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02.09.05

Hans Christian Andersen: Il violinista (1837) / 2

di Bartolomeo Di Monaco

(Fazi Editore. Traduttore e curatore Lucio Angelini)

Andersen.JPGParte prima. Parte seconda. Parte terza.

Davanti alla fontana miracolosa di santa Regisse, Christian si addormenta accanto ad una ragazzina, Lucia, malata di mente. Il sogno che pervade il ragazzo, che ha come protagonista Noemi, che non ha più rivisto dal giorno che se n'è andata su di una carrozza, s’incontra con il farneticare allucinato della “piccola demente", mentre scoppia un furioso temporale, formando un intreccio davvero straordinario per immagini e sensazioni: “Poi ci fu un lampo terribile, mentre il fracasso si faceva assordante sopra di loro. La carrozza stessa parve venire travolta e Christian vide l’area intorno come rischiarata in un attimo dalla più abbagliante luce. Ogni cespuglio, ogni albero, la chiesa e le case, tutto si stagliò in modo perfettamente vivido e, davanti a loro, nella carrozza, la fanciulla si alzò. Non aveva indosso che la leggera camiciola da notte bianca. Con le mani si allargava i lunghi capelli, quindi emise un grido selvaggio e balzò giù dalla vettura. Nello stesso istante, un’oscurità nera come il carbone cancellò di nuovo tutta la scena. Cadde un silenzio di morte." La ragazza scompare; si mettono tutti a cercarla pieni di spavento: “Christian s’aggrappò a sua madre. Fu una notte spaventevole."

La madre della piccola Lucia, Lisbeth, è disperata; in mezzo al fragore dei tuoni, della pioggia e del vento, s’inoltra nel bosco: “A volte le pareva quasi di essere sollevata da terra. Finalmente si fermò presso un’alta palizzata. D’istinto vi si arrampicò, ma poi un turbine la fece precipitare dall’altra parte, nell’erba alta. Un lampo illuminò il vecchio maniero di Ørbaekkelunde che le si ergeva davanti con la sua torre, i possenti contrafforti e le finestre gotiche aggettanti. In quel giardino le siepi erano potate alla maniera antica. Tutt’attorno c’erano bianche statue antiche di pietra. Era solo una di esse a baluginarle davanti, alla luce abbagliante di un lampo, o era sua figlia? Le gambe le tremavano. Trafelata, la chiamò per nome, mentre la tempesta scuoteva le giovani fronde e faceva turbinare le foglie cadute a terra, che l’inverno aveva ingiallito." Come non ricordare gli stupendi versi di Robert Burns, il grande poeta scozzese, in Italia quasi completamente ignorato, contenuti nel suo capolavoro del 1790 intitolato Tam o’ Shanter, pubblicato da Sansoni nel 1953 e mai più ristampato?: “Tenendosi ben stretto alla sua storna, la Meg,/(non ci fu mai una cavalla migliore!),/Tam trottava e trottava per le pozzanghere e il fango/a dispetto del vento, della pioggia e dei lampi;/per un tratto tenendosi forte il bel berretto blu;/poi canterellando qualche vecchia canzone scozzese;/poi guardandosi intorno con cautela/per tema d'esser colto dagli spiriti alla sprovvista;/era ormai vicina la chiesa di Alloway,/dove di notte gridano i fantasmi e le civette./Aveva già attraversato il guado,/dove era perito nella neve il venditore ambulante;/e oltrepassato le betulle e il masso,/dove Charlie, ubriaco, s'era rotto l'osso del collo;/ed era passato fra le ginestre e presso il cumulo di pietre;/dove alcuni cacciatori avevan trovato un bimbo sgozzato;/e vicino allo spino, al di sopra del pozzo,/dove la madre di Mungo s'era impiccata./Dinanzi a lui il Doon riversava le sue acque;/la bufera mugghiava, sempre più violenta, attraverso i boschi;/i lampi guizzavano da un polo all'altro;/sempre più vicini si sentivano i colpi di tuono;/quando, luccicando fra gli alberi gementi,/la chiesa di Alloway parve tutta in fiamme;/da ogni fessura uscivan bagliori di luce;/e tutta risuonava d'allegria e di danze." (Trad. Adele Biagi).
La due lunghe citazioni si rendono necessarie affinché si possa avvertire una straordinaria consonanza tra il poeta di Alloway e il romanziere di Odense. Sebbene con parole e strumenti diversi pare di udire la stessa voce e di osservare e interpretare la realtà con gli stessi occhi. Vi è una tale assoluta fusione tra natura e sentimenti, così omogenea tra i due, da lasciarci esterrefatti e affascinati.

