cui scaturissero successivamente le singole parti anatomiche di un Adamo Topografico. (…) Ma spostandosi sul riflesso ingigantito della sua scacchiera, e dunque dovendosi confrontare con la Vera Città (…) aveva dovuto riadattare il suo Schema a seconda di ciò che il Destino gli riservava ogni volta che provava a verificare all'Esterno ciò che incessantemente ipotizzava dentro le mura del suo appartamento”.
Ciò che sfugge allo schema di Baldini è la vita - la sua, quella di Giovanni Migliore e quella di Luigi Dodo. Per cui, quando alla fine capiamo che è Baldini ad aver scritto Perceber e che quest'ultimo non è altro che il suo Piano, Perceber vuole essere allo stesso tempo un progetto fallito e riuscito, perché è attraversato da quel tanto di irriproducibile che è l'energia vitale dei suoi personaggi.
A questo proposito, qualche tempo fa, ho scritto che mentre lavoravo a Perceber “capivo che costruire un nuovo Ulisse sarebbe stato del tutto velleitario se all'interno della struttura, all'interno dello stile, non fosse sopravvissuto un nucleo incandescente: quello delle emozioni, della bellezza della tragedia cui avevo destinato i miei tre protagonisti. Potrei anche rovesciare la questione, asserendo che il vero romanzo che volevo scrivere era tutto ricompreso in quel nucleo; ma che, per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo, io l'abbia voluto rivestire con una corazza quasi impenetrabile”.
Nelle intenzioni, il prossimo passo sarà quello di svestire la corazza e di vergognarmi di meno. Un buon proposito? E chi lo sa? Il fatto è che parlare di “intenzioni” è fuorviante: la verità è che non riesco a non seguire questa strada. E la cosa mi preoccupa, perché sento che il Gioco deve fare parte della mia scrittura; come farò, sennò, a sopportare le ore che mi attendono davanti al computer?
Non c'è bisogno che mi avvertiate. Lo so: è la tipica ansia da Opera Seconda. Ma c'è pure qualcosa di più. È il terrore che qualcuno mi prenda sul serio.
[*] Asserzione, questa, piuttosto discutibile. Giorgio Manganelli, a proposito, scriveva che “il problema di Whitman, naturalmente sono le idee; ne aveva, accade a tutti; ma oscuramente, a intermittenza, avvertiva che per un poeta non è una buona cosa avere delle idee”.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 21.09.05 11:28
Interventi
Caro Leonardo,
sei troppo generoso nel voler spiegare il tuo romanzo. Ognuno lo interpreta secondo la sua cultura e il suo sentire. Mi pare giusto. Ma Perceber - nonostante il bene e il male che se ne dice, anzi in virtù proprio di questo - continuerà a camminare con le proprie robuste gambe.
Va da sé che, dopo aver letto tutte le recensioni possibili uscite finora, resto sempre più convinto della mia lettura:-) :
http://space.tin.it/clubnet/badimona/Colombati.htm
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 21.09.05 12:04
La ristampa di Perceber non faccia a meno di includere questo intervento, che è di una precisione chirurgica. Brào Leonardo.
Pubblicato da: giovanni - 21.09.05 12:05
Ma "il terrore che qualcuno mi prenda sul serio" se ci pensi, Leonardo, è un paradosso: per provare "terrore" è necessario "prendere sul serio" chi (o che cosa) ci fa "provare il terrore". Quindi chi prova terrore che qualcuno lo prenda sul serio, non è più, non è affatto quel ridanciano buontempone che vuole mostrare a tutti i costi di essere.
E' uno che ride e scherza, sì, ma, 'attenzione'!, 'apparentemente': perché poi appena qualcuno lo prende sul serio, lui "prende sul serio" chi "lo prende sul serio" e dice di provare "terrore". E si solito quando si prova "terrore", quantomento ci si mette sulla difensiva - cioè si prende, per esempio, "un bastone", non per usarlo, beninteso, ma per difendersi; così si scopre che il ridanciano buontempone che scherza e ride che però prova terrore se lo prendi sul serio potrebbe anche essere un violento 'su provocazione').
Insomma, se dico di provare terrore per chi mi prende sul serio, dichiaro di voler prendere sul serio il mio "non volermi prendere sul serio", e chi lo mette in discussione, di quello io provo terrore, ed eventualmente con quello " mi metto sulla difensiva".
Certe frasi ci denunciano: in questo senso "il linguaggio ci parla", "ci rivela", se non lo sappiamo padroneggiare completamente. Il che significa, Leonardo, che con un intervento di settanta righe, è bastata mezza riga per sfregiare la maschera e far cadere fuori una natura tutt'altro che ridanciana e buontempona.
Ora: poiché ti paragoni a Calvino, Calvino parlava e scriveva stando così attento a non scrivere frasi che lo rivelassero al di là delle sue intenzioni che alla fin fine la sua prosa ci dà "tutte quante le sue intenzioni", (operazione candidissima e bastardissima: perché le intenzioni sono ciò che vedi: ciò che vedi e leggi è ciò che 'è').
