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03.09.05

Hans Christian Andersen: Il violinista (1837) / 3

di Bartolomeo Di Monaco

(Fazi Editore. Traduttore e curatore Lucio Angelini)

Andersen.JPGParte prima. Parte seconda. Parte Terza.

È l’anno 1816, quando Christian, ancora adolescente si trasferisce, raccomandato da Wik, a Odense, presso la casa del sig. Knepus che così si presenta la prima volta al ragazzo: “Aveva un lercio berretto da notte sulla testa che, nella parte superiore, era completamente calva. Indossava un cappotto assai stretto, a colletto, che fungeva da vestaglia da camera ed era fermato alla vita da una cintura di cuoio. Le gambe magre erano protette da mutandoni." Bizzarro uomo, come del resto sua moglie, che solo quando ad ore precise del giorno suo marito si recava a farle visita “si faceva sorprendere intenta a filare, sferruzzare o cucire." Se non ché, ritiratosi il marito, abbandonava ogni cosa e affidava a “una povera donna" l’incombenza di finire il lavoro dietro compenso di pochi “skilling". Non solo, ma, facendosi aiutare da Christian, disponeva “dei fili di paglia davanti alla porta, di modo che se poi li avesse trovati scomposti, avrebbe capito che la cameriera era uscita a divertirsi." Ma Christian vi si trova bene e la serenità che ne ricava, soprattutto quando affacciandosi alla finestra contempla “un ampio stagno in cui galleggiavano dei cigni", gli dà la sensazione che il mondo sia “di nuovo una fiaba." A Lucia, divenuta una ragazzina ormai guarita dalla sua malattia e alla quale Christian si sente molto legato, confida: “Sarei disposto a mettere a repentaglio la mia vita solo per qualcosa di straordinario." Noemi rappresenta l’amore che fa soffrire, quasi irraggiungibile, che ci rende goffi; Lucia, la tenera, confidente amicizia che ci apre il cuore e la mente a velleità e sogni che avremmo altrimenti tenuti nascosti.

Noemi è allegra, esuberante, orgogliosa, ma non sarà per molto. Anche lei comincerà a soffrire, allorché “la vecchia contessa" che l’ha adottata (una donna noiosa, ossessionata dalle malattie) le racconterà della fine di sua madre, e delle voci che correvano sulla sua condotta. Della madre, di nome Sara, era innamorato, contro il parere della famiglia, il figlio Fritz. La ragazza, ebrea, fu allontanata, ciò nonostante Fritz riuscì a dimenticarla solo dopo che scoprì la sua relazione con un musicista norvegese. È il momento, questo, in cui Andersen inserisce l’intreccio squisitamente romantico della sua storia, facendo sorgere in noi l’interrogativo di chi sia figlia Noemi, se di Fritz, il conte che si è preso cura di lei, come sosteneva Sara, la madre, nelle sue lettere inascoltate prima di suicidarsi, o del norvegese, che noi abbiamo già conosciuto così vicino a Christian, che lo considera “il padrino". La figura del norvegese avvicina Noemi a Christian. La ragazza, infatti, è sicura che il padrino di Christian, quel mirabile suonatore di violino, sia suo padre. Da lei, il ragazzo riceve l’esortazione a lasciare tutto, abbandonare la casa in cerca del suo destino: solo così potrebbe arrivare ad amarlo: “Se continuerai a stare presso quel ridicolo signor Knepus, in questa Odense così piccolo – borghese, resterai una persona inesorabilmente comune. Lanciati con ardimento nella vita." Nello stesso momento gli consegna “cento talleri dei miei risparmi" e pronuncia una frase importante a definire i loro rapporti: “Ricordati, visto che me l’hai raccontato, di quel nostro primo incontro nel giardino, quando ti presi in pegno gli occhi e la bocca. Ebbene, tu mi appartieni ancora, ho dei diritti su di te."