Rispetto agli autori citati, ai quali rimanda la lettura di questo romanzo, va rilevato che l’autore non nasconde, rispetto agli altri, il suo amore per l’Italia, alla quale fa più volte riferimento, e dove ha ambientato, ricordiamolo, il suo primo romanzo L’improvvisatore. Come lucchese, sono portato a credere addirittura che quell’italiano, venditore di statuine di gesso, che Christian, nel capitolo IX, incontra alla fiera (la “Fiera della Fontana") che si tiene intorno alla fontana miracolosa di Frørup, non sia altro che uno dei tanti miei concittadini che andavano in giro per il mondo a vendere questa loro specialità. Una leggenda vuole che perfino Cristoforo Colombo, sbarcato in America, ne incontrasse uno. Del resto, tutto fa pensare che Andersen sia stato nella mia città, poiché la cita espressamente nel capitolo VI della terza parte: “Senza dubbio Noemi aveva visto a Vienna, a Lucca e a Bologna delle superbe opere d’arte in marmo".
La scrittura di Andersen si rivela controllatissima anche nelle situazioni (la partenza del padre arruolatosi volontario nel corpo d’armata danese alleato di Napoleone, ad esempio, come pure il suo ritorno in licenza) in cui avrebbe potuto scorrere del sentimentalismo a buon mercato. Un esempio significativo viene anche dalla lettera scritta dal sergente maggiore Jordsach alla moglie del sarto, Maria, per comunicarle la morte in battaglia (così si crede) del marito. La tragicità della notizia viene avviluppata da un resoconto della battaglia, in cui ad emergere non è tanto la morte del sarto, bensì il carattere popolare, militaresco e ricco di simpatia del sergente maggiore. Un piccolo capolavoro, insomma. Religiosità e superstizioni in questo romanzo vanno a braccetto, e mentre si invoca Dio non ci si sottrae al fascino di un rituale superstizioso per ottenere una grazia, come è tentata di fare Maria per ottenere la guarigione di Christian. Per mezzo di esse Andersen congiunge in un’unica stirpe i popoli del Nord, nonostante le differenze etniche. Quelle credenze trovano conferme nei viaggiatori della “Scania", siano norvegesi o svedesi, che vengono a contatto con i danesi. Vi è rappresentato un flusso costante ed omogeneo tra quei popoli, che trovano, dunque, in questo artista un cantore comune.

