« Un giorno qualsiasi | Main | Hans Christian Andersen: Il violinista (1837) / 2 »
01.09.05
Hans Christian Andersen: Il violinista (1837) / 1
(Fazi Editore. Traduttore e curatore Lucio Angelini
Parte prima. Parte seconda. Parte terza.
Se questo romanzo del 1837, uno dei sei scritti da Andersen (1805 – 1875), è tornato in Italia, dopo tanti anni dalla sua prima ed unica uscita, avvenuta da noi nel 1879, lo si deve all’insistenza con la quale il traduttore e curatore Lucio Angelini ha difeso presso l’editore la validità ancora oggi di un testo come questo, scritto da quell’Andersen che ormai deve la sua fama mondiale esclusivamente alla qualità e al successo delle sue fiabe.
Corredato da un’ampia serie di note, si avvale anche di una accurata postfazione dello stesso Angelini.
Quando Andersen pubblicò il romanzo aveva già cominciato a scrivere fiabe. Tenendo presente le prime edizioni in assoluto e non solamente quelle danesi – fonte www.infodomus.it -, Gracidio è del 4 aprile 1826 ; come Lo scrivano; La campana sommersa è del 7 dicembre 1827; Il fantasma è del 2 gennaio 1830; Gli elfi sulla brughiera è del 19 settembre 1831, come pure Un racconto per bambini. Nel corso della sua vita ne scriverà ben 156, secondo la catalogazione di Birger Frank Nielsen in Digterens danske Værker 1822 – 1875, del 1942, ma, ben 212 secondo la fonte suindicata . Nello stesso anno de L’improvvisatore, il 1835, che è considerato il suo primo romanzo, ambientato in Italia, dove aveva soggiornato, uscirà, l’8 maggio, La principessa sul pisello.
Quella mano delicata e felice, che lo renderà celebre in tutto il mondo, è presente anche ne Il violinista.
Nella città di Svendborg, in Danimarca, due personaggi, un sergente maggiore, un sarto e suo figlio stanno commentando l’arrivo delle cicogne. Il ragazzo, di nome Christian, e il sergente maggiore, di nome Jordsach, sono alla finestra e osservano una coppia che sta restaurando il vecchio nido lasciato l’anno prima. Il sarto, che sta cucendo seduto in disparte, ricorda il modo in cui le cicogne nutrono i piccoli: “La madri fanno dei numeri bizzarri per nutrirli. Si rizzano alte sul nido, rovesciano il lungo collo all’indietro spingendo il becco verso la coda, come fanno i giocolieri quando si piegano di schiena per raccogliere una moneta da terra. Poi, di colpo riportano il collo nella posizione giusta, lo ripiegano indietro e rigurgitano delle belle ranocchiette e biscioline di cui i piccoli fanno banchetto." L’atmosfera sognatrice e fiabesca permea già questo meraviglioso inizio e il lettore è trasportato nei luoghi mitici ed incantati della sua fantasia. Leggete questa descrizione con la quale inizia il secondo capitolo: “Nei centri più piccoli, non c’è quasi casa che non possieda un proprio giardinetto, ma la loro faceva eccezione. Tuttavia, poiché ce n’era bisogno, non fosse stato che per raccogliere un pugno di porri e un po’ di portulaca, ne era stato creato uno alla bene e meglio, una sorta di versione nordica del giardino pensile, come ne hanno i poveri: una grossa cassa di legno riempita di terra e sistemata sul tetto, affinché le anatre non andassero a zampettarci dentro." L’Ebreo, un riccone che ha la sua casa proprio sotto il nido delle cicogne, ha invece un giardino immenso ricco di fiori di ogni specie il cui profumo giunge alla casa del sarto, che vi confina. Il ragazzo vorrebbe poter salire sul nido delle cicogne per poterlo ammirare, poiché “Quel parco era come un mondo misterioso." Vi entrerà attraverso un pertugio e su invito di Noemi, una bambina più piccola di lui di un anno, nipote dell’Ebreo.
Andersen è consapevole di narrare una storia in cui la fantasia è protagonista incontrastata e ci invita ad assecondarlo: “Ma sarà meglio che anche noi guardiamo al giardino con gli stessi occhi del bambino che vi era appena entrato". È la esplicita dichiarazione della sua poetica. Egli ci avverte che con lui conosceremo un mondo diverso da quello che siamo abituati a scorgere coi nostri occhi. Dovremo abituarci ad una visione diversa, a sollecitare sensi e sentimenti rimasti nascosti dentro di noi. Non è il semplice viaggio che una storia narrata disegna per noi, ma lo straordinario trapasso verso un altrove, così come avverrà nel libro di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, del 1865, che deve più di un tributo a questo romanzo di Andersen (si pensi al gioco che Noemi e Christian faranno in giardino). Un altrove che ci è sorprendentemente vicino più di quel che si pensi: “Il ragazzo si guardò attorno, trasportato in quel giardino delle Esperidi che pareva così distante dalla sua dimora abituale. La cicogna gracchiava molto in alto e ne riconobbe il nido con i piccoli che parevano fissare i loro saggi occhi su di lui. Allora pensò all’angusto cortile dei suoi genitori, alla piccola cassa sul tetto, piantata a porri e portulaca, e si stupì che tutto questo potesse essere così vicino." La sua umile casa, infatti, è lì, confinante con quel giardino favoloso, dove la Noemi che incontra “stava in piedi con i suoi intelligenti occhi da gazzella. L’incarnato bruno ne suggeriva l’origine orientale". Andersen, che è facilmente riconoscibile nella figura del ragazzo che porta il suo stesso nome, ha fatto la sua scelta, dunque, allontanandosi dal mondo reale per vivere, e suggerirci di vivere (almeno fino ad un certo punto e vedremo, al termine, perché) nella dimensione del sogno e della fantasia. Che è un mondo senza confini, il migliore dei mondi possibili – ci fa capire - perché creato all’interno della nostra anima. Non sarà, tuttavia, un mondo facile da raggiungere.