È un rapporto che ne richiama un altro, quello tra il trovatello Heathcliff e Catherine di Cime tempestose, il romanzo di Emily Brontë, di dieci anni più tardi, il 1847, i cui giochi infantili intrecceranno per tutta la vita i loro sentimenti. Come Catherine farà con Heathcliff, inoltre, anche Noemi sollecita Christian a lasciare la casa in cerca di fortuna. Entrambi devono ritornare ricchi e famosi: “quando tornerò e sarò diventato un grand’uomo, che sorpresa, e che gioia!" Ci si domanda se la Brontë non abbia trovato in queste poche righe di Andersen, l’ispirazione per la sua grandiosa e tragica storia. Noemi è talmente orgogliosa, infatti, che, al ritorno dal capezzale di Gioele, il vecchio servitore di suo nonno (il ricco Ebreo) che, vicino a morire, le ha rammentato di essere ebrea, fa vista di non averlo mai conosciuto e rimprovera la donna che l’ha costretta a recarsi presso l’uomo morente: “Dove avrei mai dovuto far conoscenza con quel vecchio ebreo?" La sua serenità, tuttavia, si è ormai spezzata. Nasce dentro di lei un conflitto tra la sua superbia e la sua condizione di ebrea. Sa bene che quanto Gioele le ha detto in punto di morte è la verità: “Povero Gioele! Se Dio ha rinnegato il tuo popolo, posso certo anch’io rinnegare te." Noemi va ben oltre la passione e l’egoismo di Catherine, dunque. Andersen sottolinea le discriminazioni sociali a cui, ancora nel suo tempo, erano sottoposti gli ebrei. Il povero Gioele verrà, infatti, seppellito “fuori dalla cinta di pietra del cimitero", e la sua tomba verrà presto ricoperta di sassi gettati dai ragazzi, “perché sapevano che là sotto giaceva un ebreo." Dunque, suo nonno e sua madre erano ebrei, e suo padre, conosciuto come il norvegese, aveva approfittato di un momento di debolezza di sua madre, scacciata dalla casa della vecchia contessa per allontanarla dal figlio Fritz, e l’aveva compromessa per sempre. Infine, era stato lui ad ucciderla. L’intreccio romantico non subisce alcun appesantimento da questa trama tenebrosa, giacché Andersen sa mantenere leggera e persuasiva la sua scrittura, con richiami frequenti ad uno sfondo paesaggistico e leggendario che trasformano presto nel nostro immaginario questa storia in un racconto metaforico, sebbene così vicino alla personale vicenda umana del suo autore.

La scoperta, anziché deprimere la ragazza, che è in procinto di ricevere la cresima dal pastore protestante Patermann, il quale pensa di lei che è destinata all’inferno, finirà con lo spingerla a farsene un titolo di merito, visto che appartiene ad un popolo eletto da Dio, e a difendersi contro i pregiudizi sociali: “Vivere brevemente, dunque, ma vivere! Respirare la gioia e poi spezzarsi in un attimo!..." Dopo la cerimonia della cresima, dirà: “Oggi ho giurato sul vessillo dei cristiani! Mi hanno allevata per questo, mi hanno dato da mangiare e da bere affinché fossi una di loro." Un po’ Giuditta e un po’ Ester, precisa l’autore. Il romanzo continua ad offrire al lettore una gamma molto ampia di richiami e di riferimenti che, presenti sin dal principio, lo rendono davvero una ricca sorgente di suggestioni ed un importante trait d’union con la storia letteraria, sia civile che religiosa, tanto del passato quanto del futuro. Abbiamo già ricordato il richiamo che attraverso la figura del padre di Christian viene suscitato verso un’opera di Thomas Hardy. Ma ora che siamo andati avanti nel racconto, vi troviamo qualcosa in più, tale da mettere in comunicazione Andersen con il più giovane narratore inglese, ed è quel focus di pessimismo e di dolore che sta alla base della loro scrittura. I personaggi più importanti di entrambi sono immersi nella vanità e nel sogno, ma ricevono profonde umiliazioni, delusioni e sconfitte. Quanto più sembra inimitabile l’esasperato e accanito pessimismo di Hardy, tanto più esso trova nel disegno apparentemente leggiadro e fiabesco di Andersen il suo precursore.