Creduto morto il marito, Maria decide di risposarsi e sceglie il suo primo corteggiatore, divenuto un ricco fattore. Lo fa per assicurare il futuro al suo Christian, il quale però non è a suo agio nella nuova famiglia, dove trova un fratellastro, Niels, dispettoso e cattivo, e dove non può più suonare il violino, strumento detestato dal patrigno. C’è Lucia, la ragazza ritardata ed ora miracolosamente guarita, a tenergli compagnia e a diventare la sua amica. Ma di Christian si prendono gioco sia Niels che il patrigno, nonché i loro domestici. Lo trovano goffo e ne ridono apertamente. Christian è, dunque, qui, lo stesso che il brutto anatroccolo nella celebre fiaba. Gli sono di conforto i momenti in cui, alternandosi con il fratellastro, bada alle oche vicino ad un torrente e può dare libero sfogo alla sua immaginazione. Così, il mondo gli appare rovesciato nel riflesso dell’acqua e le foglie acquatiche, le rane, gli insetti, assumono figurazioni fantastiche nel suo immaginario di giovane e sensibile sognatore. Quando racconta agli altri ragazzi ciò “che lui vedeva nell’acqua e nella vegetazione intorno", convinto che anch’essi vedessero le sue stesse cose, era preso per pazzo. La crescita di Christian si conferma una crescita tutta speciale rispetto ad altre che abbiamo trovato nella letteratura: essa è rivolta ad un mondo che non è quello della nostra maturità, bensì quello del sogno. È come se Christian avesse scoperto, per un dono misterioso, un altro universo e tendesse a quello, non cadutovi per caso come accade ad Alice nel romanzo di Lewis Carroll, del 1865, ma perché in lui questa è l’unica realtà possibile, l’unica che egli riesce a vedere e ad amare. Raramente troviamo espressa così bene ed in modo tanto raffinato una tale simbiosi tra anima e sogno, tra pensiero e fantasia. La realtà da cui Alice si allontana, cadendo nel pozzo e trovandosi all’improvviso nel Paese delle meraviglie, trova in Christian il suo speculare rovesciamento: egli, ossia, tutto immerso nel sogno, nel suo Paese delle meraviglie, è caduto dentro una realtà da cui vorrebbe fuggire, una realtà che non capisce, mentre l’altra gli è consona e familiare. Ecco che egli, nel momento in cui gli altri lo ritengono pazzo, si staglia su di loro, anatroccoli sgraziati e nani, nella bianca e dolce, regale bellezza del cigno.

Quella celebre fiaba, dunque, come stiamo vedendo qui, che pubblicò l’11 novembre 1843, ossia sei anni dopo questo romanzo, è parte viva di Andersen, vissuta nella realtà di tutti i giorni allo stesso modo che accade a Christian: “Il più delle volte le persone che ci circondano non sono capaci di comprendere la diversità o la superiorità di una nobile anima eletta, che, anzi, si trova esposta ai loro sarcasmi e al loro disprezzo. Spesso l’asino calpesta i più bei fiori, l’uomo il cuore del proprio fratello." “L’uomo è cattivo" farà dire, più avanti, al padrino di Christian, il misterioso norvegese. Echi delle sue prime letture, di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann in particolare, sono presenti in molte occasioni, come, per fare un esempio, nel capitolo XI, allorché, appartato vicino al ruscello, costruisce dei pupazzi e una fattucchiera, passando da lì e scorgendoli, lo rimprovera: “Sembrano fantasmi di esseri umani. Hai dato loro i corpi, ma non certo anche un’anima. Che cosa risponderai il giorno del Giudizio, quando pretenderanno che tu dia loro un’anima?"
Tutti gli ingredienti immaginifici e incantati della fiaba sono presenti nel romanzo: le curiosità, le ansie, le paure del protagonista; la famiglia che non lo comprende e forse nemmeno lo ama, il patrigno, il fratellastro cattivo, il paesaggio intorno, a volte greve e minaccioso, a volte confidente e munifico. Si veda come Andersen descrive, nel capitolo XII, la sera in cui Christian si trova fuori casa, nascosto nel suo angolo magico vicino al ruscello e incontra la cicogna che lo aiuta a fantasticare, e poi, gli appare il castello di Glorup, da cui proviene una suadente musica: “Forse, lì, lo avrebbero soccorso e sarebbe stato felice, come sempre succede nelle fiabe." Non è a caso che spesso viene evocato il romanzo Le Mille e una notte e, allorché Christian incontra di nuovo il suo padrino, fuggiasco dalla prigione, rende con la risposta che questi dà alla esclamazione del ragazzo: “Che grande barba hai", un tributo alla fiaba di Charles Perrault: “Non per questo sono il lupo che ha divorato la vecchia nonna e la sua nipotina."