Quando, a seguito di un incendio che distrugge il giardino e causa la morte dell’Ebreo, il servo Gioele si allontana sul fiume, con le ceneri funerarie del suo padrone, sotto il chiarore della luna, Christian e gli altri osservano il battello “scivolare sulla corrente e Gioele ritto in piedi con la sua scatola sottobraccio" e al ragazzo “parve che Gioele se ne andasse, con il morto, verso un lontanissimo paese immaginario". La fantasia e il sogno non abbandoneranno mai più Christian, anche nei momenti peggiori, nei suoi contrasti con la realtà, nelle sue delusioni, nelle sconfitte.
Come la struttura fantastica e sognante non lascerà mai il suo autore. Infatti, ogni avvenimento che accade nella storia, non importa di qual natura, se triste o allegro, se atteso o improvviso, è sempre circondato da un alone di stupore e di bellezza. Non c’è nessuna differenza, ad esempio, tra la carrozza che compare per riprendere Noemi, ospitata, dopo l’incendio, nella casa di Christian, e la carrozza che conduce Cenerentola al gran ballo nel palazzo del re. Sebbene diversi i colori e i protagonisti, è il narratore Andersen che vi sta dietro con la sua anima a renderli simili, usciti dallo stesso pensiero e dallo stesso sguardo incantati. Si osservi questa descrizione di Svendborg, dove si svolge la storia: “Svendborg ha ancora l’aspetto delle cittadine del secolo scorso, con i suoi edifici irregolari dal piano superiore che a volte aggetta sul sottostante, sorretto solo da una trave indipendente. Le finestre sporgenti tagliano la vista ai vicini, le ampie scale d’ingresso sono provviste di panche in pietra o legno su cui sedersi all’aperto. Sopra le porte, sono ancora incise nel legno delle iscrizioni parte in danese e parte in latino. Le strade ineguali hanno l’aria di collinette lastricate da salire o discendere in linee spezzate."
Non ha importanza sapere se un tale paese esista davvero in Danimarca o comunque in qualche luogo reale del mondo: esso, descritto in questo modo, è senza dubbio un paese di fiaba, lo squisito risultato, ossia, di una fantasia sognante. Sarà una ricorrente fascinazione che ci accompagnerà per tutta la storia, facendoci ritrovare una magia dimenticata, una infanzia non tanto legata ad una crescita e maturazione della nostra personalità, bensì ad un’età autonomamente vissuta nella dimensione reale del sogno. Proprio questo, è il valore racchiuso nel romanzo di Andersen: circoscrivere un’età in cui sogno e realtà si identificano in una combinazione magica e suprema, che non ritroveremo mai più. Gli autori che si sono dedicati a descrivere questa età, da Mark Twain fino a nostri Alvaro e Bilenchi, solo per fare qualche esempio, hanno trattato l’infanzia come parte funzionale alla vita, momento, ossia, di formazione e di crescita. L’operazione di Andersen, così naturale, spontanea in lui, è quella di trattare l’infanzia come un’avventura della vita indipendente dal prima e dal dopo, un’isola dorata, che resta tale anche nel corso degli avvenimenti tristi, poiché illuminata dal sogno, così forte, così suadente da diventare realtà. Nella descrizione che segue può essere riassunta la differenza. Ci troviamo all’interno di una vecchia chiesa di un convento in rovina, dove Christian, insieme con altri, riceve l’istruzione dai signori Sevel, due anziani coniugi : “Su Christian, al contrario, la chiesa agiva in modo del tutto diverso. Vi indugiava stranamente tranquillo e pensieroso, nondimeno nessun luogo gli era più caro. Vi trovava alimento per le sue fantasticherie, insieme alla sensazione di trovarsi ancora più vicino al mondo delle leggende e dello spirito." Il mondo favoloso è il protagonista, insieme con Christian, della storia: “Nelle nostre leggende popolari danesi si incontrano spesso dei piccoli laghi in mezzo ai quali, un tempo, c’era un’isoletta con un vecchio castello. Poi il castello, puntualmente, era sprofondato e il cigno di oggi nuota sopra la cuspide della torre."