Ma torniamo alla nostra storia. Comincia un periodo nuovo nella vita di Noemi, nel quale, rivestendosi di una corazza di combattività e di orgoglio assai più robusta di quella che già indossava prima al servizio della sua presunzione, ella avverte per la prima volta la profondità e l’angoscia della sua solitudine.
Se pensiamo alla contorta storia di Noemi e la paragoniamo a quella, non meno complicata, di Christian, la cui madre, Maria, si era risposata con un antico e ricco corteggiatore, credendo il marito morto in guerra, mentre, invece, questi era ritornato ed era stato costretto dal secondo marito a nascondersi, dietro la ricompensa di un bel po’ di denaro, noi ci facciamo l’idea di un Andersen affascinato dalle suggestioni di una trama dentro la quale si nascondono, come nelle fiabe, luccicanti tesori, non facili da scoprire in mezzo all’ordinario e disordinato scorrere della vita. Il cammino dei protagonisti sarà, così, sempre orientato in direzione di questa ricerca, mai facile, e sulla quale pesa gravemente una realtà nient’affatto benevola. La voglia di andarsene altrove, che ora assale Noemi allo stesso modo di Christian, che altro significa se non l’aspirazione a possedere quei tesori che in parte sono stati nascosti per noi, e che potrebbero ben rappresentare lo strumento con il quale il destino gioca a irriderci e a umiliarci?

Quando Noemi decide di recarsi a Copenaghen è il 4 settembre 1819. Entrata in città, vi incontra una sommossa popolare che, sull’onda di quanto stava accadendo ad Amburgo, si è messa alla caccia degli ebrei non più graditi. Affacciatosi qualcuno della folla alla carrozza, viene riconosciuta per un’ebrea e stanno per aggredirla, allorché un uomo corre in suo aiuto: è Peter Wik. La conduce nella casa di una vedova, di cui è ospite, dove già si trovano Christian, Lucia e sua madre. Poi corre a cercare un’altra vettura per Noemi che deve raggiungere il palazzo di una nobile famiglia presso la quale è stata invitata. Se non che, come accade a Renzo Tramaglino ne I promessi sposi (1823/1842), Wik è scambiato per un sobillatore, e viene arrestato.
Lo incontreremo di nuovo a Mölln, in Germania, allorché si troverà faccia a faccia con Noemi travestita da ragazzo con il nome di Christian (“un giovane con i baffi, dai tratti assai delicati e dallo sguardo intelligente."), fuggita da Copenaghen con Ladislao, l’avvenente cavallerizzo polacco che si esibisce in un circo. Non la riconoscerà, al momento. Noemi ha fatto la sua scelta, dunque, è fuggita, sollecitata dall’amore improvviso per il bel cavaliere. Il travestimento non è nuovo nella letteratura, si può andare a Shakespeare, Il mercante di Venezia (1596/1597), allorché Porzia si traveste da giudice, ma anche a Bradamante de L’Orlando furioso (1532) di Ludovico Ariosto e a Clorinda de La Gerusalemme liberata (1581) di Torquato Tasso.

Noemi, tuttavia, che ora si trova a Vienna, non inganna il nonno di Ladislao (“so bene che non sei un maschio."), uno zingaro che la mette in guardia dall’affezionarsi troppo al nipote che, infatti, si dimostrerà piuttosto violento nei suoi riguardi. Il romanzo assume, nel momento del travestimento di Noemi, una coloritura picaresca che ci ricorda il Lazarillo de Tormes uscito anonimo intorno al 1554, nonostante che la peregrinazione di Noemi non si stacchi mai del tutto dalle luci e dalle atmosfere della sua Danimarca, alla quale resta sempre legata, pure se afferma il contrario: “Io non mi struggo affatto per la Danimarca, anzi, non ci tornerò mai più!" Anche Christian lascia la casa di Knepus alla volta di Copenaghen. I due protagonisti, dunque, prendono il volo, iniziando il loro viaggio alla scoperta del mondo, ma soprattutto di se stessi. Il ritmo della narrazione si fa più serrato, e poche sono le pause che Andersen ci concede, come se le figure di Noemi e di Christian e il loro destino lo avessero conquistato ben oltre la finzione.