Non lasciarti parlare!
ciao
Pubblicato da: caradolcerompi - 21.09.05 12:58
bell'articolo. fa quasi venir voglia di leggere il romanzo; se non che, 500 pagine, insomma... prima devo finire "53 jours", "W o le souvenir d'enfance" e "Suite all'hotel crystal" (a proposito di costruzioni ricapitolative/esaustive).
per altro, non posso non ricordare, nel leggere l'articolo di colombati, quella pagina di perec ove si dà un senso profondamente introspettivo alle compilazioni del mondo e ai testi prodotti da/sottoposti a regole metatestuali fortemente costrittive (non posso riportarla qua, è lunghetta).
(per altro, forse dovrei evitare di parlare di libri che non ho letto; ma tanto è solo un blog.)
Pubblicato da: paolo beneforti - 21.09.05 13:26
Disanima coraggiosissima e, fossi al tuo posto, continuerei a giocare: male che vada uno si è divertito. Perlomeno io la vedo così.
Forse potresti modificare qualche regoletta del gioco, quello è fattibile :-)
Buona giornata. Trespolo.
PS: a me è piaciuto e anche le due o tre "vittime" che han seguito il mio "insensato" suggerimento d'acquisto non mi han ricoperto di insulti, che è sempre un buon segno conoscendole...
Pubblicato da: Trespolo - 21.09.05 13:37
Calvino definisce il romanzo di Perec un iperromanzo, e la caratteristica della molteplicità a cui fa riferimento con questa definizione è soprattutto quella di essere più romanzi insieme, basti pensare al sottotitolo del libro. Quando dici che il tuo protagonista fallisce nel suo obiettivo, come tu hai fallito nell'intento di raccogliere in Perceber lo scibile umano (scrivendo un libro che è un intreccio di storie e di romanzi, quindi) non ammetti forse di aver voluto costruire un iperromanzo e di esserti invece ritrovato tra le mani un "pastiche admiratif"? Se quando parli di "bancarotta" non ti riferisci ad un genere, a cosa si riferisci? Non mi sembra che tu l'abbia spiegato nemmeno in questa tua difesa. Confondendo te stesso col tuo protagonista, nascondendoti dietro la finzione narrativa che hai dimostrato?
Peraltro difendere il proprio romanzo in questo modo non mi pare una gran cosa, di questo passo dove finirà la critica e la libertà del lettore? Se ogni scrittore facesse come te critici e scrittori dovrebbero confrontarsi ai faccia in tv come i politici.
Pubblicato da: martina - 21.09.05 18:37
Caro Colombati (permettimi di darti del tu considerta la differenza di età abissale che ci divide), dopo aver più volte discusso con Giulio Mozzi a proposito del tuo libro "Perceber", e - purtroppo! - dopo non essere riuscito a leggerne che le prime 54 pagine - mi ritrovo questo tuo onesto articolo.
Concordo con quanti lo hanno definito "coraggioso" e, da parte mia, voglio aggiungere anche "sommamente esplicativo".
Infatti, se - come in sostanza tu riconosci - non si tratta di "letteratura" (come - purtroppo! - la si intende nella nostra beneamata Italia), nè che tale tu volevi che fosse (considerata), bensì di:
1) "un piccolo gioco di prestigio, un artificio, il vetrino colorato di una Lanterna Magica";
2) "un Gioco dell'Oca, carillon, raccolta enigmistica",
allora sono pienamente d'accordo con te e ciò mi induce a (ri)tentare (per la quarta volta, ma proprio con questo nuovo spirito) la lettura del tuo romanzo.
Il fatto, peraltro, che anche questo articolo abbia avuto la necessità di una "nota" a piè di pagina mi lascia piuttosto perplesso. Delle due l'una: o il lupo perde il pelo ma non il vizio, oppure l'intera questione si risolve in un'omerica presa per il c... . A te (e ai posteri) l'ardua sentenza (anche se la qualificazione di "eroicomico" data al "romanzo" mi fa fortemente propendere per la seconda soluzione).
Con simpatia.
za'
Pubblicato da: za' - 21.09.05 22:47
Solo un'ulteriore nota, diremo, tecnica: nulla vieta a un pastiche admiratif di essere un iperromanzo. Se la natura dell'opera ammirata è iperroranzesca, non c'è via d'uscita. Da verificare, semmai e come accennava ieri Massimo Onofri sul Corriere, se abbiano ancora senso i miti di Borges e Perec (che Onofri neppure menzionava), origine di quella sfortunata definizione calviniana nella famigerata V CENL.