Quando era scoppiato l’incendio che aveva distrutto la casa dell’Ebreo e causato la sua morte, Noemi era stato salvata dal “norvegese", il padrino del ragazzo, dagli occhi celesti che facevano contrasto “con le sopracciglia cespugliose e scure." Suona il violino e Christian si reca ogni tanto a trovarlo nel paese di Hulgade, dove abita, poiché attratto dalle “strane storie di cupe foreste di pini, ghiacciai, Nøkken e giganti della galaverna che il suo padrino gli raccontava, e soprattutto la musica del suo violino, da cui fluivano cose non meno straordinarie." Persino la paura è solare, in questo mondo. Le immagini dipinte sul muro della casa del padrino si sono rovesciate nel corso della “danza macabra", eppure Christian non teme l’avvenimento ed anzi rimpiange di non essere giunto in tempo per assistere alla scena. La stessa musica che esce dal violino ha qualcosa di soprannaturale. Quando il padrino porge lo strumento a Christian e gli insegna a suonarlo, il ragazzo, dopo le prime note, fremette di “soddisfazione, perché era stato lui stesso a produrle!" La mitologia nordica, con i suoi personaggi e il suo paesaggio, con le atmosfere rarefatte del magico e del mistero permea di sé il racconto, capace di suggerire una infinità di sensazioni nuove e sconosciute soprattutto a lettori come noi, educati ad una civiltà del tutto diversa. Allorché il padrino rende la visita alla famiglia di Christian, porta con sé “una fresca foglia di cavolo e un po’ di mordigallina per il canarino." Il quale canta di gioia e di “gratitudine", e cosa fa il padrino?: “Il padrino ascoltò con un’attenzione tutta particolare le note che salivano, gioiose e ardite, dalla sua piccola gola. Pareva quasi volesse rubargliele per nutrirci l’anima del suo violino."
Il violino è qualcosa di più di uno strumento, più vicino ad una cosa viva, capace di suscitare emozioni e presenze prima nascoste. Nella fantasia ritratta da Andersen ha libero corso, oltre alla gioia, l’ancestrale paura dell’ignoto, così come avviene proprio nelle fiabe: e in sovrappiù, la paura di quella parte che sta intorno a noi dominata dal male, dal demonio. C’è davvero molta somiglianza tra il mondo qui disegnato da Andersen e, ad esempio, alcune immagini evocate nei film di Ingmar Bergman, specialmente Il settimo sigillo (1956) e La fontana della vergine(1959). La stessa atmosfera, ossia, di un cupo luteranesimo (il cattolicesimo è considerato soprattutto un periodo del passato, e colpisce la sensibilità del solo ragazzo, che ne sarà turbato per sempre), mescolato alla luminosità non solo dei paesaggi, ma dello stesso sogno. Tutto ciò fa sì che i tratti del disegno siano sempre nitidi, visibili, allo stesso modo che avviene in Bergman con quella scena che il giullare Jof osserva, ne Il settimo sigillo, nel momento in cui la Morte trascina dietro di sé il cavaliere Antonius Blok e i suoi compagni. C’è un’immagine, in questo libro, che me ne ha ricordato un’altra quasi identica che compare in Grandi speranze, il romanzo di quello straordinario narratore che è Charles Dickens. Questa è l’immagine creata da Andersen nel romanzo del 1837 (siamo al capitolo V): “Ci sono diverse stampe parigine che recano nel titolo la parola diabolique. Tutto quello che una fervida immaginazione può creare di diabolico vi riluce. In una di esse si vede una forca. La trave alla quale il criminale dovrà essere appeso si staglia solitaria." In Dickens, nel capitolo primo di Grandi speranze, che è del 1861, allorché nel cimitero Pip incontra l’evaso, nel momento in cui questi si allontana il ragazzo scorge sulla linea dell’orizzonte due cose: il faro e “una forca da cui pendevano delle catene che un tempo avevano sostenuto un pirata." Non è improbabile che lo scrittore inglese abbia letto e ricordato questa immagine di Andersen. Anzi, mi permetto di esserne certo, tanta è la somiglianza. Ciò non significa affatto, si badi bene, che Dickens, il quale nello stesso anno de Il violinista, il 1837, aveva dato alle stampe quell’originalissimo capolavoro che resta ancora oggi forse la sua opera migliore: Il circolo Pickwick, abbia avuto bisogno di ispirarsi ad una immagine di Andersen, ma significa, a lode di Andersen, che essa è divenuta parte dell’immaginario di Dickens. Del resto, Grandi speranze, come anche lo stesso David Copperfield (1850), non ripercorrono forse, almeno fino a un certo punto, lo stesso cammino di Christian? Gli dirà più avanti il padre adottivo di Noemi: “Non affliggerti per essere un ragazzo povero: la maggior parte degli artisti lo è stata! Ma se un giorno riuscirai ad elevarti alla loro altezza, guardati dalla superbia." Peter Wik non ha qualcosa, un piccolo seme, un germoglio, dei personaggi irresistibili di Dickens? Ad esempio il Micawber di David Copperfield. E il bizzarro Knepus non ricorda un po’ Dick, l’amico della vecchia zia di Copperfield, la signorina Trotwood, ed anche un po’ Miss Havisham di Grandi speranze? Ma le somiglianze non finiscono qui. Quando, nella seconda parte, Christian scorge tra la folla “un uomo dal viso pallido e malaticcio" che teneva gli occhi fissi su di lui, e riconosce suo padre fino ad allora ritenuto morto in guerra, non ci viene in mente Canto di Natale?, sempre di Dickens, del 1843, allorché a Scrooge appare il fantasma del socio Jacob Marley? E ancora: avete presente Fanny e Alexander, il capolavoro di Ingmar Bergman, del 1982? A Alexander appare il padre defunto provocando lo stesso stupore che cogliamo nel protagonista del romanzo di Andersen.