Noemi è anche il personaggio che consente ad Andersen di cantare tutto il suo grande amore per l’Italia. Ritrovata dal patrigno Fritz, con lui si trasferisce dall’Austria all’Italia su di “una leggera vettura da viaggio" e Andersen scrive: “Erano diretti verso la Fata Morgana della realtà: l’Italia, sacra dimora dell’arte. Le Alpi erano il suo portale, l’aquila il suo passero che nidifica nelle cimase. I pini rizzavano le alte colonne dei loro tronchi, sormontate da capitelli di un verde perenne. Era là che la melodia aveva il suo focolare, là che le rose fiorivano anche d’inverno. La terra che ivi si calpesta è consacrata dal sangue della nobiltà, dal marmo dei templi dell’Antichità. La pietra vi si fa spirito e carne, immagine di beltà che inebria il pensiero. Il mare d’Italia è azzurro come i petali del fiordaliso, limpido come l’acqua delle sorgenti. Le Urì ti sorridono, belle come nel paradiso di Maometto. Ah, paese della musica, patria dei colori: Italia!..." Andersen, che aveva visitato l’Italia qualche anno prima, si aggiunge così, anche in occasione di questo romanzo (dopo che già era accaduto con L’improvvisatore), agli estimatori della nostra penisola, i quali non mancavano mai, in quei tempi, soprattutto se artisti, di farle visita almeno una volta nella loro vita. Il violinista si rivela, dunque, uno stupefacente coagulo di sensibilità artistiche multiformi che hanno attraversato più di un’epoca; Andersen vi suona davvero, qui, tutte le corde del suo violino, facendoci avvertire echi e sussurri di mondi che hanno attraversato, attraversano e attraverseranno le varie letterature di ogni tempo.

Quando ritorna su Christian per dirci che a Copenaghen ha trovato alloggio presso la stessa vedova che già lo aveva ospitato insieme a Lucia e alla madre di lei, e si arrangia dando lezioni di violino, ma conduce una vita piuttosto misera che lo costringe ad indossare un vestiario tanto mai consunto che si trova impacciato nei movimenti, Andersen con fine psicologia ci fa notare: “Preferiva avere l’aria di mancare di personalità, piuttosto che lasciare trasparire la propria miseria." La situazione in cui si trova costretto a vivere Christian resta ancora quella del brutto anatroccolo, deriso ed emarginato. Ospite di una famiglia benestante, il figlio “Non rivolgeva parola a Christian e non lo salutava mai, né quando entrava, né quando usciva [...] Quando attendevano ospiti a colazione, disdicevano l’impegno con Christian, con la scusa che, tanto, non si sarebbe divertito a stare con degli sconosciuti. D’altro canto avrebbe avuto un bello spazzolare il proprio abito nel tentativo di farlo diventare sufficientemente elegante per quegli invitati." Andersen ha, inoltre, questo dono: che tutto quanto accade nel romanzo non appare frutto di una trama prefissata ma si presenta quasi sempre con la freschezza dell’improvvisazione. Ossia, gli avvenimenti paiono scaturire dalla sorte, così come accade nella vita reale. A tal punto che Andersen diventa, anche lui, un personaggio della sua opera, incuriosito come noi, ed ogni volta che si presenta a scostare il sipario, non lasciandoci con ciò mai soli, ci dà la sensazione di affacciarsi su di un mondo i cui accadimenti nemmeno lui ha saputo prevedere. Tale impressione, latente in ogni momento della lettura, viene corroborata nel momento in cui la madre, convinta che Christian si sia ben sistemato a Copenaghen, decide di trasferirsi da lui. Se ci si riflette, si tratta proprio di un avvenimento che ha le caratteristiche più della vita reale che di una finzione romanzesca. Il violinista esprime continuamente questa particolare articolazione, che lascia penetrare nella trama guizzi spontanei di vita vera. Accade così che nel momento in cui i protagonisti ambiscono a trasformare in sogno la realtà, quest’ultima si affaccia con le sue luci e le sue ombre attraverso i filamenti della loro immaginazione.