Grazie a Lucia e a sua madre, Christian conosce Peter Wik, un simpatico marinaio, fratello della nonna di Lucia: “un piccolo uomo tozzo dall’aspetto roseo e gioviale", al quale chiede di poter restare a bordo del suo battello. È in questo modo che, come lo era stato suo padre, il ragazzo “divenne marinaio." Solcando le acque, Andersen ricorda - come è scritto in un poema di Joseph Karl von Eichendorff (1788 –1857), Meestille, di cui alcuni versi al riguardo sono citati nell’epigrafe del capitolo XIV - che sul fondo siede il re del mare, dalla lunga barba, che osserva con indifferenza tutte le navi che gli passano sopra, “le nota appena,/dal suo scoglio di coralli/le saluta come in un sogno!" La fiaba e il piacere del divertimento sembrano possedere ogni istante di Andersen, quest’uomo triste, rassegnato come lo sarà Christian. Il quale Andersen, nel momento in cui rammenta la morte allorché il battello investe una barca nella notte, la sfugge per dare spazio alla giocosità presente nei due passeggeri del battello, il consigliere di guerra e la governante, presi a discutere di un allestimento teatrale. Lo stupore, il meraviglioso, occupano la mente di Christian, dunque, al modo che occupano la mente del suo autore. Tali sensazioni dominano, alla fine, sempre, tutte le altre, anche quelle della miseria umana. È come se Andersen indicasse uno speciale cammino lungo il quale i nostri pensieri, le nostre ansie, le nostre povertà materiali e spirituali si trasformano nella gioia di vivere. Guardate, infatti, cosa accade a Christian quando visita per la prima volta la città di Copenaghen, che Andersen descrive come se già dalla sua conformazione si manifestassero tutte le felicità possibili e nascoste: “Nessuna casa di Svendborg aveva altrettanti piani di quelle che adesso Christian vedeva stagliarsi su entrambe le sponde. Navigli grandi e piccoli si dondolavano nell’ampio canale, gli uni accanto agli altri. Ciascuno era ornato di bandierine multicolori, perché nel porto era in corso una festa di matrimonio, in onore della quale tutte le imbarcazioni avevano issato i pavesi. Era uno spettacolo magnifico, quasi dovesse arrivare il re. Nei vicoli ai due lati del canale passavano rumorose carrozze e semplici calessi, ed era tutto un vociare e un chiamarsi di persone."

Ed è a teatro, mentre con l’amico Peter Wik assiste, estasiato dalla musica, ad un balletto, che vede, dopo tanto tempo, tra il pubblico Noemi, “la sua cara compagna di giochi." Ne prova immensa gioia, ed anche se da quell’incontro esce umiliato (“Noemi non aveva voluto riconoscerlo, anche se lui l’amava come una sorella!" E ancora: “Un attimo come quello è sufficiente a impartire una lezione per la vita."), è maturato ormai in lui il convincimento “che c’era qualcosa di più elevato, di più nobile delle necessità quotidiane." Nelle descrizioni del paesaggio, soprattutto, questo convincimento emerge a tutto tondo. Andersen vede intorno a sé nient’altro che bellezza, perfino le manifestazioni più fosche e violente della natura, sono interpretate non alla luce della cattiveria ma della opulenza del Creato. Solo l’uomo è la creatura che male esprime una tale gioia ed una tale bellezza. Non v’è dubbio che, attraverso Christian, Andersen è deluso dagli uomini, e li degna di uno sguardo benevolo solo quando essi sono espressione diretta della stessa natura. Allorché il conte, padre adottivo di Noemi, dirà a Christian che non deve disperarsi, poiché se ha talento per la musica, prima o poi emergerà, questo è il commento dell’autore: “le sue parole non erano che un vecchio tema destinato a risuonare di generazione in generazione alle orecchie dell’artista e che continuerà ad essere iterato, con qualche variante, per millenni e millenni, fintantoché il mondo resterà uguale a quello che offrì a Socrate la cicuta e a Cristo una corona di spine." I due si conoscono in occasione della traversata del Sund, il tratto di mare che unisce la Danimarca e la Svezia, descritta nel capitolo I della seconda parte, tra le pagine più esaltanti del libro. In quel momento il tratto è ghiacciato e non v’è dubbio che il racconto che ne fa Andersen deve aver suggerito la bella copertina del libro raffigurante la stupenda tavola (cm 117x162, del 1565) del grande Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve, che ho avuto il piacere di rimirare direttamente nel Museo di Vienna, insieme ad altri suoi capolavori, tra i quali Banchetto nuziale (cm 114x164, del 1568 circa). Queste due grandi tavole sono esposte una vicina all’altra, talché è davvero magnifica e impressionante la loro veduta. Addirittura, la descrizione di Andersen di quel tratto ghiacciato ricorda ancor più esattamente un quadro dello stesso Bruegel: Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli, di più piccola dimensione (cm 38x56, del 1565), conservata a Bruxelles nella collezione F. Delporte. Tutto ciò per dire che è riscontrabile, in più punti di questo romanzo, una certa affinità tra Andersen e Bruegel, e quella traversata a piedi, sul ghiaccio, dello stretto di Sund, di Christian e del suo padrone Wik per tentare, inutilmente, di passare dalla Danimarca alla Svezia, dove Wik vorrebbe recarsi a far visita alla famiglia della moglie defunta, è intrisa anche, e non poco, dello spirito incantato di Bruegel. Lo si è già detto: lo stupore permea gli scenari e gli avvenimenti disegnati da Andersen, siano essi gioiosi o terrificanti. In quella traversata, a causa del mutamento di direzione del vento e delle correnti sottostanti alla crosta di ghiaccio, si comincia a temere di non farcela. La frantumazione del ghiaccio – scrive l’autore – è “una delle scene naturali più impressionanti nel nostro paese. La forza del ghiaccio e la potenza delle correnti sono entrambe grandiose, soprattutto dalle parti di Helsingør, dove tra le due coste del Sund non c’è che mezza lega di distanza. Le correnti producono immani spezzoni di ghiaccio, che cozzano gli uni contro gli altri e vengono spinti molto in alto nell’aria, dove, come per effetto di un moto rotatorio, queste vetrose montagne galleggianti assumono forme barocche. Il Sund, allora, pare un ghiacciaio in movimento."