Tornando al nostro violino, si fa di tutto per insegnare a suonarlo a Christian, poiché si preconizza che “sarà per lui una rosa nella mano", così come “una rosa nella mano" ha un bambino, molto somigliante a lui, che appare in un dipinto conservato “nella chiesa di San Nicola a Svendborg." Vedete, dunque, quanti e quali riflessi del mistero sono sparsi a piene mani nella realtà, tali da tramutarla in una poderosa sorgente del sogno, se non nel sogno stesso.
Salito sul campanile della chiesa di Bregninge, osserva i “magici pannelli neri" del telegrafo, che lo attirano più del superbo panorama: “Ben più che questo spettacolo, tuttavia, furono i neri pannelli ad attirare l’attenzione di Christian. Sapeva che potevano parlare come i sordomuti. Quante volte li aveva visti abbassarsi, innalzarsi e disporsi in posizioni diverse." Quando all’improvviso la campana si mette a suonare il vespro, “gli sembrava l’enorme gola di un serpente, il battaglio la sua lingua pronta a colpirlo. [...] la campana gli rintronava le orecchie di rimbombi sempre più forti e i colori che gli passavano davanti si deformavano in sagome spaventose. Vedeva turbinare i personaggi dei vecchi quadri del castello, ma con espressioni stravolte, le forme che mutavano continuamente, ora allungate e spigolose, ora gelatinose e raccapriccianti." Anche lui, dunque, posseduto dalla fantasia.
Non dobbiamo dimenticare che anche il padre di Christian, il sarto, è un sognatore, e la sua mania dei viaggi ha la sua fonte proprio nel desiderio di osservare il mondo con gli occhi della fantasia. Pur di poter di nuovo viaggiare decide addirittura di arruolarsi, senza badare più alla famiglia, somigliando così un po’ a Michael Henchard della Vita e morte del sindaco di Casterbridge di Thomas Hardy, del 1887, e un po’ a Barry Lyndon, il protagonista dell’omonimo romanzo di William Makepeace Thackeray, comparso a puntate nel 1844 ed uscito in volume nel 1856. Mentre il sarto si avvia a piedi con il suo amico, il sergente maggiore, alla volta della “fontana miracolosa di Frørup", dove la moglie e il figlio si stanno recando in carrozza (una “diligenza postale") per un tentativo di guarigione di Christian affetto da epilessia, leggete che cosa racconta: “Avete mai sentito parlare della montagna di Venere, menzionata nelle antiche storie? Diversi valorosi cavalieri e anche poveri garzoni di bottega con il loro fagotto sulle spalle sono entrati in questo regno incantato senza uscirne mai più, o se per caso uno di loro ha mai fatto ritorno in famiglia non ha più avuto pace ed è dovuto ripartire per non morire di nostalgia."
Si rivela sempre più un sorprendente romanzo, dunque, questo di Andersen, che lo scrisse quando aveva 35 anni, e viene spontaneo ringraziare Lucio Angelini, che ne ha curato sapientemente la traduzione, per aver insistito presso l’editore Fazi per la sua pubblicazione, e l’editore Fazi per averla realizzata, facendoci scoprire un romanzo che d’ora in avanti non potrà mancare tra le nostre letture. Vi sono implicati non solo riferimenti alle leggende e ai miti del Nord, ma sparse qua e là accentuazioni oniriche ed impressionistiche offerte con l’agile penna di un raccontatore raffinato: pennellate dai tenui colori, sempre, anche quando si scende nel regno della paura, che non scaccia ma attrae essendo parte vitale del sogno.
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 01.09.05 07:03
Interventi
Comincio a pensare che tu, a differenza dell'altro recensore da me citato ieri in 'Cazzeggi letterari', il romanzo lo abbia letto VERAMENTE:-)
Preciso che si tratta della PRIMA TRADUZIONE ITALIANA INTEGRALE. Un ringraziamento e un abbraccio. Lucio
Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.09.05 07:43
Approfitto, Lucio, per farti i complimenti anche in questa occasione. Il romanzo mi ha dato forti emozioni.