È realtà, infatti, la descrizione di una cerimonia di iniziazione, chiamata Pontemolle, a cui assiste Noemi, giunta a Roma con il patrigno, con il quale si è recata, mascherata ancora una volta “in costume maschile, con un paio di baffetti sopra la bocca delicata.", accompagnata da un suo nuovo ammiratore, il marchese Rebard, che diverrà suo marito, in una vecchia osteria nei pressi di Ponte Milvio, frequentata da artisti, soprattutto tedeschi, dove tra canti e bevute si accoglie un nuovo adepto che diventa, purché paghi il conto all’oste, “cavaliere dell’ordine di Bacco." Noemi sembra aver trovato il suo mondo, dunque, e solo ogni tanto il suo pensiero va a Christian. A Roma ha incontrato il padre del ragazzo che, da quella volta che aveva riscosso un po’ di soldi per starsene lontano da Maria che, credendolo morto, si era risposata, ha vagato in molti luoghi ed ora è “frate converso" in un convento romano. Il ritratto di Roma è quello oleografico, grazie al quale si correva da ogni parte a visitarla: la Roma ricca e nobile “della duchessa Torlonia" e la Roma degli artisti e del popolino intenti alle gioie e ai piaceri della carne. Pare, quello tratteggiato da Andersen, uno di quei quadri manieristi che si dipingevano proprio in quegli anni e che tramandavano una città che, immersa nelle sue splendide vestigia, dall’antico aveva saputo trarre e preservare il gusto della vita. Cosicché, a mano a mano che Andersen dal Nord si sposta verso il Sud, la sua prosa si va rivestendo dei colori e delle atmosfere mediterranee con una capacità di adattamento che sorprende per come l’autore riesca ad assimilare nella scrittura le variazioni legate ad ambienti così diversi. I colori tenui e rarefatti che hanno caratterizzato i movimenti, per esempio di Noemi quando si trovava al Nord, si sono trasformati in coloriture e ritmi più accesi e sanguigni, di cui il baccanale all’osteria del Ponte Milvio è solo uno dei più appariscenti campioni.
Il destino di Noemi sembra baciato dalla fortuna. È una ragazza felice, al contrario di quanto sta accadendo a Christian, sul quale Andersen apre ogni tanto una piccola finestra che dalla vita di Noemi ci fa passare nella sua misera stanzetta, dove la madre sta morendo, con scorci narrativi che saranno caratteristici di uno dei romanzi più popolari e conosciuti della nostra letteratura: Cuore di Edmondo De Amicis, del 1886. Ricordiamo che la triste fiaba di Andersen, La piccola fiammiferaia, alla quale rimanda in qualche modo il Christian “misero negli abiti e smunto nelle gote" che immaginiamo intento a prendersi cura della madre, è del 1845.