Pubblicato da: giovanni - 22.09.05 06:27
Ah, sa va sans dire, che nel caso di presa per il c..., Colombati guadagnerebbe tutta la mia ammirazione, anche perchè - come autorevolmente insegna Aldo Busi - "per prenderlo nel c ... bisogna avere i coglioni".
za'
Pubblicato da: za' - 22.09.05 13:41
Scusa za, ci sarebbe anche una terza possibilità, oltre alle 2 che tu hai giustamente citato.
E cioè che Colombati abbia cominciato il suo libro come gioco di prestigio, carillon, enigmisitica - che come punto di partenza (intenti letterari) già mi pare, serio, onesto, umile quanto basta per farci capire che la persona non è stupida e pretenziosa.
Poi, esattamente come succedeva per Dicknes e Balzac - parlo della distanza fra gli intenti e la realizzazione dell'opera d'arte, e di come non sempre si riesca a controllare il "meccanismo lavorativo" - dal "feulleton alimentare" poi magari veniva fuori qualcosa di più e di meglio. secondo me qualcosa di più c'è in perceber. non è solo gioco dell'oca o carillon.
colombati, con questa dichiarazione sopra, dà a noi l'occasione di tirargli addoosso le freccette. ma è un gesto intelligente. da tutto ciò che gli arriverà non potrà che imparare qualcosa. qualcosa (o qualcuno) che però potrà prendere a prestito per il prossimo romanzo.
Pubblicato da: angela scarparo - 23.09.05 11:54
Cara Angela,
la tua terza ipotesi mi lascia un poco perplesso.
Se ho ben capito, tu saresti dell'opinione che, strada facendo, il libro sarebbe "scappato di mano" al simpatico Colombati e che così ne sarebbe uscito "qualcosa di più" rispetto a quello che lui si era proposto di realizzare. Cioè: voleva fare un romanzo e ne è uscita una specie di enciclopedia; oppure: voleva fare una specie di enciclopedia e ne è uscito un romanzo?
Mah, mi pare davvero una soluzione riduttiva rispetto all'immane fatica dell'Autore. In realtà lui voleva ricomprendere nel libro "tutto lo scibile umano" (e ci è quasi riuscito!), per cui l'ambizione era al grado massimo, e quindi non è possibile che ne sia uscito "qualcosa di più", semmai "qualcosa di meno". E, purtroppo, il "qualcosa di meno" è - a mio modestissimo parere - la leggibilità (nel senso che ho cercato di chiarire più volte con l'amico Giulio), vale a dire il fatto che il lettore possa "godere" della lettura e non "penare", soffrendo per un testo che, appunto, non è da romanzo ma da enciclopedia (con centinaia note a piè di pagina, glossario e via dicendo). Analoga sofferenza, del resto, procura - almeno a me - una punteggiatura sbagliata o una generale mancanza di "scorrevolezza" del testo (ad esempio "Il partigiano Johnny" di Fenoglio mi è costato un mezzo esaurimento nervoso). In conclusione, sono sempre più convinto - dopo aver riguardato la foto di Colombati, con quel suo mezzo sorriso - che la mia ipotesi n° 2 sia quella giusta: una colossale e cosciente (non "scappata di mano") presa per il c ...
za'
Pubblicato da: za' - 24.09.05 12:25
Cara Angela,
la tua terza ipotesi mi lascia un poco perplesso.
Se ho ben capito, tu saresti dell'opinione che, strada facendo, il libro sarebbe "scappato di mano" al simpatico Colombati e che così ne sarebbe uscito "qualcosa di più" rispetto a quello che lui si era proposto di realizzare. Cioè: voleva fare un romanzo e ne è uscita una specie di enciclopedia; oppure: voleva fare una specie di enciclopedia e ne è uscito un romanzo?
Mah, mi pare davvero una soluzione riduttiva rispetto all'immane fatica dell'Autore. In realtà lui voleva ricomprendere nel libro "tutto lo scibile umano" (e ci è quasi riuscito!), per cui l'ambizione era al grado massimo, e quindi non è possibile che ne sia uscito "qualcosa di più", semmai "qualcosa di meno". E, purtroppo, il "qualcosa di meno" è - a mio modestissimo parere - la leggibilità (nel senso che ho cercato di chiarire più volte con l'amico Giulio), vale a dire il fatto che il lettore possa "godere" della lettura e non "penare", soffrendo per un testo che, appunto, non è da romanzo ma da enciclopedia (con centinaia note a piè di pagina, glossario e via dicendo). Analoga sofferenza, del resto, procura - almeno a me - una punteggiatura sbagliata o una generale mancanza di "scorrevolezza" del testo (ad esempio "Il partigiano Johnny" di Fenoglio mi è costato un mezzo esaurimento nervoso). In conclusione, sono sempre più convinto - dopo aver riguardato la foto di Colombati, con quel suo mezzo sorriso - che la mia ipotesi n° 2 sia quella giusta: una colossale e cosciente (non "scappata di mano") presa per il c ...
za'
Pubblicato da: za' - 24.09.05 12:25