Come potrei non leggerli i romanzi di cui scrivo, se i miei scritti li chiamo proprio "Le mie letture"? :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.09.05 07:48
beh Bart sono costretta a farti i miei complimenti, e lo faccio volentierissimo.
Ho letto con vero piacere e interesse questa tua recensione (efficacissima visto che andrò a comprare il libro) quindi ti ringrazio e naturalmente ringrazio anche l'intelligente angelini
georgia
Pubblicato da: georgia - 01.09.05 11:23
Grazie, georgia.
Angelini ha fatto, con la sua caparbietà, cosa lodevole. Vorrei che ce lo ricordassimo quando ogni tanto si lascia andare alle sue birichinate :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.09.05 12:39
Birichinate io? Forse mi confondi con un sosia.
Pubblicato da: Lucio Angelini - 01.09.05 16:03
Non dimenticare che hai scritto "Grande, Grosso e Giuggiolone", con l'anima tutta pepe di un ragazzino :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.09.05 16:15
La "biricchinata" di Angelini verso di me è stata insistere sul giudizio "andrea = l'emilio fede della rete". All'inizio non gli davo peso, ho anche cercato di capirlo e dargli una mano, mi dicevo "in fondo è simpatico". Dopo più di un anno di continuo martellare, aggiunto al fatto che Angelini ha una visione abbastanza stiracchiata della letteratura e in base a quella decide che commentini fare, chi offendere e chi invece offendere, tutto con l'acume di una cluster-bomb, dicevo, dopo questa angelineide, ho cominciato a rivolgermi a lui con Caro Mentecatto...
Giustamente di questo siparietto personale non fregherà niente e nessuno. Fa lo stesso, mi sentivo di dirlo.
Pubblicato da: andrea barbieri - 01.09.05 22:15
andrea barbieri, spiace che tu non sia in grado di sostenere la sostenibilissima leggerezza dell'inossidabile Lucio Angelini. Spiace ancor di più (a me, beninteso) che tu usi, per una rosicatina di pessimo gusto, lo spazio dei commenti a un articolo che elogia esplicitamente il lavoro di traduzione e curatela dell'Angelini medesimo. Spiace oltremodo, infine, che tu scriva 'biricchinata' con due 'c'.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 01.09.05 22:38
LA TRAVE E IL BRUSCOLO 2
Angelini non so se sia simpatico o meno, ma lo ringrazio per l'Andersen mentre ...
tho ... si rivede l'andrea barbieri ;-)
scusa andrea tu ti lamenti delle offese di angelini, ma tu ... non sei quello che dà di "zecca" (e altre amenità) ai listanti solo perchè, magari, quel giorno ti girano?
Pensi che "zecca" sia meno offensivo di "emilio fede"?
Beh in effetti ....
Pubblicato da: georgia - 01.09.05 23:59
Barbieri, tesoro, piantala di fare la checca isterica.
Pubblicato da: www.lucioangelini.splinder.com - 02.09.05 00:13
Vorrei dire che le recensioni del signor Bart sono sempre dei piccoli saggi di straordinaria precisione e acutezza: si veda proprio il settore "le mie letture" del suo sito. Fa sempre venir voglia di leggere i libri che non si ha letto, come in questo caso, e conduce a riesaminare quelli che si e' letti. Io, dopo i suoi tre pezzi dedicati a De Carlo, ho dovuto ridiscutere con me stesso la mia posizione per la quale De Carlo e' il peggiore scrittore del mondo.
Pubblicato da: Emanuele - 02.09.05 00:48
Sì Bart è encomiabile, e naturalmente il mio siparietto di prima non è un giudizio sul libro tradotto da Angelini. E' un giudizio sull'Angelini persona in carne e ossa. Non so, forse è un'idea fessa ma penso che conti di più chi costruisce giorno per giorno anche in un luogo strambo come la rete, piuttosto che un traduttore che semina giorno per giorno palate di merda su gente che fa qualcosa di utile (non parlo di me naturalmente, ma di molti partecipanti a Nazione Indiana, che era lo sfogatoio personale di Angelini). Fateci caso, finché l'acqua non va al suo mulino il mitico Angelini aggredisce. Sarà una malattia mentale inossidabile, una parte abnorme del carattere, sarà quello che volete: alla lunga è intollerabile.
ps per il correttore di bozze Luca Tassinari, pensa un po' che dopo questo post ne ho lasciato uno sul forum di Gipi scrivendo "aquerello". Hai capito dov'era rimasta la "c"! Rileggo pochissimo ultimamente (ma a volte è proprio mia ignoranza che non tento di correggere), è per una sfiducia che mi è montata verso il web: arrivo presto, finisco presto e non pulisco il water, tanto uno che finisce il lavoro c'è sempre. Lo so che Savinio era più fine di me e parlava, nel tuo caso, di "calcio dell'asino", ma che ci vuoi fare, sono uno sfiduciato sboccato.
salutoni
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.05 02:13
Da buon traduttore, mi permetto di tradurre il pensiero di Barbieri: "Angelini - a differenza di me, Andrea Barbieri - non è il tipo da applaudire sempre e comunque qualunque cosa venga proposta in rete. Egli non esita a fare dell'ironia PERSINO sui miei stessi miti personali, che sono praticamente tutti gli autori editi:-)".