A questo punto, Andersen decide di far fare un salto alla storia di ben dodici anni, durante i quali dobbiamo pensare che le vite dei due giovani protagonisti scorrano sulle ruote di destini contrapposti: immerso nella agiatezza e nella allegria quello di Noemi, la ragazza superba e arrogante; nella povertà più assoluta quello di Christian alle prese con la fatica di vivere che sta spengendo in lui l’antico sogno di felicità. Ora Noemi è a Parigi, città luminosa come lo è stata la sua vita fino a quel punto: “Lo spirito e la gioia di vivere risplendevano nei suoi occhi neri." Ma anche: “Voglio godere del profumo di questa falsa vita." Ha sposato il marchese Rebard e la sua è una delle famiglie parigine più in vista. Andersen ci fa notare che è diventata un po’ “grassoccia." Ma più avanti scriverà: “Noemi, indubbiamente, non poteva più essere annoverata tra le più giovani, ma la sua era comunque una bellezza opulenta che, unita all’abbigliamento di gran gusto, suscitava l’ammirazione e i complimenti di giovani e anziani."

Osservando Parigi, Andersen non può fare a meno di segnalarci il caratteristico “passage" parigino, ossia la “tipica via coperta da un tetto di vetro, fiancheggiata da negozi su due piani, e da cui si diramano gallerie minori." Che, seppur breve, è una descrizione che ci ricorda Thérèse Raquin di Zola, del 1867. È all’interno di uno di questi passaggi, infatti, e precisamente presso il Pont-Neuf, che la madre di Camille Raquin, lo sfortunato marito di Thérèse, ha un negozio di mercerie. Vi è anche una descrizione della “gran Opéra" che fa ricordare lo Zola di Nanà, del 1880, con quell’eccellente raffigurazione del piccolo Théatre des Variétés ed anche il Balzac delle Illusioni perdute, romanzo che esce lo stesso anno, il 1837, de Il violinista, quando descrive l’ Opera e il teatro Panorama-Dramatique. Sembra che Andersen abbia, in una specie di delicata miniatura, riunito nella sua opera molti temi che hanno caratterizzato il lavoro di romanzieri passati, come tali, alla storia con una fama superiore alla sua. La descrizione del parco di Tivoli, a Parigi, non è forse una miniatura di quella – certamente superba – dell’ippodromo di Longchamp che troviamo in Nanà di Émile Zola? Ma di Andersen, e solo sua, quasi un contrappeso, è la magnifica descrizione delle tre giornate di festa che celebrano l’inaugurazione della statua di Napoleone issata sulla colonna Vendôme. Ne fa respirare tutti i colori, il caotico movimento, l’euforia del popolo, la partecipazione del re Luigi Filippo “circondato dai suoi figli e dai suoi generali." Ci fa sentire in mezzo a loro, e vicino alla carrozza di Noemi, “in mezzo a pedoni che si accalcavano a ridosso delle sue ruote."