Le parole del conte, che abbiamo prima ricordate, restano impresse nel cuore di Christian e “quanto più la realtà si accaniva a offuscare i suoi sogni, tanto più la sua fiducia nella loro realizzazione si rafforzava." Non è tanto il successo mondano, la gloria terrena che, in realtà, cerca Christian. La sua ambizione va ben oltre l’appagamento di una superbia o di una presunzione: egli va alla ricerca della realizzazione del sogno, che per lui altro non è che un mondo diverso, in cui i rapporti tra gli uomini siano di reciproco rispetto e amore, tali da rendere stupefacente la vita (non è senza significato che Andersen ricordi sovente la Bibbia e Dio. E quando, come nel caso delle prostitute, lamenta la miseria umana, il degrado causato dal peccato, la sua riprovazione non ha mai la pesantezza del moralista superbo e arrogante). Che il sogno di Christian abbia i suoi territori al di là della realtà è confermato dal fatto che “si figurava nella mente il magnifico castello che si sarebbe fatto costruire quando, in futuro, fosse diventato ricco." E ancora, sono queste le parole che ascolta da suo padre, nel momento che si congeda dal figlio: “Tendiamo verso un’altra dimensione, un mondo più elevato, dove ripenseremo agli anni trascorsi sulla terra."; “Non siamo cittadini del mondo, ma del cielo." Christian si trova spesso a contatto con una sensazione simile, collocata oltre i limiti della realtà, ogni volta che gli viene richiesto di suonare il suo violino, o incontra la capricciosa e superba Noemi, e sempre, sul momento di raccogliere almeno un brano di quel sogno, subisce la sferzata amara della delusione. Non demorde, però. La lotta è aspra, il cammino da percorrere lungo e insidioso: “In questo mondo non c’erano fate, esistevano solo nelle fiabe." Questa la sua preghiera: “Buon Dio, dammi il vero talento, non me ne servirò che per onorarti!" Nel destino di Christian si fanno sempre più frequenti l’invocazione a Dio e la speranza che “Nostro Signore avrebbe provveduto al resto."
(continua)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 02.09.05 06:56

Interventi

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Pubblicato da: Deshawn - 26.02.07 02:59