Pubblicato da: www.lucioangelini.splinder.com - 02.09.05 05:32
andrea barbieri, citando proprio l'inimitabile Lucio Angelini: hai il senso dell'umorismo di un paracarro.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.09.05 09:21
E' proprio strano, molti sostengono l'esatto contrario di Angelini. Ma fa lo stesso, tanto la cosa si commenta da sé. Pensando un po' più in grande, vorrei invitare tutti quanti a usare ironia, autoironia, quando le persone che abbiamo davanti lo meritano. Quando sono furbetti, è meglio di no.
Un saluto particolarmente cordiale a Luca Tassinari che nel 2005 scrive "spiace oltremodo".
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.05 11:07
Barbieri, tesoro, è bene che nel mondo vi siano opinioni diverse (soprattutto dalle tue). Senti che cosa scrive di te una frequentatrice di Vibrisse (pesco a caso da Google):
"... oh oh bravo TROMBONE! E per forza che ti piace biondillo e ci credo che avete messo in fuga tutti QUELLI CHE HANNO SI CERVELLO E SPIRITO,nazione indiana è morta anche per colpa di sti barbieri e biondillo e combriccola da post facile appunto! dal profilo di una mattonella! (anche il santo scarpa scrive più) sono rimasti i soliti 4 ottusi che scrivono post qui e in nazione indiana per autocelebrarsi. nazione indiana farebbe meglio a chiudere non è rimasto se non un gruppo di vanagloriosi senza nulla da dire! biondillo mette in mezzo pure la malattia del padre per farsi compatire. da mo' aveva detto che si sarebbe ritirato a vita privata per un po'. Aveva persino scritto che era arrivato prima di moresco a dire che se ne andava!
E invece e sempre qui che mentre uno dice il più grande scrittore che so è scarpa lui risponde come un bambino e io? No biondillo non sei un grande scrittore, stai al tuo posto e sto giovanni è un ignorante che vorrebbe essere fofi hai capito un ignorante che aspira niente meno ad essere un inciucione come fofi! E' vero che non si può pretendere di essere liberi ma da uno che si autodefinisce critico letterario sarebbe bene sapesse cosa è la letteratura italiana. Che cosa vuol dire biondillo hai scritto un racconto da architetto, bravo amico mio. che cosa vuol dire? sto giovanni è un monnezzaro!
Posted by: paolaf at 22.07.05 11:24"
Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.09.05 11:48
Ho piacere Angelini che ti sveli da solo. Tu prendi un post pieno di insulti a casaccio e lo usi contro di me: questo è il tuo vero stile. L'operazione ti riesce malissimo. Oltretutto nella tua infinita mentecattaggine nemmeno ti sei accorto che il cluster-post da te citato tira palate di merda in faccia a Giovanni Choukadarian. Non che io provi una particolare simpatia per lui, ma nemmeno condivido la mancanza di argomenti di paolaf. Dài Angelini, scrivile una mail, forse hai trovato un'amichetta.
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.05 13:20
Fantastico, grande classe, grande leggerezza, invidiabile uso della lingua, grande capacità di gioco, intelligenze sublimi, raffinate letture, grande charme, complimenti vivissimi a tutti
Pubblicato da: marietta - 02.09.05 13:26
Cara Marietta, la mail che hai indicato come tua è marietta@marietta.it. Perché usi un account fasullo, per essere di classe?
Io invece, che sono uno zoticone, firmo con nome, cognome e mail valida, che oltretutto è l'unica mia e da anni.
stai bene
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.05 14:01
andrea barbieri, non contar balle: tu qui firmi con un nickname che potrebbe tranquillamente appartenere a un qualunque Andrea Barbieri dell'orbe terracqueo, e con un URL (www.fernandel.it) che notoriamente non ti appartiene. Quando posterai veramente con una mail valida, ne riparleremo. Nel frattempo, ritratto: un paracarro, appo te, è maestro d'umorismo.
marietta, la dissimulazione della propria identità è pratica nobile assai, quando è usata a proprio svantaggio; ignobile in caso contrario.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.09.05 14:49
Barbieri, amore dello zio, voglio dire che nemmeno chi plaude incondizionatamente a tutto e a tutti come te è esente da critiche (il pezzo che ti rguarda è: "nazione indiana è morta anche per colpa di sti barbieri e biondillo", figuriamoci se posso andare esente da critiche e maldicenze io che NON ho peli sulla lingua. Continua tranquillamente, dunque, a definrmi mentecatto, magari facendoti una sega davanti allo specchio. A me non fa un baffo.
Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.09.05 14:51
Errata corrige: a me fa un baffo.
Pubblicato da: Lucio Angelini - 02.09.05 14:53
@Luca Tassinari
Perché? Ho usato la dissimulazione del mio nome a mio vantaggio? Cosa me ne viene? Che vantaggio ha marietta a venire qui, me lo spieghi? cerco lettori? cerco aquirenti? cerco visibilità? Vuoi una mail vera? Posso aprirne una se vuoi, cambierà qualcosa? Ma posso anche fare a meno di venire, non sarà una catastrofe, ti pare?