È tra questi che si trova Ladislao, l’ex perfido amante che l’aveva abbandonata, e Noemi, che riceve da lui un bigliettino in cui chiede aiuto, essendo ridotto un mendicante, pensa al modo di prendersi la sua rivincita. Il marito è venuto, intanto, a sapere tutto del suo passato, proprio dallo stesso Ladislao, che ha inviato un biglietto anche a lui. Noemi ha paura di ciò che potrebbe succederle. Il marito non le nasconde che terrà presente quel suo passato ogni volta che si permetterà di corteggiare qualche ragazza; ed anche lei, prima di rimproverarlo, dovrà tenerne conto. Il tempo della serenità e del quieto vivere è, dunque, finito per Noemi. Ha raggiunto, tuttavia, la ricchezza e il rispetto, a cui anelava il suo orgoglio. E Christian? Ancora pensa a lei. Ha rinunciato al suo sogno, lui; la dura realtà lo ha vinto. Si accontenta di essere il violinista del suo piccolo villaggio, stimato da tutti e chiamato a suonare in occasione di matrimoni e feste. Una cicogna, che lui ha curato e che tiene nella stalla, e il violino, sono i soli suoi amici. Resterà solo il violino quando la sua cicogna, non più in grado di emigrare, sarà uccisa dalle sue compagne. Ogni tanto va a trovare Lucia, che si è sposata con il maestro del paese, e ha due figli, uno dei quali è un bel bambino e Christian ogni volta che lo osserva, pensa: “Ah, se fossi stato bello come te, le cose sarebbero andate ben diversamente. Anche il più nobile, il migliore degli uomini si prostra davanti alla bellezza. Ah, che dono di Dio è essa, che impagabile fonte di soddisfazione! Grazie alla bellezza il mondo è un paradiso d’amore. Tutti l’accolgono con un sorriso sulle labbra, tutti le si fanno attorno. Se un viso ci incanta, bisogna che sia notevole anche la persona! Un viso simile non può tradire! È garanzia di spirito, di sensibilità! Ah, la bellezza, su questa terra, è un dono più grande dell’intelligenza o del genio!" Cos’è questo, se non il sogno malinconico dello stesso Andersen? Il suo canto disperato. Il marito di Lucia insiste perché Christian si sposi, ma lui non gli dà ascolto. Attende il ritorno di Noemi. Sa che le accadrà qualcosa: “Una fantasia giovanile l’aveva spinta a girare il mondo, e la sua avventura non sarebbe potuta che finire male." Mette da parte il denaro che guadagna con la sua musica per accoglierla degnamente: “Nel più desolato sconforto un giorno Noemi tornerà da me. Tutti gli altri la rinnegheranno, ma io saprò essere per lei come un fratello che non la farà soffrire più." E ancora: “Ormai sono tredici anni che non vedo Noemi. Chissà come sarà cambiata! Ma nei miei pensieri è sempre così bella, così giovane, con lo stesso sguardo fiero!... Oh, se fossi stato bello come quel cavallerizzo!"

La delusione di non riuscire a realizzare il suo sogno gli fa acquisire, tuttavia, una serenità più grande: quella elargita come un prezioso dono da una vita semplice: “L’uomo di genio vive nei raggi del sole, ma quei raggi lo bruciano. Possiamo invidiarlo perché ha ricevuto una maggiore sensibilità verso tutto ciò che lo circonda, ma in questo modo ne subisce anche gli effetti perturbatori molto più di noi." E ancora: “Quello che oggi ci sembra grande e immortale un giorno non sarà più che un misero graffito scarabocchiato sul muro di una prigione, agli occhi di un’altra generazione." Ma l’atto di accusa che Andersen formula, con questo romanzo, contro la realtà e contro gli uomini che fanno naufragare il sogno e costringono l’artista alla rassegnazione, non è affatto lenito dalla serenità acquisita da Christian. Andersen va più in là, e sembra non avere alcuna intenzione di perdonare. Christian è malato, ha raggiunto, confortato anche dalla fede, la sua serenità. Sa che “sono attesi degli stranieri, un marchese francese e sua moglie, e che quest’ultima era Noemi, sua sposa da molti anni, e ormai ricca e riverita." Il suo piccolo tesoro accumulato in tutti quegli anni, dunque, non servirà a niente. Noemi torna, infatti, ma solo per una visita ed è ricca e ammirata. Ha raccolto e sperato invano, perciò. Non si è realizzato nessuno dei suoi sogni. Gliene resta uno soltanto, ora che sta per morire: “Vedrò Noemi, prima di morire! Sì, la vedrò, lo sento!" Ma Andersen non darà agli uomini e alla società quella soddisfazione che avrebbe potuto acquietare le loro coscienze, al punto che è difficile trovare nella letteratura di tutti i tempi una condanna così sublimemente espressa ad una umanità accusata di avvilire, ma soprattutto di distruggere il candore, la purezza, la meraviglia e lo stupore del sogno.
(fine)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 03.09.05 07:26

Interventi

Bart, un unico appunto alle tue pregevoli recensioni(te ne feci un altro simile a suo tempo): racconti TROPPO i libri di cui parli e ne sveli puntualmente i finali,togliendo un po' il gusto a chi li compra di seguire con un minimo di curiosità lo sviluppo narrativo. Comunque, grazie ancora. Un abbraccio. Lucio