Mozzi potrebbe mettere una password, del resto gli avevo già proposto di dirgli il mio nome, lui non ha reagito e dunque immagino che non gli interessi, del resto sarebbe stato come un altro nick, visto la mia enorme notorietà.
Di cosa avete paura? E' una sindome di ipercontrollo? Tutto questo è infinitamente contraddittorio. Vuoi che apra un blog? E cosa ci sarà in quel blog, il mio nome vero? Cosa sai tu di Georgia (scusa Georgia se ti tiro dentro come esempio)?
Io seguo sempre le regole, quando ci sono, mettetele, e vedrete che le seguirò.
Pubblicato da: marietta - 02.09.05 15:08
@tassinari
Anzi, guarda, mi hai convinto, sento troppa puzza di chiuso, apro un blog nel quale saranno ammessi solo nick.
(A proposito, Luca tassinari è il nick di chi?)
Pubblicato da: marietta - 02.09.05 15:13
Andrea Barbieri è il mio nome (e cognome) all'anagrafe, sono nato il 24.09.68 a Forlì.
La mia (unica) mail è titonco@hotmail.com
Titonco era il mio gatto che ora sta nel regno dei cieli.
Linko i siti che mi interessano e che stimo: Fernandel, Nazione Indiana, Coconinopress, Bacidallaprovincia, Canicola, Markelo Uffenwanken. Avendo fatto amicizia con le persone che li gestiscono li sento un po' miei, ma comunque quello a cui sono più legato è Fernandel.
Dunque Luca Tassinari dà evidenti segni di pazzia.
Con questo chiudo avendo detto tutto quello che c'era da dire e per rispetto al lavoro di Bart.
Pubblicato da: andrea barbieri - 02.09.05 15:48
A me risulta che Barbieri su Fernandel ci scrive pure, dunque in qualche modo lega la sua identità a quella testata - in libreria e in Rete: perché non potrebbe usarla come url? E poi, a protestare dovrebbe essere il legittimo titolare, cioè Giorgio Pozzi (che è uno che in Rete ci sta e va), e a quanto vedo a Pozzi non gliene passa nemmeno per. E la mail è valida, validissima.
Pubblicato da: piero sorrentino - 02.09.05 16:29
marietta, l'ho già detto altrove (ho sempre sognato di scrivere "l'ho già detto altrove"; fa mooolto intellettuale): l'unico modo ragionevolmente sicuro di identificarsi in rete è postare con un indirizzo di posta elettronica valido e univocamente riconducibile al poster. Tutto il resto è fuffa, blog inclusi. Luca Tassinari è il nickname del titolare dell'indirizzo di posta elettronica che vedi in firma, indirizzo che chiunque può segnalare al relativo provider nel caso in cui venga usato per commettere abusi, e che chiunque può usare più semplicemente per contattarmi, manifestarmi le sue rimostranze, invitarmi a cena o mandarmi affanculo.
Il tuo vantaggio l'hai ottenuto sparando sarcasmo a tappeto sugli onorevoli partecipanti di questo thread, senza dare ai medesimi la possibilità di capire da che parte venisse tanta sopraffina ironia. Il nickname non è cosa riprovevole in sé, mentre può esserlo talvolta l'uso che se ne fa. Se poi il tuo non era sarcasmo, ma sincera e stupefatta ammirazione, ti chiedo scusa.
andrea barbieri, le tue generalità, gatto incluso, sono irrilevanti: chiunque potrebbe firmare un post "andrea barbieri" e indicare come URL www.fernandel.it, e sarebbe "andrea barbieri" tanto quanto te (resterebbe da spiegare chi glielo fa fare, ma questo è un altro discorso).
Se qualcuno che non sei tu, invece, si firmasse "ugo foscolo" e indicasse come indirizzo di posta titonco@hotmail.com, tu avresti la possibilità di denunciarlo per sostituzione di persona: è chiara la differenza, o serve un disegnino? Quindi, se non metti esplicitamente in firma il tuo indirizzo di posta elettronica, evita almeno di fare battutine sceme sui mascheramenti dei tuoi interlocutori.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.09.05 16:52
@tassinari
Era sincera e stupefatta ammirazione, comunque se anche non lo fosse stata e l'indirizzo di posta fosse stato vero cosa avresti fatto, chiamato i carabinieri? C'è un reato di sarcasmo? Ohibò! Se l'indirizzo di posta fosse stato vero mi avresti al massimo potuto mandare una mail, o rispondere come hai fatto, tra l'altro in pubblico che è più divertente e fai più bella figura. In realtà il tuo discorso è logicamente e praticamente debole. Diverso il caso se io avessi commesso un reato, ma allora la polizia postale avrebbe potuto beccarmi tranquillamente, ora, questa è l'ultima volta che vengo qui, per tua etica soddisfazione, perché questa gestione del problema nick mi ha annoiata, non mi piace la censura, non mi piace la lista dei libri all'indice, non mi piace il chiuso, non mi piace quasi nulla di quello che ho visto, a te non piaccio io, pari e patta, nessuno ci ha rimesso.
Pubblicato da: marietta - 02.09.05 17:11
Mi chiamo giulio mozzi sono nato a camisano vicentino il 17.06.1960 abito a padova in via giuseppe comino 16/b il mio codice fiscale è mzzgli60h17b485j il telefono del mio studio è 0498806417 se trovate occupato è che sono sempre in internet se trovate sempre libero e non rispondo è che sono sempre via il telefono mobile è 3483863937 se non vi rispondo è che sto facendo dell'altro tipo la doccia come mezz'ora fa il mio indirizzo di posta elettronica è giuliomozzi@libero.it uso anche l'indirizzo di vibrisse che è vibrisse.bollettino @libero.it ma lo uso sempre meno perché in realtà la cosa più semplice è avere un recapito solo eventualmente mi potete trovare chiamando la casa editrice Sironi o in caso di emergenza la Questura di padova ma vi prego di non farlo se non è proprio un caso di emergenza.
Detto questo: se dico una cosa intelligente, è per questo più intelligente di una cosa altrettando intelligente detta da marietta@marietta.it? e se dico una cosa stupida, è una cosa più stupida di una cosa altrettanto stupida detta da marietta@marietta.it?
Certo: se (tanto per dire) uno cominciasse a pubblicare qua e là stupidaggini firmandole marietta@marietta.it, sarebbe un problema: ma non un problema mio, bensì della persona che si è firmata marietta@marietta.it, la quale è certamente consapevole dell'esistenza di questo problema e ha deciso, per ragioni sue che non condivido ma che mi sono perfettamente comprensibili, di correre volentieri questo rischio. Se la persona che si firma marietta@marietta.it vorrà un giorno rivelare la sua identità anagrafica, non per questo le sue opinioni diventeranno più intelligenti se intelligenti o più stupide se stupide; potranno (eventualmente) apparire più autorevoli alcune sue affermazioni di fatto nel caso in cui si scoprisse che lei (o lui, non ha importanza) ha una riconoscibile e valida esperienza professionale in qualche campo eccetera; e questo lo sa anche lei (o lui, non ha importanza) e se vorrà dare autorevolezza alle sue affermazioni di fatto lo farà, se del caso, citando fonti dati eccetera controllabili; e così via.
Tutto questo per me non è un problema.
Pubblicato da: giuliomozzi - 02.09.05 18:08
scusa marietta ma perchè tiri in ballo me?
il tassinari (se ho capito il tipo) stai sicura che prova più insofferenza verso di me che verso di te ;-), quindi hai preso l'esempio sbagliato, ad ogni modo io non ho mai detto se georgia sia il mio vero nome di battesimo o meno, io ogni volta metto un e-mail usabile e controllabile (poi metto l'indirizzo del blog che così nasconde la e-mail che però rimanevisibile ai gestori) e non vedo perchè non dovrei farlo.
E NON USO MAI ALTRO NICK
E' una forma di auto-e-ducazione che in rete dovrebbe essere indispensabile ma che nessuno può imporre.
Ma questo lo faccio io, se altri usano 1000 nick e giocano o sperimentano, a me non frega proprio nulla.
Due sole cose mi danno noia: le offese ad personam, e l'invio di una caterva di messaggi per disturbare.
Tassinari, naturalmente, di me non sa assolutamente nulla e neppure io di lui.
Non si può sapere tutto a questo mondo :-)
Non so nulla neppure di marietta ...ma io non sono affatto curiosa di sapere come siano le persone (sia che si presentino con nome o cognome o con nick), mi interessa invece moltissimo leggere e analizzare le moltitudini che girano in queste e-malabolge, la loro intelligenza collettiva, ma a parte rarissimi casi (che naturalmente capitano o sono capitati) non mi interessano assolutamente come indvidui.
Voi invece avete un'anima occhiuta da poliziotti ... sarà mica davvero che oggi c'è il predominio del realismo trillerista ;-)?
Però marietta va anche presa in considerazione una evenienza più romantica, mettiamo ad esempio che tassinari ti voglia fare la e-corte (calma lo dico solo per fare un esempio) è chiaro che voglia prima premunirsi di non trovarsi a dire cazzate alla moglie, alla fidanzata o al suo migliore amico ;-)
geo
Pubblicato da: georgia - 02.09.05 18:52
marietta, rinnovo le scuse che già ti ho fatto: ho frainteso e me ne dolgo. Se fosse stato sarcasmo non avrei certo chiamato i carabinieri, ma avrei preferito sapere da chi proveniva, per un banalissimo desiderio di pariteticità nella conversazione. Sul fatto che tu non mi piaccia ti sbagli. Sul fatto che non ti piaccia questo ameno luogo di civili conversazioni e periodici scazzi, non posso dire alcunché.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 02.09.05 19:22