Pubblicato da: Lucio Angelini - 03.09.05 12:50

Bart, un unico appunto alle tue pregevoli recensioni(te ne feci un altro simile a suo tempo): racconti TROPPO i libri di cui parli e ne sveli puntualmente i finali,togliendo un po' il gusto a chi li compra di seguire con un minimo di curiosità lo sviluppo narrativo. Comunque, grazie ancora. Un abbraccio. Lucio

Pubblicato da: Lucio Angelini - 03.09.05 12:51

Caro Lucio,

mi dài l'occasione di ripetere a te, e di far sapere agli altri miei pochi lettori, che le mie non sono né recensioni, né saggi. Non sono recensioni, poiché la loro lunghezza non le accredita come tali e proprio perché non sono rivolte, come spesso oggi accade (ma non sempre) a pubblicizzare un testo e a sollecitarne magari l'acquisto per la curiosità di sapere come va a finire.

Non sono saggi, poiché affrontano in maniera preponderante il romanzo di cui si tratta, collegandolo qualche volta, quando è indispensabile, alle altre (di solito solo alcune) opere dello stesso autore.

Sono, invece, letture. Non so se sia un genere nuovo (non credo affatto), ma quando lo pensai, avevo in testa un solo scopo, quello di far conoscere al mio lettore il percorso che ero riuscito a compiere dentro quel tale romanzo.
Perciò mi limito a nascondere tutto quanto è possibile senza che ne risulti inficiato lo scopo della mia lettura.

Credimi, ci faccio molta attenzione alle cose che dici tu, anche se non ti sembra. E se certe cose le scrivo, significa, dal mio punto di vista, che ho valutato importante inserirle per dar conto compiuto della mia lettura.

Dunque, chi mi legge deve sapere che io gli offro pressoché l'intero percorso che sono riuscito a fare, perché egli possa farne oggetto di confronto, quando leggerà il romanzo.

Chi mi legge, non ha davanti a sè, ripeto, una recensione - anche se per semplificare qualcuno la chiama così, e qualche volta anch'io - né un saggio (dove, come sai, le titubanze che hai tu non si pongono nemmeno, e si parla apertamente sempre di ciò che accade in un romanzo.)

E' un genere con cui vorrei che il lettore facesse i conti. Piace, non piace? Non lo so. Però è questo che mi sono proposto di fare.

Ieri mi è venuto a trovare Corrado Farina. Lo fa tutti gli anni, in estate, e mi ha detto una cosa bellissima e di grande soddisfazione per il mio lavoro. Ossia, che dopo aver letto la mia "lettura" de Il partigiano Johnny, si è messo a leggere il capolavoro di Fenoglio e lo ha trovato stupendo, grazie ai riferimenti che ha trovato nella mia lettura.
Che cosa si può volere di più? Mi basta un solo lettore che sia spinto a leggere il romanzo di cui mi occupo e che si confronti con la mia lettura, per rendere a me più di quanto io abbia dato.

Il mio grazie è per te, ancora una volta, che mi hai fatto conoscere il romanzo. E credimi, dal mio punto di vista (forse non dal punto di vista economico dell'editore), credo di aver fatto la cosa giusta per il lettore.

Del resto io dedico il mio tempo alla lettura e allo scriverne intorno, senza ricevere un solo penny. Né lo vorrei.

Mi dispiace se qualcuno ci rimette. Non credo - sono fermamente convinto - ci rimetta il lettore a cui io penso e a cui io mi rivolgo.

Ciao.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.09.05 14:14

Ho fatto qualche modifica nel finale per onorare, con questo omaggio, il tuo impegno di traduttore:-)

Più di così non posso.
Ciao.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.09.05 17:19

Bart, bella descrizione del libro, ma non l'ho letta tutta perché... me lo vado a comperare ;-)

Buon fine settimana. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 03.09.05 21:00

Sei molto gentile, Trespolo. Grazie e buon fine settimana anche a te. E auguri anche per il tuo nuovo lavoro:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.09.05 21:24